martino baldi

Debuttare col primo romanzo grazie a un festival: Giorgia Tribuiani e “L’anno che verrà” – di Valentina Durante

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Chi scrive lo sa: non è tanto (non è solo) il tempo passato con la mano e la testa sulla pagina. E non è neppure lo straniamento, quel continuo dirigersi dell’attenzione – nelle pieghe e nelle minuzie della vita quotidiana – verso tutto ciò che può essere raccontato o buono per una qualche immaginazione. Non sono le ore sottratte al sonno o l’attenzione distolta dagli affetti e non è neppure tutto ciò che, a monte e a valle di questo, si guadagna: un modo diverso di guardare le cose, un sentire come di sensi costantemente allertati. No: la fatica maggiore, nello scrivere, è l’incontro con il lettore: perché senza lettore nessun testo esiste, senza gli occhi sulla pagina (sul monitor) le parole sulla pagina e sul monitor perdono motivo d’essere. Farsi leggere. Farsi pubblicare. Far transitare il testo dall’intenzione del dire al detto, finalmente scritto e detto.
Ecco perché i festival che mettono in contatto aspiranti scrittori e professionisti dell’editoria sono così preziosi: specie in un mondo che ha fama (spesso giustificata) di essere turrito e assediato da molti, troppi pretendenti (quanti cassetti italiani nascondono un manoscritto?).
Giorgia Tribuiani, che ha esordito lo scorso giugno con un romanzo breve – Guasti – edito da Voland, ha iniziato il suo percorso ufficiale da scrittrice proprio grazie a un festival letterario: “L’anno che verrà: i libri che leggeremo” che, nella sua seconda edizione, si terrà a Pistoia dal 26 al 28 ottobre. Il festival è organizzato in collaborazione con la rivista “The FLR – The Florentine Literary Review” e mette a disposizione degli aspiranti autori un cosiddetto elevator pitch: 15 minuti di tempo per raccontare il proprio progetto di pubblicazione a un editore o a un agente letterario. In questa seconda edizione saranno coinvolti gli editori E/O, Exòrma, Minimum Fax, NNE, Tunué e gli agenti letterari Luca Briasco, Monica Malatesta e Carmen Prestia: incontreranno tre autori ciascuno, domenica 28 ottobre, alla Biblioteca San Giorgio di Pistoia che ospita il festival (qui tutte le informazioni per candidare il proprio progetto).

Ci racconti, Giorgia, com’è stato il tuo incontro con Voland? Perché, al momento di presentare la tua candidatura al festival di Pistoia, hai scelto fra tutti proprio questo editore?

Quando ho trovato Voland tra gli editori presenti al festival non ho avuto un solo attimo di esitazione. Il motivo è nel catalogo. Un errore in cui si cade spesso, quando si vuole presentare il proprio testo a un editore, è quello di fare degli invii randomici, senza considerare la linea editoriale dell’interlocutore a cui ci si propone. Quando mi sono proposta a Voland conoscevo i punti di contatto tra le mie storie e quelle della collana “Le Amazzoni”, così come mi era nota l’attenzione di Daniela Di Sora nei confronti della lingua. Il bando del festival chiedeva – proprio per evitare l’invio casuale – di inviare anche una lettera di presentazione che motivasse la scelta dell’editore ed evidenziasse i punti di contatto tra il romanzo proposto e uno o più libri del catalogo, e così mi sono trovata di fronte a un’ottima occasione per evidenziare le affinità.
L’incontro è stato di conseguenza molto bello. Difficilmente un autore ha occasione di parlare con un editore del proprio progetto di scrittura, e con “progetto” non alludo solo al singolo romanzo, ma anche al percorso fatto, ai modelli di riferimento e alle idee per i romanzi futuri. I quindici minuti dell’incontro individuale sono stati davvero importanti. Venti giorni dopo avevo tra le email una bozza di contratto e prenotavo i treni per Roma. (altro…)

Riletti per voi #16: Paolo Albani, Dizionario degli istituti anomali del mondo

Riletti per voi #16: Paolo Albani, Dizionario degli istituti anomali del mondo, Quodlibet, 2009; € 14,50

di Martino Baldi

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Per mettere a fuoco la figura di Paolo Albani bisognerebbe parlare per giorni. Già poeta visivo e sonoro, artista, performer, umorista, membro dell’OpLePo (Opificio di Letteratura Potenziale), direttore di «Tèchne» rivista di bizzarrie letterarie e non, Console Magnifico dell’Istituto Patafisico Vitellianense, docente di Linguistica fantastica presso la Facoltà di Scienze inutili di Barcellona, e mille altri titoli e cariche a cavallo tra realtà e irrealtà, Albani è soprattutto da anni il più grande coltivatore di follie letterarie e uno degli autori italiani più giocosi, surreali e imprevedibili.

