Maurizio Cucchi

Poesia contemporanea. Quattordicesimo quaderno italiano (Marcos y Marcos 2019)

 

È arrivato in redazione il Quattordicesimo quaderno italiano della serie Poesia contemporanea di Marcos y Marcos, con la regia di Franco Buffoni. Nei prossimi giorni ce ne occuperemo con la dovuta attenzione. Oggi di ognuno dei sette poeti raccolti nel Quaderno proproniamo la lettura di un componimento. Buona lettura. (La redazione)

 

Pietro Cardelli

Aprile

Ecco il ballo, la danza a me estranea
“Guardati” non hai più inibizioni, hai finito
le scorte, le paure sottili, tutti
gli accorgimenti nascosti, appostati
negli anni, e giustamente. Non devi fare altro
“Quale il prezzo?” volevo domandarmi
e il rifugio stava nelle cose, non c’era
aprendomi al quel mondo, negandolo poi
nelle coperte di lana così tardi, nel cuscino
uno sopra l’altro: il collo preme forte,
si forma un livido nerissimo.
.                               Il prezzo c’era,
questo è i punto; accettarlo era un nuovo
gesto, la sedia che si muove, il baratro.

Hai la schiena inarcata, quasi cadi
ma c’è una forza che ti sorregge,
che non ha forme: si arrende a te
come tutti, ti riconosce nei capelli
che precipitano, nello specchio
dove rifrangi. La gravità t’impone
dei doveri, tu li rispetti, sei calma
sfioro la nevrosi.

Anche perché le immagini sono
una truffa ben architettata, e lo sanno,
sono un’impudenza, un’oppressione
senza confini. “Eccomi che mi dono a te,
guardami” e non c’è salvezza
se si riproducono così velocemente,
saltano e si ripresentano, si moltiplicano
nell’ansia, negli schermi: mi guardi,
nella cornea si pare il vuoto:
bianco-e-nero, sorriso, l’ulcera
si amplia, si diffonde: è la sottotraccia,
il destino, l’incompiuta mente.

 

Andrea Donaera

Il padre. Un’ustione.

I.

Ti immagino, ormai: e basta.
Un fumetto, colori,
cartapesta, nel presepio spento,
i miei anni, che non vengono,
tutti noi. Sei la norma,
l’amico, questi mesi.
La mia pazienza di blatta sul tuo cuscino,
che così ci immagino, ormai: e basta:
nei terrori, nei colori. (altro…)

Maria Borio, Poetiche e individui

Maria Borio, Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000, Marsilio 2018

Allorché, qualche mese fa, inserii Poetiche e individui di Maria Borio tra gli esempi significativi e incoraggianti di Un altro sguardo. Dal margine alla pienezza, posti in evidenza nel mio contributo al numero del 2018 della rivista «Zer0Magazine», intendevo avviare una serie di riflessioni che si concretizzano oggi come sonoro invito alla lettura e, insieme, come percorso di valenza metodologica.
La scelta di individuare nella poetica, o meglio, nelle poetiche – e non nei generi, non nel canone – il punto di partenza e il filo conduttore dell’indagine sulla poesia italiana dal 1970 al 2000 sgombra il campo da un approccio che si è rivelato da tempo inadeguato, benché esso venga riproposto in più di una sede, segnale di abitudine inveterata, crosta dura da rimuovere.
Al cambio di paradigma adottato da Borio corrisponde uno studio accurato che sa unire la prospettiva storica, l’inserimento puntuale e argomentato di ciascuna delle opere prese in esame, o di suoi stralci, in un ampio contesto coevo, che si sposta anche oltre i confini nazionali e che accoglie riferimenti alle vicende della ricezione e agli ambiti della prima e delle successive pubblicazioni (anche in riviste e in antologie, le cui azioni sono anch’esse oggetto di riferimenti puntuali), così come in linee di sviluppo diacronico, a un avvicinamento al testo poetico capace di farne brillare peculiarità e rimandi, analogie e parentele.
Gli strumenti di indagine vengono dispiegati con consapevolezza, messi a disposizione, perché la poesia – ecco l’ulteriore pregio di questo volume – non perde in bellezza, in capacità di sprigionare stupore, se essa costruisce, amplia e rafforza la conoscenza, se essa viene analizzata, posta sotto la lente di ingrandimento, scavata, accostata ad altra poesia.
Stupore e conoscenza in quella che Maria Borio a ragione definisce “lettura relazionale” sono dunque i frutti che chi legge Poetiche e individui saprà cogliere esplorandone, sui sentieri indicati dall’autrice, testi e contesti.
Per ciascuno dei tre decenni conclusivi del XX secolo, per ciascuno dei capitoli, in alcuni casi per singoli paragrafi, il percorso suggerito prende l’avvio dal testo poetico, corpo, prova e documento. Spesso è proprio il testo poetico, riportato nella sua interezza o per passaggi significativi, a dare il nome al capitolo. Riporto di seguito alcuni esempi dall’eco profonda e dalle diramazioni ampie. (altro…)

Apre Spazio Poesia a Milano

logo spazio poesia milano

Dopo le gloriose stagioni della galleria Apollinaire e del bar Jamaica, Brera torna a essere un luogo di aggregazione intorno alla poesia, alla sua vitalità ed energia. SPAZIO | POESIA nasce da un’idea di Pier Mario Vello e dalla sua attenzione nei confronti della giovane poesia: un osservatorio permanente, un luogo concreto per discutere sulla grande tradizione del Novecento e sul significato del fare poesia oggi.

