Maryanne Wolf

Rewiring the brain! Il cervello rimodellato dalla lettura

proust e il calamaro  

Maryanne Wolf, Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge (V&P, 2009)


Ogni progresso viene dalla lettura e dalla meditazione.
Le cose che non sappiamo le impariamo leggendo.
Le cose che abbiamo imparato le conserviamo meditando.
 
Antica sentenza

 

Sostenere che il cervello sia (o resti) uno dei più grandi e affascinanti misteri dell’essere umano torna riduttivo e di certo non porta lontano. Ritorna però utile ricordare che il cervello si organizza in un cablaggio molto più ampio di Internet e dialoga con sé stesso ad una velocità impressionante. La complessità delle reti del cervello si compone di «trillions of connections among billions of brain cells», migliaia di miliardi di connessioni tra miliardi di cellule nervose (T. Delbruck, T. Sejnowski, 2012): Internet ce l’abbiamo in testa! Quanto accade persino nella più semplice delle azioni svolte nel quotidiano ha davvero del sorprendente, se andiamo a scoprire il meccanismo delle attività mentali e intellettive che regola il nostro vivere in ambito chimico-biologico, psicologico ed emotivo. La scienza interessata a comprendere e fissare i termini di questa struttura e la dinamica delle attività cerebrali ha un nome dal dittongo sinuoso e creativo, neuroscienze, ed è tanto creativo quanto scientifico allorché ricercatori e specialisti scoprono l’estensione e il rinnovamento delle connessioni che presiedono allo scambio di messaggi fra neuroni. Conoscere la mappa del nostro cervello aiuta a conoscere qualcosa di noi stessi, delle reazioni interne da cui derivano sentimenti e comportamenti. La mappa del cervello, però, è in perenne mutamento. Non è lo stesso del giorno prima perché i collegamenti fra neuroni «si modificano continuamente nel corso nella nostra vita, trasformandosi e trasformandoci sulle base delle nostre esperienze […] il cervello è geneticamente predisposto per svilupparsi in modo armonico; ma tutte le esperienze che facciamo […] influiscono profondamente sull’architettura cerebrale» (F. Cro).
Nei fatti, la lettura, fra le attività della mente, contribuisce a rimodellare la rete del cervello affinché possano crearsi nuovi circuiti di comunicazione. La prova arriva dal libro della neuroscienziata cognitivista Maryanne Wolf, Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge, edito da V&P. Wolf, attualmente alla Tufts University di Boston dove dirige un centro ricerche – il Center for Reading and Language Research dell’Eliot-Pearson Department for Child Development –, si è specializzata ad Harvard (Human Development and Psychology) e le sue pubblicazioni sono indirizzate allo studio neurologico della lettura, del linguaggio e della dislessia. Il libro Proust e il calamaro (ed. orig. HarperCollins, 2007) si costituisce luogo di incontro fra i risultati delle sue ricerche e il lettore (sia di settore sia non-specialista) che si avvicini o approfondisca una disciplina così complessa e interessante. Il titolo concerne da subito una curiosità: cosa c’entra l’autore della Recherche con il calamaro? La neuroscienziata lo rivela dalle prime pagine, Proust e il calamaro sono «modi complementari per capire dimensioni diverse del processo di lettura» (p. 12), dal punto di vista dello scrittore francese, autore del noto saggio Sur la lecture, quale attività ricreativa, dal punto di vista del calamaro per l’attività neurobiologica rappresentata dal lungo assone, cioè la parte costituente il suo sistema nervoso. Ecco nel duplice riferimento la finalità principale del libro, analizzare e mettere in luce per l’appunto la dimensione intellettuale e biologica della lettura e di un disturbo ad essa correlato come la dislessia.
Grande invenzione perciò la lettura! anzi: «è l’esempio per eccellenza di invenzione culturale acquisita che avanza richieste alle strutture cerebrali preesistenti» (p. 12). Grazie alla plasticità neuronale del cervello, leggere ha condotto l’essere umano verso un’evoluzione atta a ricablarne le reti di scambio. In tale prospettiva, l’invenzione della scrittura ha permesso di modificare e ampliare la percezione, di elaborare il pensiero e comunicarlo, influenzandolo. Per esaminare il work in progress del cervello, Wolf parte dalla storia antica e dai primi sistemi di scrittura fino a giungere all’alfabeto e quindi da un’individuazione dei caratteri logosillabici e simbolici fino alla decodificazione delle lettere. Sottolinea, fra l’altro, come la lettura in lingue differenti (prendiamo il cinese e l’inglese, completamente opposte per ramo, tipo e morfologia) vada ad attivare vie nervose diverse, di conseguenza «vie nervose diverse possono essere usate da un solo cervello per leggere scritture differenti» (p. 71). A tal proposito, nel formulare le teorie relative all’efficienza evolutiva e corticale, l’autrice fa notare che il cervello di un lettore dell’antichità classica a contatto con l’alfabeto non era migliore del cervello di un lettore sumero esperiente del sistema logosillabico, bensì erano cervelli diversi la cui elevazione culturale e di pensiero era avvenuta proprio attraverso la scrittura. Per rifarci a Lev Vygotskij: «L’atto di mettere per iscritto parole pronunciate e idee ancora inespresse libera, nel farlo, il pensiero stesso e lo trasforma.»
