martino baldi

Si ristampi #11: Valerio Aiolli, Luce profuga

Si ristampi #11: Valerio Aiolli, Luce profuga, edizioni e/o 2001

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di Martino Baldi

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Ha senso recensire un titolo di oltre quindici anni fa, per giunta un romanzo che all’epoca non ebbe una grandissima eco e da tempo è fuori catalogo? La mia risposta, da bibliotecario, è: sicuramente sì. Il lavoro che fanno le biblioteche è quello di mantenere vive tutte le specie. Le biblioteche sono il difensore principale della bibliodiversità, soprattutto in un’epoca in cui i meccanismi della distribuzione mettono in discussione la sopravvivenza stessa di molti piccoli editori e in cui le esigenze di comunicazione relegano la maggior parte dei libri nei magazzini (e spesso ciò significa nel dimenticatoio perenne) già poche settimane dopo i fasti di un mese di vetrine e recensioni, per coloro che almeno se ne sono avvantaggiati. Ma non sarebbe giusto che a questo lavoro di “manutenzione” dell’habitat biblionaturale partecipassero tutte le componenti che ruotano intorno al libro? Eppure a volte l’impressione è che a nessuno in fondo stia a cuore il destino dei libri usciti dallo scaffale delle novità, nemmeno a volte agli stessi editori che evitano di mandare in ristampa perfino libri che promettono soddisfazioni a distanza di anni dalla loro scomparsa dal catalogo. Un esempio per tutti è quello di Gli interessi in comune di Vanni Santoni, la cui vicenda è brevemente raccontata dallo stesso Santoni su Facebook

Quindi eccoci, nel nostro piccolo, a tirare fuori dal cilindro questo Aiolli millesimato 2001, che sotto il velo della polvere degli anni ci sembra abbia tuttora qualcosa da dire, forse anche perché dalla letteratura coeva e successiva ci si sarebbe potuti aspettare qualcosa di più, per quanto riguarda il racconto delle mutazioni della vita della provincia italiana degli ultimi decenni, con l’accelerazione tecnologica, l’arrivo delle ondate migratorie, l’ulteriore trasformazione degli spazi sociali e dei rapporti interpersonali. In particolare intorno al fenomeno dell’incontro tra la quotidianità stratificata della vita di provincia italiana e il bagaglio di diversità ed esperienze estreme dei nuovi migranti, soprattutto quelli dell’est, poco mi è capitato di leggere che non risultasse un po’ troppo di servizio, che non avesse il sapore di una interpretazione riduzionistica, troppo politica o sociologica o ideologica. Senza compiere una ricerca esaustiva, ricordo a memoria I fannulloni di Lodoli, del 1990 ma poi per diversi anni davvero poco che andasse fuori dal solco o più in profondità rispetto al fatto riportato dal giornalismo.

Fra le felici eccezioni, posso annoverare Luce profuga, secondo romanzo di Valerio Aiolli, che inaugurò con questo titolo una sua vena più letteralmente “realistica”, ad arricchimento di una tavolozza stilistica che nell’esordio di Io e mio fratello aveva già dato prova di saper raccontare un paese che stava cambiando, ma in quel caso per mezzo della forma letteraria dello straniamento, ovvero attraverso lo sguardo di un bambino.

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Pietro Grossi, Il Passaggio

Pietro Grossi, Il Passaggio, Feltrinelli, 2016, € 15,00, ebook € 3,99

di Martino Baldi

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Carlo vive a Londra, lavora in uno studio di architettura e ha una vita regolare e soddisfacente con la moglie Francesca e due figli gemelli. Da tredici anni ormai si tiene a distanza di sicurezza dal padre, figura strabordante e dominante con cui gli scontri erano arrivati a un livello impossibile da sopportare, e da sette anni ha abbandonato la sua passione per le barche, che lo aveva portato a vagabondare nei mari di mezzo mondo. Sembra ci sia un muro invalicabile tra il suo passato e il suo presente. Un giorno giunge però una telefonata inattesa: suo padre lo chiama per chiedere il suo aiuto in una missione che più avventurosa e rischiosa non si può: tornare a navigare con lui per aiutarlo a portare una barca che gli è stata affidata dalla Groenlandia al Canada, lungo la rotta del celebre Passaggio a Nord Ovest. Due sfide in una e chissà quante altre dentro le due principali: ritrovare il padre e ritrovare il mare.

Il passaggio è una storia marina e famigliare; un racconto pieno di acqua, di luce e di vento, di rabbia e di amore; una saggio di arte e avventura marinaresche; un romanzo di formazione a scoppio ritardato, come si addice forse perfettamente alla generazione dei quarantenni. Ed è soprattutto il libro che ci restituisce uno scrittore che dopo un libro ammiratissimo come Pugni, si era un po’ smarrito nei meandri di meccanismi narrativi meno convincenti (o, forse, vorrei tornarci prima o poi, autosabotanti) e che torna adesso con un romanzo semplice ma profondo, in equilibrio tra il realismo delle piccole sfumature, l’afflato dell’epopea e il vento di una grande visione etica della vita e delle relazioni di cui è intessuta.

E col vento in poppa sembra procedere anche la narrazione, una “narrazione a vela” si potrebbe dire, per la naturalezza con cui procede, senza farci sentire mai il rumore del motore, e anzi resa ariosa dalla pulizia stessa della pagina, con la rinuncia alle interpunzioni del discorso diretto, per esempio. Nessuna virgoletta, nessun trattino, nessun disse o rispose o esclamò. Tutto sembra accadere dentro il silenzio del vento e del mare, punteggiato casomai da un interessante fittissimo uso del lessico nautico che fa l’effetto dei rumori della barca, proprio quelli e non altri, nel piano del materiale sonoro che intesse l’intero racconto.