Sono molte le sue opere stravaganti. Un ruolo centrale nella sua produzione lo hanno i preziosissimi dizionari Zanichelli: “Forse Queneau: enciclopedia delle scienze anomale”, “Mirabiblia: catalogo ragionato dei libri introvabili” e “Aga magéra difúra: dizionario delle lingue immaginarie”. In tutti questi casi si danza in maniera ilare sul sottile confine tra realtà e immaginazione, tra verosimile e inverosimile. Gli ingredienti sono l’amore per i libri e per le parole, una instancabile e divertita curiosità, nonché la tendenza naturale molto toscana allo sberleffo e all’ironia. Sulla stessa linea si possono collocare “Il sosia laterale”, in cui Albani raccoglie ventuno recensioni a libri mai scritti da lui inventati e collocati in contesti assolutamente credibili, e “I mattoidi italiani”, repertorio senza precedenti di personaggi “esistiti o esistenti fautori di teorie singolari, a volte deliranti, elaborate in vari campi del sapere: linguisti e ideatori di lingue universali, astronomi e fisici, trasmettitori del pensiero, architetti, quadratori del cerchio, poeti, inventori, profeti, visionari, politici eccetera”.

C’è in tutti questi libri non solo una grande passione per lo studio ma anche una tensione alla immaginazione e alla edificazione di una sorta di società forse non sovvertita ma sicuramente alternativa, una società di matti che inseguono sogni e allucinazioni, imprese stravaganti, geniali ma inutili, quasi a voler sottolineare che il mondo è una inesauribile sorgente di indefessi donchisciotte. Ma c’è qualcosa di più. C’è che tra le righe Albani ci dice che donchisciotte siamo veramente tutti noi che ci almanacchiamo ogni giorno per trovare il bandolo di una matassa senza senso, in un mondo che a vederlo bene sembra una di quelle illusorie e insensate macchine di M.C. Escher e che se qualcosa ci può salvare, o almeno rendere sopportabile il nostro transito terrestre, quel qualcosa è proprio una sommessa risata di complicità rivolta da ognuno a se stesso e, subito dopo, agli altri.

In questa direzione sembra guidarci anche il “Dizionario degli istituti anomali del mondo”. Sono oltre 250 pagine in cui vengono elencate e commentate circa centocinquanta tra accademie, agenzie, associazioni, club, collegi, fondazioni, partiti, scuole, società, università e quant’altro concorre a delineare il profilo di aggregazioni umane insensate e “stupide oltre ogni dire, che però insegnano qualcosa sulla specie umana, e la sua indefessa agitazione mentale”. Anche in questo caso realtà, letteratura, fantasia e sarcasmo vanno a nozze e istituti e teorie secolari si mescolano con fantomatiche società create da amici personali di Albani.

L’Associazione Scrittori, Attori, Artisti e Musicisti irlandesi (ASSAAMI), fra i tanti servizi per i suoi soci, offre quello di sgualcire i libri per far credere che qualcuno li abbia letti, affidando il compito a sgualcitori esperti e principianti (tra cui lo scimpanzé Charlie), e quello di mettere a disposizione un ventriloquo per far fare bella figura in società a coloro che non hanno mai letto un libro ma vogliono passare per colti.
Nel Collegio Americano della Salute (COAS) si insegna il “vitapatismo”, metodo di cure ideato nel corso dell’Ottocento da John Bunyan Campbell, secondo cui sembra che il principale agente che fa restare in vita sia la Vita. Si sostiene inoltre che la causa della malattia non sia altro che l’inclinazione di alcune persone ad ammalarsi da un momento all’altro. L’unica cura utilizzata, valida universalmente per ogni tipo di disturbo, ma anche per chi non ne ha, è l’applicazione di piastre di rame al collo e ai piedi dei pazienti per estrarre il veleno dai loro corpi.
La Società per la Difesa del Pedone (SODP) conduce attività per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema dei pedoni, con appelli al senso civico degli automobilisti e alle autorità, promozione di stili di vita sostenibili, ecc. Nel frattempo, in segreto, prepara i quadri di futuri commandos per dare il via alla distruzione delle automobili e allo sterminio degli automobilisti. Per esempio, “di notte squadre di pittori, appartenenti alla Sezione Artistica della SODP, agiranno sulle strade di maggior traffico, alle curve, cancellando la linea bianca di mezzeria e dipingendo al suo posto una linea bianca dritta che induca l’automobilista verso il precipizio o, in mancanza di precipizio, fuori strada”.

Leggendo il libro, o anche solo sfogliandolo guidati dalla curiosità, è difficile, se non impossibile, resistere all’umorismo di queste sgangherate invenzioni del genio umano, parodia di tutte quelle che vorrebbero essere sensate e che, in fondo in fondo, non ci riescono mai.

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© Martino Baldi

Gabriel Del Sarto, Il grande innocente

Gabriel Del Sarto, Il grande innocente, Nino Aragno 2017; € 12,00

di Martino Baldi

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Interroga il passato, esplora il presente e getta lo sguardo verso il futuro il terzo libro del poeta toscano Gabriel Del Sarto, che in “Il grande innocente” dimostra di aver tenuto viva negli anni che lo separano dai precedenti “I viali” (2003) e “Sul vuoto” (2011) una voce tra le più notevoli dei nostri anni.
Tre sono i perni di questo libro, articolato in sette movimenti poematici e un proemio: la sezione “Gli uffici”, incentrata sulle contraddizioni del presente, composizione per quadri di un racconto in versi ambientato nel mondo dell’imprenditoria contemporanea; la sezione “Il grande innocente”, in cui il poeta racconta e scandaglia una tragedia nel cuore del passato della propria famiglia: la morte del nonno paterno Lino, partigiano, vittima di un agguato tedesco sulle Alpi Apuane; la sezione “I cardini”, in cui la tensione poetica è proiettata nel futuro sulle ali dei versi dedicati alla piccola figlia.
Le tre dimensioni temporali non possono che illuminarsi reciprocamente, in una interrogazione complessiva della propria vicenda biografica e del rapporto della vita di ognuno con la ciò che la contiene; una interrogazione leopardiana in cui alla Natura è progressivamente sostituita la Storia e che incarna il senso di tutta la poesia di Del Sarto sin dalle sue origini.