Durante la lettura le reazioni invisibili del cervello sono molteplici, si realizzano continui processi cognitivi e linguistici nelle varie regioni cerebrali (per citare un esempio, l’area di Wernicke situata nel lobo temporale, deputata alla comprensione del linguaggio) impegnate a codificare nella parola la forma e il riconoscimento del suono e il suo effetto sulla percezione. In sintesi «ogni parola ha 500 millisecondi di gloria» (p. 159) e in quei 500 millisecondi si concentra la corsa a recuperare il nostro sapere su quel termine; un impulso o segnale – uno spike per usare la definizione di Delbruck e Sejnowski – si innesca e parte, raggiunge la corteccia e attiva diversi neuroni, comunicanti fra loro, delle differenti aree corticali. In merito alla visione, e all’attivazione degli impulsi, bisogna rilevare che le parole sono come gli oggetti, con la differenza che un oggetto viene direttamente percepito nella sua entità, mentre le parole vengono elaborate perché riconosciute quali simboli grafici concernenti l’idea e non l’oggetto. Nei 500/600 millisecondi si è completato un processo semantico e di comprensione di quella singola parola da noi valutata pure sul piano emotivo, poiché «la regione limbica ci aiuta anche a stabilire priorità e valutare qualsiasi cosa leggiamo. L’emotività contribuisce a stimolare o lasciare a riposo i nostri processi di attenzione e comprensione» (p. 156). Il dato emotivo spiegherebbe – secondo un’altra attenta ricerca condotta dallo psicologo Ara Norenzayan pubblicata nel 2006 su Cognitive Science (un recente articolo di Hanna Drimalla su Mente & Cervello ci informa di esperimenti correlati a tale ricerca) – le ragioni per cui una storia fantastica o mitologica, fiaba, favola, racconto magico, ecc., riesce ad avere una resa persistente sulla percezione del lettore. Nel tempo l’esperienza di leggere sottintende un modo di scegliere cosa leggere, pertanto la qualità della nostra attenzione e delle nostre scelte dipenderà dai libri che abbiamo vissuto e viviamo poiché «ciò che leggiamo ci trasforma nel tempo» (p. 170). I poeti, aggiunge la neuroscienziata, sono le antenne della società capaci di captare nel miglior modo possibile questo segnale di trasformazione.
Argomento complesso è il disturbo della dislessia di cui si occupa la terza parte del libro, un campo aperto alle prospettive di ricerca e sperimentazione. Tanto illuminanti le scoperte quanto diverse le ipotesi riguardo la genesi del disturbo, i cui orientamenti spaziano da un difetto nelle strutture preesistenti (interessate, queste, al riconoscimento morfo-fonemico della parola) e a difetti di natura circuitale fino all’ipotesi di «un cervello riorganizzato in maniera diversa». Questa organizzazione diversa venne avvalorata dalle osservazioni scientifiche di Samuel T. Orton (1879-1948) il quale ribattezzò il disturbo strefosimbolia, ossia distorsione dei simboli, dovuta ad un difetto di comunicazione fra i due emisferi per cui viene a mancare la normale dominanza emisferica sinistra – responsabile della corretta visione delle parole, dell’individuazione dei suoni, della comprensione del linguaggio –, a carico dell’emisfero destro, deputato a funzioni differenti, relative alla creatività, alla deduzione di schemi, comportando così un disordine nella percezione dello spazio, un capovolgimento di alcune lettere e una difficoltà nella lettura, nell’ortografia e nella scrittura  (p. 201-205). Nonostante la casistica eterogenea del disturbo, gli studi neuroscientifici hanno imboccato la strada giusta per identificarlo e comprenderlo. Sorvegliare le manifestazioni della dislessia significa estendere l’indagine sulla sua stessa natura – non solo in una data lingua, ma su scala interlinguistica – per scoprire «cosa succede quando il cervello non riesce a imparare a leggere». Con molta probabilità la dislessia potrà rivelarsi non un difetto come generalmente concepito, bensì «un esempio straordinario delle strategie usate dal cervello a scopo di compensazione: quando non può svolgere una funzione in un modo, il nostro cervello si riorganizza per inventarne, letteralmente, un altro» (p. 215). Il deficit ci permetterà di cogliere una differenza strutturale del cervello o un diverso modo di costituirsi nella sua configurazione per far fronte alle difficoltà! Forse ciò non può (o al contrario potrebbe) spiegare una particolare tendenza al talento e al genio da parte del dislessico.
Tuttavia l’indagine scientifica sta rilevando che studi sulla morfologia cerebrale e sui cambiamenti neuronali – di notevole importanza le pagine dedicate agli studi sul planum temporale (p. 221-223) – possono essere un indicatore molto utile riguardo la causa o la conseguenza della difficoltà di lettura e predispone la scienza a ripensare geneticamente la dislessia. Nondimeno questo disturbo diviene una prova, «un’attestazione evolutiva quotidiana che sono possibili differenti organizzazioni cerebrali» (p. 233).

