Matteo Telara

Matteo Telara – Amavamo farlo

 

dalla finestra

Erano seduti a un tavolino rettangolare da quattro – due su di un lato e il terzo sull’altro – indossavano pantaloni di cotone scuro e camicie a maniche corte bianche. Tenevano le giacche ammassate sulla spalliera delle panche, una sull’altra. “Dobbiamo liberarcene” stava dicendo il meno grasso. Erano tutti e tre obesi .
Avevano dita obese, colli obesi, polsi obesi, e sui polsi obesi portavano orologi in metallo dorato – o forse d’oro vero e proprio – che di tanto in tanto si rigiravano tra le dita.
“Non ce n’era bisogno se uno non faceva la cazzata”.
Il più grosso dei tre, che se ne stava affondato sulla panca dirimpetto agli altri due, lanciò un’occhiata di rimprovero al tipo che aveva appena parlato.
“Adesso la finisci” continuò il meno grasso.
“Neanche ho cominciato”.
“Chiudete quelle fogne voi due. Ne ho le palle piene di questa storia”.
Parlavano a voce bassa. Col mento incassato nel collo e la fronte piegata sul tavolo, e lo sguardo che girava attorno con indifferenza.
“Abbiamo ancora tempo. Non si sono ancora accorti di nulla, non della ragazza perlomeno”.
“Sembra facile” intervenne il tizio seduto di fianco a quello che aveva parlato per primo, “qui basta che uno fa la cazzata, e ce l’abbiamo nel culo tutti”.
“Appunto. Facciamo le cose insieme e non ci saranno problemi”.
Il ristorante era affollato. I tre sedevano a un tavolo d’angolo lontano dal resto della sala. Il tavolo era davanti al vetro che dava sulla strada. Fuori era buio. Pioveva.Sul marciapiede passavano coppie intirizzite sotto ombrelli piegati dal vento. L’acqua cadeva dal bordo della tenda del ristorante in diagonale. La scritta sopra la tenda diceva “Trattoria da Giuseppino”.
“Allora ripercorriamo l’intera faccenda” disse l’obeso più grasso. “Nessuno l’ha vista, giusto?”
“Non credo”.
“Non credo o sei sicuro?”
“Sono sicuro. Ma non si sa mai”.
“Capisci?” Intervenne l’altro. “Come si fa a stare tranquilli?”
Arrivarono gli spaghetti allo scoglio. Il cameriere li posò a centro tavola e se ne andò, e andandosene disse buon appetito. Loro studiarono il vassoio per un istante che parve non finire mai, poi cominciarono a servirsi.
Fecero porzioni abbondanti. Ripulirono il vassoio e riempirono i piatti all’inverosimile. E concedendosi una pausa dalla loro discussione si misero a mangiare.

La ragazza non avrebbe dovuto trovarsi dove si trovava, questo era il punto.
Se non si fosse trovata dove si era trovata non avrebbe visto quello che aveva visto. Se non avesse visto quello che aveva visto, non sarebbe successo quello che era successo.
L’obeso più grasso aveva ripetuto questo ritornello fino alla nausea. La colpa non era loro. La colpa era della puttana.
“Non chiamarla puttana” gli aveva risposto più di dodici ore prima l’obeso meno grasso, mentre ancora si districava lungo il corridoio sul retro della discoteca, “non è una puttana ok?”
“E tu cosa ne sai?”
Il tipo si era fermato, era sudato, teneva tra le mani una caviglia della donna. “Ho detto che non è una puttana”.
“Era. Adesso non c’è più” aveva mormorato il terzo tizio, spostandosi lateralmente con l’altra caviglia stretta nelle dita.
“Non era una puttana, bene, siamo tutti d’accordo allora. Qualcuno almeno sa il suo nome?”
“È arrivata ieri con le nuove, come si fa a sapere il suo nome? E comunque puttana o meno è morta”.
“Quello che è successo è successo” aveva ripreso il più obeso dei tre, muovendosi a fatica e ansimando, “e la colpa non è nostra. Noi dobbiamo solo toglierci dalle palle e farlo in fretta”. Si muoveva all’indietro, nella penombra, tenendola stretta sotto le ascelle. “Cristo di un dio, non ce la fate a sollevare le gambe più in alto? Sta strusciando col culo dappertutto”.
“Siamo degli assassini” aveva ripreso il meno grasso.
“Non siamo degli assassini, toglitelo dalla testa. Non ci pensare nemmeno. Concentrati su quello che stai facendo maledizione. È stato un incidente”.
Eccoli, tre buttafuori obesi a trascinare il cadavere di una ragazza lungo il corridoio di una discoteca.