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Richard Brautigan, L’autostoppista della Galilea

Richard Brautigan, fonte LitKicks.com

Richard Brautigan, fonte LitKicks.com

L’autostoppista della Galilea, di Richard Brautigan

Introduzione e versione italiana delle poesie di Martino Baldi

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Charles Baudelaire scorrazza per la Galilea  alla guida di una Ford degli anni Venti. Lungo la strada tira su un autostoppista. Si chiama Gesù. Una roba che comincia così non ha bisogno di troppe presentazioni. E infatti L’autostoppista della Galilea è un testo che parla da solo e io mi limiterò a qualche aneddoto per contestualizzarlo. Indicato solitamente nella bibliografia di Brautigan come il suo secondo libro di poesie, in verità non è un libro vero e proprio, ma appena una breve suite di nove brevissimi testi. Né si può dire propriamente che sia il secondo, visto che il cosiddetto primo libro, The Return of the Rivers, di fatto fu ancor meno libro; si trattava infatti della semplice stampa di una singola poesia pubblicata da Leslie Woolf Hedley, il proprietario della Inferno Press (sì, il nome era meraviglioso), come favore personale: cento copie con le copertine e le etichette piegate e incollate a mano dallo stesso Richard con l’aiuto di sua moglie Virginia e di Ron Loewinsohn (l’amico poeta a cui poi dedicherà Pesca alla trota in America).

Lo stesso Leslie Woolf Hedley nel frattempo, a fine 1957, aveva pubblicato anche la plaquette Four new poets, in cui riuniva quattro poesie di Brautigan, insieme a testi di altri tre giovanissimi poeti: Martin Hoberman, Carl Larsen, and James M. Singer. Carl Larsen, a sua volta, aveva pubblicato nell’estate precedente  due poesie di Brautigan sulla rivista Existaria, a Journal of Existant Hysteria. Insomma, era la San Francisco degli anni Cinquanta ed era un gran bel bordello. Per i poeti, un paradiso. È da quel clima comunitario che nasce la pubblicazione dell’Autostoppista.

Andò così: il poeta Jack Spicer (il secondo dedicatario di Pesca alla trota) nella primavera del 1957 iniziò a organizzare in una stanzetta del terzo piano della Biblioteca Pubblica di San Francisco (poi si spostò nei locali del San Francisco State University Poetry Center) un laboratorio di poesia. Era una cosa piuttosto informale. Il workshop ospitava settimanalmente poeti, artisti e studiosi dell’area di San Francisco, e occasionalmente anche qualche ospite della East Coast. Il 9 giugno del 1957 i poeti che vi partecipavano tennero un reading, intitolato Poetry as Magic, e Jack Spicer nei giorni successivi si dovette lasciar sfuggire in compagnia di alcuni dei poeti partecipanti qualcosa del tipo: “Però, cazzo, quanto sarebbe bello pubblicare i testi dei poeti del laboratorio!”. Tra quei poeti c’era Joe Dunn, che doveva essere un tipo piuttosto pratico per essere un poeta e poche settimane dopo si iscrisse a una scuola serale di quattro settimane per imparare a maneggiare una macchina per la stampa (no, non era così facile all’epoca) e cominciò  a lavorare per la litografia della Compagnia degli Autobus di San Francisco. Stampava biglietti, volantini, programmi, orari, ecc. Ora, non è ben chiaro se Joe abbia chiesto il permesso a qualcuno, ma nella litografia della compagnia degli autobus, verosimilmente di notte e durante i fine settimana, Joe Dunn – che nel frattempo aveva fondato la White Rabbit Press – già  a novembre mandava in stampa i primi libretti di poesia e a nell’arco di un anno ne aveva pubblicati già dieci: il primo era di Steve Jonas, il secondo di Jack Spicer, il sesto – nel maggio del 1958 – era L’autostoppista della Galilea di Richard Brautigan.

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Su Rodolfo Walsh

 

R. Walsh (fonte Edizioni Sur)

R. Walsh (fonte Edizioni Sur)

Su Rodofo Walsh

Libri:

Operazione Massacro, traduzione di Elena Rolla, La Nuova Frontiera, 2011, € 12,00, ebook € 8,49
Il violento mestiere di scrivere, traduzione di Stefania Marinoni, La Nuova Frontiera, 2016, € 12,50
Fucilati all’alba. Rodolfo Walsh e il crimine di Suárezdi Roberto Ferro, trad. di Agnese Guerra, Arcoiris 2013, € 12,00

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di Martino Baldi

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Per un uomo rigoroso, ogni anno diventa più difficile decidere qualunque cosa senza destare il sospetto di stare mentendo o di sbagliarsi.

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Operazione Massacro è un libro che non dovrebbe mai finire fuori catalogo. Sempre sia lodata dunque la casa editrice  La Nuova Frontiera di Roma per aver riproposto a dieci anni dalla prima edizione italiana, uscita per Sellerio nel 2002, il capolavoro di Walsh (nella traduzione di Elena Rolla e con una introduzione di Alessandro Leogrande), tassello non isolato di un prezioso costante lavoro di diffusione della letteratura sudamericana in Italia, di cui è tra gli editori indipendenti uno dei maggiori baluardi. Operazione Massacro non è infatti un libro qualsiasi. Da un punto di vista letterario Walsh nel 1957 anticipa di quasi un decennio quel A sangue freddo di Truman Capote che viene pressoché universalmente considerato il capostipite della letteratura non-fiction ma, quel che più conta, è che quella di Walsh va inserita nel novero delle più alte testimonianze del secondo Novecento di resistenza dell’umanesimo a ogni barbarie e a ogni incarnazione del male nella Storia.