SPAZIO | POESIA realizzerà cicli di incontri dedicati a grandi poeti del Novecento raccontati e analizzati da poeti contemporanei, con un occhio sempre attento alla poesia giovane e alle collane e ai progetti editoriali a essa dedicati. Riflessione e discussione sono accompagnate dalla formula del reading di poesia.

Spazio Poesia è in via Formentini 10 a Milano.

Il programma

25 ottobre ore 19:30
non un amore nemmeno una poesia | ma
un progetto

6 novembre ore 18:30
volumi di>versi | poeti che leggono poeti
Maurizio Cucchi legge Vittorio Sereni

20 novembre ore 18:30
non un amore nemmeno una poesia | ma
un progetto

27 novembre ore 18:30
volumi di>versi | poeti che leggono
poeti
Milo De Angelis legge Mario Luzi

18 dicembre ore 18:30
poeti a Brera | arte & co.

Il comunicato: COMUNICATO-spaziopoesia

La pagina Facebook: https://www.facebook.com/spaziopoesia

 

Intervista a Maurizio Cucchi

Cucchi_Maurizio

Foto da Ilnuovonline.it

Maurizio Cucchi, uno dei poeti contemporanei più significativi, parla della sua poesia con Francesco Filia

  1. La sua poesia appare come una ricognizione inesausta del reale, come se fosse guidata da un principio euristico, ma, tale ricerca, più che trovare conferme alimenta i dubbi che l’hanno mossa. È così? In che misura nella sua opera poesia e conoscenza si legano tra loro?

Credo di sì. Il dubbio si amplia, si apre totalmente, ma questo produce nuove risorse, nuova vitalità, nuova possibilità di conoscenza mai esausta, anche se le domande chiave, le domande fondamentali che tutti ci poniamo, rimarranno senza risposta. Ed è una vera beffa che subiamo. La poesia si muove all’interno di questa spinta, che cerca di portare ai limiti estremi. (altro…)

Wilderbeast di Jack Underwood e Francesca Moccia

jack

Titolo: Wilderbeast

Autori: Jack Underwood e Francesca Moccia

Editore: Edb Edizioni, 2013

È una novità e un privilegio, come afferma Alberto Pellegatta, curatore della collana Poesia di Ricerca, per EDB Edizioni, poter ospitare nel nuovo volume Wilderbeast la voce di uno dei giovani di punta della nuova poesia inglese, Jack Underwood – che nel 2009 è stato pubblicato nella prestigiosa collana di poesia dell’editore londinese Faber&Faber – e quella di Francesca Moccia. Il volume, arricchito da tre disegni della brava scultrice Nada Pivetta, è anche l’esordio in italiano di Jack Underwood, che qui viene tradotto in maniera efficace dallo stesso Alberto Pellegatta.

Il titolo del volume Wilderbeast è tratto proprio da una poesia di Underwood, espressione intraducibile e gioco di parole, che può essere definito come qualcosa che va oltre il selvaggio, luogo o animale che sia, Wilderbeast è un’affinità di significati.

Underwood con la sua poesia apre un sentiero dantesco nella nostra vita di tutti i giorni, l’immaginario infernale si sposa alla quotidianità, al guardare in una luce differente, nuova, una teologia d’impatto, in una finezza del dettato che sprigiona significati e imposizioni di immagini.

Un chiaro esempio di questa poesia è A volte la tua tristezza è uno yacht: “enorme, bianco e costoso, come un’incudine/ caduta dal cielo: come saliremo a bordo/ se a forza di guardare in alto ci fa male il collo?/ Altre volte è una pietra su un prato all’inglese, e la materia/ non può mai essere distrutta. Ma oggi la teniamo ferma/ sul bordo del tuo letto, chiudendo gli occhi/ su un’altra ora aperta ascoltando/ le voci dei nostri vicini avere le voci/ dei loro amici a pranzo”.

Il campionario di Underwood non si traduce mai in derivazioni o logiche semplicistiche di pensiero o autobiografia; Underwood vive nel suo elemento selvaggio, dove nulla può sembrare compiuto ed eterno, dove il mutamento è regola, prassi.

La ricerca costante di una nuova terminologia di vita porta questo autore a comporre poesie come Teologia, dove il pensiero si scioglie in immagini ipnotiche e di estrema tensione come se la realtà fosse del magma da raffreddare o pietra scritta con inchiostro speciale: “Ho provato a pensare allo zoo,/ all’uccello che ha visto con la testa a incudine,/ alle lucertole che si aggiravano furtive nella casa dei rettili./ Era stata una buona giornata./ Ma ricordava la pantera nel recinto/ dove aveva aspettato trenta minuti,/ fissando la scura capanna nascosta tra gli alberi./ Immagina se non ci fosse la pantera”. Ora questa filosofia dello sguardo, di un pensiero sempre in attività, fa incontrare il diavolo, la bestia, quella vera, che pur rappresentata nella sua immagine più iconica richiama i vizi di sistema, i propri ricordi che risultano tentazioni, ombre dei nostri segreti e accenti più remoti: “…..Sono andato avanti, accelerando il passo. Satana ha cambiato tattica;/ mi ha immerso in sensazioni: la prima volta ubriaco,/ il calore di una bugia ben raccontata, l’adolescenza/ intravista tra i seni della parrucchiera,/ il profumo dello shampoo e l’alito di sigaretta./ Quindi da una piega del culo ha richiamato la pioggia/ e la coda davanti a un fish and chips, il sapore di birra e gassosa,/ le umide scarpe da calcio che fa penzolare per le stringhe,/ da cui cadono ghiande e castagne matte….”.

