massimiliano santarossa

Rovigoracconta la nuova poesia femminile italiana nell’edizione 2017

Nell’ambito del festival Rovigoracconta 2017, che vedrà moltissimi scrittori, musicisti, saggisti in una quattro giorni di eventi gratuiti da giovedì 4 a domenica 7 maggio a Rovigo (tutto il programma dettagliato si trova qui e un breve riepilogo in coda a questo post) a presentare e raccontare – appunto – il loro lavoro, saranno cinque le voci poetiche ospiti: Francesca Genti, Silvia Salvagnini, Alessandra Racca, Manuela Dago e Francesca Gironi. La loro partecipazione mette al centro di uno tra gli eventi-festival più attesi della primavera, creato dallo scrittore Mattia Signorini con la curatela di Sara Bacchiega, alcuni appuntamenti che intrecciano poesia ‘performativa’, musica, canzone e sperimentazione visiva (e non solo) in un nuovo e inedito percorso tutto da scoprire, atto a trasportare lo spettatore ‘dentro’ il linguaggio della poesia contemporanea più sperimentale scritta dalle donne in Italia oggi. Con Rovigoracconta la nuova poesia femminile italiana, progetto pensato e voluto in esclusiva per il festival, le cinque poete ospiti dichiarano quello che è il loro personale tracciato poetico sino a qui e d’ora in avanti, fatto di forti tratti comuni, soprattutto per ciò che riguarda la volontà profonda negli intenti di ciascuna e la pluridisciplinarietà. Lo fanno esponendosi anche con un ‘manifesto‘ scritto a dieci mani, un ‘coro di voci’ sonanti che rivela una responsabilità linguistica fuori da scuole e movimenti precostituiti ma anche da rigide etichette: quella che potrebbe dirsi una rinnovata attenzione al presente poetico e all’umano non lirici, laddove il ‘fare’ della parola è anche il fare con il corpo che performa, un corpo-parola in movimento in momenti diversi eppure affini: nei reading, in concerto, in piazza; dentro una casetta di cioccolato e sopra un palco; tra strumenti musicali e altri. Il pubblico scoprirà così direzioni differenti di cui è fatta la ‘poesia contemporanea live’ scritta da autrici, vera novità per una manifestazione di forte richiamo nazionale che festeggia, nel 2017, quattro compleanni con un titolo immaginifico: Cerca la meraviglia. Buon ascolto!

Alessandra Trevisan

Il programma poetico

Venerdì 5 Maggio 2017, ore 18.00-21.00
Sabato 6 maggio 2017, ore 11.00-13.00 e ore 15.00-18.30
Domenica 7 maggio, ore 11.00-13.00
Piazzetta Annonaria, Rovigo
LA CASETTA DI CIOCCOLATO
Performance per uno spettatore
con FRANCESCA GENTI e SILVIA SALVAGNINI

Che tu sia un adulto o un bambino entra nella casetta di cioccolato e mettiti comodo in questo piccolo mondo creato apposta per te. Non sarai tu a scegliere una poesia, ma sarà la poesia a scegliere te. Ti arriverà leggera, sussurrata, e poi si trasformerà in cioccolato che ti verrà regalato e ti indicherà la strada per cercare la meraviglia.

Con questo incontro inizia un viaggio nella nuova poesia femminile italiana di letture, performance e meraviglie che continuerà per tutto il festival nell’Area Poesia in piazza Annonaria. Un vero e proprio manifesto. Un progetto inedito di Rovigoracconta. 

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Venerdì 5 Maggio 2017, ore 21.30, Piazzetta Annonaria
CONSIGLI DI VOLO ROCK
Reading-concerto con ALESSANDRA RACCA

Ci sono ali, barattoli, chitarre, dadi giganti, voli e molto rock ‘n’roll. Poesie che hanno la forza di un’esortazione e sono agili come canzoni. Un invito a liberarsi dei troppi pesi che ci mettiamo addosso e a poggiarci sopra l’essenziale.

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Sabato 6 Maggio 2017, ore 18.30, Piazzetta Annonaria
LE POESIE NON STANNO DA NESSUNA PARTE
Performance con MANUELA DAGO

Manuela Dago prende le sue poesie e le fa a pezzettini: i testi vengono decomposti, smembrati, le parole ritagliate. E finiscono letteralmente dentro a dei vasi di vetro da cui nasceranno nuove poesie assemblate in presa diretta. Le poesie non stanno da nessuna parte, o forse sono da sempre dentro di noi, e aspettano solo di uscire e andare in giro per il mondo.

