Maurizio Casagrande

Poesie di Maurizio Casagrande. Da “Pa’ vèrghine ave”

di Maurizio Casagrande

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Opera vincitrice della Ventunesima edizione
del Premio Internazionale di Poesia “Renato Giorgi”
promosso dal circolo culturale “Le Voci della Luna”

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Sincoantani


A ghe voe du schej de corajo pa’ vardarse
indrioschina ’a matina ca te fe sincoantani
e mi no ghi n’ò pì de tanto e gnà no go oja
de star coà rajonare so coeo ca xe ndà
o soe brose ca me ghevo
scapà
——-pa’ ’ia ca so sta on bel cojòn pa’ tuti
sti ani. Ma tanto xe istesso ca xa peto incoste
de nantra stajòn dadrio del cantòn
riva el beo ca no gheo
gnancora catà o ca no gheo bù core
de rancurare ’esso i poe ’nare anca fasseo
butare i pretoni coe so toneghe nere
tute chee sere ca i me ghea spasemà
coe so bae e col pecato mortae

ca l’è coesto el dì ca so nato e me sinto
on tosato cal s’à scatijà dae caene
col sangoe ca ghe supia so ’e vene
pa’ ’ia ca no ’l ga
gnoncora disnà

Cinquant’anni

Ci vuole un briciolo di coraggio a guardarsi
alle spalle il giorno in cui fai cinquant’anni
e io non ne dispongo più di tanto e non mi va neppure a genio
l’idea di macerarmi nel ricordo
del tempo trascorso o delle cicatrici non del tutto
rimarginate
————-dallo sciocco che sono stato
fino ad oggi. Ma non me ne curo perché è già
alle porte una nuova stagione
mi incalza quella primavera che mai
mi aveva sorriso o alla quale non avevo avuto cuore
di spalancare le imposte ora possono anche andare
al diavolo gli avvoltoi in abito talare
tutte le notti trascorse a vegliare
a tormentarmi con mille complessi

perché è oggi il giorno in cui sono nato e mi sento
un ragazzino che s’è sciolto dai vincoli
col sangue che gli ribolle nelle vene
dal momento che
non ha ancora pranzato



(altro…)

Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila

UnAltroVenetoCopertina

 

Maurizio Casagrande, Matteo Vercesi, Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila, Roma, Edizioni Cofine, 2014

Propongo qui una scelta di poesie tratte dal volume curato da Maurizio Casagrande e Matteo Vercesi,  Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila.  Si tratta di una scelta che va intesa come  introduzione a una lettura di grandi ampiezza e spessore, sia per l’originalità sia per la varietà di accenti con la quale i temi trattati — veri e propri universali della poesia, tra le cui voci si leva, in misura più o meno esplicita, quella relativa alla questione della lingua, delle sue radici e della sua musicalità, del suo distinguersi da altre e delle sue forme di mescidanza  — vengono declinati, collegati, rinnovati. Nella premessa, Un Veneto «altro», Casagrande e Vercesi danno conto, nel presentare quadro d’insieme e filoni di ricerca, della presenza dei sedici poeti, i cui testi, insieme a note biografiche ben curate, compongono l’antologia:

«L’intento primario di noi curatori, tuttavia, era quello di restituire un’immagine significativa della poesia nei dialetti veneti nel periodo di transizione fra XX e XXI secolo senza vantare alcuna pretesa di esaustività, anche in ragione dello spazio limitato di cui potevamo disporre (144 pagine in tutto). Ci era quindi sembrato naturale e necessario da una parte restringere il campo d’indagine al solo territorio della regione rinunciando a priori, anche se a malincuore, a prendere in considerazione i poeti del Trentino, della Venezia Giulia, del Friuli o dell’Istria (da Marco Pola ad Ivan Crico, da Virgilio Giotti a Claudio Grisancich, da Loredana Bogliun a Libero Benussi); dall’altra si era stabilito di comune accordo di concedere spazio, accanto a nomi acclarati, a voci meno conosciute ma non meno significative di quest’area, senza porci vincoli cronologici troppo rigidi e spingendoci fino ai nostri giorni: un «altro» Veneto, appunto, nel senso che si tratta di poeti che magari non hanno avuto grande visibilità o notorietà, ma rappresentano in concreto i custodi di valori condivisi che non risultano affatto elitari ed al tempo stesso appaiono solidi ed universali, l’unico humus su cui si dovrebbe cominciare a ricostruire per davvero un Paese lacerato come il nostro.
Premesso che i dialettali puri sono in minoranza e che spesso il dialetto viene ad innervare la lingua, i poeti antologizzati sono i seguenti: Fernando Bandini, Ernesto Calzavara, Maurizio Casagrande, Luciano Cecchinel, Fabio Franzin, Andrea Longega, Romano Pascutto, Eugenio Tomiolo (curati da Matteo Vercesi); Luigi Bressan, Luciano Caniato, Carlo Della Corte, Sante Minetto, Marco Munaro, Nerina Noro, Bino Rebellato, Sandro Zanotto (a cura di Maurizio Casagrande). Se in questo elenco spicca l’assenza di un paio di province della Regione (Verona e Belluno, mentre Venezia, Padova, Rovigo, Treviso e Vicenza sono ben rappresentate), ancora più evidente risulta il numero assai ridotto di voci al femminile (una soltanto), variabili che dipendono non tanto dall’arbitrarietà delle scelte, ma da caratteri oggettivi della poesia veneta. Solo alcuni dei nostri autori hanno utilizzato in poesia unicamente il dialetto, mentre la maggior parte ha frequentato anche il registro della lingua che, se per qualcuno costituisce il codice prioritario (Della Corte, Rebellato e Bandini, che è anche poeta in latino), quando essa venga mescidata opportunamente al dialetto (è il caso di Della Corte, Rebellato, Zanotto, Caniato, Calzavara) consegue esiti sempre apprezzabili, né andrà taciuta la componente di sperimentazione sulle potenzialità inespresse della lingua e del dialetto, anche incrociandoli fra loro, che appartiene sicuramente ad autori come Bressan, Calzavara, Zanotto o altri. Dei 16 autori proposti, quasi la metà è composta da poeti viventi, sia allo scopo di suggerire una linea di continuità fra passato e presente, visto che la poesia, come tutte le arti, richiede un sostrato su cui poter attecchire, sia perché spesso accade anche nel dialetto che da poesia nasca nuova poesia.»

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Fernando Bandini

STA LINGUA

Sta lingua la xe quela
che doparava me nona stanote
vardandome da dentro la soàsa.
La boca stava sarà, le parole
mi le sentiva ciare.
Me nona
la ga imparà sta lingua da le anguane
che vien zo da le grote
co sona mesanote
caminando rasente le masiere:
e da le róse
dove le lava fódare e nissói
se sente ciof e ciof sora le piere
e te riva un ferume de parole
supià dal vento
che zola par le altane.
Me nona
se ga levà na note co le anguane
par vegnere in sità.
Par paura dei spiriti che va
de sbrindolon tel scuro
la diseva pai trosi la corona.
La xe rivà de matina bonora:
subito dopo un brolo de pomari
ghe iera case e case da ogni banda.
La domandava el nome de na strada,
scoltando na sirena
la xe rivà in filanda.
«Senti sta tosa come che la parla»,
i pensava vardandola tei oci
i botegari e i coci,
«la pare un stelarin che vien dai orti»…
Sta lingua
la so ma no la parlo,
la xe lingua de morti.

QUESTA LINGUA – Questa lingua è quella / che mia nonna adoperava stanotte / guardandomi da dentro la cornice. / La bocca restava chiusa, le parole / io le sentivo chiare. // Mia nonna / ha imparato questa lingua dalle fate d’acqua / che scendono dalle grotte / quando suona mezzanotte / camminando rasente le muricce; / e dalle rogge / dove lavano fodere e lenzuola / si sente ciof e ciof sulle pietre /e ti arriva una polvere di fieno di parole / soffiata dal vento / che vola attraverso le altane. // Mia nonna / si è alzata una notte assieme alle fate d’acqua / per venire in città. / Per paura degli spiriti che vanno / a zonzo nel buio / diceva per i sentieri il rosario. / È arrivata di mattina presto: / subito dopo un brolo di meli / c’erano case e case da ogni parte. // Chiedeva il nome di una strada, / ascoltando una sirena / è arrivata in filanda. / «Senti come parla questa ragazza», / pensavano guardandola negli occhi / i negozianti e i fiaccherai, / «sembra un fiorrancino che viene dagli orti»… // Questa lingua io / la so ma non la parlo, / è lingua di morti.

