massimo troisi

A quel tempo io ero un ragazzo (poesie a Massimo Troisi)

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A quel tempo io ero un ragazzo (a Massimo Troisi)

 

#1
Voltandoti su un fianco nel sonno
d’abitudine come forse dormivi
a mezzo respiro, a bassa voce.

#2
Le battute dei miei più cari amici
lievi e improvvise come le tue
gesticolando a caso, nel discorso

#3
Dentro mi è rimasto il desiderio, poi
la pena di non averti mai parlato
non averti mai portato fuori a cena.

#4
Non ricordo più se è vero o immaginato
soltanto, il pianto di quel quattro giugno
sera tardi, in cucina, mio e di mia sorella.

#5
Ditemi cosa ha detto Troisi, la notte
dello scudetto contava la tua battuta
più della vittoria: Spegnete il gas, la luce.

#6
Stamattina leggo di chi non si spiega
che non ti capiva, fosse un problema
come se il talento si dovesse spiegare.

#7
Mi sei mancato sempre, con la nostalgia
di un amico, di un compagno di scuola,
quello che all’ultimo manca al calcetto.

#8
A quel tempo io ero un ragazzo, tu giovane
più di come sono adesso, le tue espressioni
le battute a memoria, anche una tua poesia.

 

© Gianni Montieri

 

 

Le cronache della Leda #17 – E in sogno ero Robert Redford

robert redford - foto Scott Bohem getty images

robert redford – foto Scott Bohem getty images

Le cronache della Leda #17 – E in sogno ero Robert Redford

 

Ho fatto un altro sogno.

Nel sogno ero Robert Redford. Un bellissimo e anziano Redford. Non facevo più l’attore da tempo, ma ero un saggio coltivatore di patate e barbabietole bio. Il sogno si svolgeva in Ohio, che si trovava poco sotto la Lombardia. In pratica era l’Emilia. Io, nei panni di Redford, parlavo con accento emiliano, ma intercalavo spesso le parole con Well e So. Vestivo come una cuoca dell’Arkansas o del Minnesota. Non che io sappia come vadano vestiti da quelle parti, ma nel sogno lo sapevo. Non organizzavo alcun Sundance, del cinema non me ne importava più. Organizzavo e gestivo i mercatini di prodotti naturali dell’Ohio. La sede della mia onlus era a Modena.

Avevo tanti cavalli che amavo moltissimo, ma che non cavalcavo mai. Tutti marroni, eccetto Bob che era pezzato. E Anselmo che era nero. A metà del sogno rifiutavo l’Oscar alla carriera in aperta polemica con l’Academy, rea di essersi rifiutata di sostenere la mia campagna a favore della ventilazione ecologica della Sierra Nevada. Che nel sogno era la Franciacorta, ai confini con l’ex Unione Sovietica. Campagna alla quale avevano aderito, naturalmente, Julia Roberts, George Clooney, Brad Pitt e i fratelli Cohen. Questi ultimi si chiamavano di nome Adriano e Luigi e stavano a Bologna, dove gestivano un fondo per lo smaltimento ecologico dei film venuti male. Presidente onorario era Ken Wanda Loach. A Ken Wanda stava particolarmente a cuore lo smaltimento degli Horror usciti in tutti gli agosti precedenti, in anteprima, nei cinema all’aperto della riviera romagnola, che nel sogno si chiamava: Santa Monica.

Mio padre era ancora vivo ed era Susan Sarandon. Un alieno di Marte Primo che aveva la piadineria più famosa dell’Alabama. Mio padre Susan mi amava tanto e appoggiava in tutte le mie iniziative. Per le piadine usava solo prodotti forniti o suggeriti da me. Ci vedevamo  poco perché per andare in Alabama c’era da fare la A14 che anche in sogno era un inferno.

Il Presidente era un mio carissimo amico, Robert De Niro, un democratico. Aveva da poco affermato che suo padre era gay e che aveva sofferto. Da sveglia ho controllato e questa cosa pare sia vera.