Da questo terzo libro emerge un sentimento complessivo della Storia come di una forza che acceca gli uomini, spadroneggia tra loro fino a ridurli a “partecipanti di un sistema chiuso, evocati /quasi per creare lo sfondo”. Eterodiretti anche in quella che appare la parte più nobile del loro agire, fino anche al gesto estremo di un sacrificio altruistico, oppure al contrario in una deriva di perdita di senso come quella della contemporaneità mediatica, pare proprio che gli uomini nulla abbiano da opporre alla forza della Storia, se non al massimo un tentativo di sottrarsi, di rifugiarsi nel cerchio magico del senso quotidiano, piccolo, minuto, nella vita degli affetti costruiti giorno dopo giorno. Il compito diviene allora proteggere la propria biografia.

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su 66thand2nd e la felicità degli uomini semplici

su 66thand2nd e La felicità degli uomini semplici

di Martino Baldi

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Quello di 66thand2nd è un bellissimo progetto con una bella storia custodita nel nome della casa editrice. L’angolo tra la Sessantaseiesima Strada e la Seconda Avenue, è infatti l’incrocio di Manhattan dove Isabella Ferretti e Tomaso Cenci hanno dato vita al primo nucleo del loro progetto editoriale, fattosi poi realtà concreta nel 2008 al loro ritorno in Italia. La casa editrice, con sede a Roma, nasce dunque con un cuore senza bandiere, portandosi dietro dalla cultura americana due caratteristiche fondanti, quella della multietnicità e quella della mitopoiesi sportiva, subito tradotte nell’individuazione di due segmenti editoriali particolarmente disertati dai colleghi italiani.

Le collane che sin da subito hanno incarnato le due anime principali della casa editrice sono “Bazaar”, “Attese”.
La prima comprende autori provenienti da ogni angolo del mondo, spesso migranti alle prese con il dialogo tra cultura originaria e cultura adottiva. La seconda è quella dedicata alle storie di sport che vanno da libri di autori internazionali affermati o addirittura ormai classici (si pensi a Sulla boxe della Oates o a Fuori dai giochi di Fitzgerald) a testimonianze e ricostruzioni di momenti in cui lo sport ha incrociato la Storia e raccontare l’uno è un modo stupefacente per raccontare l’altra (un esempio La squadra spezzata : la grande Ungheria di Puskás e la rivoluzione del 1956), da curiosità a episodi mitologici della storia sportiva internazionale poco celebrati e approfonditi in Italia (si pensi ai libri sul baseball o a Hurricane. Il miracoloso viaggio di Rubin Carter, il pugile ingiustamente recluso per omicidio per vent’anni, a cui Bob Dylan dedicò nel 1975 una delle sue più note canzoni).

Su un simile profilo più recentemente si è aggiunta anche la collana “Vite inattese” che propone libri di carattere più strettamente biografico che tuttavia si discostano dalla classica biografia di stampo giornalistico (quella, sì, molto frequentata in Italia) per l’alta qualità letteraria (si veda, tra i libri disponibili nel nostro catalogo, le bellissime biografie di Gino Bartali, Marco Pantani, Michael Jordan e Ayrton Senna). Altre collane eterogenee si sono aggiunte, nel segno di una vivacità editoriale non comune e di un’attenzione a grandi autori sfuggiti o strappati ai programmi editoriali degli altri editori (esemplare il caso di Antoine Volodine)

Tutto il catalogo di 66thand2nd è un tesoro, anche grazie alla cura editoriale che di ogni libro fa un gioiello, a partire dalla grafica e dalla qualità dei materiali, ma, dovendo scegliere un titolo da mettere in vetrina, optiamo per uno di quelli in cui si riuniscono le due anime di cui abbiamo detto: La felicità degli uomini semplici.


Curato dallo scrittore congolese Alain Mabanckou, uno tra gli autori africani di maggior successo tra quelli trasferiti in Europa, il volume raccoglie 15 racconti di altrettanti narratori provenienti dai più svariati angoli dell’Africa: dal Senegal al Gibuti, dal Benin allo Zimbabwe, dal Sudafrica al Togo e molti altri. Si svela pagina dopo pagina un sentimento del calcio strettamente avvinto a un sentimento della vita a cui è impossibile restare indifferenti, sia nel caso che si ami il calcio sia che lo si ignori. Il motivo è quello che traspare già dal titolo del libro, preso in prestito dal racconto dell’algerino Boualem Sansal in cui il protagonista, per vincere le angosce e le preoccupazioni che aggravano la vita di ognuno a livello mondiale come nel piccolo quotidiano, entra in un negozio con la speranza di poter acquistare degli eventi felici e finisce per fare incetta di DVD sulla morte di Saddam e sulla nazionale di calcio francese al Campionato mondiale del 1998.