Grazie a Maryanne Wolf riusciamo a esplorare da vicino l’avventura scientifica e spirituale della lettura, esperienza decisiva per la formazione della civiltà e per la comprensione dell’uomo. Se davvero «we are what we read» per dirla con Joseph Epstein, allora nella lettura riscopriamo le aspettative di un progresso umano, intellettuale e creativo.

© Davide Zizza

.

Riferimenti dell’articolo

– T. Delbruck, T. Sejnowski, The language of the Brain. Scientific American, ottobre 2012, p. 54-59; ed. it. Il linguaggio del cervello, Le Scienze, dicembre 2012, p. 52-57 (qui l’articolo in lingua originale
Francesco Cro, dall’articolo Il genitore consapevole, su Mente & Cervello, n. 105, anno XI, settembre 2013, p. 52
M. Proust, Sur la lecture, Paris 1906, trad. it. Sulla lettura, Mondadori, 1995 (è possibile leggere un articolo dedicato al tema della lettura con riferimento a Proust a questo link)
Lev Vygotskij, Pensiero e linguaggio, Giunti, Firenze, 2007
Ara Norenzayan, Scott Atran, Jason Faulkner, Mark Schaller, Memory and Mystery: The Cultural Selection of Minimally Counterintuitive Narratives, Cognitive Science 30 (2006) p. 531-553; sulla ricerca di Norenzayan ed altri esperimenti parla l’articolo di H. Drimalla, Nel mondo delle fiabe, pubblicato su Mente & Cervello, n° 97, anno XI, gennaio 2013, p. 62-67 (è possibile consultare il pdf della ricerca qui)
J. Epstein, Plausibile Prejudices. Essays on American Writing, Norton, 1985

I migliori letti nel 2013

parigi 2010 - foto gm

Quella che segue non è una classifica, è soltanto la scelta di alcuni dei redattori che, fra critica e sentimento, hanno indicato nella maniera più sintetica possibile i 5 libri dai quali sono stati conquistati nel 2013. Quella che segue conterrà libri letti nel 2013 ma non necessariamente usciti nell’anno solare. Di alcuni di questi abbiamo parlato sul blog, di altri lo faremo. Quella che segue è una non – classifica molto varia, che non tiene conto delle vendite ma di un po’ di bellezza. Tutto questo per augurarvi Buon anno e per ringraziarvi di averci letto. Vi aspettiamo tutti i giorni anche nel 2014 (gm)