Il libro è il racconto di un massacro misconosciuto commesso nel 1956, a José León Suárez, un sobborgo di Buenos Aires, dalle forze della “Rivoluzione Liberatrice” antiperonista in Argentina. La sera del 9 giugno 1956 un gruppo di civili, senza alcuna colpa salvo quella di essersi riuniti per seguire insieme un incontro di pugilato alla radio in contemporanea con una sollevazione popolare peronista in altri luoghi del paese, viene prelevato dalla polizia, sequestrato per alcune ore e infine sottoposto a un’esecuzione sommaria per fucilazione. Alcuni di loro riescono a sfuggire anche al colpo di grazia ed è a partire dalle loro testimonianze raccolte in segreto, nonché ad un alacre e pericolosissimo lavoro di ricerca delle prove, che Walsh riesce a ricostruire l’accaduto minuto per minuto, inchiodando alle loro responsabilità gli uomini del regime del generale Aramburo e il generale stesso.

La narrazione, preceduta da un prologo in cui Walsh racconta come si trovò precipitato nel cuore degli eventi, è scandita in tre parti (Le persone, I fatti, Le prove) come in un vero dossier investigativo, e procede di traccia in traccia mescolando gli strumenti dell’indagine giornalistica e giudiziaria con quelli della narrazione poliziesca – di cui Walsh era già un riconosciuto maestro. Il tocco dello scrittore è secco, serrato, come in un noir senza troppe concessioni allo stile. Del resto non ha bisogno di enfatizzare alcunché, di giocare con i registri linguistici o costruire intrecci da fiato sospeso. I fatti sono di per sé già così tenacemente allo stesso tempo reali e inverosimili (eppure, lo scopriremo col tempo, così tragicamente comuni) da tenere il lettore col fiato sospeso fino alla fine. Le diverse testimonianze dei sopravvissuti costituiscono già il più agghiacciante degli intrecci. Se la sensibilità del grande scrittore si vede dal sapere scegliere gli strumenti adatti e rinunciare all’uso eccessivo di altri, in questo caso Walsh ci offre un esempio impareggiabile di misura, limitandosi ad agire sul ritmo e sul montaggio per trasformare una serie di eventi, notizie e testimonianze in una macchina narrativa infernale.

L’indagine di Walsh, naturalmente, non ebbe esiti giudiziari; fu insabbiata e i colpevoli restarono impuniti dalla giustizia ordinaria. Quel massacro resterà uno dei tanti sanguinosi episodi impuniti che costellano la storia delle dittature argentine del secondo Novecento. Segnò invece l’esistenza di Walsh, che da pacifico giocatore di scacchi e scrittore di racconti polizieschi, investito dalla Storia, non seppe tenere sotto controllo il suo spirito di dignità e giustizia, come invece si esigeva in quegli anni in America Latina da un cittadino che volesse vivere a lungo. E infatti il giornalista e scrittore, all’epoca del massacro poco più che trentenne, non visse a lungo. Dopo un periodo di militanza a vario titolo, giornalismo, scritture e semiclandestinità, il 24 marzo 1977 inviò alla redazioni dei giornali argentini e ai corrispondenti stranieri una Lettera aperta di uno scrittore alla Giunta Militare, in cui si denunciavano le nefandezze e le violenze del regime militare istituito l’anno prima dal generale Videla. La Lettera è pubblicata in Appendice a Operazione Massacro. Il giorno dopo averla inviata, Rodolfo Walsh fu sequestrato in un’imboscata mentre diffondeva la sua lettera, e da allora compare nella lista dei desaparecidos, le persone che furono arrestate per motivi politici, o anche semplicemente per essere sospettate di avere compiuto attività “anti governative”, e delle quali si persero per sempre le tracce. Tra il 1976 e il 1983 si calcola che furono circa 30.000. Walsh sarebbe arrivato al campo di concentramento già morto e il suo cadavere sarebbe stato esposto dai militari come trofeo. Bisognerà attendere molti anni per veder pubblicata la sua lettera, che in Italia è stata tradotta per la prima volta nel 2004 e compare in questo caso per la prima volta in volume.

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Georgi Gospodinov, Fisica della malinconia

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Georgi Gospodinov, Fisica della malinconia, a cura di Giuseppe Dell’Agata, Voland 2013, € 15,00; ebook € 3,49

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di Martino Baldi

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Per il 2017 mi auguro e auguro a tutti di leggere, trovare tanti libri come questo, che per me è stato il migliore letto nel 2016, anche se la pubblicazione di questo romanzo risale al 2013. Ormai molto è stato detto e scritto su Fisica della malinconia, che è stato anche nella cinquina dei finalisti del Premio Strega Europeo, ma penso valga la pena di intrattenersi ancora su questa opera sorprendente che fa comparire improvvisamente la letteratura bulgara al centro del palcoscenico del romanzo europeo. Onori dovuti, quindi, all’editore Voland, che è stato artefice della prima traduzione mondiale di quest’opera (per mano di Giuseppe Dell’Agata), nell’ambito di un costante e prezioso lavoro di carotaggio della letteratura slava, a cui dedica la collana Sírin.