Si respira qui e in gran parte degli altri racconti un appello alla felicità e alla semplicità che fa riemergere una modalità di vivere il gioco, la vita, le speranze, gli entusiasmi, le paure che sembra appartenere anche a un nostro passato, a un’anima che noi abbiamo seppellito in profondità ma che non smette di farsi sentire, pur nella sua remota impotenza. Un passato di bambini nelle strade a inseguire una palla di stracci, di sale di bar gremite per guardare tutti insieme le partite di calcio o il giro d’Italia, di racconti passati di bocca in bocca, e non di schermo in schermo, che facevano apparire le cose in una dimensione magica, sospesa, altra rispetto al calcolo del quotidiano.

Mabanckou scrive nella sua introduzione,”In sintesi, le storie che vi accingete a scoprire, a modo loro, richiamano un altro mondo, un mondo futuro che potrà sopravvivere solo se continueremo a perseguire ciò che ci unisce, ciò che ci accomuna. E il calcio è lo sport più adatto per raggiungere questo ideale. La letteratura gli mette le ali perché possa spingersi più lontano, volare più in alto e ottenere una delle vittorie più benefiche: la riconquista del nostro umanesimo.”

Questo raccontare il calcio, e attraverso il calcio una possibilità, unisce due mondi nel segno di una speranza comune ma provoca la sensazione strana, allo stesso tempo dolce e amara, che quella bellezza per qualcuno rappresenti il futuro e per qualcuno il passato.

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© Martino Baldi

Su Racconti edizioni

 Racconti

Su Racconti Edizioni

di Martino Baldi

Ha compiuto da poche settimana un anno di vita una delle più coraggiose scommesse sorte nel panorama dell’editoria indipendente negli ultimi anni. Si tratta di Racconti Edizioni. Un nome che già parla da solo.

La letteratura italiana deve probabilmente alla forma del racconto breve il meglio della sua produzione narrativa contemporanea. Una lista di maestri del racconto per quanto lunghissima non sarebbe esaustiva: D’Annunzio, Pirandello, Tozzi, Palazzeschi, Moravia, Alvaro, Gadda, Savino, Delfini, Fenoglio, Manganelli, Landolfi, Calvino, Parise, Pavese, Levi, Wilcock, Buzzati… in rigoroso ordine sparso). Eppure dal punto di vista editoriale il racconto è da tempo visto come il fratello povero, poverissimo, del romanzo. Non si legge, dicono. Non si vende, dicono. E quindi non si pubblica. Nel vuoto lasciato dunque negli ultimi anni dalle case editrici maggiori, nasce il progetto di Stefano Friani ed Emanuele Giammarco: approfittare della scarsa attenzione rivolta dagli editori più affermati nei confronti del racconto per diventare in Italia la casa editrice di riferimento per la narrativa breve. Una scelta “bibliodiversa” tout court e ancora di più se si approfondiscono le scelte di catalogo, con un attenzione particolare – pur senza restrizioni geografiche – a letterature considerate minori e a scrittori in lingue acquisite. Insomma, una vera e propria caccia al tesoro che mescola passione, competenza, ironia, coscienza anche etica e politica della missione editoriale e – non guasta mai – uno spirito guascone per il gioco e lo spiazzamento.

Come logo della casa editrice è stato scelto uno scarafaggio a pancia in su. Impossibile non pensare a Kafka, nume tutelare della casa editrice e della forma-racconto, ma il riferimento più diretto è da cercarsi all’interno del catalogo. A partire dagli scarafaggi che affollano gli appartamenti di Appunti da un bordello turco dell’irlandese (ma emigrato in Romania) Philip Ó Ceallaigh, per proseguire con quelli che compaiono nel complesso residenziale alla periferia di Bombay in Lezioni di nuoto di Mistry, i primi due libri mandati in stampa: entrambi ambientati alla periferia di grandi città (per quanto periferie estremamente diverse) ed entrambi perlopiù incentrati sulla vita di complessi residenzial popolari in cui si respira il profumo acre ma dignitoso di una povertà che si nobilita nella dignità dei suoi protagonisti, nella loro capacità di creare legami umani ed essere retti rispetto ai propri principi, verticali di fronte al proprio destino. Riuscendo perfino a filosofeggiare di tanto in tanto, con più realismo nell’atmosfera “in bianco e nero” piena di calcinacci e vodka del primo libro, con più immaginazione nell’atmosfera satura di curry e personaggi colorati e singolari nel secondo.

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Terrarossa edizioni

 

Libri:

“Né padri né figli” di Osvaldo Capraro
“Nicola Rubino è entrato in fabbrica” di Francesco Dezio

Terrarossa edizioni

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Al Salone Internazionale del Libro di Torino 2017 una delle novità capaci di destare una particolare curiosità è stata Terrarossa Edizioni, piccola casa editrice pugliese, new entry nel panorama degli editori indipendenti. Intriga l’impostazione iniziale del catalogo, con due collane, entrambe di narrativa: una – “Fondanti” – dedicata al (benemerito!) recupero di romanzi recenti che però sono spariti troppo presto dalla distribuzione nonostante i loro meriti di rinnovamento del panorama letterario meridionale e l’altra – “Sperimentali” – al tentativo di individuare voci capaci di scavare nell’attualità con una identità stilistica originale. Un filo teso tra passato e futuro, e soprattutto una grande attenzione agli spazi lasciati vuoti dall’offerta editoriale nazionale. Entrambe le collane sono dirette da Giovanni Turi, editor con diverse esperienze alle spalle e molto noto in rete come acuto e attento lettore della contemporaneità sul suo blog Vita da editor. La casa editrice rivela la sua ambizione già nella cura grafica ed editoriale. Interessante inoltre la scelta di proporre nei risvolti di copertina (come anche sul sito dell’editore) l’identikit ipotetico del lettore ideale di ciascun libro: una carta di identità curiosa che può senz’altro invogliare a una prima conoscenza tra i lettori e gli autori di Terrarossa.

