Massimo Sannelli

Flavio Almerighi, Ignoti

Flavio Almerighi, Ignoti, e-book, Lotta di classico,* Genova 2018

Ignoti, di Flavio Almerighi, è una raccolta che sfodera, smaschera, rivela e riporta la parola “angelo” al significato originario, contemplato, accanto a quello di “messaggero”, nella lingua d’origine, il greco antico: l’angelo, negato nella sua retorica, ripulito dal fumo, de-pennato, torna a essere qui, essenzialmente, “annuncio”. Di che cosa? Nella risposta a questa domanda risiede la cifra di una raccolta che ad arte si infligge il sottotitolo “robaccia inedita”: l’annuncio di smettere di attendere un salvataggio, ancor prima che un’impensabile (che pur sempre gioca a rimpiattino con “indispensabile”) salvezza, da qualsiasi parte essa sia attesa. Facile nichilismo? Direi proprio di no, giacché, nel riportare, bruscamente e senza orpelli, fatti e individui ignoti, elementi scaraventati comodamente nell’inconscio, si intende, a me pare, strattonare sonoramente gli ignari. Una poesia che mostra in modo evidente quanta inutile ignavia ci sia dietro le distinzioni tra poesia lirica e poesia civile, tra intimismo e invettiva. Senz’altro colta, trapuntata di riferimenti (penso all’attacco di l’ebbra, nel quale sembra riecheggino espressioni di Tutti i giorni di Ingeborg Bachmann), a volte schiaffati in primo piano, altre volte infilati in cuciture del tessuto poetico, è una poesia che spinge all’inciampo, e non di rado a quell’inciampo che introduce alla memoria collettiva. Leggo in tal senso Bologna Centrale, malattie del corallo, Perdendo la vita. L’inciampo è, ancora, occasione di svelamento del presente e dei suoi legami con il passato – passato, viene da pensare, tritato e maciullato, ma mai del tutto trascorso – e con il dato permanente dell’esistenza umana, forzatamente a termine; in tale contesto leggo altri componimenti particolarmente carichi di suggerimenti e suggestioni come benché precari, l’ebbra e il componimento in ‘fortissimo’ radicchi nel campo.
Il ricordo generazionale, l’orma individuale ci sono, e dispongono di una delicatezza che forse ad altri può apparire inattesa, ma che trovo profondamente collegata ai sentieri poc’anzi menzionati. Saranno allora ‘annunci’, nuovamente annunci, ma dalla quiete, non pacificata, della riflessione, testi quali sui gradini della canonica, le mie scelte musicali, l’amore ama il silenzio.

© Anna Maria Curci

benché precari 

Il giorno della festa definitiva alla riforma
mia figlia se ne andò al mare scrivendomi
che le mancava un po’ la spiaggia con me,
divertiti – risposi.
Presi tutto con filosofia, tre grammi circa
al corso parlottai a lungo con la nuca davanti,
diedi confidenza, diceva e non diceva.

È già passato un anno
torna il caldo poi è freddo,
nemmeno l’ombra di tutto quel lavoro riformato.
I nuovi dirigenti, sempre loro
grandi innovatori di metafore, dicono
che qualcosa al piú non avrà funzionato,
massimo il venti, trenta per cento poco meno
è da mettere a regime.

Nel corso di quella profonda revisione
alcuni si sono gettati dal dimenticatoio
benché precari e neri come la notte,
qualcun altro in mare
tra le invettive di chi li rimorchiava;
in banca servono fantastiche bibite ghiacciate
solo a chi non ha sete.

Rimane il nodo della classe media
qui deposta,
riposi in pace sotto la Riforma.

 

Bologna Centrale

Seduto sotto una pensilina assolata,
aspettando l’autobus mi rendo conto
che a Bologna Centrale
sono sempre le Dieci e Venticinque.

(altro…)

Emilio Capaccio, poesie da Voce del paesaggio

capaccio_voce-del-paesaggio

Inventatevi un oroscopo

Inventatevi un oroscopo. Qualità e tare ereditarie,
somiglianze con fratelli e sorelle.
Brevettate un modo di comunicare,
un sorriso indecifrabile.

Parlate dell’ambiente che vi ha ispirato,
del mare che vi ha affievoliti,
della montagna
che ha dato fibra e risolutezza.

E i venti diranno di avervi conosciuto
in luoghi che eternamente si contrastano,
dove le montagne
– lanterne antiche sull’acqua –
sono tutto quello che si acquisisce.
Il mare,
quello che si disperde!

 

*

Breve autunno

Una volta le foglie in assonnati moti cadevano.
Ora, uno dopo l’altro, si susseguono gli uragani.

Le mattine si congiungono alle sere.
I tenui pomeriggi dell’ora solare
staccandosi a metà arco del giorno
hanno lasciato un freddo nastro di oscurità.

Non c’è più il calmo fluttuare delle foglie
e per tingersi di giallo
non c’è tempo.
– Il tempo s’adegua al tempo che portiamo! –

Solo un rude strappare e un correre a un’altra
stagione.
Sotto gli archi ramati dei tigli del parco
non ci sono indizi di memorie.

Le foglie sono subito terra!

*

Chi mi aspetta

Vado con volto inapparente.
La casa è lontana.
È dove si nasconde il treno del ritorno.
Mi mobilita il tempo.
Mi dirigo come un fantasma.
A tratti, ad ogni istante,
appaio in posti più vicini
prossimo al risveglio.
La casa è sommersa
dove l’azzurro dell’arrivo cola altre tinture
e manda cartoline agli uccelli.
All’uscita della stazione una bimba
mi aspetta tutte le sere
su un manifesto sgualcito che dice:
«Scomparsa il 6 dicembre».
Mi sorride blandamente.
Pensa:
«Che stupidi! continuano a cercarmi
ora che è facile incontrarmi
in ogni preghiera!»

*

Storie sull’autunno

L’autunno è comparso a chiazze
come una malattia endemica
sulla cappa delle aiuole.

Non si vede più un cane per strada
un essere libero
di rovistare nell’immondizia
o sognante sotto i portici.

Non escono la sera.
Restano impressi sul divano
a sentire quello che si svelenano
una madre e una figlia.

Le farfalle morirono
durante l’ultima glaciazione.

La luna non è più venuta
da quando precipitò
dietro casematte quinquagenarie
a ridosso dei parchetti degli spacciatori.

– La vede una donnola ogni tanto
a un centinaio di chilometri di distanza
in qualche rada boscaglia. –

Le foglie ancora incerte
non sanno
se andare a un cielo che non le chiama
o trattenersi nel braccio vegetale.

Io mi sono sbagliato.
Non dovevo dar retta
a quelle storie sull’autunno!

*

L’attesa

C’è immobilità nell’aria.
Vegeta un nulla raggrumato
sulla carcassa del giorno.

Nel fogliame tra la pervinca
sfrega il ragno esili zampe
che intessono l’attesa.

*

Corrispondenza

Con calligrafia di solitudine
vorremmo scrivere lettere al Cielo
a un non ben definito companheiro
per parlare con lui da uomo a uomo.

Ma dopo il “Caro Gesù…”
e i nostri figli, che in altri nidi sono andati,
apponiamo una croce da analfabeta
sopra un’interminabile dormita.

 

Emilio Capaccio, da: Voce del paesaggio. Prefazione di Massimo Sannelli, Kolibris 2016