***

Andrea Accardi

Odissea, Omero (Rizzoli,2010): Già ai tempi di Omero, il dubbio era sempre quello: metto radici, o aspetto ancora un poco?
.
Sulla poesia moderna, di Guido Mazzoni (Il Mulino, 2005): a partire da quando, e perché, la poesia è diventata come la concepiamo oggi, privatissima e narcisistica, pur rimanendo universale?
.
Strane coppie, di Stefano Brugnolo (Il Mulino, 2013): buffi, strampalati, comici, a volte inquietanti, questi personaggi speculari fra loro rispecchiano anche la frantumazione di un soggetto che si pensava unitario.
.
Cose di cosa nostra, di Giovanni Falcone (Rizzoli, 1991): la struttura e l’etica interna dell’organizzazione mafiosa, e le sue radici comuni a tutti i siciliani (e italiani). Oggi pare scontato, ieri no.
.
La chiave dell’incanto, di Alfonso Lentini (Pungitopo, 1997): la strana storia di Filippo Bentivegna, giudicato clinicamente folle ma non pericoloso, che nella solitudine di un feudo vicino a Sciacca scolpì per anni centinaia di teste nella roccia.
.

***

Giovanna Amato 

1) Giuseppe Genna, L’ANNO LUCE (Il Saggiatore, 2007) – un libro dove i brani hanno forma, talmente affiorante da poterli toccare.

2) Adam Zagajevski, DALLA VITA DEGLI OGGETTI (Adelphi, 2012) – per l’incapacità fosse pure di accendermi una sigaretta tra un componimento e l’altro.

3) Anna Maria Ortese, MISTERO DOLOROSO (Adelphi, 2010) – scoperto solo adesso (era, sicuramente, l’adesso giusto).

4) Salvatore Satta, IL GIORNO DEL GIUDIZIO (Adelphi, 1990) – perché «forse la vera e la sola storia è il giorno del giudizio, che non per nulla si chiama universale».

5) Elsa Morante, LA SERATA A COLONO (Einaudi, 2013) – e qui non c’è nulla da aggiungere.

***

Anna Maria Curci

Patrizia Rinaldi, Blanca, e/o 2013 – Tra Napoli e Pozzuoli, nobiltà stracciata e miseria abietta o inetta, conversazioni troncate e soliloqui contrapposti, farina e polvere, acque torbide e fuoco spartiacque, sono le voci in varietà orchestrata di registri e timbri, che non scansano lo sgradevole eppure conoscono il sublime, a mettere in luce, per contrasto, la percezione sensoriale preclusa a colei che sa trovare, per istinto educato nell’esperienza dolorosa, inizio, percorso e fine dei sentieri della vicenda: Blanca.

Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio 2012 – L’appuntamento immancabile, nella notte di Natale, con la severa signora che viene a riscuotere il conto, il valzer annuale sull’orlo del vuoto, si trasformano in occasione di allestimenti bizzarri e irresistibili, rievocazioni veritiere e visionarie insieme, tendone e pista di circo, strada cittadina e vagabondaggio fuori mano, bottega dell’antiquario e laboratorio dell’impagliatore, incontri insperati e rivelatori, fiaschi e trionfi, capitomboli in scena e caparbie prese di posizione davanti e dietro la macchina da presa: in tutti è lui, Charlie Chaplin, guitto, monello, senza casa e senza terra, a farsi regista di una epopea sui generis del cinema, nella quale gli oggetti, poveri accessori di scena o misteriosi deus ex machina, hanno vita, storia e dignità.

Antonio Scavone, Segmenti & Controfigure, Smasher 2012– Il ritmo che la prosa di Antonio Scavone sa imprimere al “torpore placido” nelle sue manifestazioni a strati e sfumature diversi scaturisce dalla capacità di dare un significato nuovo al termine “realismo”: squallore, stanchezza, deriva, declino non strizzano l’occhio al pulp e rifuggono il compiacimento mimetico, ma sono occhio aperto e orecchio teso a cogliere le mutazioni più impercettibili e, di qui, a costruire sulla pagina scritta una vera e propria comédie humaine, tanto credibile nel cogliere l’insieme e nel curare il dettaglio, quanto sorprendente per acume pensoso.

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg, Del Vecchio, 2013 – Il piglio sicuro di chi si destreggia da tempo e da tempo ha imparato a far da guida lungo le montagne dei testi menzionati esplicitamente o stesi come un tappeto dalla trama non immediatamente decifrabile, per gli itinerari musicali più strampalati dalla classica a Patti Smith, per paesaggi esotici e febbrili set cinematografici, prende le mosse, di notte, dallo studio del filosofo Blumenberg e attraversa, con «onnicomprensiva cura» noncurante di schemi spiccioli e paurosa osservanza di schemi e generi, paesaggi e personaggi, illuminati, anche per contrasto e distanza, dal manifestarsi silenzioso e imponente del leone.