Discorso completamente diverso per quel che riguarda Francesca Moccia, autrice di poesia già nota, che può vantare l’inclusione in due importanti antologie di autori nati negli anni settanta, I poeti di vent’anni, a cura di Mario Santagostini (Stampa, 2000) e Nuovissima poesia italiana, a cura di Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi (Mondadori, 2005), dove già aveva dato prova delle sue capacità tattili e materiche nell’affrontare un mondo allucinante e strisciante così compiutamente espresso nel suo primo libro La muffa del creato (Lietocolle, 2005).

Francesca Moccia è un’autrice molto particolare, dai tratti oscuri e permeabili; la sua poesia prova che esiste ancora una tensione vera per la parola, per un ribilanciamento della lingua e una vera ricerca, che porti ancora al centro l’originalità; chiaro esempio ne è questa poesia: “Le labbra di lupo finanziano l’anima/folte sopracciglia il particolare./ Disserta d’affari gli occhi/d’insetto stringono domande./ Il corpo cullato come fosse un rito sacro./ Ritaglia il gallo la lamiera, invoca il sole/ spalanca il becco, strilla”.

I paesaggi della Moccia stringono la realtà a idee di pensiero spesso poco rappresentate nella nostra poesia contemporanea. La sua scrittura stagna in un’idea metafisica della poesia, sempre lampante, come il prolungamento di una scia, il suo inarrestabile vortice trascina ogni cosa rendendo sogno e realtà la stessa attesa: “Lei è una piccola fantasia tra due/punti./ Somiglia a tanti è un’ipotesi che/ passa per uomo”. E ancora, l’idea presente di muovere la materia oltre i confini della decifrazione, in territori allucinati dove la compressione del mondo si distende e si respira una nebbia d’immagini interiori: “Un albero è vissuto senza bosco./ Svelato, appoggiato:/sembianze di un sogno”.

Nell’opera di Francesca Moccia qualcosa di sconosciuto ci prende in contropiede e crea connessioni di senso; idee e parole non sono più ostaggio della rappresentazione ma sostantivi certi e selvaggi: “Nella nebbia le figure si adattano/ la collina è un filo che si ritira/era freddo, ogni distruttore si alza/ al mattino e attacca l’opera./ Assapora pianissimo il dolore delle tue ossa./ La terra ha respiri più profondi dell’acqua”.

Nel bianco totale. “Malaspina” di Maurizio Cucchi

download

Titolo: Malaspina

Autore: Maurizio Cucchi

Editore: Mondadori, 2013

Malaspina, il nuovo libro di Maurizio Cucchi, è il nuovo tassello che si aggiunge all’opera ormai pluridecennale dell’autore; è un progredire nell’ignoto, nel soggetto stesso, ricercato costantemente attraverso maschere e figure fittizie, personaggi alterati da spazi e ricordi.
Negli ultimi dieci anni Maurizio Cucchi ha spaziato fra poesia e prosa con libri singoli, che nella loro completezza intrinseca, riportano tutti ad un’opera più ampia, di grande respiro.
Cardine e punto centrale nell’opera di Cucchi è l’alienazione del soggetto, fin dai tempi de Il Disperso dove il tema, la base della narrazione era proprio la dispersione del soggetto poetante stesso, e l’impossibilità ormai di proporre una memoria reale, pulita, vera, e l’espressone di un io instabile che non sapeva più relazionarsi al mondo in maniera reale e oggettiva.
Ora Malaspina riparte da una scrittura riassorbita, in un’atmosfera di ricordi, di memoria remota da dover continuamente svelare e slacciare: una memoria che cancella e ricrea.

Il primo capitolo Berretto a sonagli introduce tematiche e umori, la prospettiva di un mondo che assorbe costantemente materia: “Ho imparato a esprimere gli umori-/ anche gli umori forti- senza camuffarli./ Senza infingimenti./ Mi godo brevi soste felici/ di sospensione e improvvisa/ adesione. Mi oriento/ verso un mondo più affabile/ e poroso”. Qui il poeta esplora le zone ignote, del non detto, la parte invisibile del mondo: “Mi muovo verso strati/ sempre più occulti, come/ un archeologo, o un operaio/ che manovra, nell’ignoranza/ senza fine delle tenebre,/ verso residui fossili, e rivoli/ nascosti, mentre trabocca/ la sua realtà geografica/ di intrecci collettivi, emblemi/ o approssimazioni di altri/ molteplici intrecci sconosciuti”. In maniera fagocitante la memoria ripercorre, consuma ogni cosa in maniera totale, non lascia spazi a fantasie o ricordi, a dati perfetti e ordinati, la memoria resta un luogo oscuro, marcio, che cade a pezzi: “La mia memoria, infatti, è una cantina/ e nell’umido dei suoi muri marci,/ sgretolati, sento l’impronta strana,/ invisibile dei defunti, delle loro mani,/ come nei sordidi recessi nascosti/ albergano funghi, mucillaggini e insetti,/ topi che guizzano e acute muffe”.