Avevo due fratelli minori meravigliosi, Marco Pantani e Massimo Troisi, entrambi pugili. Entrambi super-leggeri. Entrambi medaglie d’oro alle Olimpiadi del Suriname. Erano simpaticissimi e totalmente viventi. Nel tempo libero costruivano capanne di girasoli e nei giorni di festa mi venivano a trovare. Facevamo dei pranzi  dove parlavamo di poche cose ma molto a lungo. Eravamo proprio figli di nostro padre Susan.

Il martedì pomeriggio facevo sempre delle lunghe passeggiate fino a alle porte di Vignola, passavo un paio d’ore a chiacchierare di letteratura, sport e vecchi amori con un mio amico carissimo, andavo a trovarlo alla Casa del buon ritiro, era lì che aveva scelto di stare, si chiamava Philip Roth.

Leda

***

©Gianni Montieri

Massimo Troisi – un pensiero, un ricordo

Ricordo che  quando morì Massimo Troisi io e mia sorella tornammo a casa molto tardi, quindi presumo sia capitato durante un weekend, diciotto anni fa. Ricordo che guardammo i telegiornali della notte e che piangemmo. Massimo Troisi per noi (e non solo per noi) era sempre stato qualcosa di più di un comico. Spesso sembrava più un amico del gruppo che faceva molto ridere. Ma era un grande attore, con una mimica gestuale e facciale che non ha eguali. Aveva il dono di saper far ridere e porre l’accento sui problemi del Sud, sociali e economici, in maniera lieve. Ti mostrava tutte le contraddizioni facendoti ridere moltissimo, ma le metteva tutte sul piatto. Un comico vero, unico. Stasera lo ricordo con due video, due cose molto diverse ma che amo molto: “Il Dialogo con Dio” e “Una poesia”.

gianni montieri

Dialogo con Dio

Una Poesia

Solo 1500 N. 9 – Reading per nessuno (ovvero: ‘a machinetta p’ò cafè a una tazza)

Solo 1500 N. 9 – Reading per nessuno (ovvero: ‘a machinetta p’ò cafè a una tazza)

Può capitare, come è capitato e capiterà, di partecipare a un reading poetico, al quale non assista un pubblico numeroso, o al quale non  assista alcun pubblico. Questo capita per difetto dell’organizzazione, perché il reading si tiene in posti strani, perché non lo si pubblicizza, perché nessuno conosce i poeti che lo terranno. Perché di colpo piove. Sono cose che si mettono in conto. Può anche capitare, come è capitato e spero mai più capiterà, che si debba tenere un reading in una condizione molto favorevole: un posto bellissimo, un luogo situato al centro di un paese antico, che sia una serata estiva meravigliosa, che per una circostanza favorevole molta gente confluisca in quel luogo. Bene, molto bene, e invece no. E’ capitato che chi organizzi (e, che in teoria, dovrebbe aver interesse che il pubblico ci sia) manifesti, invece, una strana premura, ma diciamo pure fretta, a trasferirsi, per le letture, in altro luogo che, seppur suggestivo, risulterà essere irraggiungibile anche per il più grande appassionato di poesia vivente. A me tutto questo ha riportato in mente una frase che recitava Massimo Troisi, in uno dei suoi film più belli:  “Scusate il ritardo”. La frase, pronunciata  riferendosi all’anziano e solitario professore, del  quale usava la casa di nascosto, suonava più o meno così: “Chiste nientemeno ancora cu ‘a machinetta p’ò cafè pe una perzona sola. Cioè, secondo me, è proprio ‘o massimo da solitudine. Cioè, chiste nun spera maje ca’ ‘o vene ‘a truvà qualcuno”. Che i poeti – per  qualcuno –  siano delle Moka per single?

Gianni Montieri

 

qui il pezzo del film di Troisi, da cui viene la frase:

Scusate il ritardo

 

 

 

 

 

qui i link ai tre numeri precedenti:

N.6   N. 7  N. 8