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Luigi Bressan

LUJA

Vieni oncora longa
luja, ca no jera
bon libararme da putèlo
parché no ghea capìo
la verità dea to fame.
Vieni oncora coe tete
molà, i ocj de cativo sono:
to fioi tuti i’ li ga magnà de late.
Vieni a dirme te na recja
el segreto, l’agresa
dolse dea to carne.

SCROFA – Vieni ancora lunga scrofa, da cui non riuscivo a liberarmi da bambino perché non avevo capito la verità della tua fame. Vieni ancora con le tette pendule, gli occhi di cattivo sonno: i tuoi figli tutti li hanno mangiati di latte. Vieni a dirmi in un orecchio il segreto, l’agrezza dolce della tua carne.

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Ernesto Calzavara

I PAVÉRI

Quando a la luna le done
le sèra su i scuri
e se vede le ombre
dei gati sui muri
– vien zó a rebaltón la note sui copi
mi me par de morir pian pian
de stuarme anca mi col sol
par impizar sti ciari falsi,
sti pavéri, che me tien in vita
cussì…par gnente
in mezo a tuta sta zente.

I LUCIGNOLI – Quando alla luna le donne / chiudono le finestre / e si vedono le ombre / dei gatti sui muri / – viene giù a rotoloni la notte sulle tegole / a me pare di morire piano piano / di spegnermi anch’io con il sole / per accendere questi lumi falsi, / questi lucignoli, che mi tengono in vita / così…per niente / in mezzo a tutta questa gente.

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Luciano Caniato

ALLUVIONE, 1951

E dopo l’à fato come un seciaro
ch’a semo ’ndà zo in cantina
e a l’emo catà su la bóta.
Pùnteghi sui travi
e scunti marturei sota ai cupi.
Ò zigà.
De cao la mussa ligà
sgiarava cucà in fumarine.
«Pina!» dó volte ò ciamà.
Le ave a l’ò viste za morte.
«Eco l’Óndese!» ò dito.
«Farun e pitone, me bele
galine ovarole! Più gninte!».
Ò trato vin dal spinelo
ché la note de l’aqua
liga al pensiero di morti
e a so’ndà par le scale
come un galo a ponaro.
[…]
cuòra e lezza in cusina
e in cantina pèsta da morto.
Nissun.
Du culunbi inpetrìi sul cacaro.
Zimiterio la note e zuéte.
Ma i puriti jè come i mussi:
gninte i magna s’i pianze
e quelo ch’a dise i parun
brusaoci i lo ga ch’a ne dura
de più d’un piovale d’istà.
Alora: «Su le maneghe»,
ò dito, «me zente!
Da chì a ne nasse sumenza
s’a speten ch’a lodama la tera
la parola busiara di siuri».

ALLUVIONE, 1951 – E dopo [il Po] ha fatto come un secchiaio / ché siamo andati giù in cantina / e l’abbiamo trovato sopra la botte. / Ratti sulle travi / e nascoste martore sotto le tegole. / Ho gridato. /Lontano l’asina legata / scalciava vinta in nebbioline / «Pina!» due volte ho chiamato. / Le api ho viste già morte. / «Ecco il 1911!» ho detto. / «Faraone e tacchini, mie belle / galline ovaiole! Più niente!» / Ho spillato vino / perché la notte dell’alluvione / lega al pensiero dei morti / e sono salito per le scale / come un gallo a pollaio. // […] fango e ancora fango in cucina / e in cantina fetore di morte. / Nessuno. / Due colombi instupiditi sull’albero dei cachi. / Cimitero la notte e civette. // Ma i poveri sono come gli asini: / non mangiano niente se piangono / e quello che dicono i padroni / è per loro un soffione che non dura / più d’un acquazzone estivo. / Allora «Rimbocchiamoci le maniche», / ho detto, «mia gente! / Da qui non nasce semente / se aspettiamo che concimi la terra / la parola bugiarda dei ricchi».