In Malaspina, si trovano delle brevi prose – una per capitolo – che rendono la discorsività della narrazione ancora più ferma e decisa, muovendo il lettore verso sconosciuti territori di intrecci fra ricordi e desideri di avventura, di altro da sé. Ogni cosa rimane oltre, in un presente che si scioglie giornalmente nella quotidianità, che vorrebbe cancellare in autonomia ogni traccia, ogni verità dal percorso di ognuno, ma resta la storia, puro elemento di noi: “Eppure, oltre la pelle del presente (come se fosse totale, presente totale che cancella il suo cammino), oltre questa pellicola di superficie, smorta o ingannevolmente illustre, che di regola appare o viene esposta, quasi mai ci inoltriamo perdendo consistenza, verità, normale storia che ci ha portato qui.”

Nel cortile delle giovani mamme è il paragrafo più “familiare”, legato a ricordi dell’infanzia, a luoghi, oggetti simbolo. In maniera maniacale i particolari di ogni scena si infittiscono, ne escono ingranditi o rimpiccioliti, sciolti, depositati in una terra che rimuove e rilascia tutto: “La macchina raspa indifferente,/ scava a terra la benna in una nube/ di polvere nera. Raspa mossa/ da qualcosa che non so, guidata/ va sotto e sommuove la terra,/ i suoi strati, i depositi, gli insetti/ enormi del sudore notturno”.
Il luogo stesso del ricordo propone una dimensione deformata, ma intatta nella sua perfezione e violenza, nel suo ibernato tratteggio: “Ma che cos’è Malaspina? Una voce,/ una strana parola, il laghetto/ che passava fresco nella stanza buia,/ per il ristoro verde di una gita aerea./ Lo rivedo adesso nel gelo, nel bianco/ totale, in un estremo paesaggio ghiacciato,/ siberiano, alla fantasia, che si compiace/ di un’escursione che il tempo ha già ibernato”. L’emozione e il ricordo, vengono popolati da personaggi conosciuti, da voci, luoghi. Gli odori si fanno ancora più forti, gli oggetti e la materia attraggono l’autore stesso in un mondo ormai scomparso, remoto, un mondo della mente che perlustra gli spazi e le ombre come può in un comune ricordo, in una continua relazione con il passato, che è l’altra faccia del presente, il suo rimando continuo, la sua sintesi più vera: “L’odore di acido fenico/ mi stordiva, mi respingeva./ Aveva un gran bel nome, lei: Anita/ Bellingieri e si vantava/ dei suoi forse fittizi quarti/ nobiliari. I suoi cassetti/ traboccavano di dannunziani/ fazzolettini in seta, bigiotteria,/ borsette e caramelle. La vedevo stupito/ e a disagio, quasi un ranocchio/ nel finale, nel letto alla Baggina,/ incartapecorita e tutta grinze”.

Paragrafo centrale di Malaspina è Macchine movimento terra: qui Maurizio Cucchi smuove del tutto la materia, la memoria inesplorata, e lo sguardo si posa sul lavoro delle macchine, sulla terra percepita come fonte di sapere ed esperienza, dove vivono ancora residui di masse e sostanze da interrogare fra cumuli e macerie. Il tempo non rimane che l’unica illusione, la svolta non può essere che la fine del soggetto, il suo inespresso destino: “Nel tempo che invece non esiste/ che è un’illusione o solo svolgersi/ ordinario di un sé fino a maturazione/ e fine, sbando definitivo e arresto/ per lo spin del misero soggetto/ nel paradosso semplice del mondo,/ giacciono strati, subsidenze, depositi/ di inesplorata materia remotissima”.
Solo il nostro oggi, il nostro presente ci contiene. Non esiste né passato né futuro. I pensieri si traducono in fitti frammenti, intatti, richiamano la luce, una sospensione: “Perciò io adoro il presente/ perché solo il presente contiene/ tutto quello che è stato/ ma il presente sospeso, la luce,/ questo blocco di terra pressato”.
Il mascheramento del soggetto, la stabilità dell’autore, vengono trasportati in un immaginario letterario d’invenzione. È schermo, una cornice di belle promesse, di speranze inascoltate, fra avventurieri ed esploratori; lo stesso professor Lidenbrock di Jules Verne, che apre spiragli, come figura e fantasia, sul mondo dell’infanzia, non luogo per eccellenza della poesia di Maurizio Cucchi. L’illusione riproposta è di essere altro, di muoversi in maniera circoscritta e precisa verso territori dalla doppia realtà, riposti con estrema cura nelle fantasie, nei cassetti pieni di rimandi e relazioni dell’autore. “Lezioni d’abisso….Anch’io/ me ne intendevo, quel poco, e sarei sceso/ con l’altero, irascibile professor/ Lidenbrock giù fino al profondo/ esplorato dall’islandese, Arno/ Saknussemm, tra crosta e mantello/ viscoso, penetrando nelle caverne/ interne, negli oceani, nelle vaste/ foreste di alte muffe a ombrello,/ dove alberga, chissà, il fenotipo/ indefinibile e cieco, trasparente/ e strisciante, lo speleotipo onirico,/ fino ben oltre fino alla discontinuità/ di Gutenberg, naturalmente, e poi/ respinto fuori dal cratere a Stromboli/ o forse proprio fino all’Etna”.