Marcello Simonetta Noga Arikha, Il fratello ribelle di Napoleone, Bompiani 2011 – Splendori e miserie della famiglia Bonaparte e di una fetta cospicua della storia europea attraverso la vita, i discorsi, gli atti di ribellione al celebre fratello, pagati cari, e la lungimiranza di Lucien, del quale Napoleone soleva dire: «di tutti i miei fratelli, lui era il più dotato, e quello che mi ha ferito di più». Il rigore della ricostruzione storica si affianca alla tensione drammatica, come nei mirabili volumi di Stefan Zweig.

***

Luciano Mazziotta

1) Mario Benedetti, Tersa morte, Mondadori 2013.
“E piange la parola che riesce a dire” e “Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole” sono i versi più rappresentativi di questo libro che da una parte fa i conti con l’impossibilità di dire, dall’altra con la crisi ontologica.

2) Marco Giovenale, Delvaux, Oedipus 2013.
Silloge di confine, come figura di confine è il nome del pittore surrealista che dà il titolo alla raccolta, segna il percorso di uscita dal modernismo nell’opera di Marco Giovenale.

3) Andrea Inglese, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato, Italic Pequod 2013.
Costituito da poesie e prose, prosegue la poetica che Inglese ha iniziato con Commiato da Andromeda. I versi si fanno imprevedibili così come imprevedibili sono gli esiti di un dialogo con un ente, la Reinserzione culturale del disoccupato, della cui esistenza si dubita continuamente.

4) Andrea Raos, Lettere nere, Effige 2013.
Anche in questo caso ci si trova dinnanzi ad un prosimetro. La dialettica prosa-poesia però non rappresenta più la dicotomia chiusura-apertura, ma è come se il libro cercasse di attraversare tutte le esperienze del secolo passato: dal sonetto di matrice zanzottiana, ai versi liberi di stampo mesiano, alle prose allucinate e deliranti, tematicamente e sintatticamente.

5) Giacomo Trinci, Inter nos, Aragno 2013.
Inter nos è, seguendo la traduzione letteraria, qualcosa rappresentabile come un monologo interiore, o comunque come qualcosa detto tra sé e sé. Inter nos è l’impossibilità di nominare la realtà se non attraverso il balbettio e il farfugliare di un soggetto posto ai margini della storia.

Fabio Michieli

1) Alessandro Brusa, La raccolta del sale (Perrone, 2013)
«Ho tramutato i miei passi in orme di gigante…»

2) Vittorio Sereni, Giuseppe Ungaretti, Un filo d’acqua per dissetarsi. Lettere 1949-1969 (Archinto, 2013)
«Non sono contento della pubblicazione, senza consultarmi prima, dei quattro poeti insieme. Uno in mia compagnia, Quasimodo, non ce lo voglio più assolutamente.» (Giuseppe Ungaretti a Vittorio Sereni, 15 maggio 1969)

3) Annalisa Cima, Le occasioni del “Diario postumo”. Tredici anni di amicizia con Eugenio Montale  (Edizioni Ares, 2012)
Se postumi si nasce, la Cima si pasce.

4) Goliarda Sapienza, Ancestrale (La Vita Felice, 2013)
«Una pena murata nel tuo petto…»

5) Lorenzo Mari, Nel debito di affiliazione (L’arcolaio, 2013)
«di netto / non ci si trasforma in lucciola…»

***

Gianni Montieri

George Saunders – Dieci Dicembre (Minimum fax, 2013) Sto leggendo questi racconti per la terza volta: ho saltato fermate della metropolitana, ho preso appunti,  ho letto la profondità dietro la leggerezza, la meraviglia in mezzo al dolore.

Sibylle Lewitscharoff – Blumenberg (Del Vecchio, 2013) Si può partire da un uomo esistito realmente e immaginargli un’altra storia intorno, far sedere un leone in salotto, raccontare un suicidio come se fosse una poesia, sorridere, a volte,  mentre intorno è tutto grave.

Nicola Pugliese – Malacqua (Tulliopironti editore, 2013) Perché a Napoli non può piovere soltanto, perché il vuoto su cui la città si regge a volte tiene per magia; come la magia di un libro che era sparito e che è ritornato.