Il piano era alleggerire le casse del capo. Ed era un piano facile.
Il capo era il proprietario della discoteca in cui lavoravano e di un’infinità d’altre cose di cui solo lui era a conoscenza. Molte delle sue ‘entrate’ erano costituite da contanti che dovevano essere spesi in fretta. Altre da contanti che si accumulavano nella cassaforte dell’ufficio e che poi sparivano a settimane di distanza. Altre ancora da contanti di cui nessuno sapeva niente. Il capo non c’era mai. Aveva una nuova fidanzata. Stava girando il mediterraneo sul suo nuovo yacht.
Questa valanga di soldi arrivava in discoteca ogni giovedì mattina dentro una borsa di pelle nera. Succedeva che qualcuno proveniente da chissà dove lasciava la borsa sotto la scrivania dell’ufficio. Soldi da far sparire. Soldi da distribuire, da suddividere, da frazionare. Soldi da utilizzare per stipendi e spese varie. Soldi che negli ultimi tempi erano divenuti sempre più spesso materia di litigio tra i gestori della discoteca.

I due gestori non andavano d’accordo, e qui stava il cuore del piano. Il capo programmava già da tempo di liberarsene. Lo sapevano gli animatori, lo sapevano i camerieri, i buttafuori, i fornitori. Lo sapevano le bariste, i lavapiatti, le ballerine, i giardinieri e le donne delle pulizie. Questione di poche settimane e sarebbero stati cacciati a pedate tutti e due.
Ma intanto i soldi continuavano ad arrivare.
Sottrarre la borsa, tutto qua. Poi i buttafuori si sarebbero parati le spalle a vicenda, i gestori si sarebbero scannati l’un l’altro, il capo avrebbe perso le staffe. Qualcuno ci avrebbe rimesso la testa. “Facile come una pisciata da seduti” aveva detto il più obeso dei tre.
La borsa veniva lasciata sotto la scrivania dell’ufficio alle sei in punto, e nessuno si recava in discoteca fino all’ora di pranzo. I buttafuori sapevano – loro come altri – dov’era nascosta la chiave dell’entrata, e conoscevano il codice dell’allarme. Ma sapevano anche che chiunque con un minimo d’iniziativa avrebbe potuto procurarsi le medesime informazioni.
Il primo problema l’avevano incontrato al momento di trovare la chiave: il nascondiglio era diverso da quello che si ricordavano.
Poi avevano sbagliato a digitare il codice dell’allarme.
Infine erano entrati in due, mentre il terzo – il meno grasso – era rimasto in macchina a controllare la strada.
Ma si era distratto.
Il tempo di piegarsi a cercare l’accendino finito sotto il sedile e non si era accorto della ragazza comparsa sul lato opposto del marciapiede.
La ragazza era nuova. Era sola. Era straniera. Non era stata avvertita di non doversi recare in discoteca prima dell’ora di pranzo.
Quando il tizio si era sollevato, aveva fatto appena in tempo a vederla mentre entrava dalla porta sul retro. Era uscito dalla macchina e aveva attraversato la strada, e guardandosi attorno era entrato a sua volta in discoteca, proprio nell’istante in cui gli altri due se la ritrovavano davanti e le saltavano addosso.
Si era a sua volta gettato sul gruppo. C’era stata una colluttazione. Erano volate grida. Qualcuno aveva usato troppo le mani.
La ragazza era rimasta a terra.