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Sabato 6 Maggio 2017, ore 21.00, Piazzetta Annonaria
LE PAROLE CAMBIANO IL PAESAGGIO
Performance di e con SILVIA SALVAGNINI
e con ALESSANDRA TREVISAN, Marco Maschietto ai visuals
la musica di NICOLÒ DE GIOSA e le scenografie di CRUNCHLAB

Una performance-concerto per musica, voce e leggerissime sfere bianche. Le parole generano un nuovo paesaggio, la realtà frantumata e ridisegnata si perde in un live che suggerisce nuove costellazioni e potenzialità immaginifiche dello spaesamento. Le poesie di Silvia Salvagnini diventano canzoni, si sdoppiano e si moltiplicano in altre lingue e si trasformano in proiezioni che arrivano fino al cielo.

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Domenica 7 Maggio 2017, ore 18.30, Piazzetta Annonaria
ABBATTERE I COSTI
Performance con FRANCESCA GIRONI e la musica di LUCA LOSACCO. Prima data in Veneto

Performance poetica a base di corpo, testo, megafono, hula hoop e polaroid, caldamente consigliata per chi soffre di mal d’amore e capitalismo. Francesca Gironi scrive poesie dedicate all’Enel e all’amministratore di condominio. Confonde la polizza dell’assicurazione con un’invocazione, trasforma gli annunci di Trenitalia in un discorso amoroso. La danza crea ulteriore ambiguità, espande e distorce il senso del testo. I gesti provengono dai segnali subacquei, dalle istruzioni degli assistenti di volo, dalla lingua dei segni e da quella dei gesti. Perché le poesie si dicono con tutto il corpo.

La nuova poesia femminile italiana è un progetto inedito di © Rovigoracconta. Salvo dove indicato, ciascun evento ha una durata di 30 minuti. Questi eventi sono realizzati in collaborazione con © Baratti & Milano

Il programma del festival, con oltre 100 ospiti, vedrà salire sul palco NICCOLÒ FABI, STEFANO BARTEZZAGHI, DIMARTINO & FABRIZIO CAMMARATA, GIULIO CASALE & NORMAN, MASSIMO ZAMBONI, LIDIA RAVERA, VALERIA PARRELLA, CLAUDIO MORANDINI, CARMEN PELLEGRINO, MASSIMILIANO SANTAROSSA e moltissimi altri autori. 

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/325526497850231/

Massimiliano Santarossa – Metropoli

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Massimiliano Santarossa – Metropoli – Baldini&Castoldi, 2015 – € 17,00 – ebook € 7,99

Nessun dolore passa mai

Se volessimo considerare l’opera narrativa di Santarossa, volessimo guardarla tutta, non potremmo ignorare l’esistenza di un filo d’acciaio, che è forte come le idee, le convinzioni, che lega quasi tutti i suoi romanzi. Molti dicono che si racconta sempre la stessa storia, a volte è vero, ma è più vero ancora, ed è il caso di Santarossa, che un pensiero di fondo possa essere articolato, costruito, discusso, contraddetto, ripreso e lasciato andare in più storie. Già in Hai mai fatto parte della nostra gioventù, (B&C, Dalai editore) Santarossa, attraverso il racconto delle amicizie e del niente della provincia del nordest, disegnava un grigio tempo presente, del quale salvava solo qualche momento. Nei libri successivi, Viaggio nella notte e Il Male, (entrambi Hacca edizioni) il pensiero dello scrittore si ampliava restringendo il campo. Sparivano gli affetti, sparivano le persone, sparivano le facce. Il grigio diventava nero, ogni speranza sembrava perduta. E lo era. Ne Il Male l’umanità e la disumanità erano sovrapposte a tal punto che il demonio scendeva in terra per cercare di capire, di salvare a suo modo, un Cristo al contrario, ma un Cristo. Arriviamo oggi a Metropoli, uscito da qualche settimana, uccidi il passato, fai a pezzi il presente, non ti resta che pensare al futuro, e il futuro com’è?
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Massimiliano Santarossa – Il male

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Massimiliano Santarossa – Il male – Hacca edizioni – 14,00 euro

Nera è la notte che si allarga nel cielo, istante dopo istante prende possesso della volta che tutto copre, e da essa scende prima sulle punte della città e poi sulla schiena dei palazzi e infine dilaga nelle strade, penetrando ciò che trova,  ogni essere che si muove e ogni anima che respira. La notte rende tutto notte.