Luigi Bernardi – Crepe (Il Maestrale, 2013) In una città che cambia architettura, che cerca il futuro, le crepe che si aprono nelle pareti delle case battono lo stesso tempo di quelle che si aprono nelle vite delle persone, un romanzo come sempre dovrebbe essere, troppo ignorato.

Ivano Ferrari – La morte moglie (Einaudi,2013) La poesia come rappresentazione di un dolore intimo e privato e di un devastante dolore animale: dal piccolo spazio di un macello, di un letto, diventa scenario di un dolore universale, con versi indimenticabili.

***

Iacopo Ninni

Georges Perec: Quale motorino con il manubrio cromato giù in fondo al cortile?: E/O edizioni – 2004
Godere del gioco della lingua.
.
Giovanni Giudici. Omaggio a Praga: All’insegna del pesce d’oro – 1968

la “traduzione” di una città.
.
Danilo Kis: l’enciclopedia dei morti: Adelphi 1998

La sfida di una letteratura che diventa narrazione della
particolarità e unicità di ciascuno; la morte allora, non può che
essere declinata al plurale.
.
Paolo Zanotti: I Bambini Bonsai: Ponte alle Grazie 2010

Giocare col tempo è arte dei bambini; agli adulti non resta che
stare a guardare.
.
Walter Benjamin: Immagini di città: Einaudi 1971
 Il destino narrativo delle città nasce negli occhi di chi le abita.
.
***

Clelia Pierangeli Pieri

José Saramago, TUTTI I NOMI – Feltrinelli, 2010
Non è facile esistere, non lo è stato mai.
La storia ce ne parla, i misteri risolti e quelli irrisolti ce lo confermano.
Esistenza, tanto scontata quanto dimenticata.
Tutti dovrebbero poter contare sul proprio signor José.

Ingeborg Bachmann, TRE SENTIERI PER IL LAGO – Adelphi, 1996
Fare i conti con la propria terra con la rinnovata sensazione che sia solo l’altrui luogo.
Elisabeth distante, preda dell’amore rinnovato e della nostalgia
Lei, irremovibile e statuaria, d’amore intrisa.

Thomas Bernhard, A COLPI D’ASCIA – Adelphi, 1990
Ecco dove e come, almeno una volta, avrei voluto partecipare alla vita dei non viventi.
Siamo circondati.

Thomas Bernhard, ANTICHI MAESTRI – Adelphi, 1995
La Sala Bordone, quella panca, mi hanno trattenuta mentalmente e a lungo.
Ogni tanto occorre chiedersi quante e quali insidie si possano nascondere dietro e intorno all’arte, alla dichiarata perfezione.
Reger non ama, eppure tiene per mano senza cedere. Finalmente le certezze vacillano.

Jean-Louis Fournier, DOVE ANDIAMO PAPÀ – Rizzoli, 2009
Come la primavera sul dolore anche nell’inverno
Come il sorriso, obbligatorio, rugoso e malguadagnato, sulla consapevolezza.

 ***

Davide Zizza

Sono inciampato in After dark di Haruki Murakami (romanzo, ed. Einaudi – 2008 ) perché in una notte tutto può accadere.

Sono inciampato nelle Poesie di Fëdor Ivanovič Tjutčev (poesia, ed. Adelphi – 2011) perché bellezza e tensione evocativa si fondono in una dimensione onirica e metafisica.

Sono inciampato in Discesa nell’Ade e resurreazione di Elémire Zolla (saggio, ed. Adelphi – 2002) perché ha definito l’essere umano nella sua unità storico-culturale in un rapporto dialettico con il mondo e con sé stesso.

Sono inciampato in Caduto fuori dal tempo di David Grossman (prosa/poesia, ed. Mondadori – 2012) perché è una scrittura corale dove tutte le voci si riuniscono in una, quella del dolore, una voce che chiama nel deserto del tempo per trovare, anche laddove non c’è, una speranza.

Sono inciampato in Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf (saggio, ed. Vita e Pensiero – 2012)  perché la lettura rappresenta il vero momento evolutivo e creativo dell’uomo verso la civiltà.