Le difficoltà del nostro tempo, e in particolar modo del meridione, la fanno dal padrone nelle prime uscite del catalogo, molto attento a evitare una letteratura troppo compiacente o addomesticata, sia da un punto di vista contenutistico sia dal punto di vista del linguaggio. Il tema del lavoro è un filo rosso che unisce entrambe le collane attraverso la presenza in entrambe di Francesco Dezio, con la riedizione a 13 anni di distanza di Nicola Rubino è entrato in fabbrica e con la prima pubblicazione di “Gente per bene”: quasi a voler proprio costituire uno sguardo lungo che in un prima e un dopo unisce i destini della condizione operaia con quelli dell’attuale precarietà diffusa.

L’altro tema dominante è quello del crimine, non in senso generico ma nelle declinazioni che esso può assumere in un dato momento storico e in un luogo specifico, come la Puglia. È sicuramente una scelta sensata, da questo punto di vista, quella di rimandare in stampa a dodici anni di distanza Né padri né figli di Osvaldo Capraro. Il romanzo ha il merito di essere stato uno dei primi a mettere su pagina le vicende legate alla criminalità organizzata pugliese, la Sacra Corona Unita, prima che il noir – come accade a ogni genere che diviene di moda – perdesse gran parte della sua carica di denuncia per divenire perlopiù un genere di intrattenimento. I protagonisti del libro sono Mino, adolescente con la passione del calcio, dato in affido per sfuggire agli abusi subiti dal padre, e il prelato don Paolo, prete anomalo dalla vocazione contrastata. Due personaggi che, nel loro mescolare luce e ombra, volo e gravità, sembrano distillare l’anima del noir, forse un poco meccanicamente ma attraverso le loro vicende si giunge a toccare con mano la bruciante realtà nascosta dietro le apparenze, nei rapporti che il mondo del crimine intrattiene e consolida a ogni livello sociale nella Puglia raccontata da Capraro, senza risparmiare – anzi – le forze di pubblica sicurezza e la Chiesa, avvelenando anche i legami amorosi, familiari e di amicizia; rendendo la vita un’impresa impossibile e le aspettative destinate a spegnersi tutte nella stessa cenere. Montaggio alternato, ritmo serrato, linguaggio spedito con inserti di intercalare dialettale, “Nè padri né figli” ha gli ingredienti adatti per una casa editrice che vuol presentarsi al proprio pubblico come garante di un equilibrio tra ambizione letteraria e leggibilità, adatto – per usare l’indicazione dell’editore – a “chi si fa prendere dalla narrazione e si affeziona ai personaggi; chi crede che il noir non sia un sottogenere e chi invece ne è convinto ma potrebbe ricredersi; chi non immagina quanto sia labile il confine tra criminalità e istituzioni.” Parola di Terrarossa.

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© Martino Baldi

Vanni Santoni, La stanza profonda

Vanni Santoni, La stanza profonda, Laterza 2017, € 14,00; ebook € 8,99

di Martino Baldi

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In settant’anni di Premio Strega un editore storico come Laterza si era sempre distinto per non aver mai candidato un proprio romanzo. Lo fa nel 2017 per la prima volta ma lo fa distinguendosi anche nel partecipare, concorrendo con La stanza profonda di Vanni Santoni, un romanzo che assomiglia a pochi altri romanzi italiani attuali e che, soprattutto, non ci rammenta altri che nel corso degli anni abbiano concorso al più ambito premio letterario italiano.

La stanza profonda racconta, in una personalissima reinterpretazione del cosiddetto genere della non-fiction, le vicende di un gruppo di ragazzi che una volta alla settimana per vent’anni si ritrovano per officiare un rito: quello dei giochi di ruolo. Ci sono i giocatori più fedeli, che in tutto questo tempo non hanno perso un martedì, e ci sono quelli che  hanno avuto solo un ruolo da comparsa o poco più, ci sono le vicende dei giocatori e c’è la vera e propria epopea dei giochi di ruolo (con passaggi di vera e propria storia e filosofia del gioco), c’è il mondo intorno che cambia e c’è la stanza dei giochi in cui invece il tempo sembra non passare, c’è la vita di provincia che si fa sempre più alienante e c’è quella dimensione parallela in cui i fiumi di acqua viva – quelli vivificati dalla potenza mistica dell’immaginazione, naturalmente – sembrano non seccarsi mai. (altro…)

