Massimo Cacciari

Di cosa parla Massimo Cacciari quando parla da Massimo Cacciari – di Stefano Brugnolo

Renzo e Azzecca-garbugli

Di cosa parla Massimo Cacciari quando parla da Massimo Cacciari: un esempio di malcostume intellettuale

di Stefano Brugnolo

 

Quanto dirò nasce dalla lettura di un articolo uscito su Repubblica del 7.8.2015. In realtà poi quel pezzo era l’anticipazione di un saggio uscito con il titolo Re Lear. Padri, figli, eredi (Edizione Saletta dell’uva, 2015). Non conosco quel libro e mi baserò solo sull’articolo. Leggendolo infatti non ho resistito alla tentazione di esprimere la mia irritazione. Intanto premetto che per me Massimo Cacciari vale qui solo come un esempio circa un modo poco responsabile di fare uso delle parole e dei pensieri. In secondo luogo aggiungo che quello che dirò, ammesso che interessi a qualcuno, non è certo ispirato da una attitudine anti-intellettualistica o anti-filosofica. No, a me piacciono tantissimo i discorsi complicati e difficili, ma pretendo poi che questi discorsi, per quanto difficili e complicati, mirino sempre ad essere intellettualmente onesti, mirino cioè a dire qualcosa di specifico, rendendosi comprensibili e criticabili. Parola per parola. Virgola dopo virgola. Massimo Cacciari costituisce invece l’esempio di qualcuno che quando scrive si sottrae a questi obblighi che per me sono di tipo etico soprattutto allorché qualcuno si pone nei confronti degli altri come un maestro di pensiero.
Dico poi subito che Massimo Cacciari (non sto parlando tanto del politico ma del filosofo) non mi ha mai convinto. Non mi convinceva né quando faceva il marxista-nietzschiano né adesso che dialoga con i teologi, parla d’angeli e discute come se niente fosse di trinità e transustanziazione. In definitiva mi sembra un pensatore nervoso, generico e confuso. Certo, ha letto un mucchio di libri, ma non li ha meditati a lungo e digeriti bene, e così alla fine non fa altro che echeggiare le idee degli altri, senza elaborarle originalmente e coerentemente. Non riconosco in lui una linea di pensiero ben definita e articolata ma tante suggestioni e echi poco amalgamati. Può parlare e letteralmente parla di tutto in totale spregio della specializzazione del lavoro intellettuale che imporrebbe di parlare solo di questioni di cui ci si è presi a lungo cura. Lui no, crede di poter dire la sua su non importa che e chi. E badate non è una esagerazione, ve ne rendete conto subito se date un occhio ai suoi titoli: ci trovate di tutto, e altro ancora. La convinzione credo è quella secondo cui se si è filosofi, e magari filosofi di genio, si possa speculare su qualunque fenomeno o aspetto del mondo, della vita, dell’essere. Ma non è vero, i filosofi moderni sempre più si consacrano a questioni specifiche di cui divengono esperti. Se ci si dedica a filosofare sulla politica, per esempio, non è detto che poi si pretende di speculare con identica cognizione di causa intorno alla morale, alla religione, alla storia, alla scienza, all’arte, alla letteratura, all’economia, all’architettura, alla mente, alla moda, al linguaggio, alla natura, eccetera. Conosco per esempio un filosofo americano, Arthur Danto, che nel corso del tempo ha dato notevoli contributi filosofici sull’arte moderna, per esempio sulla Pop Art come momento di svolta nel modo di concepire l’arte in Occidente. Danto è ritornato tante e tante volte su queste questioni, approfondendole e variandole, e in effetti a leggerlo si impara molto. Insomma quel filosofo come molti di noi cerca il generale concentrandosi però sul particolare. Ma va da sé che filosofi dalla vocazione generalista come Cacciari sentirebbero come troppo stretta una simile gabbia e che a loro piace pronunciarsi sul grande, sulle questioni prime e ultime. Il prezzo però che si paga allorché si fa questo è la genericità e la vacuità. E infatti quasi mai una proposizione di Cacciari o una sua serie di proposizioni mi sono sembrate affermare qualcosa di specifico e pregnante, degno cioè di essere discusso seriamente e a lungo. Le sue mi paiono quasi sempre words words words. Parole che ti cadono addosso e che ti travolgono come una slavina. Che magari ti imbambolano ma che non diventano mai una vera e propria argomentazione compiuta. Non è neanche che uno non sia d’accordo è che le sue affermazioni non sono del tipo di quelle che è possibile valutare per poi dichiararsi in accordo o in disaccordo. Più che proporre delle tesi mi pare che miri a suggestionare chi legge. Per darvi una idea di quel che intendo cito quasi a caso un passo:

Ma il Mare – che cosa ri-vela [sic] questo suo nome, questo nome, Mare, che il Greco ignorava? Lo ignorava forse proprio perché proveniente dalla radice “mar”, che indica il morire, dal sanscrito “maru”, che significa l’infecondo deserto? O non ci verrà esso, piuttosto, proprio dal ‘fondo’ mediterraneo, pelsagico? Mare è l’ebraico “mar”, è l’accadico “marru”: è il sapore salmastro di “Thàlassa”. E’ l’amaro della sua onda. È l’antico, mediterraneo nome di “hàls”.

Ora, vi chiedo è una parodia di Massimo Cacciari o è proprio Massimo Cacciari? …Vorrei potervi dire che è una parodia ma invece no: è proprio Massimo Cacciari, dal suo libro Arcipelago. È Massimo Cacciari al suo meglio, cioè al suo peggio. Chi legge Massimo Cacciari si sente un po’ come si sente Renzo con Azzecca-garbugli: mentre quello «mandava fuori tutte quelle parole» Renzo lo «guardava con un’attenzione estatica, come un materialone che sta sulla piazza e guarda al giocator di bussolotti, che, dopo essersi cacciata in bocca stoppa e stoppa e stoppa, ne cava nastro e nastro e nastro, che non finisce mai.» Insomma, ci si sente spaesati ma anche incantati, stupefatti. Uno non sa bene di cosa esattamente si stia parlando, ma certo se ne sta parlando “alla grande”. Molti escono come storditi, piacevolmente ubriachi da queste immersioni nei discorsi di Massimo Cacciari, ma quasi mai saprebbero riassumervi il contenuto di quei discorsi. E in effetti se poi si va a vedere un poco più da vicino le cose che ha “veramente” detto allora l’incanto viene meno e subentra l’incredulità, il sospetto. Uno per esempio si aspetta che lui ci “riveli” finalmente cosa mai significhi questo magico termine: mare… Anche perché ha posto la domanda in quel modo enfatico, salmodiante: «Mare – che cosa rivela questo suo nome, questo nome, Mare?» E invece si trova a confrontarsi con una valanga di etimologie più o meno fasulle. Certo non sono pochi i filosofi che hanno giocato con le etimologie, e tra tutti vorrei ricordare il grande guru Martin Heidegger, che già se ne infischiava un bel po’ della loro attendibilità ma ecco qui Cacciari si rivela davvero una specie di imitatore acrobatico dell’oracolare ma austero Martin. E’ una specie di carnevale etimologico il suo. Si parte da etimologie magari fors’anche probabili per arrivare ad altre puramente immaginarie, basate quasi solo su assonanze, suggestioni vertiginose. E si tenga presente che molte di queste sue immaginarie etimologie gli provengono, come rivendica lui stesso proprio in Arcipelago, da Giovanni Semerano, un indoeuropeista largamente screditato dalla comunità scientifica (ma pregiatissimo da filosofi come Severino e Galimberti…). Prima di continuare con Cacciari fermiamoci un momento su questo Giovanni Semerano. Ecco un esempio del suo modo di procedere preso in prestito da Wikipedia.
Allora, in un suo libro Semerano considera il termine Ápeiron (ἂπειρον), parola centrale nella filosofia di Anassimandro. Questo filosofo definisce l’elemento da cui hanno origine tutte le cose, il loro principio (in greco antico arkhé) con il termine àpeiron, che abitualmente viene ritenuto costituito da a- privativo (“senza”) e da péras (“determinazione”, “termine”) e tradotto pertanto come “indeterminato” o “infinito”. Ora, Semerano riconduce invece il termine al semitico ‘apar, corrispondente al biblico ‘afar e all’accadico eperu, tutti vocaboli che significano “terra”. Non sono in grado naturalmente di intervenire sul merito della questione, anche se mi confonde un po’ questa catena di somiglianze per cui da un termine greco si passa a uno semitico (e biblico) e poi a uno accadico. Mi sembra da profano qual sono una strana accozzaglia. Massimo Cacciari che a quanto pare se ne intende molto più di me di tali questioni nella prefazione a un libro intitolato alla Dicotomia indoeuropeisti-semitisti (La Finestra Editrice, 2018) così descrive il metodo di Semerano: «si tratta di rilevare il meticciamento continuo tra distinti e opposti come il fattore fondamentale di ogni storia o destino. Forte di questo metodo, Semerano compie innumeri e decisive scoperte». Ancora una volta risulta per me del tutto sibillino il corsivo finale, ma lasciamo perdere questi vezzi. Quel che mi allarma è questa idea del «meticciamento continuo tra distinti e opposti». Io non so come vada «in ogni storia e destino» ma credo che quando si tratta di fare delle osservazioni scientifiche sarebbe meglio non meticciare (e cioè confondere) gli opposti e i distinti. O no? Però appunto siccome non sono un esperto né di indoeuropeo, né di accadico, né di etimologia, magari qualcosa mi sfugge e perciò passo la parola al glottologo competente, al mio amico Francesco Rovai che lui sì se ne intende, ed ecco cosa mi dice a questo proposito:

In tutte le sue ricerche etimologiche e dedicate alla ricostruzione dei rapporti di parentela linguistica, Semerano si basa unicamente, come qui, sul criterio dilettantistico della somiglianza formale: il greco ‘ápeiron’ somiglia all’accadico ‘eperu’, dunque possono essere messi in relazione. La mera somiglianza formale non è però un criterio valido per la ricerca etimologica. Non solo non è un criterio sufficiente (il latino ‘habere’ e il tedesco ‘haben’, nonostante le evidenti similarità di forma e significato, NON SONO etimologicamente connessi), ma non è neppure necessario (il latino ‘decem’ e il gotico ‘taíhun’ “10”, a dispetto dell’evidente difformità, SONO etimologicamente connessi).

Il che mi conferma in quella mia idea che quel meticciamento continuo di parole corrisponda a una metodologia confusa che produce risultati sensazionali ma destituiti di fondamento. Comunque, lasciamo perdere per un momento questo aspetto su cui poi ritornerò, ecco adesso le conclusioni a cui arriva Semerano sulla base delle sue scoperte: il noto frammento di Anassimandro, in cui si dice che tutte le cose provengono e ritornano all’àpeiron (e cioè all’infinito), non si riferirebbe ad una concezione filosofica dell’infinito, ma ad una concezione di “appartenenza alla terra”, che si ritrova nel testo biblico: “polvere sei e polvere ritornerai”. E non è finita, sempre sulla base di questa scoperta, Semerano rilegge tutto lo sviluppo della filosofia greca riconducendo la filosofia presocratica essenzialmente ad una fisica corpuscolare, che accomunerebbe tra gli altri Anassimandro, Talete e Democrito. L’intera vicenda della nascita della filosofia greca non viene vista come una miracolosa isola di razionalità, ma come parte integrante di una più estesa e antica comunità umana che comprende anche la Mesopotamia, l’Anatolia e l’Egitto. Ripeto le basi su cui Semerano arriva a questa conclusioni sono a quanto pare fasulle ma non è questo quello su cui vorrei soffermarmi ora; vorrei invece riflettere proprio sulla mania di spiegare certe grandi svolte storiche sulla base di una o due etimologie. Anche se quelle etimologie non fossero così fantasiose come sono, non è comunque che tu puoi riscrivere la storia del mondo sulla base di queste tue presunte scoperte. Se davvero c’è, mettiamo, una consonanza tra cultura greca, mesopotamica, ebraica ecc. ciò dovrebbe risultare da una serie di altri indicatori. Non da una improbabile etimologia. Ripeto qui non mi importa tanto stigmatizzare che Cacciari Severino Galimberti non tengano alcun conto del giudizio che gli specialisti hanno portato su Semerano (evidentemente credono di saperla più lunga di quelli), quel che mi importa è l’idea che si possa pretendere di decidere questioni di così grande portata con qualche sciabolata etimologica. E mi importa segnalare anche un’altra cosa a cui qui accenno soltanto: Semerano è il tipico rappresentante di un pensiero “ribaltante”, e cioè di un pensiero che ribalta quanto tutti gli altri studiosi hanno finora sostenuto, dimostrando (si fa per dire) che si tratta di una sequela di errori, di fraintendimenti che nessun altro prima avrebbe notato. Chiamiamola anche la sindrome del velo di Maia, o meglio dello squarciamento di un velo che fino ad ora impediva di vedere le cose come stanno. Questo dispositivo di pensiero assomiglia molto a quello dei cosiddetti complottisti, quelli cioè che dicono che una certa verità (enorme, scandalosa, ecc.) è stata colpevolmente occultata, e che essa va finalmente svelata e raccontata