Impossibile riassumere la trama. Il libro nasce come una sorta di inno di un io plurale (“Io siamo”) e racconta inizialmente la patologia straordinaria di un bambino che soffre di empatia patologica; è cioè capace di immedesimarsi negli altri esseri viventi (non soltanto umani) e di fare propri i loro ricordi e pensieri. Attraverso la sovrapposizione tra un suo ricordo d’infanzia e la narrazione mitica, la storia si interseca subito con quella del Minotauro, riletta però in una chiave tragicamente umana, come mito non della mostruosità e della ferocia ma dell’abbandono: chi è in fondo il Minotauro – ci dice Gospodinov – se non un bambino a cui viene addossata una colpa (quella dell’accoppiamento tra Pasifae e il toro) non sua, e per questa viene perseguitato e infine ucciso? Una creatura orrenda, sì, ma, a leggere il mito in chiave umana, pur sempre e soltanto semplicemente un bambino abbandonato. E chi di noi non custodisce nel cuore quel trauma, quella paura di cui il mito così rivisitato ci parla? Parte da qui un cammino di ricordi plurali, recuperi della memoria individuale e collettiva, nel tentativo di ricostruire scientificamente l’essenza della malinconia; una malinconia che più che stato d’animo, e oltre che condizione esistenziale, è qui anche una condizione storica ben precisa, il qui e ora di un mondo che ha perso e continua a perdere pezzi come una pianta le foglie. Da qui, forse, anche la tensione a quella disperata azione di recupero del tutto che di fatto incarna l’intenzione enciclopedica che permea da un certo punto in poi la narrazione; l’enciclopedia come ultima speranza di memoria di un’epoca senza memoria, affinché nulla vada perso. E facilmente emerge in superficie un collegamento analogico con quella zattera carica di libri nell’opera di Anselm Kiefer Il grande carico, davanti a cui ho il piacere di lavorare ogni giorno (è esposta nella Biblioteca San Giorgio di Pistoia).

Kiefer, Il Grande carico

Kiefer, Il Grande carico

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Elena Varvello, La vita felice

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Elena Varvello, La vita felice, Einaudi 2016, € 18,50, ebook € 9,99

di Martino Baldi

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Nell’agosto del 1978, l’estate in cui incontrai Anna Trabuio, mio padre portò nei boschi una ragazza.
Si era fermato col furgone sul ciglio della strada, prima del tramonto, le aveva chiesto dove stesse andando, le aveva detto di salire.
Lei accettò il passaggio perché lo conosceva.
Lo videro viaggiare a fari spenti in direzione del paese, ma poi lasciò la strada, prese un sentiero ripido e sconnesso e la costrinse a scendere, la trascinò con sé.

Elia ha sedici anni e vive a Ponte, un piccolo paese in mezzo ai boschi, con la madre Marta e il padre Ettore. È l’estate del 1978. Nel dicembre immediatamente precedente un bambino è scomparso nel nulla gettando nell’angoscia tutto il paese, che già viveva una crisi profonda dovuta soprattutto alla chiusura dello stabilimento che dava lavoro a gran parte dei suoi abitanti. Il padre di Elia è uno dei tanti che ha perso il lavoro e da quel giorno ha cominciato ad accelerare la sua deriva mentale dovuta a un disturbo bipolare.
L’estate del racconto è quella in cui Elia fa amicizia con Stefano, un coetaneo nuovo arrivato in paese, e si innamora di sua madre Anna Trambusti, che ha vent’anni più di lui ed è tornata a Ponte dopo esserne fuggita molti anni prima. Ma più di ogni altra cosa è l’estate in cui suo padre Ettore, all’apice del delirio paranoide, in una notte maledetta e allucinata, sequestra una ragazza. Una di quelle incrinature che minacciavano le vicende domestiche nei racconti d’esordio della Varvello, in L’economia delle cose, si è spalancata, si è fatta voragine e sembra poter inghiottire tutto. Elia si trova a precipitare violentemente fuori dall’ingenuità della giovinezza, teso tra la scoperta di sé, l’angoscioso tentativo di comprendere il comportamento paterno e quello di tenere integro l’amore che unisce la propria famiglia, di ricomporre la voragine.
In poche parole si potrebbe dire che La vita felice è un romanzo di formazione teso come un thriller, in cui la suspense è tutta nello stile, asciutto e scavato da vene di sgomento, speranza, incredulità e silenzio (e vedremo più avanti che non è solo un modo di dire). Sappiamo già tutto sin dalle prime pagine ma la tensione è implacabile, suscitata dal modo in cui la lingua della Varvello si tiene vicina al protagonista adolescente, a cui presta la voce nel lungo flashback con cui Elia stesso, trent’anni dopo, cerca di attraversare in direzione inversa, la più oscura linea d’ombra della sua esistenza.
L’attrazione che di pagina in pagina questo libro esercita nei confronti del lettore si deve soprattutto alla tensione di cui abbiamo detto, all’empatia che riesce a innescare nei confronti di tutti i personaggi, perfino nei loro momenti più terribili, e al modo in cui la narrazione attrae il lettore dentro di sé, in un certo senso facendogli spazio, portandolo direttamente in scena a condividere con i personaggi i loro sguardi nel buio e a provare sulla propria pelle l’inquietudine del cercare continuamente risposte senza averne di confortanti. (altro…)

Alessandro Raveggi, Il grande regno dell’emergenza

ravAlessandro Raveggi, Il grande regno dell’emergenza, LiberAria, 2016 € 10,00, ebook € 4,99

recensione di Martino Baldi

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Comincia sotto il segno di un inquietante mascheramento Il grande regno dell’emergenza.