Si ristampi #11: Valerio Aiolli, Luce profuga

Si ristampi #11: Valerio Aiolli, Luce profuga, edizioni e/o 2001

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di Martino Baldi

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Ha senso recensire un titolo di oltre quindici anni fa, per giunta un romanzo che all’epoca non ebbe una grandissima eco e da tempo è fuori catalogo? La mia risposta, da bibliotecario, è: sicuramente sì. Il lavoro che fanno le biblioteche è quello di mantenere vive tutte le specie. Le biblioteche sono il difensore principale della bibliodiversità, soprattutto in un’epoca in cui i meccanismi della distribuzione mettono in discussione la sopravvivenza stessa di molti piccoli editori e in cui le esigenze di comunicazione relegano la maggior parte dei libri nei magazzini (e spesso ciò significa nel dimenticatoio perenne) già poche settimane dopo i fasti di un mese di vetrine e recensioni, per coloro che almeno se ne sono avvantaggiati. Ma non sarebbe giusto che a questo lavoro di “manutenzione” dell’habitat biblionaturale partecipassero tutte le componenti che ruotano intorno al libro? Eppure a volte l’impressione è che a nessuno in fondo stia a cuore il destino dei libri usciti dallo scaffale delle novità, nemmeno a volte agli stessi editori che evitano di mandare in ristampa perfino libri che promettono soddisfazioni a distanza di anni dalla loro scomparsa dal catalogo. Un esempio per tutti è quello di Gli interessi in comune di Vanni Santoni, la cui vicenda è brevemente raccontata dallo stesso Santoni su Facebook

Quindi eccoci, nel nostro piccolo, a tirare fuori dal cilindro questo Aiolli millesimato 2001, che sotto il velo della polvere degli anni ci sembra abbia tuttora qualcosa da dire, forse anche perché dalla letteratura coeva e successiva ci si sarebbe potuti aspettare qualcosa di più, per quanto riguarda il racconto delle mutazioni della vita della provincia italiana degli ultimi decenni, con l’accelerazione tecnologica, l’arrivo delle ondate migratorie, l’ulteriore trasformazione degli spazi sociali e dei rapporti interpersonali. In particolare intorno al fenomeno dell’incontro tra la quotidianità stratificata della vita di provincia italiana e il bagaglio di diversità ed esperienze estreme dei nuovi migranti, soprattutto quelli dell’est, poco mi è capitato di leggere che non risultasse un po’ troppo di servizio, che non avesse il sapore di una interpretazione riduzionistica, troppo politica o sociologica o ideologica. Senza compiere una ricerca esaustiva, ricordo a memoria I fannulloni di Lodoli, del 1990 ma poi per diversi anni davvero poco che andasse fuori dal solco o più in profondità rispetto al fatto riportato dal giornalismo.

Fra le felici eccezioni, posso annoverare Luce profuga, secondo romanzo di Valerio Aiolli, che inaugurò con questo titolo una sua vena più letteralmente “realistica”, ad arricchimento di una tavolozza stilistica che nell’esordio di Io e mio fratello aveva già dato prova di saper raccontare un paese che stava cambiando, ma in quel caso per mezzo della forma letteraria dello straniamento, ovvero attraverso lo sguardo di un bambino.

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Pietro Grossi, Il Passaggio

Pietro Grossi, Il Passaggio, Feltrinelli, 2016, € 15,00, ebook € 3,99

di Martino Baldi

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Carlo vive a Londra, lavora in uno studio di architettura e ha una vita regolare e soddisfacente con la moglie Francesca e due figli gemelli. Da tredici anni ormai si tiene a distanza di sicurezza dal padre, figura strabordante e dominante con cui gli scontri erano arrivati a un livello impossibile da sopportare, e da sette anni ha abbandonato la sua passione per le barche, che lo aveva portato a vagabondare nei mari di mezzo mondo. Sembra ci sia un muro invalicabile tra il suo passato e il suo presente. Un giorno giunge però una telefonata inattesa: suo padre lo chiama per chiedere il suo aiuto in una missione che più avventurosa e rischiosa non si può: tornare a navigare con lui per aiutarlo a portare una barca che gli è stata affidata dalla Groenlandia al Canada, lungo la rotta del celebre Passaggio a Nord Ovest. Due sfide in una e chissà quante altre dentro le due principali: ritrovare il padre e ritrovare il mare.

Il passaggio è una storia marina e famigliare; un racconto pieno di acqua, di luce e di vento, di rabbia e di amore; una saggio di arte e avventura marinaresche; un romanzo di formazione a scoppio ritardato, come si addice forse perfettamente alla generazione dei quarantenni. Ed è soprattutto il libro che ci restituisce uno scrittore che dopo un libro ammiratissimo come Pugni, si era un po’ smarrito nei meandri di meccanismi narrativi meno convincenti (o, forse, vorrei tornarci prima o poi, autosabotanti) e che torna adesso con un romanzo semplice ma profondo, in equilibrio tra il realismo delle piccole sfumature, l’afflato dell’epopea e il vento di una grande visione etica della vita e delle relazioni di cui è intessuta.

E col vento in poppa sembra procedere anche la narrazione, una “narrazione a vela” si potrebbe dire, per la naturalezza con cui procede, senza farci sentire mai il rumore del motore, e anzi resa ariosa dalla pulizia stessa della pagina, con la rinuncia alle interpunzioni del discorso diretto, per esempio. Nessuna virgoletta, nessun trattino, nessun disse o rispose o esclamò. Tutto sembra accadere dentro il silenzio del vento e del mare, punteggiato casomai da un interessante fittissimo uso del lessico nautico che fa l’effetto dei rumori della barca, proprio quelli e non altri, nel piano del materiale sonoro che intesse l’intero racconto.