alle genti. E infatti il libro dove Semerano ha proposto questa interpretazione si intitola L’infinito: un equivoco millenario (pubblicato, ahimé, da Einaudi). Cioè, in altre parole, per secoli e secoli siamo vissuti dentro un equivoco e abbiamo continuato a credere che ápeiron significava indeterminato o infinito ed ecco che a un certo punto è arrivato Semerano che, da solo, ha finalmente dissipato quell’equivoco, rivelando così l’altra verità, quella “veramente vera”. Lo so che posso sembrare pesantemente ironico ma quel che qui sto dicendo è che al di là di altre considerazioni occorre diffidare di rivelazioni così strabilianti che non si connettono al lavoro paziente degli altri studiosi, che con un colpo solo risolvono nodi intricati, questioni difficilissime.
Ma ritorniamo al passo sopra citato di Cacciari. Come si vede già al primo sguardo Cacciari qui sta usando alla sua maniera Semerano e le competenze “accadiche” di quello, e anzi si direbbe che lui rincara la dose, abbandonandosi a una vera orgia di meticciamenti semantici. Come reagire davanti a passi come questo? Sta forse Massimo Cacciari propugnando una tesi basata su argomenti razionali e magari “condita” di suggestive analogie? No, io direi che tutto il suo discorso è un flusso continuo di immagini, e che dunque esso si dà come un discorso puramente analogico, poetico, ipnotico. Non è la correttezza dell’argomentazione e dell’informazione che conta, ma appunto la presunta brillantezza delle immagini proposte. Si veda quando scrive che la parola mare ci verrebbe da un ‘fondo’ mediterraneo, pelasgico? Cosa cavolo intende dire Massimo Cacciari quando parla di “fondi pelasgici” da cui, come Venere dalle acque, sarebbe emersa quella parola? Mah, lasciamo perdere per ora. E anche in questo caso ricostruiamo il metodo: l’idea di fondo è quella secondo cui se tu risali alle presunte origini di una parola risali anche alle origini, all’essenza del concetto, e anzi risali dal nome alla cosa stessa (è come se nella parola mare Cacciari sentisse il gusto amaro, salmastro del sale…). In questo Cacciari è ancora un tardo epigono di Heidegger che più di altri ha preteso che le etimologie potessero condurre alla verità. In realtà questo è un atteggiamento magico, iniziatico, infantile in senso letterale, perché sono i bambini che pensano che nomina sunt consequentia rerum. I bambini e i poeti, certo, i quali ultimi però se lo possono permettere perché programmaticamente giocano con le parole. Ma i filosofi dovrebbero invece avere un atteggiamento più responsabile verso le parole, e per esempio dovrebbero sapere che il significato di una parola non sta certo nella sua presunta origine, ma nella sua storia, nella sua evoluzione, nell’uso che le comunità ne hanno fatto nel tempo, negli accordi che gli uomini prendono circa il loro significato.
Il grande poeta Gioacchino Belli ci ha lasciato uno straordinario ritratto di questi apprendisti stregoni dell’arte etimologica e non resisto alla tentazione di proporvela:

Agli etimologisti

Se il senso vuoi scavar di pellegrina
voce scabretta che ti guardi bieca,
tolto un pezzuolo di radice greca
pestal con mezza sillaba latina.

Ivi all’uopo con giusta disciplina
altri strani caratteri interseca;
e l’ebraico e ‘l siriaco in mezzo reca,
né ti scordar de la caldaica mina.

E allor che il tuo vocabolo disposto
ti cominci a pigliar buona figura,
se ti sturba alcunché mutagli posto.

Per tal modo ogni onesta creatura
può spiegare un oracolo nascosto
e nel cerchio trovar la quadratura.