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Maurizio Casagrande

A COEI CA ME ’ÈSE

Sa ti xe uno de coei
ca gà du cojoni cussí
ca sa coeo cal voe
ca nissuni gheo toe
sa te te alsi ’a matina
e te ghè ciaro da rènte
tuti coanti i to afari
sa te te rangi in cuxina
sa te stè senpre insima
’fà l’ojo
sa po’ te piase el formajo
sa no te xughi de tajo
mi te digo ca fursi
no ghemo gnente da disse
noantri

AL MIO LETTORE – Se per caso sei uno di quelli / che ha due palle così / che sa ciò che vuole / e anche come ottenerlo / se ti alzi al mattino / e hai già ben chiari da subito / tutti quanti i tuoi obiettivi // se ti destreggi ai fornelli / se devi sempre sovrastare il prossimo / se poi adori il formaggio / se non conosci il coraggio // io direi che forse / non abbiamo nulla da dirci / noi due

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Luciano Cecchinel

TAI E DONTURA

lengua dà zendadura
che scaturida
tu zabotéa, tu pèrz la ziera,
tu te incanta e tu crida
che pò de òlta tu inpenis la boca
fa na ziespa madura
ma par farte calèfa straca
fa de ’n òs dur che dura
lengua de la malora
sol par an miel de stela
o ’n coat de pezòla:
lengua tai e dontura

TAGLIO E GIUNTURA – lingua già spaccatura bruciante / che atterrita // balbetti, perdi la cera, / ti inceppi e gridi // che poi d’improvviso riempi la bocca / come una prugna matura // ma per farti sberleffo stanco / come di un osso duro che dura // lingua della malora / solo per un miele di stella // o un covo d’erica: / lingua taglio e giuntura

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Carlo Della Corte

COSSA VOL DIR?

Qualchidun me ga dito: «A la to età».
Cossa vol dir? Ghe xe forse ’na età
par serte robe, ’na età par ’ste altre?
Se andassi tuti in mona, tuti via…
O resté qua, ma scondendove i oci
co le man, vardandove drento,
lassandome mi vecio o giovanoto
par poco ancora
far de conto da solo co la vita.

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Fabio Franzin

CRÈPI

Zhèrti cèi, curti crèpi, tea tèra,
co’l sol la ssuga suìto,
dopo ’na spuaciàdha de piova tel sec.
Cussì ’e rughe drio ’l còl
scuro dei vèci. Quee che intìve
te mé pare, vègner fòra
soto ’l coét dea camìsa,
co’l sbassa un fià ’a testa.
Zhèrte, squasi invisìbii, sgrafàdhe del tenpo
tea fòdra dea vita.

SOLCHI – Certe piccole, corte crepe, nella terra, / quando il sole la asciuga subito / dopo uno sputo di pioggia sul secco. // Così le rughe dietro il collo / scuro dei vecchi. Quelle che scorgo / in mio padre, fuoriuscire / sotto il colletto della camicia, / quando abbassa un poco il capo. // Certi, impercettibili, graffi del tempo / nella fodera della vita.

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Andrea Longega

Senti che odor se capisse subito
che qua dentro ga dormìo
un omo solo
(ga da esser sta quelo
longo e séco che go incrosà
in sima de le scale).
Co i omeni xe soli
no i se cambia, i se lava poco,
la docia xe suta (na roba de manco
da netàr), i saoni xe ’ncora incartài,
i sugamani grandi piegai.
Se capisse subito se un omo
xe solo da sempre: co ’l se sistema
in un lèto a do piasse come questo
no ’l se snànara ben dapartuto
butando a reméngo le covèrte
ma el se tien ben stréto
tuto da na parte
quasi el dormisse ’ncora
in quel lèto picolo
che ’l gaveva da putèlo.

Senti che odore si capisce subito / che qui dentro ha dormito / un uomo solo / (deve essere stato quello / alto e magro che ho incrociato / in cima alle scale). / Quando gli uomini sono soli / non si cambiano, si lavano poco, / la doccia è asciutta (una cosa in meno / da pulire), i saponi sono ancora sigillati, / gli asciugamani grandi piegati. // Si capisce subito se un uomo / è solo da sempre: quando si sistema / in un letto a due piazze come questo / non vi si abbandona / mettendo sottosopra le coperte / ma si tiene ben stretto / tutto da una parte / quasi dormisse ancora / in quel letto piccolo / che aveva da bambino.