«Quanto a Dio, credo che quel bastardo malefico abbia fatto le valige da un pezzo» dichiarava un personaggio di un libro di Lansdale, La ragazza dal cuore d’acciaio (Fanucci). L’io narrante de Il male, il diavolo salito dagli inferi sulla terra, lo certifica: eclissato. Entrambi hanno ragione. Chi ha letto i romanzi precedenti di Massimiliano Santarossa, soprattutto Viaggio nella notte, uscito l’anno scorso sempre per Hacca edizioni, saprà che lo scrittore di Pordenone non concede sconti, che non ha paura di arrivare al centro delle cose. Di raccontarle per quelle che sono, terribili, laceranti. Senza speranza. Gli umani non sono più capaci di guardarsi intorno, dentro. Non capiscono il baratro di follia e decadenza dentro il quale sono precipitati. Non lo capisce nemmeno Lucifero, il protagonista del romanzo, che viene in una delle nostre città con l’intento di comprendere, di capire il male che hanno costruito. Lucifero ne intuisce l’origine: l’assenza di dio. Viene in terra per seguirne le tracce, per imparare qualcosa. In una città che è pioggia, notte e giorni grigi, che è metallo, che è fatiscenza, il diavolo attraversa dieci corpi, dieci anime, dieci debolezze, dieci vittime. Solo chi subisce il male lo vede veramente. Dalla bimba preda innocente del padre pedofilo all’indemoniato da esorcizzare, passando per l’operaio licenziato, il drogato, la vecchia nell’ospizio, il barbone, il paraplegico, la prostituta, il giovane col padre che è già relitto, di un maiale. Queste sono le vite che Lucifero attraverserà, non in quest’ordine ma l’ordine conta. Entrando e uscendo dalle ossa, dalla pelle, avvertirà il dolore, ne sarà parte, lo assorbirà. Sotto un cielo sempre più cupo vedrà la mattanza attraverso il corpo del maiale che diventerà prosciutto in vaschetta sotto i neon di un supermercato (la cattedrale meglio riuscita), che diventerà cibo per la bocca di una donna anche lei personaggio del quadro malato. Vedrà un mondo arreso, morto per mano sua e di chi l’ha abbandonato. Proverà suo malgrado pietà. Guarderà con lo sguardo che noi abbiamo perduto, lo sguardo lucido di chi comprende e che saprebbe fare una carezza. La scrittura dell’autore procede a scatti, a strattoni. I periodi sono brevi, così come i capitoli. Ogni frase è uno schiaffo in faccia, ogni paragrafo una pugnalata. Massimiliano Santarossa non dà scampo al lettore, non potrebbe. In una recente intervista lo scrittore americano Philip Roth ha dichiarato che il lettore che si aspetta la felicità non deve cercarla tra i suoi libri. È così anche per Santarossa, non c’è felicità in queste pagine, non c’è futuro. C’è volontà di comprendere, di rischiare. L’idea del diavolo che viene sulla terra per capire il male, la pena, è perfetta. È un romanzo avvincente che fa riflettere e che fa nascere un sacco di domande, a cominciare dalla più antica: Chi è il buono e chi è il cattivo?

© Gianni Montieri

Massimiliano Santarossa – Viaggio nella notte

Massimiliano Santarossa  – Viaggio Nella Notte – Hacca ed. – 2012

Ore 6:17

L’alba dell’ultimo sabato

Cammino sopra la strada lucida.

Il nero della notte si sta spaccando per colpa di un grigio esploso dal basso e di fili azzurri caduti da un cielo vuoto. La vedo che si apre laggiù in fondo, lontana e irraggiungibile come solo una visione può essere. L’alba che nasce si mostra dentro l’unica fetta di cielo visibile da qui, da questo luogo antigeografico dominato dai mostri di cemento armato.