Per rispettare le sue ultime volontà, tre figli partecipano al funerale del padre indossando delle maschere con sembianze di animali, mentre un quarto fratello partecipa da lontano intrecciando una fitta corrispondenza con uno dei tre, il narratore. L’espediente permette di raccontare con efficacia e senza retorica il delicato equilibrio di relazioni familiari e reciproci rapporti di potere che di fatto costituisce l’universo dei protagonisti, definendoli in relazione alla figura paterna e tra di loro. Basterebbe questo primo racconto, I nostri oggetti paterni, che presta anche l’iconografia alle illustrazioni di copertina, per rendere conto delle particolari qualità della scrittura di  Raveggi, che riunisce in questo volume una decina di prose scritte tra il 2009 e il 2015 e già perlopiù disperse tra riviste, quotidiani e antologie. Colpisce infatti, data la frammentarietà delle occasioni da cui i diversi racconti sono originati, la compattezza della raccolta, caratterizzata da una coerenza stilistica e da una esemplare chiarezza e pervicacia nelle scelte di “poetica”, a partire dal tema della catastrofe, che era al centro anche del precedente romanzo Nella vasca dei terribili piranha (Effigie, 2012).

Una catastrofe a cui ci sentiamo vicini in ogni pagina del libro, grazie a una particolare qualità di perturbamento abilmente inscritta nello sguardo del narratore. La modalità in cui si guardano e si nominano le cose in questo libro sembra infatti perlopiù funzionare come una sorta di straniamento rovesciato. Se lo straniamento è una tecnica narrativa assimilabile a una vista “da fuori”, per cui  un comportamento, osservato senza empatia e da un punto di vista esterno, assume sensi inediti, alienanti e perturbanti, in Raveggi invece il perturbamento viene generato da uno sguardo da vicino, da vicinissimo, spesso da dentro; uno sguardo talmente vicino che spesso ci restituisce l’inquietudine di una realtà fatta di parti senza un tutto. La materia del racconto è spesso distesa secondo una consequenzialità inattesa, una trama delle cose intrecciata su un ordito assai spesso analogico più che logico. A volte la sensazione di spaesamento è affidata a piccoli spostamenti che inclinano il racconto verso toni surreali o umoristici, a volte a elementi derazionalizzanti, come l’espediente delle maschere:

Come se le maschere corrispondessero a un senso recondito da scoprire. Ma solo vedendosi da fuori, facendosi vedere dai propri fratelli e sorelle. Forma impensabile di lasciarsi vedere, ora, coi tre fratelli dispersi nell’Artide delle relazioni.

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Yasmin Incretolli, Mescolo tutto

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Yasmin Incretolli, Mescolo tutto, Tunué, 2016, € 9,99

di Martino Baldi

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«Sono carini questi orecchini», dice Chus.
«L’ho scovati in fondo a un cassetto…»
S’avvicina lascivo titillando con punta di lingua il bijoux a forma di cono gelato gusto brillantini incastonati nell’acciaio.
Ho detto, scostandomi dall’avorio dei canini: «Mi dai un pugno?»
«Eh?»
«Ho curiosità nel seguire la direzione del sangue se mi fracassi il setto».
Ride: «Che ti piglia?»
«Valuto che l’atto potrebbe saziarmi brevemente l’animo in travaglio».
«Ma come cazzo parli?»
«Come cazzo mi pare».

La storia narrata in Mescolo tutto non è particolarmente originale.  Maria e Chus sono due adolescenti borderline: lei una diciannovenne autolesionista, lui un teppista di periferia. Si incontrano tra i banchi di scuola e instaurano una relazione fatta soprattutto di violenza, verbale e fisica. L’infatuazione si trasforma in breve per Maria in una vera e propria dipendenza amorosa  e quando Chus la interrompe, ritirandosi da scuola e negandosi alla ragazza, Maria fugge in un vagabondaggio che la porta a conoscere un gruppo di ragazzi benestanti e viziati che la attraggono in un vortice di party, droghe e sesso estremo.

Ha fatto discutere molto questo libro di esordio, uscito da una delle più apprezzate fucine della nuova narrativa italiana quale la collana di narrativa dell’editore Tunué diretta da Vanni Santoni. La “colpa” di Yasmin Incretolli sarebbe quella di non apparire a prima vista con le stigmate dello scrittore che qualcuno si aspetterebbe: di giovanissima età (è del 1994), donna, bella, accento romanesco, nessuna frequentazione di riviste, festival e salotti letterari…
Invece, alla luce di Mescolo tutto, c’è da dire che sono stati lungimiranti i giurati del XXXVIII Premio Calvino a segnalare quel dattiloscritto dall’improbabile titolo Ultrantropo(rno)morfismo inviato al concorso dalla Incretolli, e bravissimo Santoni a riconoscere nella giovane romana le qualità di una scrittrice vera, ribadite nell’operazione di trasformazione che ha portato il testo in concorso a diventare il romanzo pubblicato.
È infatti  cosa da scrittrice vera quella che ha fatto Yasmin Incretolli: prendere una storia che poteva apparire banale e più che obliterata di disagio e deriva giovanile ai margini di una metropoli e trasformarla in qualcosa che meriti di esser messo su carta attraverso l’unico strumento che uno scrittore ha: la lingua. Mescolo tutto rivela infatti un lavoro ammirabile proprio nel modo in cui la vicenda è impastata con una giusta cifra di letteratura (a rendere l’operazione non spontaneistica) e la minima concentrazione di letterarietà (a non renderla un freddo esercizio di sperimentalismo). Lungi dall’essere super sperimentale, come qualcuno l’ha definito, il lavoro sulla lingua che fa la Incretolli è un lavoro prettamente narrativo, mimetico, da scrittore tout court.