Il penultimo paragrafo Abbandoni prova come l’azione fisica rappresenti l’unico strumento di conoscenza e contatto con il mondo, come l’immagine determini l’avvio del pensiero e tenda in maniera fissa e simmetrica all’abbandono, alla perdita. La natura umana è schiava di questo, è desiderosa di questo, di sequenze infinite, di conquiste misurate, attese: “ Un cappello chiaro, un panama/ elegante appeso su una giacca/ stropicciata di lino beige/ è il primo avvio, l’immagine/ primaria di un felice abbandono./ Felice?/ Segue, poi, nel giardino dei gatti,/ la sedia a dondolo di vimini/ consunta, scolorita, sbucciata,/ in mezzo all’erba e alle lumache./ Sedile solitario e appoggio/ rapido per merli e tortore./ E’ bene che ogni cosa venga a noi/ nella pienezza fisica della sua natura/ come lenta conquista frugale./ Come conquista frugale.”

Ultimo capitolo di Malaspina è Console o capitano, dove l’autore riesce nella difficile sovrapposizione di vari strati di pensiero, di personaggi unici e irripetibili, come il console di Sotto il vulcano, capolavoro assoluto di Malcolm Lowry , o il capitano, personaggio di pura invenzione, amico di Gadda e di Guido Keller. L’identità stessa vacilla e non rimane altro da fare che sconfinare in aree sempre più sconosciute, realtà umana di pose e uniformi: “Eppure lui, il capitano, uscendo/ dalla terra rovistata a fondo/ negli strati, lo ritrovo in mia vece,/ gli occhi sbarrati, spiritati, mi ritrovo/ in quella foto, appunto, del già militare,/ folle, come dicono concordi./ Militare, per sempre militare. Lontani/ i tempi del suo compagno austero/ e goffo, adorabile, altissimo,/ e come lui infelice, e burocratico,/ nel suo fiero decoro. Ed è così/ che sono scivolato in lui”.
La piena coscienza del pensiero è rifuggire da un io autoriale, ingombrante, assurdamente biografico e fermo, mentre la relazione al mondo chiede una saggezza di pensiero, una capacità continua di metamorfosi e osmosi.
Cucchi riesce in questo, sporcando la sostanza stessa della poesia, dell’unica condizione umana: vivere in estrema corporalità e materia in piena apertura alla vita.
L’ultima scena devia nel finale visionario e catastrofico di Sotto il vulcano: “Ormai precipitava nel vulcano/ della sua terra e aveva nelle orecchie/ quel rumore di lava che trabocca/ orribile in eruzione, o forse/ era il mondo stesso in esplosione/ definitiva. E lui cadeva, dentro/ una foresta, cadeva….Urlò,/ a un tratto, come se gli alberi/ si avvicinassero a stringerlo,/ chinati su di lui, pietosi./ E a questo punto qualcuno,/ con un’enorme risata oscena,/ gli tirò dietro, giù in fondo al burrone,/ un cane morto”.

Malaspina è un libro in cui calarsi nell’esperienza del pensiero permeabile, completo. Una risposta già esaustiva, una totalità del pensiero, una poesia totale.

“Fratello Poeta” di Giuseppe Piccoli

Immagine 005 Titolo: Fratello Poeta

Autore:  Giuseppe Piccoli

Editore: LietoColle, 2012. A cura di Maurizio Cucchi e Maria Piccoli

Esattamente un anno fa è uscito per l’editore Lietocolle un libro che rappresenta una rarità, qualcosa di cui si sentiva la mancanza. Si tratta di Fratello Poeta di Giuseppe Piccoli, a cura di Maurizio Cucchi, e introdotto dalle profonde parole di Maria Piccoli, dottoranda di Filologia Romanza presso l’Università Degli Studi di Siena.
Questo libro rappresenta e riprova la finissima purezza del dettato poetico di Giuseppe Piccoli, autore metafisico e tragico fino all’estremo.
Nel febbraio del 1987, a soli trentotto anni Piccoli si toglie la vita nell’Ospedale psichiatrico di Napoli, dove era stato internato dopo aver compiuto un grave fatto di sangue; la premessa è doverosa per una comprensione profonda ed attuale della sua opera.