Finiti gli spaghetti arrivarono tre porzioni di gamberetti e calamari al forno. Sgabei ripieni, patate fritte, verdure grigliate e due bottiglie d’acqua minerale.
I due seduti l’uno di fianco all’altro mangiavano tenendosi il tovagliolo stretto intorno al collo e sollevandolo di tanto in tanto per ripulirsi le labbra. Continuavano a parlare a fronte bassa e sottovoce.
“Magari stava già male e non lo sapeva”.
“Stava bene. Con un corpo del genere vuol dire che stai bene”.
“Dovevamo rubare dei soldi, non uccidere una persona”.
Il più obeso ascoltava.
Poi smise di mangiare, si passò il tovagliolo sulla bocca e controllò l’orologio. “Adesso vi spiego come stanno le cose” disse, “a tutti e due”.
Si servì un bicchiere d’acqua e mormorò “ogni giorno nel mondo la gente nasce e la gente muore, non sta a noi giudicarne le ragioni, è così e basta. Chissà quanti colli avete già spezzato e neanche lo sapete. Il punto è che non volevamo fare del male alla ragazza, questo è l’unica grande verità. Però è successo. Le cose accadono. Sono accadute a lei, accadono a noi. Accadono allo stronzo che ci ha servito o alla coppia che sta cenando là in fondo. Tutto dipende da dove ci troviamo nel momento in cui queste cose accadono. La ragazza non doveva trovarsi là. Si è fatta male. È morta. Fine della storia. Quello che dobbiamo fare noi adesso è seppellirla e sperare che nessuno la trova. E questo è quanto”.
I due dirimpetto a lui non dissero niente.
Con un gesto della mano l’obeso che aveva appena finito di parlare ordinò il conto e tre caffé. “In fondo questo casino potrebbe anche farci comodo” riprese poi, “pensateci: la ragazza era nuova. Adesso è scomparsa e insieme a lei è sparita anche una borsa piena di soldi. Uno più uno fa due se non sbaglio. Il resto non sono fatti nostri. Noi” disse, “ci atteniamo ai piani. Semmai resterà da capire come ha fatto a sapere della borsa e a entrare in discoteca. Ma anche questo non ci riguarda. Che se la vedano i due cretini e il capo”.
Pochi minuti dopo si alzarono e andarono a pagare. E pagando scambiarono due chiacchiere col proprietario della trattoria. Potevi vederlo da come discutevano che si conoscevano.
Io mi alzai un momento dopo averli visti uscire. Lasciai la mia compagna al tavolino col caffè ancora fumante tra le dita e andai a saldare il nostro conto.
“I tre seduti al tavolo d’angolo” dissi non appena fui di fronte alla cassa, “quelli che se ne sono andati…”
“Sì”, disse il proprietario.
“Sono facce familiari, mi domandavo se lavorano in qualche discoteca della zona. Sono sicuro di averli già visti da qualche parte…”
“Sono autisti d’autobus” mi rispose, “vengono a cenare sempre qui prima di cominciare il turno di notte”.
Annuii. Pagai. Ringraziai. Feci i complimenti allo chef. “Tutto ottimo” dissi.
E una volta al tavolo mi sedetti di nuovo davanti alla mia compagna e le sussurrai “autisti d’autobus”.
Lei trattenne a stento una risata.
Durante la cena, un’infinità di minuti prima, mi aveva sorpreso a fissare qualcosa alle sue spalle. “Bé? Che c’è?”
“Sto pensando a una storia” le avevo risposto.
Aveva sorriso, si era girata e si era accorta anche lei dei tre tizi al tavolo d’angolo. “Quindi?” aveva chiesto voltandosi nuovamente verso di me.
“Quindi ancora non so, non ne sono sicuro”.
Mi aveva guardato. Aveva gli occhi vivi. Amavamo farlo. Amavamo andare a cena fuori nelle notti di tempesta, a vedere il mondo che si ostinava a non voler smettere di girare.
“Cosa ne dici?” le avevo chiesto. Aveva questa sua dolcezza, questa sua bellezza tutta candore e sensualità a scivolarle sulle pupille ogni volta che condividevamo il pensiero di una storia.
“Dico che sembrano tre che hanno appena fatto qualcosa di losco”.


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Matteo Telara vive tra Italia e Nuova Zelanda dove lavora come insegnante d’italiano per la Società Dante Alighieri di Auckland.
Ha pubblicato un pamphlet dal titolo Come una supposta al punto (2002) e un romanzo/flusso di coscienza dal titolo Totem (2003), entrambi con Edizioni Clandestine.  .
È uno dei redattori di LPELS e fa parte del collettivo iQuindici (www.iquindici.org), lettori volontari nati in seno all’esperienza della Wu Ming Foundation.