Qualcuno, una faccia sotto il cappuccio di una felpa, comincia una giornata uguale ad altre mille. Questa, però, sarà l’ultima. L’uomo dentro la felpa è stato un operaio, poi è diventato uno schiavo, ora mentre si avvia verso la fabbrica per il suo ultimo cartellino, le sue ultime ore,  è già meno di niente. Per scrivere qualcosa degna di questo libro bisogna provare ad indossare quella felpa, ed è quello che ho fatto. Massimiliano Santarossa ci rende (ancora una volta) complici e fratelli attraverso una scrittura (passatemi il termine) tridimensionale. Il nostro non protagonista, il nostro non uomo, striscia sporco e stanco in un Nordest gonfio di casermoni e dolori. Un regno morto sotto un cielo metallico. Le “Case rosse”, luci tutte uguali in cucine tutte uguali, corpi che non si riconoscono, escono col buio, tornano col buio. Tra l’andata e il ritorno: le fabbriche. Le distese di campagna e capannoni tra Pordenone e Treviso. Un mondo degradato, senza speranza, un oltremondo. Santarossa non ci racconta il dolore, il dolore sono le persone stesse, la sofferenza e l’alienazione sono la carta d’identità. Il protagonista ha poco più di trent’anni, lavora in fabbrica da quando ne aveva quattordici, un padre che ha fatto la stessa vita fino alla morte. Viviamo con lui dentro questa che ha deciso essere la sua ultima giornata. I suoi gesti, i suoi rituali, l’affettato comprato al market per la pausa pranzo. Un forte odore di ruggine, di andato a male. Mentre cancella se stesso il non uomo ci mostra una parte dei suoi ricordi: L’ingresso nella fabbrica/prigione, amici perduti per droga, gente che ha perso tutto e vive appesa a un bicchiere, l’anziana sola incollata a videopoker, rave party, amori svaniti in fretta, piccole salvezze a pagamento. Il niente dietro ogni angolo. «Io taglio montagne di plastica bianca per dare a voi muri più caldi, più silenziosi, muri che vi contengono.» Muri che contengono chi? Perché la distanza tra l’uomo con la felpa e quello in giacca e cravatta è più breve di quella che possa sembrare. Poco più di un muro ben isolato, quella che passa dal quartiere giusto a quello sbagliato. Dallo schiavo al padrone, dal sogno all’incubo. Santarossa scrive col coltello tra i denti e, in questa storia, non concede respiro, perché non c’è più fiato, non c’è più tempo. Poche volte ho incontrato pagine che raccontassero l’indifferenza e la malattia del nostro tempo con tale intensità, qualcosa che va oltre il disincanto. <<Ricomincia a cadere la solita pioggia leggera e lenta e oleosa. Una pioggia che porta con sé l’odore della fine. È il piscio di qualcuno infinitamente alto e infinitamente distante e infinitamente distratto.>> L’autore non ha bisogno di amplificare la realtà per mostrarcela, gli basta attraversarla. Non vi dirò cosa si prova arrivati in fondo, perché a ogni lettore quella felpa starà in maniera diversa, a ognuno il suo finale. Buona lettura.

(c) Gianni Montieri

ARGO – VIXI

segnalo l’uscita del nuovo numero di Argo (numero diciasette) : VIXI

per info (trama e per acquisto) qui:

ARGO VIXI INFO

per visitare il numero in anteprima qui:

ARGO VIXI ANTEPRIMA

in lettura qui alcune poesie contenute nel numero:

Marco Giovenale

Dolciastro un dentro
un iter nel pruno.
Il dito mostra le escavazioni e il nero
la masticazione dalla
ruggine dei vermi,
la gomma brillante, i canali, una lacca,
minimo fiume interno fluminis acedia
sottocorticale poi più
niente fra vita e morte – una
fascia di frazioni
di hertz, quasi zero.
(Meno).

Gianni Montieri

Gli spararono in faccia
che tutti sapessero, che tutti ricordassero
la sera stessa in piazza
commenti da stupidi ventenni
stabilivamo con una birra in mano
il grado di importanza di una morte
(chi lo conosceva, quanti colpi
se c’era tanto sangue, quanta polizia)
qualcuno stava zitto, qualcuno parlava

pochi minuti per tornare all’ordinario:
la biondina in jeans tagliati a chi la dava
il centravanti squalificato, il motorino truccato.

Franca Mancinelli

un colpo di fucile
e torni a respirare. Muso a terra,
senza sangue sparso.
Cose guardate con la coda
di un occhio che frana
mentre l’altro è già sommerso; e tutto
s’allontana. Gli alberi
si piegano su un fianco
perdono la voce in ogni foglia
che impara dagli uccelli
e per pochi istanti
vola.