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Sante (Tino) Minetto

Soto i me oci

Cascava, me recordo,
cascava giusto el dì de San Martìn.
Sui campi e sui tabari on déo de brósema,
bestie e boàri a la remota in stala;
mi coi penòti,
ma dal gastaldo, al caldo, – sto buèlo! –
goti de vin noèlo
e slèpe de polenta infasollà.
A la vigilia, mi, come ogni sera
rivando da Bertìn – lu sempre pézo! –
lo cato sol pajón pontà sui gumbi,
tuto de sbiègo e i piè de picolón.
– Scóltame! – el dise alsandose in sentón,
pi rùstego che mai, sto foganèlo!
E po’ a fadiga e coàsi par dispeto
el màstega parole dùbie e tùrbie
cofà on indovinelo.
Ma intanto el se desgrava del magón
e dopo, almanco, el se rimete chièto
e tutto se finìo, cussì me pare.
Infatti el giorno drìo lo trovo mèjo,
co n’altra sièra e voia de schersare.
El ghéa parsìn magnà, beù, cagà…
Pòro Bertín!
E’ po de paca, sofegà da on sbóco,
gnanca vint’ani, el ga incrosà le ale.
Al funerale, mi, so mare e on can.

Cussì, soto i me oci, a l’improvviso!
Ma lu el se la sentìa, se pol giurarghe,
za da la sera vanti
coàndo che alsà in sentón sol cavassale
arfiando e mutegando el me diséa:
– Stímito ch’el faría pecà mortale
on drugo ingolosío
come mi…
come ti…
òpare ca no ghémo arte né parte…
e gnente da prométarghe…
Chieve ’l se ingropa e mi vardando in volta,
a fasso finta de no vèr sentìo.
E alora lu, col gòsso pièn de rànteghi…
– Anca se fusse no me son pentío;
e lo sa Dio se ghe ga piàsso, e coànto! –

[…]

E lí davanti ai morti,
duro inverío,
me son sbrocà col me latin boàro
e ghe go dito ’l vero a Cristodío:
– Bertín Segúro no ’l se ga pentío
par na passión…
che in fin dei conti no la xe on delito,
ma ’l ga crià, mi ghe scometo, e tanto,
anca se de scondón,
par no ’vèr bu rasón,
miseria e malatía, de on so dirito.

SOTTO I MIEI OCCHI Cadeva, mi ricordo, / cadeva proprio il giorno di San Martino. / Sui campi e sui mantelli un dito di brina, / bestie e bovari a riparo nelle stalle; / io con la pelle d’oca, / ma dal gastaldo, al caldo – quella canaglia! – / bicchieri di vino novello / e fettone di polenta in fagiolata. // Alla vigilia,io, come ogni sera / arrivando da Bertín – lui sempre peggio! – / lo trovo sul pagliericcio appoggiato ai gomiti, / tutto di traverso, e coi piedi penzoloni. // – Ascoltami! – / dice alzandosi a sedere / più che mai selvatico, questo foganèlo! / E poi a fatica e quasi per dispetto / mastica parole dubbie e torbide / come un indovinello. // Ma intanto si libera da un peso / e dopo, almeno, ritorna tranquillo / e tutto è finito, così mi pare. // Infatti il giorno dopo lo trovo meglio, / con tutt’altra cera e voglia di scherzare. / Aveva persino mangiato, bevuto, caccato… / Povero Bertín! / E poi di colpo, soffocato da uno sbocco, / neanche vent’anni, el ga incrosà le ale. // Al funerale, io, sua madre e un cane. // Così, sotto i miei occhi, all’improvviso! / Ma lui se lo sentiva, si può giurarlo, / già dalla sera prima / quando alzatosi a sedere sul capezzale / ansimando e mutegando mi diceva: / – Credi che farebbe peccato mortale / un selvatico ingolosito / come me… / come te… / òpare che non abbiamo arte né parte… / e niente da prometterle… / Qui si commuove ed io guardando in giro / fingo di non aver sentito. / E allora lui, con la gola piena di rantoli… / – Anche se fosse non mi son pentito; e lo sa Dio se le è piaciuto, e quanto! – // […] // E lì davanti ai morti, / duro come un vetro, / mi sono sfogato col me latín boàro / e ho detto la verità a Cristodio: / – Bertín Segúro non si è pentito / per una passione… / che in fin dei conti non è un delitto, / ma ha pianto, ci scommetto, e tanto, / anche se di nascosto, / per non avere avuto ragione, / a causa della miseria e della malattia, di un suo diritto.