 

Matteo Telara – La colpa fu…

[Un vecchio frammento, tratto dal pamphlet “Come una supposta al punto” (Edizioni Clandestine, 2003) per la sezione Surf]

La colpa fu di mio padre, signori della giuria. Non si tratta della solita giustificazione di comodo, ma della sacrosanta verità.
Mi portò al cinema a vedere un film che avrò avuto sì e no dodici anni.
Un mercoledì da leoni.
Usciti dal cinema dissi:
“Voglio farlo anch’io.”
Mio padre sorrise.
“Certo” rispose.
I genitori si dimenticano di essere stati bambini. Dimenticano che alle volte i bambini sono più seri degli americani. I bambini non scherzano, se dicono una cosa è perché la stanno veramente pensando, è perché hanno veramente intenzione di farla.
Il giorno dopo presi la tavola da stiro di mia madre e me la portai al mare.
Affondammo entrambi.
Quella santa donna non l’ha ancora digerita: doveva tenerci parecchio a quella tavola da stiro, cristo santo.
Mio padre capì che non c’era più niente da fare. LA PRIMA GRANDE SVOLTA DELLA MIA VITA si era appena verificata, tanto valeva trovarmi una tavola decente.
Erano gli anni ottanta, i surf pochi e quasi tutti d’importazione, ma rintracciai un tipo che mi diede una mano a comprarne una.
Fu una Blade. La mia prima tavola.
Una via di mezzo tra un pattino e una chiatta, una tavola italiana con un nome in inglese.
Chiesi cosa significava e mi risposero: “lama.”
Fu con quella lama che tagliai le mie prime onde, e furono onde magiche, interminabili, onde morbide come cuscini, calde come coperte, e materne.
Non era un gioco. Entravo in mare con una corda legata alla caviglia ed erano dolori. Cadere significava zoppicare per giorni, ma non potevo certo starmene fuori a guardare.
I ragazzini non hanno quasi mai paura.
Vivono sul limite. La loro sì che è una vita spericolata. Pensano svelti e sbagliano svelti, ma sono svelti a riprovare.
I ragazzini amano gli skateboard e sognano avventure, mica come noi.
La mia prima cicatrice mi diede l’ebrezza della mia prima sbornia.
Il surf ti si scrive sul corpo.
Tatuaggi naturali.
Molto più significativi di quelli che ci si fanno dipingere addosso da qualche rincoglionito dentro sgabuzzini che odorano di ospedale: il surf è fatto di cicatrici che portano con sé l’odore del salmastro e che non basterà un inverno intero a far rimarginare.
Il surf è fatto di storie, e di racconti, e di fuochi accesi a notte fonda sulla spiaggia. Fuochi che bruciano lenti e che sanno di musiche distanti.
È fatto di silenzi, il surf.
Vendetti la Blade un paio d’anni più tardi, non ricordo né a chi né per quanto, so solo che non la rividi più.
Erano arrivate le tavole americane, sapete com’è. Gli anni della Rusty e della Town and Country: beato chi ce le aveva.
Si parlava dell’oceano come della luna, e quando qualcuno tornava da un viaggio era tutta una vertigine di racconti e di gesti, e per una strana forma di rispetto o riverenza gli lasciavi prendere onde che senza dubbio erano destinate a te.
Oggi senti i ragazzini di quattordici anni raccontare delle Hawaii come se stessero parlando di Viareggio.
Non c’è più poesia in mare, oggi.
Gli inverni erano freddi, le mute pesante, i surfisti pochi. Dal porto le persone ci guardavano come se avessero avuto un palo congelato in culo: avevano più freddo loro di noi, potete giurarci.
Gli amici mi prendevano per scemo.
“Non siamo mica in California” frase tipo del lunedì mattina a scuola.
Non me la sono mai presa. In fondo non potevano capire: ero in classe e annusavo il salmastro nell’aria altro che California.
Qualche volta arrivava la Capitaneria di Porto a cercare di raddrizzarci: fare surf significava fare qualcosa di illegale, infrangere la legge.