Un libro che raccogliesse in parte l’opera di Piccoli era necessario, non solo per raccontare di uno dei poeti più grandi degli ultimi trent’anni di poesia contemporanea italiana, ma anche per cercare, almeno in qualche misura, di riorganizzare e approfondire la sua opera. Lavoro non certo semplice, visto il numero di inediti ancora in circolazione. Solamente Maurizio Cucchi e Arnaldo Ederle si sono occupati di tenere in vita la memoria di questo prezioso poeta.
Maurizio Cucchi pubblica nel 1981 in Poesia Tre, Guanda Di certe presenze di tensione che dà il titolo ad un’antologia che comprende le sezioni Fratello poeta, L’uomo di trent’anni e Rassomiglianze, poi ricomposte nell’edizione del libro Fratello Poeta. Nel 1983 Cucchi pubblica nell’Almanacco dello Specchio 11, Mondadori, Foglie. Dodici poesie. Lo stesso Maurizio Cucchi con Stefano Giovanardi pubblicano Giuseppe Piccoli nell’antologia Poeti italiani del secondo Novecento, edita prima nei Meridiani Mondadori e poi in versione tascabile dei Classici Moderni; proprio quest’ultima inclusione afferma la grandezza della poesia di Giuseppe Piccoli ai più.
Arnaldo Ederle pubblica invece nel 1987 per Bertani Chiusa poesia della chiusa porta e sempre a cura di Ederle appariranno altri inediti nel corso degli anni in tre numeri della rivista “Poesia” dell’editore Crocetti.
In ultimo è giusto citare la bella analisi di Viviana Scarinci sulla poesia Lettera per una domanda di perdono dal titolo L’amore senza persona. Intorno a una poesia di Giuseppe Piccoli. La stessa Scarinci nel suo saggio descrive quella di Piccoli come “una coscienza poetica assai singolare” e ne parla come di un “moderno Orfeo”.

La prima sezione di Fratello poeta è Di certe presenze di tensione, forse quella più bella del libro, mossa da un’intensità senza confronti, nuova, dove la metafisica e la quotidianità si bilanciano nella ragione, nella fermezza della parola.
Come scrive Maurizio Cucchi “in quelle poesie circola qualcosa di misterioso, che si condensa, si raggruma, in versi di un’asciutta fisicità scandita che esprime la difficoltà dell’essere”. Proprio questa difficoltà, questa malattia rendono il verso arioso e presente.
“Baci. Ma nell’aria c’è una/ malattia dell’Essere: la chiami/ noia per ripetermi e quindi/ evadere ogni possibilità di offesa./ La chiamo “mondo” e, rinnovandomi,/ c’è questa splendida facoltà di intesa”.
Piccoli racconta di un mondo fermo, riscritto con estrema forza e chiarezza; la base è una metafisica del guardare, del credere nella poesia come realtà altra, realtà profetica e vera. Ancora Cucchi parla di “verità messianica”, intesa come motore per l’oltre, dove il dio e il poeta sono gli esseri esclusi per eccellenza, gli esseri creativi, che possono andare verso qualcosa di oscuro che tace e sedimenta nell’abisso dell’animo umano.
Allora solo la parola, solo il creare, potranno far parlare, riscoprire i veri segni, i simboli della vita e del destino di ogni uomo. “Il figlio e il dio sono sospetti:/ l’ateo del sentimento naturale/ scopre errori di cifra: si confida/ l’amico penitente, chiede un aureo consiglio./ Ma il viaggiatore conclusivo che l’ascolta, non l’attende, e si muta nell’anonima gente”o ancora una metafisica/ filosofia rinnovata che cresce nell’apertura costante del mondo, nella verità ricevuta, in quel vero vento, dietro quel velo: “Sinché resista questa scorza/ d’uomo, sin che la polpa/ non s’asciughi, apri/ la finestra sul mondo:/ perché di te sia inconsumabile/ il vero vento e la reale rosa/ bianca, dell’uno e dell’altro/ bimbo, di quelli che reggono/ il velo di Ecce Homo”.
Un’ispirazione profetica, iniziatica, che porta la conoscenza dei misteri della vita, dalla fonte da dove può sgorgare ogni cosa, alla veste, sudario di ogni sensazione, di ogni probabilità. Solo dopo aver saputo, dopo aver conosciuto la natura umana, l’uomo, il poeta, può essere di nuovo libero, solo, fuori dalla terra, unico creatore di un mondo di messaggi: “Questa fonte che lava la mia veste/ ora tu la conosci, la devi consacrare:/ e la fede tenuta alla massa della roccia rupestre/ tu la devi svuotare nell’abisso:/ in quel frastuono dell’acqua che non s’imbriglia/ tu saprai di te stessa, mi ricoglierai/ quando avvertendo il passo sino al punto,/ al primo attimo io colga una fossile conchiglia./ Tu traversando lo spazio che ti allegra/ saprai di me, della natura umana./ Ed io che allora uscirò di terra/ mi farò la mia tana e la mia vela”.

Le prime poesie di questo libro sono tutte da scoprire nei minimi dettagli: lanciano un’offerta invitante di essere lette; spingono i gradi di separazione al limite massimo. Questi versi si ascoltano in perenne pulsazione, come se mostrassero una realtà inondata di segni e ammonimenti: “Separati da un muro, l’idiota/ e l’angelo scrivono lo stesso poema,/ per venticinque anni, con grazia/ di arguzie e senno squisitamente/ demoniaco. E la stessa farfalla/ entra e esce, per ricapitolare/ la storia dei suoi voli: ma quelle/ folte rase sopracciglia dell’idiota…./ e quel verso di gufo/ che gli angeli atterrisce….”.
E ancora, la descrizione di una grazia unica e vera, un contagio che si deve muovere verso la scoperta; l’amore deve passare per altre vie ora più che mai.