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Marco Munaro

I POÈT AD SÈT AN

A P. Demeny
A Arturo e Bona

E me mama, sarand al lìbar dal Duér,
la sa stimaa, cuntenta, senza védar,
in ti òcc azur e sot’ a la front pina ad bógne,
l’anima dal so putìn ch’ag gnéa ingósa.
Tut al dì al sudaa ubidienza; tan
inteligént; ma di tic négar, di trat
i parea pruar cl’era ’n basapiléte.
’N tl’ombra di curidór macià ’d mufa,
pasand al tiraa la lengua, i du pugn
’n tl’angunaia, e ’n t’ òcc sarà ’l vdéa di punt.
’Na porta la svarzea ’n sla sira: a la lum
’l vdéa, là, alt, ch’al rantulaa su la rampa,
sot’ a un mar ad lus tacà pingulón al tét. L’istà
soratut, vint, stupid, l’éra tantà
’d sarars in tl’òra di cèss.
Là, al pensaa, chiét, e al snasaa.
Quand, lavà dai udor dal giórn, l’òrt
dadré la ca’, in ’nvèrn, al s’inlunea,
culgà sot’ a un mur, ’nvlà ’n tla smalta
al fracaa, par incantasmars, l’òc stórno,
e ’l scultaa buligar i pai marz patòcch.
Pietà! L’era parént sól di chi putlét
che, magar indult, senza bréta, òcc balutón,
i cazaa di dì cme spròc zaj e negar ad léza
sot’ a di vistì chi sea da nanìn e da vec
e i ciacaraa e iéra blin cme i òcch.
E s’ l’al cataa inpgnà a far pietà e scaréz,
so madar la sa spaantìa; l’èssar téndar, fónd,
dal putlét as butaa sóra cal sguiz.
L’éra bón. Lé la ghea l’òc azur, – busiard!
A sèt an, al faséa di poèma, sul vivar
’n tal grand desert, a la bataìza, Lìbar,
bosch, sói, rie, saane! – Al s’iutaa
con di giurnai ’nlustrà in dóa ca, rós impizz, al vdéa
dle Spagnóle ridar e dle ’Taliane.
Quand c’la gnea, l’òc négar, mata, vistida cme ’na zigagna,
– òt an – la fióla di operai darént,
la putleta salvadga l’ag déa ’na branculada
in tn àngul, e adòss, e squasand le treze,
e lu l’era sóta ad lé e ag tacaa ’ncòst co i dént a le culate
parché le la purtaa minga mai le mudande;
– lu, tramurtì e tut a forza ad pugn e panade,
as purtaa i saór dla so pèl ’n tla càmara.
Che burdighìn le dménghe smòrte ad dizémbar,

quand, ’ncraatà, su ’n ghiridón ad nós
al lzéa ’n Evangél piturà verd-càul;
di sógn ’l turmataa ogni nòt ’n tal lèt.
’N vléa brisa ben a Dio; ma ai òmm, c’a basóra,
négar, co ’na blusa, al vdéa turnar da la Fècula,
o al marcà indo’ cla zént la crida e la rid
sot’ a ’n smartlamént ad campane.
Al s’insugnaa di prà amurós, e onde
d’lus, udor san, sbuciars d’or,
ch’i s’àgita calm e i ciapa ’l vól.
Ag piaséa soratut star al scur,
quand, ’n tla càmara nuda co le persiane sarade,
alta, blu, pina agra d’umidità,
al lzéa al so poèma mai fnì da meditar,
pin ad ziél zzai lurid e piope ’ngade,
ad fior ’d carn ’n ti bosch ’d falistre s-ciupà,
strambalón, crudàr, in tal fòss e scaréz!
– Intant ca ’s fasea ’l rumor dal culmèl
in bas, – sól, e cucià su dle pèze ad téla
gréza, e strulicand viulent la véla!