Dura lex sed lex direbbe il mio avvocato.
Ed era così.
Era chiaro a tutti che un surfista non era ‘ben inserito nella struttura sociale’, e che quindi ‘andava tenuto d’occhio.’ Gente che si butta in mare a gennaio per prendere le onde “è gente che non ha tutte le rotelle a posto”, gente che oggi è qui e domani chissà, “stanno stuprando bambine ai giardinetti pubblici.”
Il surfista è portato naturalmente ad amare le cose più che a odiarle, ma provate a spiegarlo a chi veste un’uniforme e vi rideranno in faccia. Poi vi chiederanno i documenti.
Oggi non siamo più ritratti come criminali pericolosi ma è probabile che qualcuno ai giardinetti pubblici ogni tanto ci vada: i tempi stanno veramente cambiando forse.
Quelli della Capitaneria li chiamavamo i C.P. Era una specie di guardie e ladri, una sfida che stuzzicava l’intelligenza, anche se di Einstein in mare non ne ho mai visti molti.
Una volta arrestarono due dei nostri e fu quasi una rivoluzione. Se lo racconti adesso sembra che stai parlando del medioevo: cristo santo, ho solo venticinque anni!
I personaggi che venivano in acqua allora la gente di oggi se li sogna. Non era una moda, era un istinto.
Il surf.
Una volta un tizio si cagò in mano e lanciò lo stronzo in faccia al tipo che lo aveva fatto incazzare: scene così in mare non se ne vedono più purtroppo.
Nell’autunno del ’94 lasciai la spiaggia.
Fu una vigliaccata, lo so.
Ma allora sognavo di diventare QUALCUNO, sognavo il cinema, la città, e sognavo di vivere da solo: mi ero rotto dei genitori e compagnia bella.
Presi e me ne andai via.
Volevo fare il regista, pensate un po’.
Partii per l’università pensando che sarei tornato di tanto in tanto per fare surf e non capii che ci sono cose nella vita alle quali o ci si dedica anima e corpo o è meglio lasciare perdere.
Alla fine lasciai perdere. Proprio così.
Vivere in città è adatto a gente che in città c’è nata e ci ha vissuto. Andatelo a chiedere a chi è nato sul mare cosa ne pensa di una città sperduta tra chilometri e chilometri di terraferma; ci si può stare un mese o un anno, ci si può stare anche una vita intera, ma ci si sta male.
Inutile.
Si annega tra rimpianti che non sanno neanche un po’ di salsedine tra gente che quando gli parli non ha la più pallida idea di quello che stai dicendo. Ci sto morendo, io, in questa città di merda.
La colpa fu di mio padre, e questo già lo sapete.
Ma prima o poi anch’io finirò l’università.
Pagherò il conto e uscirò dalla porta principale, tutto qua.
A chi mi chiede cosa farò da grande rispondo: prenderò le onde, farò surf.
Ed è così che andranno le cose.

 

Matteo Telara nasce a Viareggio nel 1975 ma cresce a Marina di Carrara. Dopo gli studi classici, si laurea in Lettere Moderne a Firenze, con tesi di ricerca sull’opera del cineasta Luigi Faccini.
Estratti della sua tesi di Laurea sono stati pubblicati nel volume Io e Marina (Edizioni Ippogrifo, 2005).
Ha pubblicato un pamphlet giovanile dal titolo Come una supposta al punto (Edizioni Clandestine, 2002) e un romanzo/flusso di coscienza sul surf dal titolo Totem (Edizioni Clandestine, 2003).
È stato editor di questa case editrice dalla fine del 2002 all’inizio del 2004.
Viaggiatore instancabile e surfista, ha passato gran parte della sua vita in giro per il pianeta e ha svolto i più svariati mestieri.
Dal 2007 al 2010 è stato insegnante di italiano e membro del comitato Dante Alighieri per la Società Dante Alighieri di Auckland, in Nuova Zelanda, dove ha vissuto a partire dalla fine del 2005.
Fa parte del collettivo iQuindici (www.iquindici.org), lettori volontari nati in seno all’esperienza della Wu Ming Foundation.