Il poeta è custode della doppiezza del mondo: “Perché la grazia sia verde,/ e sia verde il contagio, avvicinati:/ io spalmo di olio le tue mani./ E per andare lontano, più lungi,/ sarò amante del dolore cristiano”.
Per questo l’amore in Piccoli raggiunge i limiti della classicità, sposandoli alla piena modernità: Ofelia, Orfeo, Narciso…,non sono solo simbologia e personaggi della mitologia, ma riescono a costituire un’attesa nel quotidiano, un riflesso taciuto e pronto per gli amanti. Ogni tempo è il nostro tempo, compreso quello di Giuseppe Piccoli: “La lebbra contro il cielo,/ la fame dentro il fuoco,/ la neve sopra la notte./ Rifinito profeta,/ fosco e tinto,/ scolpito in una ragione/ di ladre buie;/ dopo la santa colpa,/ la carne pura di Narciso/ mendica la sua puerizia./ Un palazzo di insani/è questo caffè d’inverno/ senza Ofelia”.

Le poesie tratte da Foglie. Dodici poesie sono connotate da una forte ricerca di sicurezza, nella natura, nella mite vita delle foglie, simbolo di unione e amore per la donna amata, ricercata, ascoltata nel desiderio di non esporsi, di non dirsi; in questa breve raccolta vige la regola del raccoglimento, dove la poesia di Giuseppe Piccoli sembra rilassarsi per prendere altre forme. Si delineano e sembrano prendere una “morbidezza ambigua” come scrive Maurizio Cucchi, che allenta e smuove il testo: “Come fosti figlia/ dell’azzurro e di me/ ora sei foglia/ che si assottiglia/ levigata dal vento/ che ti rovina/ nelle stanze delle maschere/ dove la porta è ferma/ come tronco d’albero/ e dentro la sua luce/è intera nera”. L’ostacolo è presente e l’attesa perenne non può essere che una promessa, un avvenire, un’ideologia dell’ascolto, verso la cosa amata: “Eri volto che recava/ al mio saluto che ti annota/ nel taccuino del tempo/ di gravi fogli-foglie/ e ti consona e ti danza/ oltre la porta segreta/ nella temuta stanza/ dove il sogno ti aspetta/ e gioventù non trema/ di ore e giorni fissi/ in un bussare alla fronte/ come un libro di chiesa./ Ma ora la tua vita è chiusa/ e la mia senza casa”.

In Chiusa porta della chiusa poesia ritornano i temi chiave della poesia di Giuseppe Piccoli, l’appuntamento metafisico con la donna ricercata, temuta come nemica ed eterna presenza irrisolta: “I capelli li dipinge lei: poi/ ci penserà il vento a denunciare/ l’ora dell’appuntamento metafisico./ E ci sono i cammei, e la toilette/ è fornita sempre di asciugamani,/ di profumi, di rivoltelle. Sei/ la nemica del tempo più breve:/ quella che non un nastro colorato/ vuole, ma tutta la collina tutta/ quanta intera di frutti”.
Ancora una volta è il poeta che conosce, che custodisce la chiave per un altro mondo, quello sbilanciato dell’immaginazione, della forma perfetta degli alfabeti, dove si nasconde costantemente la parola, la poesia stessa, dove l’offerta del poeta al mondo è totale e unica, dove il poeta stesso rappresenta il volto nuovo, l’uomo nuovo, l’Ecce Homo atteso da tanto: “Ma per chi non ha strada/ c’è la caverna dove un muto infante/ si rifugia chiamando il padrone:/ non scesi con la lampada nell’antro/ né vidi i morti fare all’amore,/ né pensai a mia madre china al cucito/ né sorpresi il maestro che disegnava alfabeti./ Ma l’angelo che il fanciullo custodisce/ era il mio seno nella casa segreta:/ io ero la chiave e l’oltremondo/ mani e piedi e bocca offerti al sacerdote.”

Le ultime due parti del libro Reale è l’altro e Inediti vari, usciti sulla rivista Poesia, a cura di Arnaldo Ederle, vengono qui riproposte in chiusura del libro; corrispondono ad un periodo inedito della poesia di Giuseppe Piccoli, anche se non riescono forse a raggiungere l’altezza della maggior parte dei testi delle altre sezioni del libro, sono sempre impregnati di una lingua nuova: “Il dono disperato della vita/ ti siede accanto, fanciulletta amica./ Così non sia per te/ il pianto delle cose,/ o mia nemica”.

C’è quasi un’impossibilità di riuscita nel descrivere un’opera poetica così particolare e piena di significati, doppi e stranianti. Non ci sono risposte precise e nemmeno nessuna ragione di vita o di riuscita; per questo restano solo le parole delle sue poesie, che forse spiegano il mistero stesso e la tragica vita di questo poeta.
La biografia di Giuseppe Piccoli non chiede, è una traversata nella poesia più vera e profonda, un istante di attesa che si propaga continuamente e non smette di esistere; manda segnali a ogni nuovo lettore che è pronto a calarsi con rispetto e responsabilità in una poesia così forte e unica.
“Verrà il colore dell’ombra/a darci pace e giustizia d’anima:/ lo sento che verrà, e sarà/ più che una biga con tanti cavalli./ Né io vile sarò: sarà un segno/ trovato nel libro tre volte aperto,/ per tre volte chiuso, quando al Signore/ tocca d’ungere d’olio il capo:/ e la grazia d’un baleno su di noi,/ sulle nostre parole temendo dette/ sulle impaurite parole che non si fanno”.