(altro…)

Luigi Di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010

LDR_cop

Luigi Di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010, Marcos y Marcos, 2019; 20 €

La voce è tutto, è un intero destino. Massimo Cacciari, in una conferenza svoltasi a Vignola per Poesia Festival nel 2017, affermava che la poesia, se è tale, mostra l’abisso di ogni parola ed è per questo che spesso appare oscura la poesia, perché lo è necessariamente, avendo a che fare con la radice ultima della parola, che appunto è abisso. In fondo, secondo il filosofo, nessuna parola indica per davvero la cosa; la poesia mostra se stessa quindi attraverso l’enigma che il linguaggio incarna nel miracolo della voce. La voce di un poeta come Luigi Di Ruscio, nato in povertà a Fermo nel 1930, emigrato a 27 anni in Norvegia per lavorare una vita in fabbrica a Oslo, è «frontale, diretta, mirata alla esclusiva verità della propria testimonianza». Così scrive Massimo Raffaeli nell’introduzione.
È un libro importante, questo, prezioso. Un libro che fa dire: finalmente. L’edizione per la collana Le Ali di Marcos y Marcos, curata benissimo da Massimo Gezzi, vede la copertina di Luca Mengoni, splendida nel restituire il ritratto del poeta.
La voce, dunque. Dunque il corpo, e il lavoro: per Luigi Di Ruscio il lavoro è stato essere operaio. E con questo, dentro la sua speciale parabola esistenziale, diventare, essere poeta.
Franco Fortini, in “Verifica dei poteri” (esattamente in “Astuti come le colombe”) scriveva: «m’è sempre parso che la contemplazione affascinata d’una condizione operaia vista tutta nel rapporto fra uomo e macchina, e l’altra dilettazione incantata, del calarsi nella “oggettività”, fossero due tipici errori, o uno solo, del materialismo non dialettico». Nel caso di Di Ruscio, lo scrittore è l’operaio – mentre Fortini vedeva lo scrittore come l’intellettuale artefice di una praxis rivoluzionaria intesa come automutamento coincidente con il cambiamento ambientale. Operaio-scrittore, ecco: tutta la soggettività dell’autore è dentro questa relazione e nel rapporto uomo-macchina.
Dice bene Gezzi, dopo aver illustrato al meglio le modalità con cui Di Ruscio è intervenuto (riscrittura, taglio, spezzatura e asciugatura dei versi) nell’arco di più di cinquant’anni (dal 1953 fino alle ultime modificazioni intervenute nel 2010): «queste Poesie scelte sono sì un’autoantologia ma, in buona misura, sono anche un altro libro». E fa capire che si tratta qui di affrontare un viaggio. Lo dice con parole perfette: «i lettori (…) attraverseranno la rabbia, la fatica, la protesta e la fiducia testarda nella scrittura che promanano da questi versi». Quindi, se il lavoro operaio ha rappresentato la condizione fissa e immutata, l’automutamento per lui è avvenuto necessariamente con il lavoro di poeta dentro quella condizione.
È tutto un atto di esistenza-resistenza, titanico, quello che Di Ruscio ha testimoniato con la scrittura, con la sua voce.
La forza è tutta nel dato materiale. Stupisce – veramente – come sia stato questo a nutrire per intero la sua poesia, istruendone i contenuti e dettandone il ritmo. Come indica giustamente Raffaeli: è una poesia (fortunatamente, aggiungo io) in controtempo.
Ecco un testo del 1966, eccezionale per intensità di ritmo, stile, visione. Ricorda il grande Pavese. Sono versi che sentiamo ancora vicini e attuali, proprio perché in controtempo, così arcaici, archetipici, primari:

Mangia in estate pomidori in inverno patate
conosce la carne alle feste comandate
o quando mietono o battono
i porci li para tirando pietre precise sulle groppe
correndo sul campo dei foraggi
scopre i nidi degli uccelli e delle serpi
mette i lacci sui fossi per gli uccelli assetati
alla sera sta silenzioso con gli occhi pieni di sonno
sente i discorsi dei grandi
e certi pensieri li fissa nel cervello
l’ulivo è come l’uomo
soffre il caldo in estate e in inverno la tramontana
e pensa metà nel sonno all’uomo e all’ulivo
all’olio che sta tra le parti del pomodoro
in cui inzuppa la mollica del pane
scacciando le mosche stancamente perché è l’ora del sonno
appoggia sulla coscia della madre la testa
dove ora le mosche possono fermarsi
non hanno più la mano veloce che le prende a volo
e gli stacca le ali per farle continuare a vivere
come un verme che la gallina becca. (altro…)