 

David Foster Wallace – Infinite Jest (prima e seconda visione)

3-3 DOMKE WALLACE 1

David Foster Wallace – Infinite Jest (prima e seconda visione) – Einaudi Stile Libero

Premessa:

Il bellissimo saggio Proust e il Calamaro di Maryanne Wolf (Vita e Pensiero 2009),  è  un viaggio appassionato e scientifico attraverso la storia della Lettura. È un libro  che mostra come il modo di funzionare del cervello sia cambiato nei secoli dovendo adattarsi ai vari tipi di scrittura [caratteri cuneiformi (Sumeri) geroglifici (Egizi) e l’alfabeto (Greci e Fenici)]. Di come la capacità cognitiva muti nel corso degli anni, così una persona che legge un classico a diciassette anni ne ricaverà impressioni diverse rispetto a chi lo leggerà a quaranta o sessant’anni, perché la lettura sarà accompagnata dal diverso bagaglio di vita e da lettore accumulato. Così come il lettore che leggerà un libro due volte, a distanza di dieci o vent’anni, per gli stessi motivi, riceverà sensazioni sia emotive che di pura comprensione, completamente diverse. A distanza di tempo potremmo saperne di più sull’autore, letti molti più libri suoi o di altri, eccetera. Questo saggio mi è tornato in mente quando ho cominciato a rileggere Infinite Jest di David Foster Wallace (l’occasione è arrivata grazie alla scelta di Einaudi di pubblicarne l’e-book), rispetto alla lettura che feci  nel 2002 (il  libro era edito allora da Fandango) ne ho ricavato impressioni completamente diverse, perché diverso è stato il mio approccio, diverso è il mio modo di leggere e, soprattutto, è la conoscenza che ho adesso dell’intera opera e della biografia di Foster Wallace. Soltanto su una cosa resto della stessa opinione del 2002: Infinite Jest è un capolavoro assoluto.

Prima visione (estate 2002)

Decidere di leggere Infinite Jest di David Foster Wallace è una scelta. L’autore viene considerato da gran parte della critica americana uno tra gli scrittori più interessanti della sua generazione, la curiosità è tanta. Il romanzo è di circa 1400 pagine, decidere di comprarlo e portarselo dietro (in estate) in metropolitana, richiede determinazione. Il primo capitolo è straordinario, scrittura brillante, geniale, ironica e drammatica nello stesso tempo. L’incipit mette ansia e fa ridere, viene voglia di andare avanti. Quello che viene dopo l’incipit è già un’altra storia, è già completamente diverso. Anche la scrittura cambia di capitolo in capitolo. Lunghi e indimenticabili periodi si alterneranno allo slang dei tossici, a discorsi allucinanti e allucinati, a lungimiranti riflessioni, digressioni, metafisica, futuro, presente, assuefazione, depressione. <<La persona che ha una così detta “depressione psicotica” e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette “per sfiducia” o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di quelli in strada che guardano in su e urlano “No!” e “Aspetta!” riesce a capire il salto. Dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme per capire davvero un terrore molto peggiore di quello della caduta.>>. David Foster Wallace scrive in questa maniera, per il lettore è difficile stargli dietro. Mentre si legge bisogna provare ad aprire la mente, provare a contenere la quantità impressionante d’informazioni, nozioni, personaggi, intrecci che lo scrittore americano riesce a creare. Tra le pagine memorabili ci sono quelle  che si svolgono negli spogliatoi dell’Accademia di tennis: dialoghi stupefacenti. Lo spogliatoio è il luogo dello spaccio di droga, del conforto, dello sfottò ed è il luogo dove i ragionamenti raffinati, illuminanti e colti di Hal Incandenza si realizzano. Infinite Jest è un libro sull’intrattenimento e sulla dipendenza, sul tennis e l’agonismo, sulla competitività. I lettori che entreranno nel mood di Foster Wallace è probabile che se ne  innamorino e che gridino al genio ovunque si trovino. Come si potrebbe fare diversamente parlando dello scrittore che si è inventato un calendario dove gli anni prendono il nome dagli sponsor?