Strizzacervelli signora sotuttoio m’interroga su sensazioni provate negli imputati momenti. Sollazzata dall’ampollosità monopodalica militare ho curvato lo sparo, proferendo risposte in completo rigurgito nonsense. […] Ho reso voce deliberatamente flautata sotto contrazione laringea: «Può darsi una simile caccia alla beatitudine tramite autoinflizioni possa trovare fraintendimento presso territori dogmatici di sua competenza. Eppure, si fidi: seppur  dall’esterno possa apparire delirante, nel permesso alla cute d’aprirsi, sono in estasi».
«Ma come parli?»
«Come cazzo mi pare?»

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TheFLR Contemporary Italian Literary Magazine

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TheFLR Contemporary Italian Literary Magazine

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Nasce a Firenze TheFLR – The Florentine Literary Review, una rivista che mira a colmare il vuoto della scarsità di traduzioni di scrittori italiani nel mondo e di promuovere la nuova letteratura italiana fuori dalle quattro anguste mura in cui spesso è relegata.

Ogni uscita conterrà sei racconti e due poesie di altrettanti autori italiani, un tema conduttore. Un illustratore emergente darà coerenza tematica e grafica all’intero numero. Il formato sarà ad alta leggibilità. Ma soprattutto – questa la novità – ogni numero sarà completamente bilingue.

L’editore è la rivista The Florentine, 11 anni di esperienza editoriale alle spalle, con un pubblico internazionale appassionato di tutto ciò che riguarda l’Italia. L’idea è dello scrittore e critico fiorentino Alessandro Raveggi , che si è costituito intorno un Consiglio Editoriale di giovani critici, narratori, editori, poeti, operatori culturali che gravitano nell’area toscana: Luca Baldoni, Martino Baldi, Diego Bertelli, Raoul Bruni, Silvia Costantino, Giuseppe Girimonti Greco, Paolo Maccari, Daniele Pasquini, Vanni Santoni, Niccolò Scaffai.

Il tema del primo numero della rivista è il concetto di “invasione”, per ricordare una massiccia inondazione: quest’anno infatti cade il 50° anniversario dell’alluvione che nel 1966 sconvolse Firenze. Ma sopra la superficie (dell’acqua) e oltre, il concetto sarà esteso anche a temi quali il flusso del turismo, l’“invasione” di migranti ed immigrati, il viavai continuo tra culture e linguaggi differenti e altre possibili connotazioni. Gli autori ospitati a declinare il tema in questa prima uscita sono i narratori Luciano Funetta, Alessandro Leogrande, Luca Ricci, Elisa Ruotolo, Filippo Tuena ed Elena Varvello e i poeti Mariagiorgia Ulbar e Marco Simonelli.

Sulla piattaforma di crowdfunding, su cui la rivista è stata lanciata, è stato raggiunto il 95% delle sottoscrizioni a pochi giorni dal temine della raccolta. C’è ancora qualche giorno per garantirsi in anteprima la rivista, sia in versione digitale sia in versione cartacea, e per supportare il progetto, facendogli raggiungere un 100% di copertura economica che sarebbe veramente un risultato da cui partire con grande entusiasmo.

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Vladimir Dimitrijević, La vita è un pallone rotondo (di Martino Baldi)

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Vladimir Dimitrijević, La vita è un pallone rotondo, Adelphi, 2000 e successive edizioni, traduzione di Marco Bevilacqua, € 12,00

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Il calcio non è aristocrazia, è nobiltà. Vi è in esso un’uguaglianza che non esiterei a definire cristiana. Mi spiego: non esiste un modello di giocatore ideale. Tutti i calciatori eccezionali trasformano un palese difetto in una qualità sublime.

Il nome di Vladimir Dimitrijević ai più dirà poco o niente, eppure a lui dobbiamo la diffusione di uno dei più grandi capolavori della letteratura universale sicuramente del ventesimo secolo e forse di tutti i tempi: Vita e destino, il grandissimo romanzo storico di Vasilij Grossman, compiuto nel 1960 ma censurato perché ritenuto “antisovietico” e sequestrato dal KGB (che distrusse perfino i nastri della macchina da scrivere dello scrittore e censurò perfino il necrologio dello scrittore togliendo ogni riferimento al romanzo). La avventurosa storia di come il libro sia sopravvissuto merita di essere letta a parte (qui alcune informazioni), ma a noi basta sapere che la prima edizione mondiale di Vita e destino vide la luce nel 1980, sedici anni dopo la morte dell’autore, grazie a una piccola casa editrice indipendente svizzera, L’Âge d’Homme, fondata (nel 1966) e diretta proprio da Dimitrijević, esule serbo rifugiato in Svizzera, dove prima di darsi all’editoria si manteneva lavorando al nero in una fabbrica di orologi ed era riuscito a conquistare il permesso di soggiorno grazie all’ingaggio in una squadra di calcio.

Proprio il calcio, insieme al doloroso amore per le proprie origini e alla letteratura, è stata una delle pietre miliari di Dimitrijević, che è scomparso in un incidente stradale nel 2011. Tutte e tre queste passioni si ritrovano e si intrecciano nel mirabile volumetto La vita è un pallone rotondo, che da oltre quindici anni non cessa di conquistare lettori di quella piccola nicchia internazionale di calciofili romantici sempre in attesa di qualcuno che sappia dare corpo e parola alla loro passione. Ma il libro di Dimitrijević non è certo un libro da consigliare esclusivamente a chi ama il calcio, e non certamente a chi ama il calcio dei giorni nostri senza vederne in filigrana, con una certa malinconia, la sua storia e il suo significato così nella vecchia Europa del ventesimo secolo come nella propria infanzia. Il calcio è l’ordito su cui si incrociano vicende biografiche dell’autore, dall’infanzia fino agli anni dell’esilio, riflessioni sulla natura umana e sulla Storia, le drammatiche vicende del totalitarismo novecentesco (viste sempre in una soggettiva stretta, senza grandangolo, che le rende ancora più crude) e altro ancora, soprattutto la grande passione di Dimitrijević per la letteratura.