I colli: Luzi e Zanzotto


Hanno dimostrato lunga fedeltà alla vita, Luzi e Zanzotto, mirando all’essenza, a «quel giro stretto di vita e volontà»[1] che è amore che tutto lega. Un’unica grande lezione, questa, calcatasi in loro una volta per sempre, e imparata nuovamente dopo ogni dimenticanza, sempre attraverso il fuoco acceso della poesia.
Sono dieci anni che Luzi è scomparso, quattro Zanzotto.
Si può forse finalmente dire, oggi, che Mengaldo sbagliava nell’avvertire nella poesia di Luzi l’esercizio di un «orgoglio travestito da umiltà»; e sbagliava ancor di più il critico milanese nel trovare in questo esercizio una sua presunta «quasi schifiltosità spirituale», degna di tradursi il più delle volte in un elegante ma in fondo deludente «preziosismo formale estenuato ed araldico.»[2]
No: all’umiltà invece, o meglio ancora a una collezione di sguardi umili, infatti, si è rivolto e continua a rivolgersi – possiamo dirlo, oggi – Luzi: «A me premono più gli uomini umili, gli emarginati, ma non tanto per una preferenza di tipo classista, ma perché io vedo in questi, più nudamente scritto, il loro destino, la loro inquietudine. Sono un po’ immagini archetipe in cui mi pare che si legga meglio il problema, il volto dell’umano, il mistero: in definitiva, il destino.»[3]
Lo stesso vale, seppure evidentemente in modo diverso, in Zanzotto: la sua poesia, consentendo che altre lingue rispetto a quella del soggetto ne venissero a comporre la voce, si è aperta e si apre ancora oggi a una simile umiltà di sguardi e di partecipazione.[4]
Più vicini di quanto per anni si è probabilmente creduto, quindi, il poeta fiorentino e il poeta trevigiano.
(altro…)

Cosa germoglia – filosofi per la poesia

???????????????????????????????

.

(…) Che fummo?
Che fu quel punto acerbo
Che di vita ebbe nome?

 