Seconda visione (primavera 2013)

La prima differenza è il peso. Rileggere Infinite Jest in formato elettronico, tenere tutte quelle frasi nel palmo di una mano, tutte quelle note, i personaggi. Ruotare l’E-reader come un giocoliere, avvertire durante la lettura la leggerezza tattile e metaforica di un capolavoro. Chi ha letto l’opera completa di Foster Wallace e la biografia Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi di D.T.Max (da poco uscita per Einaudi), si accorgerà durante la lettura di quanto questo romanzo sia la somma di tutti i tipi di scrittura utilizzati dallo scrittore morto suicida qualche anno fa. Questo romanzo è in realtà composto da tre romanzi e tre tipi di scrittura: Il romanzo che si svolge nell’Accademia del Tennis degli Incandenza, il romanzo che racconta le vicende di Don Gately e della casa di recupero per tossicodipendenti, il romanzo (quasi) di spionaggio che narra le vicende dei separatisti del Quebec (nel futuro in cui si svolge il racconto il Nord America è un’unica nazione formata dagli Stati Uniti. Il Messico e il Canada, denominato O.N.A.N). Le strutture di sfiorano, si inseguono e per forza di cose si intrecciano. Infinite Jest è e resta un romanzo sulla dipendenza e sull’intrattenimento. Su come il secondo dei due aspetti porti, inesorabilmente al primo. È un libro molto divertente, ma come desiderava Foster Wallace, “non troppo divertente”. A distanza di molti anni dalla prima lettura colpisce ancora la miriade di personaggi sulla scena, nessuno improvvisato, nessuno tratteggiato superficialmente. La quantità di battute e citazioni da conservare è impressionante. Ci sono pagine di struggente bellezza e verità, commoventi al punto di star male. “La verità ti renderà libero. Ma solo quando avrà finito con te”. Infinite Jest è il nome della Cartuccia di intrattenimento creata da James Incandenza, chiunque si siederà a guardarla sarà completamente in balìa delle immagini, fino a diventare catatonico e a non riprendersi più. La biografia di Foster Wallace è presente in maniera prepotente in questo libro. La dipendenza (Alcol e antidepressivi) è l’aspetto fondamentale della vita dello scrittore americano, presente purtroppo fino alla fine, così come i centri di recupero, gli alcolisti anonimi, le ore passate in gioventù davanti al televisore (quando non riusciva a scrivere  e per riuscire a scrivere). La gestione problematica degli affetti (Avril Incandenza ricorda per certi aspetti la madre di David). La passione per il tennis e per lo studio. Il suo essere NERD. I suoi problemi a relazionarsi. Le sue ansie. Tutto questo è presente nel romanzo. Ma Infinite Jest non è un romanzo autobiografico, è un romanzo sui mali dell’America, su quello che il mondo sarebbe potuto diventare negli anni duemila. Un romanzo la cui trama è importante ma non è l’unico aspetto che conti. La scrittura di David Foster Wallace è talmente ricca, stimolante, fuorviante, che si è portati a pensare che qualunque argomento avesse trattato l’avrebbe reso interessante (ne Il Re pallido – uscito postumo – avrebbe reso interessante pure la noia). Lui stesso una volta disse che faceva fatica a concepire i periodi brevi, la sintesi, in quanto nella mente umana passavano – più o meno –  ottanta pensieri al minuto. In realtà era la sua mente che viaggiava a una velocità superiore alla media, era la sua curiosità a spingerlo a piegare ogni dettaglio fino allo stremo. La sua voglia di capire era infinita come la sua ansia, ed era così bravo che la sua scrittura riusciva a star dietro alla propria testa. Infinite Jest è un libro di cui la letteratura contemporanea non può fare a meno. David Foster Wallace è lo scrittore che si vorrebbe ancora in vita. Tra appunti su notes, fogli sparsi, pagine battute a macchina, prime stesure, seconde stesure, tagli fatti e non fatti, il romanzo è stato scritto nell’arco di sei, sette, anni e a distanza di molti anni ancora resta meraviglioso. “Aspettate che accada. E mentre giocate comincerete a pensare in modo del tutto diverso. È come se ce l’aveste dentro, il campo da tennis. La palla smette di essere una palla. La palla comincia a essere una cosa che voi sapete dove dovrebbe essere in aria, a ruotare.”

@ Gianni Montieri

Libri:

Maryanne Wolf – Proust e il calamaro – Vita e pensiero, 2009 (nuova edizione 2012) – traduzione di Stefano Galli (17,00 euro).

David Foster Wallace – Infinite Jest – Einaudi, 2006 (ebook 2013) – traduzione di Edoardo Nesi con Annalisa Villoresi e Grazia Giua (27,00 brossura; 9,99 ebook)

Nota: articolo uscito sul numero 19 (settembre/ottobre) della rivista QuiLibri

proustcalamaro

infinite-jest