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Richard Brautigan, L’autostoppista della Galilea

Richard Brautigan, fonte LitKicks.com

Richard Brautigan, fonte LitKicks.com

L’autostoppista della Galilea, di Richard Brautigan

Introduzione e versione italiana delle poesie di Martino Baldi

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Charles Baudelaire scorrazza per la Galilea  alla guida di una Ford degli anni Venti. Lungo la strada tira su un autostoppista. Si chiama Gesù. Una roba che comincia così non ha bisogno di troppe presentazioni. E infatti L’autostoppista della Galilea è un testo che parla da solo e io mi limiterò a qualche aneddoto per contestualizzarlo. Indicato solitamente nella bibliografia di Brautigan come il suo secondo libro di poesie, in verità non è un libro vero e proprio, ma appena una breve suite di nove brevissimi testi. Né si può dire propriamente che sia il secondo, visto che il cosiddetto primo libro, The Return of the Rivers, di fatto fu ancor meno libro; si trattava infatti della semplice stampa di una singola poesia pubblicata da Leslie Woolf Hedley, il proprietario della Inferno Press (sì, il nome era meraviglioso), come favore personale: cento copie con le copertine e le etichette piegate e incollate a mano dallo stesso Richard con l’aiuto di sua moglie Virginia e di Ron Loewinsohn (l’amico poeta a cui poi dedicherà Pesca alla trota in America).

Lo stesso Leslie Woolf Hedley nel frattempo, a fine 1957, aveva pubblicato anche la plaquette Four new poets, in cui riuniva quattro poesie di Brautigan, insieme a testi di altri tre giovanissimi poeti: Martin Hoberman, Carl Larsen, and James M. Singer. Carl Larsen, a sua volta, aveva pubblicato nell’estate precedente  due poesie di Brautigan sulla rivista Existaria, a Journal of Existant Hysteria. Insomma, era la San Francisco degli anni Cinquanta ed era un gran bel bordello. Per i poeti, un paradiso. È da quel clima comunitario che nasce la pubblicazione dell’Autostoppista.

Andò così: il poeta Jack Spicer (il secondo dedicatario di Pesca alla trota) nella primavera del 1957 iniziò a organizzare in una stanzetta del terzo piano della Biblioteca Pubblica di San Francisco (poi si spostò nei locali del San Francisco State University Poetry Center) un laboratorio di poesia. Era una cosa piuttosto informale. Il workshop ospitava settimanalmente poeti, artisti e studiosi dell’area di San Francisco, e occasionalmente anche qualche ospite della East Coast. Il 9 giugno del 1957 i poeti che vi partecipavano tennero un reading, intitolato Poetry as Magic, e Jack Spicer nei giorni successivi si dovette lasciar sfuggire in compagnia di alcuni dei poeti partecipanti qualcosa del tipo: “Però, cazzo, quanto sarebbe bello pubblicare i testi dei poeti del laboratorio!”. Tra quei poeti c’era Joe Dunn, che doveva essere un tipo piuttosto pratico per essere un poeta e poche settimane dopo si iscrisse a una scuola serale di quattro settimane per imparare a maneggiare una macchina per la stampa (no, non era così facile all’epoca) e cominciò  a lavorare per la litografia della Compagnia degli Autobus di San Francisco. Stampava biglietti, volantini, programmi, orari, ecc. Ora, non è ben chiaro se Joe abbia chiesto il permesso a qualcuno, ma nella litografia della compagnia degli autobus, verosimilmente di notte e durante i fine settimana, Joe Dunn – che nel frattempo aveva fondato la White Rabbit Press – già  a novembre mandava in stampa i primi libretti di poesia e a nell’arco di un anno ne aveva pubblicati già dieci: il primo era di Steve Jonas, il secondo di Jack Spicer, il sesto – nel maggio del 1958 – era L’autostoppista della Galilea di Richard Brautigan.

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Su Rodolfo Walsh

 

R. Walsh (fonte Edizioni Sur)

R. Walsh (fonte Edizioni Sur)

Su Rodofo Walsh

Libri:

Operazione Massacro, traduzione di Elena Rolla, La Nuova Frontiera, 2011, € 12,00, ebook € 8,49
Il violento mestiere di scrivere, traduzione di Stefania Marinoni, La Nuova Frontiera, 2016, € 12,50
Fucilati all’alba. Rodolfo Walsh e il crimine di Suárezdi Roberto Ferro, trad. di Agnese Guerra, Arcoiris 2013, € 12,00

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di Martino Baldi

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Per un uomo rigoroso, ogni anno diventa più difficile decidere qualunque cosa senza destare il sospetto di stare mentendo o di sbagliarsi.

walsh

Operazione Massacro è un libro che non dovrebbe mai finire fuori catalogo. Sempre sia lodata dunque la casa editrice  La Nuova Frontiera di Roma per aver riproposto a dieci anni dalla prima edizione italiana, uscita per Sellerio nel 2002, il capolavoro di Walsh (nella traduzione di Elena Rolla e con una introduzione di Alessandro Leogrande), tassello non isolato di un prezioso costante lavoro di diffusione della letteratura sudamericana in Italia, di cui è tra gli editori indipendenti uno dei maggiori baluardi. Operazione Massacro non è infatti un libro qualsiasi. Da un punto di vista letterario Walsh nel 1957 anticipa di quasi un decennio quel A sangue freddo di Truman Capote che viene pressoché universalmente considerato il capostipite della letteratura non-fiction ma, quel che più conta, è che quella di Walsh va inserita nel novero delle più alte testimonianze del secondo Novecento di resistenza dell’umanesimo a ogni barbarie e a ogni incarnazione del male nella Storia.