Zanzotto, in questi versi tratti dal Coro dei morti nello studio di Federico Ruysch, vede il più alto testamento di Leopardi. Riconosce qui in particolare quattro parole cardine della sua poesia, che sono del resto autentiche gemme per la poesia in generale: punto / acerbo / vita / nome. Di queste, il compimento, la fioritura potremmo dire, è ‘nome’.[1] Da intendersi, meglio, in senso più ampio, Logos: «forza, energia che raccorda, germinare primo di ogni linguaggio. Logos è ciò che dona parole (nomi e pensieri-nei-nomi).»[2] Senza nome, senza Logos, tutto ciò che viene prima (il punto come termine istantaneo e fisso, l’acerbo che dovrà maturare, la vita intera nel suo sostanziarsi) non avrebbe peso.
Il poeta, in fondo, diffida delle parole. Le ama, certamente, perché gli mancano e non può che cercarle, ansiosamente. E forse non se ne diffida mai abbastanza,[3] nei loro confronti spesso non si pone la giusta distanza. D’altronde, il poeta che viene dal fastidio di parlare, come da un immenso campo scuro, sa bene che è tutto scorgere, magari balbettando poco prima sull’orlo dell’afasia, uno scintillio.
In questo consisterebbe la resistenza, ancor oggi, della poesia: cercar luce, e corrisponde questo all’inesausto compito di recuperare ciò che è adveniente. Chiedendosi: cosa germoglia (o può continuare a germinare) verso il futuro, una volta anticipata consapevolmente la morte, possibilità estrema verso cui l’esserci si spinge?[4] Tutto muove a partire da questo interrogativo, così come da quelli posti nei versi iniziali di Leopardi… Cos’è? – domandiamo in continuazione – mentre subito in questo s’inanella un altro “cos’è”; portatori di domande dentro la domanda, di fronte a noi campeggia una permanente insufficienza di risposta.
Interrogativi – è bene evidenziarlo – declinati al passato. Necessariamente, perché il poeta parla sempre al passato, costitutivo di tutto, del presente come del futuro. Vuole sempre l’origine, il germoglio appunto. E lo fa cantando. «Cantare… segno di timore», scrive Leopardi nello Zibaldone.[5] Cantare, già: un’intonazione del dolore, potremmo dire – dolore che viene essenzialmente da quell’assenza di risposta, col fine di zittirlo, di superarlo con la musica.
Seguendo le indicazioni del filosofo Carlo Sini,[6] pensiamo a come con parole rese rivelative ed evocative, e mediante il canto, il poeta faccia accadere i nomi delle cose, faccia apparire le cose. E come continui oggi in qualche modo a farlo, evocando fedeltà all’antica oralità, resistendo così all’altrettanto antico assoggettamento, compiutosi con l’avvento della scrittura, della poesia alla filosofia. O forse nella contemporaneità riconosciamo come il poeta sappia resistere “fabbricando” la particolare, personale disposizione grafica della “pagina poetica”, attraverso quel “foglio-mondo” dove continuare a produrre il reale, cercando in questo modo di contestare la pratica della scrittura (e quindi quell’antico assoggettamento) agendo proprio sul corpo stesso della scrittura. Si tratta in definitiva dell’idea e dell’auspicio che il “miglior fabbro” possa ancora inventare la lingua attraverso la lingua.
Quel germinare, dunque, non sarebbe possibile senza scavo della lingua, della voce e del canto, e senza attraversamento del dolore, senza luce. Luce di trascendenza, evidentemente, qualora dovessimo pensare, per esempio, a un poeta come Mario Luzi; ma in ogni caso di luce religiosa si tratta, ammesso che essa sia il traguardo auspicato a seguito di una vera, autentica ricerca poetica.[7]
Proprio a proposito della poesia di Luzi, Massimo Cacciari scrive: «Non ci si eleva, nulla si erige, se non sul fondamento di ciò che si è abbattuto. La resurrezione è compimento, non superamento della croce».
[8] L’uomo – afferma infatti Luzi – «desidera una salvezza fondata sulla qualità del proprio dolore. Tale speranza l’unica munita d’una forza capace di vincere disperazione e nello stesso tempo non tradirla: solo essa poteva avere una dignità agli occhi di Pascal o a quelli di Leopardi.»[9]
Davvero, senza spiraglio di luce,
[10] senza possibilità di canto, sarebbe davvero destinata al silenzio la nostra sofferenza. Il nostro parlare, ugualmente, si limiterebbe anch’esso a tornare prima al balbettio e poi al silenzio.
Scavo, si diceva, attraversamento, necessari. «Poeta è colui che attraversa queste stratificazioni come un palombaro,  in discesa e in ascesa, e prova un’irresistibile vocazione a rendere conto di queste discese-ascese», per dirla con Antonio Porta.[11] La parola poetica, ecco, vive paradossalmente, elevandosi alta sul mondo ma del mondo allo stesso tempo nutrendosi, abitando le sue immagini.
«Solo la parola del poeta – continua difatti Cacciari – in quanto puro ad-verbum può custodire il paradosso (…) Parola concretissima, idea della cosa, della più vicina presenza, ma detta ad Altro, significata alla più lontana assenza. Questo far segno della destinazione dell’esserci all’Aperto della sua provenienza costituisce l’essenza dell’ad-verbum: parola destinata alla Parola, luce che si “invia” alla Luce. Ma l’ad-verbum è veramente tale quando ri-vela questo “destino” nel volto stesso della creatura, quando ne fa segno semplicemente nominandola».[12]
Luce: germoglio, nome.

Cristiano Poletti


[1]  A. Zanzotto, Scritti sulla letteratura, vol. II, 2001.

[2] M. Cacciari, Per Zanzotto, in L’immaginazione, 2007.

[3]  L. F. Céline, Viaggio al termine della notte: “Dunque, non si diffida mai abbastanza delle parole, è quel che concludo”. 

[4]  Esplicito qui il riferimento alla “decisione anticipatrice” nel pensiero di Heidegger.

[5]  G. Leopardi, Zibaldone, 3527.

[6]  C. Sini, Il foglio-mondo della scrittura poetica, in Materiali di Estetica, 2002

[7]  Religione, da re-légere, significa “guardare con attenzione” / “aver cura”; da re-ligàre: “unire insieme”.

[8]  M. Cacciari, Insostenibile incarnazione in Nuova corrente XLVI, 1999.

[9]  M. Luzi, L’inferno e il limbo, 1964.

[10] Luce chiarificatrice, che dà ragione. Si pensi, ad esempio, ai versi di Nell’imminenza dei quarant’anni di Luzi: «…è questa l’opera / che si compie ciascuno e tutti insieme / i vivi i morti, penetrare il mondo / opaco lungo vie chiare e cunicoli / fitti d’incontro effimeri e di perdite / o d’amore in amore o in uno solo / di padre in figlio fino a che sia limpido».

[11] A. Porta, Nel fare poesia, 1985.

[12] M. Cacciari, Insostenibile incarnazione, op. cit.