 

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

ADOLESCENZA di Massimo Dagnino

 “ADOLESCENZA” DI MASSIMO DAGNINO

Immagine

Autore: Massimo Dagnino

Titolo: Adolescenza

Introduzione: Maurizio Cucchi

Editore: Edizioni L’arca Felice, Salerno 2012

Nell’ultimo lavoro di Massimo Dagnino, la plaquette Adolescenza uscita per le “Edizioni L’Arca Felice”, ci si può trovare davanti ad un’opera sfuggente, dalla doppia lettura; vera opera d’arte in tutto dai disegni che l’accompagnano fino alla rilegatura.
Come scrive nell’introduzione Maurizio Cucchi, Dagnino muove il suo lavoro attraverso profonde ossessioni e la costante precisione e progettualità sia nel disegno che nella forma poetica. L’attività di Dagnino ha sempre viaggiato su due binari paralleli; lo stesso libro propone due varianti, due versioni previste di possibile Adolescenza. Quella dei disegni che riproducono in maniera perfetta dettagli e luoghi: campi da calcio, reti, vie cittadine, vegetazioni; e l’altra, la riproduzione più incostante, attraverso le parole, con la poesia, grande medium, che è portatrice anch’essa di immagini, di biografie altrui. La poesia come canale d’eccellenza per l’apertura verso il mondo, verso la vita, quindi passaggio obbligato, semplice traccia da non ricordare, come l’adolescenza stessa, il momento di intenso slancio verso l’età adulta, luogo di ribellione e seduzione: «Tuttavia soffriva di tendinite, di crampi./ Detestava l’educazione/ tecnica./ Gli ormoni, l’herpes,/ aumentavano i tic,/ non era neanche più/ anaffettivo./ Irretito dal giorno che involve fra binari/ in simbiosi con oleandri, osserva/ ombre proprie/ di corpi nell’agglomerato.»

La bravura di Dagnino consiste nel riuscire a riprodurre attraverso il disegno di poche foglie o rami un intero mondo, uno spazio riuscito. Come ogni buon disegnatore, sa costruire un universo di significati a partire dalla sola rappresentazione che l’occhio offre, dal continuo sprofondare dell’immagine attraverso la materia, i corpi, attraverso un paesaggio studiato, memorizzato, da riprodurre come continuo schermo di realtà scomposta in ossessioni, sentimenti e ansie. Le frazioni, gli sbalzi e la continua tensione dei frammenti in equilibrio audace rendono queste poesie testimonianza di precisione: «Alcune carte mentali/ corrispondono a quelle topografiche,/altre sono distorte (ma sempre utilizzabili)/ e alcune, infine, non hanno riscontro con la realtà.» Declinarsi in un passaggio così difficile come l’adolescenza, proiettare verso l’esterno sensazioni, regredire dallo status di adulto per ripiombare attraverso l’esperienza di altri nel proprio vissuto, è per Dagnino un isolarsi dal caso, dalla propria rappresentazione. Quindi nessuna maschera del quotidiano o teoria, in queste poesie il vissuto, il momento, vengono rintracciati e assimilati dall’esterno come spettatori eccessivi e convincenti. L’ispirazione viene dal soggetto, ma anche dall’oggetto guardato, spiato. Ogni poesia è spiare la realtà, renderla vera per pochi attimi: «Si chiedeva se l’avesse ancora/ pensato. Mi obbliga/ l’immagine eversiva in sogno./ Il volto inspessito dall’ombra./ Nella stessa notte, i giorni cerchiati/ sul calendario./ Aveva esitato.»

Nello stesso periodo Massimo Dagnino ha pubblicato, nell’ultimo numero di Nuovi Argomenti, Ipercinetismo, una parte di quello che dovrebbe essere l’intero progetto-libro di Adolescenza. In questa sezione i “protagonisti” vivono gli allenamenti, le partite di pallone, come stati d’ipnosi, in una confusione di riflessi e movimenti, come fossero immobilizzati nelle proprie visioni. Sicuramente tutto questo si può ricollegare ad una particolare poesia all’interno della plaquette: «La giornata si perde in mete./ Gli sarebbe piaciuto ricordarlo/ intatto il tiro a piattello / infossato nel verde./ Ma nella sua testa il “prato fierissimo”,/ la pressione del parlato/ lo distoglie.» La ricerca sia linguistica che formale del lavoro di Massimo Dagnino, tende alla compressione degli elementi, a particolari smossi, a realtà fuori scena che si sovrappongono: «Lo sciroppo/ di rose rappreso inutilmente sull’agenda/ compressa in conti/ che mi riguardano./ L’angolo della Bank of England si fa Tempio di Vesta;/ nelle sale d’aspetto immagini deformate/ dai vetri. Vivo all’interno/ di una separazione.»

Come non ricordare l’amore dell’autore per le “Architetture” fra metropoli e antichità o la realtà virtuale di cui era intriso il primo bellissimo libro di Dagnino Verso l’annichilirsi del disegno.
Vivere all’interno di una separazione non è la non comprensione di sé, la non unità e unicità ma l’essere fedeli a se stessi, vivere nella scomposizione, nelle diversità degli stili scelti, per esprimersi interamente fra disegni e poesie.