26 mag 1871.

I POETI DI SETTE ANNI – E mia madre, chiudendo il libro del Dovere / si compiaceva, soddisfatta, senza vedere, / negli occhi azzurri e sotto la fronte piena di bernoccoli, / l’anima del suo bambino che aveva schifo. // Tutto il giorno sudava obbedienza; tanto / intelligente; ma dei tic neri, dei tratti / parevano provare che la sua devozione era falsa. / Nell’ombra dei corridoi macchiati di muffa, / passando tirava la lingua, i due pugni / in tasca (all’inguine), e negli occhi vedeva dei punti. / Una porta si apriva sulla sera: al lume, / lo vedevano là, alto, rantolare sulla rampa, / sotto un mare di luce attaccato penzoloni al tetto. L’estate / soprattutto, vinto, istupidito, era tentato / di chiudersi nell’ombra fresca dei cessi. / Là, pensava, quieto, e annusava. // Quando, lavato dagli odori del giorno, l’orto / dietro casa, in inverno, s’illunava, / sdraiato sotto un muro, avvolto nel fango / premeva, per suscitare immagini incantate, l’occhio storno, / e ascoltava brulicare i pali completamente marci. / Pietà! Riconosceva amici solo quei ragazzi / che, magrissimi, senza berretto, occhi sporgenti, / cacciavano dita come spini gialle e nere di fanghiglia e sterco, / sotto dei vestiti che sapevano di infante e di avi / e chiacchieravano, dolcemente idioti, come ochi. / E se lo sorprendeva intento nella sua pietà e nel suo ribrezzo / la madre si spaventava; l’essere tenero, fondo, / del ragazzo si gettava su quel trasalimento. / Era buono. Lei aveva l’occhio azzurro, – bugiardo! // A sette anni, faceva poemi, sul vivere / nel gran deserto, affocato, Libero, / boschi, soli, rive, savane! – Si aiutava / con dei giornali illustrati dove, rosso acceso, vedeva / delle Spagnole ridere e delle Italiane. // Quando veniva, l’occhio nero, matta, vestita come una zingara, / – otto anni – la figlia degli operai vicini, / la ragazza salvatica gli dava una strapazzata / in un angolo, e addosso, e squassando le trecce, / e lui era sotto di lei e le mordeva il culo / perché lei non portava mica mai le mutande; / – lui, mezzo tramortito a forza di pugni e calci, / si portava i sapori della sua pelle in camera. // Che struggimento le domeniche smorte di dicembre, / quando, incravattato, su un comodino di noce, / leggeva un Vangelo dipinto verde-cavolo; / dei sogni lo tormentavano ogni notte nel letto. / Non amava Dio; ma gli uomini che, verso sera, / neri, in camicia, vedeva tornare dalla Fecola, / o al mercato, dove la gente grida e ride / sotto uno smartellamento di campane. / Sognava prati amorosi, e onde / di luce, odori sani, sbocciare d’oro, / che s’agitano calmi e prendono il volo. // Gli piaceva sopra tutto stare al buio, / quando, nella camera nuda con le persiane chiuse, / alta, blu, piena acre di umidità, / leggeva il suo poema mai finito di meditare, / pieno di cieli gialli luridi e pioppe annegate, / di fiori di carne nei boschi di faville scoppiati, / vertigine, crolli, deragliamenti e brividi! / – Mentre maturava il rumore nella via / in basso, – solo, e piegato su delle pezze di tela / grezza, e strolicando violento la vela!

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Nerina Noro

VICENZA

su le to strade
go reçità
la me vita.
Giorno par giorno
te go fotografà
dentro ’n tei oci.
Te porto con mi
dapartuto, ’n tel sangue.
Ghe xe i me morti
soto ’sta tera!
’N te la to aria
ghe xe le so vose,
se tuto tase
sento anca el fià.
Dentro al to gnaro
mi trovo tuto:
pianto, speransa,
sogni desfà.
Trovo anca i basi
che go ciapà.

VICENZA Le so vose: le loro voci. Fià: fiato. Gnaro: nido. Desfà: disfatti.