Il calciatore vero si riconosce immediatamente, non lo si può inventare né simulare; il suo è un qualcosa di innato, un dono, un tocco inimitabile, l’arte di stoppare la palla; una cosa che non si impara. È esattamente come chi possiede uno stile letterario, perché a mio avviso c’è una correlazione tra questo sport e la letteratura. Il modo in cui uno scrittore colloca una virgola o un aggettivo, il modo in cui percepisce la propria musica, il respiro della frase, tutto ciò si ritrova in questo magico gioco. Vi è un calcio musicale, vi sono giocatori epici, giocatori lirici, giocatori accademici. Si riconoscono in letteratura così come nel calcio. In realtà, non è il cervello a dare i segnali, ma un centro situato tra quelle due parti fondamentali del nostro corpo che sono da un lato gli organi, gli organi emotivi del desiderio, e dall’altro la testa, che regola questa strategia per evitare che si trasformi in pulsione di caos e distruzione. E la cosa che si trova a metà strada fra la nostra animalità e la nostra intelligenza tutta cerebrale è il cuore dell’uomo: è lui che dà al gioco, e anche alla letteratura, questa pienezza. Il cuore, questo grande escluso del materialismo economico che ci circonda!

 A fare grande questo piccolo libro sono soprattutto la mente e la penna acuminata dell’autore, capaci di estrarre illuminanti riflessioni, tratteggiare con sintetica grazia profili tanto di individui dimenticati e marginali come dei più grandi campioni di tutti i tempi e, soprattutto, far detonare in metafore potentemente poetiche il legame tra l’uomo e ogni cosa che gli riservi il destino, in questo caso soprattutto il legame tra il calcio e la vita. Si pensi per esempio alla bellissima immagine delle radiocronache del campionato jugoslavo ascoltate in esilio in una pagina che racconta dal basso, a partire da qualcosa che può apparire come un’inezia, il clima di una intera epoca storica.

Da quando avevo lasciato la Jugoslavia, l’idea che nel mio paese si continuasse a giocare a calcio destava in me lo stesso dolore di quando consideravo che la vita laggiù proseguiva senza di me. Tentavo di leggere gli scarni resoconti sui giornali, quand’era possibile ascoltavo le trasmissioni di Radio Belgrado, e tutto sembrava lontano, atrofizzato dalla solitudine. […] L’orecchio, che è l’organo dell’immaginazione per eccellenza, vede e intuisce cose che gli occhi non possono percepire. Quelle partite, anche ridotte all’osso, si sono impresse nella mia memoria. In seguito ho visto dei filmati con le fasi salienti di quelle partite e ho potuto constatare quanto fosse difficile far coincidere la mia immaginazione con quelle immagini. L’esilio conferisce alle notizie che si ricevono un odore particolare. Da esiliati, ci si trova dall’altra parte dello specchio, praticamente nell’oltretomba. L’esilio è la condizione in cui ciò che si crede sia la vita non è affatto la vita. La radio è una componente dell’esilio, perché le notizie che trasmette sono remote, comportano uno sforzo di immaginazione e su tingono di una tristezza infinita.

 Pagina dopo pagina ci troviamo in mano, quasi senza accorgercene se non progressivamente, un piccolo trattato di morale della vita quotidiana e sociale, fatta di modestia, amore per gli umili, rispetto per il talento, ammirazione per il genio, attenzione per tutti e il libro, composto da tante prose perlopiù brevissime, si può leggere come una biografia esplosa ma anche rileggere come un breviario, restando a riflettere a lungo sulla capacità dello scrittore serbo di condensare così tanta verità in così poche parole. Un libro dunque sicuramente da consigliare a chi non si spiega perché un gioco “barbaro” fatto con i piedi, perlopiù inelegante e certamente infantile appassioni ancora oggi inspiegabilmente così tanti adulti dotati di senno e cultura.

L’uomo di oggi non può più vivere in una società eroica; siccome ha scelto la pseudodemocrazia che lo fa vegetare in una sorta di indifferenza, va alla partita. La povera gente ottiene qualche vittoria, certo illusoria, perché un domani subirà licenziamenti e rifiuti. Forse finirà col divorziare, intenterà un processo, toccherà con mano i danni della droga in famiglia… Io sono d’accordo con l’idea di costruire stadi, campi da basket o palestre nei quartieri difficili. Ma non sono né le tenute eleganti, né i parquet, né i prati ben curati a rendere sano il corpo. È il desiderio interiore di prodigarsi, di conoscere la gioia.

La vita è un pallone rotondo è un libro che chi ama il calcio dovrebbe leggere ma soprattutto un libro che dovrebbe assolutamente leggere chi odia il calcio. E chi non lo ha mai capito. Che è un po’ come non capire una parte importante di ciò che significa essere umani.