Viola Amarelli

(vestito rosso)

Mettetemi il vestito rosso
e poi alla terra morbida una fossa
ch’io rinasca verme e insieme mosca
magari campanula o cicoria
e tutto questo senza tante storie
che anche la morte, sai, serve la vita.

Salvatore Della Capa

Se la sera rientro
un angolo buio mi accoglie.
I muri conficcati nella carne
le ginocchia segnate
dal silenzio dei morti

Paolo Fichera

<frame nella morte>
un lenzuolo che sa di birra e urina, l’ultima festa
prima del tramonto
quel tramonto lo chiami sangue, o fierezza, non ricordi.
un riflesso: io sono te, l’uomo che cammina tra gli alberi
nel suo paesaggio
<io sono l’uomo che stupra la voce nell’ora in cui sarai muto>
<io sono te, ora, scritto nella voce>

Anna Lamberti-Bocconi

Chi sente il flusso dei morti, la fiaccola,
il volo dello zucchero filato,
la lana, i soffioni, i ciuffi bianchi,
librati a poca altezza dal suo cuore
a roteare in cerchi ripetuti
sopra le scaturigini del mare,
quelle abissali fenditure fredde
da dove sgorga il sale senza fine;
chi ha l’aureola dei morti sopra il mare
irradia come febbre in nervature
di foglie, porta in sé l’ultravioletto,
i gesti dell’arare e seminare
astratti in invisibili scritture
Chi sia: si allunga verso l’orizzonte
con un tributo teso, individuale,
dove tracolla il necessario amore.

Massimiliano Santarossa – Hai mai fatto parte della nostra gioventù?

Massimiliano Santarossa – Hai mai fatto parte della nostra gioventù? – ed. Baldini Castoldi Dalai 2010

E’ un romanzo che si divora questo di Massimiliano Santarossa. Un tamburo che martella. Lo sono i personaggi, il linguaggio. “Hai mai fatto parte della nostra gioventù?” è la storia di quattro ragazzi che vivono nel Nordest, nell’operosissimo, industrialissimo, Nordest.  I protagonisti provano a mordere una vita senza speranza nel  tugurio periferico delle “case rosse” di Villanova vicino a Pordenone. Quel che fanno, però, è autodistruggersi. In ogni gesto, movimento, scelta, di questi ragazzi c’è rabbia e disperazione, probabilmente nessuna via di scampo.  Una profonda solitudine.

Questo è l’incipit:

“ Io sono il Vez. E questa è la storia di settandue ore trascorse sull’asfalto del Nordest. Ho camminato e vissuto assieme a Nic, Giò e Mike. Uniti come fratelli di strada. Noi siamo la cerniera tra l’inferno e il mondo. Andiamo con sbandati, drogati, puttane, spacciatori. E stiamo anche con voi. Solo che non sappiamo più cosa è peggio e cosa è meglio. Tu hai mai fatto parte della nostra gioventù?”

Tutto si svolge  tra il venerdì e la domenica. In mezzo a questo tempo scorrono : la droga, il rave, il sesso rabbioso, la rissa, la corsa d’auto illegale. Mentre leggi, senti questi ragazzi molto vicini. Ricordi qualcosa che hai sfiorato. Perché in fondo le storie sono tutte uguali e il baratro è dietro l’angolo di ciascuno di noi. Spesso è un colpo di fortuna a fare la differenza, nascere in un quartiere piuttosto che un altro ti cambia la vita. Questi quattro ragazzi hanno l’anima lacerata, ma ce l’hanno. Dentro questa folle corsa, l’odio verso la città, i personaggi squallidi che li circondano, il rancore o il rimpianto verso le famiglie, dentro tutto questo c’è un tenersi per mano, un continuo salvarsi l’uno con l’altro; come se tirare su l’amico che le ha appena prese in una rissa o portarne uno in overdose all’ospedale fosse l’unica maniera per fuggire alla disperazione. Al nulla.

“Siamo davanti al portone di ferro arrugginito. Un capannone di cemento armato disperso tra frasche, pozzanghere, fango  e strade desolate con  i lampioni rotti nella campagna tra Pordenone e Treviso. Il rave party è qui dentro. La meta. L’approdo. Il paradiso. Tiro su il bavero del giubbotto per ripararmi dal freddo. Il cielo nero colmo di nuvole è perfetto per questo scenario da dopo atomica. Qui tutto parla di solitudine, di desolazione, qui attorno è tutto morto. Qui espieremo le nostre colpe.”

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