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Romano Pascutto

’NA CARTUINA DAL CARSO

Me pare mort l’è sta un bon patriota,
ma no l’ha mai fat nissuna confusion
fra patria e bae che conta la storia.
L’è partì lassando me mare a strussar
co sie fioeti picui, pessoni e cagoni.
’Na volta dal Carso n’ha mandà lustra
’na cartuina co sie bugnigui sentadi
sora l’urinal e ’na trombeta in boca.
Sora gera scrit in grando: W L’ITALIA!
Te domande de perdonarme, popolo mio:
co sinte i fassisti parlar de patria
me vien in ment i sie fioeti sentadi
su l’urinal, che i sonava par davanti
e co pi’ gusto trombetava par dadrìo.

UNA CARTOLINA DAL CARSO – Mio padre morto è stato un buon patriota, / ma non ha mai fatto nessuna confusione / fra patria e balle che racconta la storia. / È partito lasciando mia madre a penare / con sei figli piccoli, con il moccio al naso. / Una volta dal Carso ci ha mandato lucente / una cartolina con sei bambini seduti / sull’orinale e una trombetta in bocca. / Sopra era scritto in grande: W L’ITALIA! / Ti domando di perdonarmi, popolo mio: / quando sento i fascisti parlar di patria / mi vengono in mente i sei bambini seduti / sull’orinale, che suonavano per davanti / e con più gusto trombettavano per didietro.

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Bino Rebellato

’NA BEA MATINA

’Ntel pantan de vermi che so mi
gnen drento tuto ’l gòdarse
de ’a bea matina. Canpi taraji
visèe fiuri nuvoe no i ga gnente
de ’a legra furia
che me rabalta.
Ghe n’avesse na s’cianta
osèi montagne buschi malghe çiéo
che gnancora se move.

UNA BELLA MATTINA – In questo pantano di vermi che sono io / viene dentro tutto il godersi / della bella mattina. Campi terragli / vigne fiori nuvole non hanno niente / della allegra furia / che mi stramazza. / Ne avessero un poco / uccelli montagne boschi malghe cielo / che ancora non si muovono.

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Eugenio Tomiolo

Mi no go gnente e so de pochi schei
e cô camino no go fermo el passo;
vogio cantar, ma me go poca vose,
strete de colo le camise,
el sangue bate ne la testa voda,
galine che starnassa xe el pensier,
me frua la costa el respirar ansioso,
gnente de bon me speto, e son contento.

Io non ho niente e sono di pochi soldi / e quando cammino non ho fermo il passo; / voglio cantare, ma ho poca voce, / strette di collo ho tutte le camicie, / il sangue batte nella testa vuota, / galline che starnazzano è il pensiero, / mi consuma la costola il respiro ansioso, / niente di buono mi aspetto, e sono contento.

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Sandro Zanotto

COFÀ UN PESSE DA FONDI

Sentai tacà na ribola da tendare
no se pole scalumare le rive verte.
anca se no te voi se va drio na carezà
sensa cormei da segnarla. Drio ste aque
marse e ferme da senpre.
Co l’ocio no varda le rive, el cata na facia
che vien su dal pantasso cofà un pesse
da fondi («ergo age, fallaci timide
confide figurae»): no se la vede ben
ma la ghe xe, svelta cofà na scaja
che salta su l’aqua, co la se ferma
la va soto e te la perdi.
Quei che va, ga el so purgatorio
senpre distante dai slarghi,
qua in sto palùo de l’anema
ghe saremo senpre in neterno amen:
chi ga la so fede no xe mai rivà.

COME UN PESCE CHE VIVE NEL FONDO – Seduto accanto a una barra di timone a cui badare / non si possono osservare con attenzione le sponde aperte. / Anche non volendo si segue una carreggiata / senza paracarri che la seguano, dietro queste acque / putride e ferme da sempre. / Quando l’occhio non guarda le sponde, trova un volto / che sale dal profondo stomaco come un pesce / che vive nel fondo («ergo age, fallaci timide / confide figurae»): non lo si vede bene / ma c’è, svelto come un sasso piatto / che salta sull’acqua quando si ferma / si immerge e lo perdi. / Quelli che vanno, hanno il loro purgatorio / sempre lontano dai luoghi aperti, / qui in questa palude dell’anima / ci saremo sempre in eterno amen: / chi ha la sua fede non è mai arrivato.