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© Martino Baldi

Le recensioni di Martino Baldi sono pubblicate in collaborazione con la Biblioteca San Giorgio di Pistoia

 

Sui racconti di Sam Shepard (di Martino Baldi)

 

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Sam Shepard: Attraverso il paradiso (Feltrinelli, 1998 – non disponibile). Il grande sogno (Feltrinelli, 2005). Traduzioni di  Andrea Buzzi

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Per lui cominciò con un istante di silenzio lacerante. Qualcosa si staccò e cadde. Istintivamente in cuor suo capì che quel “qualcosa” era l’idea, coltivata a lungo, di se stesso come singolo individuo; quell’entità tutta americana chiamata “Il Self Made Man”

[da Self Made Man in “Attraverso il paradiso”]

Se Sam Shepard sia soprattutto un grande attore oppure un grande sceneggiatore oppure un grande drammaturgo è difficile a dirsi. Il dibattito è aperto. Gli estimatori dello Shepard attore ricorderanno le sue grandi interpretazioni a partire dallo strepitoso esordio in un ruolo di rilievo sotto la regia di Terence Malick in I giorni del cielo. Chi vede in lui soprattutto il maggior drammaturgo americano della sua generazione fa leva su una monumentale produzione più che quarantennale di oltre cinquanta plays, culminata con il Premio Pulitzer per Il bambino sepolto (ora in Scene americane) e una serie infinita di riconoscimenti nazionali e internazionali. Come sceneggiatore cinematografico basta citare i due suoi maggiori lavori, anzi capolavori, Zabriskie Point e Paris, Texas, per offrire un’idea dell’importanza e dell’influenza del suo lavoro.

Di sicuro con l’insieme della sua opera Shepard ha contribuito come pochi altri a definire l’identità di una popolazione, fuori dagli stereotipi frusti del miracolo americano, in particolare nei territori del nuovo West rurale, negli spazi sterminati come nelle strette e anguste stanze di abitazioni fin troppo popolari e niente affatto illuminate da una qualsiasi speranza. Proprio in questa dialettica tra il silenzio di dentro e il vuoto di fuori, spesso animata da rapporti interpersonali conflittuali, si svolge gran parte della sua scrittura. In tal senso il personaggio più significativo della sua opera è forse Travis, il protagonista di Paris, Texas, che, per lasciarsi alle spalle la catastrofe di un matrimonio e di una paternità bruciati nel rogo di una gelosia maniacale incontrollabile, vagabonda a piedi per quattro anni da Los Angeles fino al deserto texano dove viene ritrovato, arroccato in un mutismo assoluto, dal fratello che lo riporta a casa.

Chi ha amato le atmosfere di quel film di Wim Wenders, i suoi panorami sterminati e immobili, quella capacità unica di far parlare le immagini e il silenzio, di definire un uomo tanto profondamente quanto più egli si sottrae all’essere esplicabile e comprensibile, i dialoghi laconici ma improvvisamente detonanti in rivelazioni di un destino più grande di ogni volontà, amerà sicuramente anche la narrativa di Shepard, improntata a un realismo spietato, doloroso, crudo, malinconico, checoviano e inspiegabilmente trascurata da molti come una sua arte minore.

“Siamo quel che siamo e non possiamo farci niente” dice il protagonista di Il soccombente di Thomas Bernhard e quanto riecheggia e sembra vera questa frase osservando i personaggi di Shepard nei due volumi di racconti Attraverso il Paradiso e Il grande sogno, entrambi tradotti da Andrea Buzzi: un pugno di mosche che sbattono contro una lampadina accesa nella notte cercando disperatamente una via d’uscita da una costrizione e da un disagio che appaiono però un marchio a fuoco esistenziale, una condizione inevitabile. Basti pensare al racconto Da qui a Coalinga, nella prima delle due raccolte, in cui il protagonista lascia dopo quindici anni la moglie con cui ha un figlio comunicandoglielo per telefono, rifiutandogli anche un ultimo incontro dal vivo, quando ormai è sulla strada di Los Angeles, dove ha intenzione di rifarsi una vita con un’altra donna. Salvo poi telefonare a questa per avvertirla del suo arrivo e trovarla sulla porta di casa, con le valigie pronte, in procinto di partire per raggiungere il marito che ha avuto un incarico di lavoro in un altro Stato.

Cactus, deserti, pascoli, città sonnolente, roulotte sfasciate mal adattate ad abitazioni, motel anonimi, squallide tavole calde, lunghissime strade semivuote a perdita d’occhio che sembrano buone soltanto per allontanarsi da un luogo senza giungere mai altrove, sono la scenografia metafisica di una mancanza perenne di vie d’uscita, di un destino impresso dappertutto da un drammaturgo ben più in alto dello scrittore, un drammaturgo eterno, cinico e onnipotente.

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© Martino Baldi

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Le recensioni di Martino Baldi sono pubblicate in collaborazione con la Biblioteca San Giorgio di Pistoia

Kent Haruf – Benedizione (di Martino Baldi)

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Kent Haruf – Benedizione, NN editore, 2015 (traduzione di F. Cremonesi); € 17,00 – ebook € 8,99

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– Non è felice, disse Mary.
– Nessuno è felice, però non deve essere sgradevole in casa d’altri.

Se c’è una cosa su cui gli scrittori americani non smettono di insegnarci continuamente qualcosa è la strettissima relazione tra il destino di un uomo e la sua terra, i suoi luoghi. Forse è proprio questo l’aspetto più caratteristico dell’intera letteratura nordamericana. Sarà perché la conquista del loro territorio, palmo a palmo, è ancora fresca nella memoria, sarà perché non hanno mai smesso di raccontarla, sarà perché l’identità americana è sin dall’origine così radicata nel concetto di land, nel grande romanzo americano (così come nel cinema e nella musica popolare) un ruolo da protagonista ha sempre lo spirito del luogo, che si tratti di epopee rurali, della straniante vita nelle grandi città o delle apparentemente pacifiche immobilità della provincia.
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