Il libro è il racconto di un massacro misconosciuto commesso nel 1956, a José León Suárez, un sobborgo di Buenos Aires, dalle forze della “Rivoluzione Liberatrice” antiperonista in Argentina. La sera del 9 giugno 1956 un gruppo di civili, senza alcuna colpa salvo quella di essersi riuniti per seguire insieme un incontro di pugilato alla radio in contemporanea con una sollevazione popolare peronista in altri luoghi del paese, viene prelevato dalla polizia, sequestrato per alcune ore e infine sottoposto a un’esecuzione sommaria per fucilazione. Alcuni di loro riescono a sfuggire anche al colpo di grazia ed è a partire dalle loro testimonianze raccolte in segreto, nonché ad un alacre e pericolosissimo lavoro di ricerca delle prove, che Walsh riesce a ricostruire l’accaduto minuto per minuto, inchiodando alle loro responsabilità gli uomini del regime del generale Aramburo e il generale stesso.

La narrazione, preceduta da un prologo in cui Walsh racconta come si trovò precipitato nel cuore degli eventi, è scandita in tre parti (Le persone, I fatti, Le prove) come in un vero dossier investigativo, e procede di traccia in traccia mescolando gli strumenti dell’indagine giornalistica e giudiziaria con quelli della narrazione poliziesca – di cui Walsh era già un riconosciuto maestro. Il tocco dello scrittore è secco, serrato, come in un noir senza troppe concessioni allo stile. Del resto non ha bisogno di enfatizzare alcunché, di giocare con i registri linguistici o costruire intrecci da fiato sospeso. I fatti sono di per sé già così tenacemente allo stesso tempo reali e inverosimili (eppure, lo scopriremo col tempo, così tragicamente comuni) da tenere il lettore col fiato sospeso fino alla fine. Le diverse testimonianze dei sopravvissuti costituiscono già il più agghiacciante degli intrecci. Se la sensibilità del grande scrittore si vede dal sapere scegliere gli strumenti adatti e rinunciare all’uso eccessivo di altri, in questo caso Walsh ci offre un esempio impareggiabile di misura, limitandosi ad agire sul ritmo e sul montaggio per trasformare una serie di eventi, notizie e testimonianze in una macchina narrativa infernale.

L’indagine di Walsh, naturalmente, non ebbe esiti giudiziari; fu insabbiata e i colpevoli restarono impuniti dalla giustizia ordinaria. Quel massacro resterà uno dei tanti sanguinosi episodi impuniti che costellano la storia delle dittature argentine del secondo Novecento. Segnò invece l’esistenza di Walsh, che da pacifico giocatore di scacchi e scrittore di racconti polizieschi, investito dalla Storia, non seppe tenere sotto controllo il suo spirito di dignità e giustizia, come invece si esigeva in quegli anni in America Latina da un cittadino che volesse vivere a lungo. E infatti il giornalista e scrittore, all’epoca del massacro poco più che trentenne, non visse a lungo. Dopo un periodo di militanza a vario titolo, giornalismo, scritture e semiclandestinità, il 24 marzo 1977 inviò alla redazioni dei giornali argentini e ai corrispondenti stranieri una Lettera aperta di uno scrittore alla Giunta Militare, in cui si denunciavano le nefandezze e le violenze del regime militare istituito l’anno prima dal generale Videla. La Lettera è pubblicata in Appendice a Operazione Massacro. Il giorno dopo averla inviata, Rodolfo Walsh fu sequestrato in un’imboscata mentre diffondeva la sua lettera, e da allora compare nella lista dei desaparecidos, le persone che furono arrestate per motivi politici, o anche semplicemente per essere sospettate di avere compiuto attività “anti governative”, e delle quali si persero per sempre le tracce. Tra il 1976 e il 1983 si calcola che furono circa 30.000. Walsh sarebbe arrivato al campo di concentramento già morto e il suo cadavere sarebbe stato esposto dai militari come trofeo. Bisognerà attendere molti anni per veder pubblicata la sua lettera, che in Italia è stata tradotta per la prima volta nel 2004 e compare in questo caso per la prima volta in volume.

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Georgi Gospodinov, Fisica della malinconia

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Georgi Gospodinov, Fisica della malinconia, a cura di Giuseppe Dell’Agata, Voland 2013, € 15,00; ebook € 3,49

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di Martino Baldi

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Per il 2017 mi auguro e auguro a tutti di leggere, trovare tanti libri come questo, che per me è stato il migliore letto nel 2016, anche se la pubblicazione di questo romanzo risale al 2013. Ormai molto è stato detto e scritto su Fisica della malinconia, che è stato anche nella cinquina dei finalisti del Premio Strega Europeo, ma penso valga la pena di intrattenersi ancora su questa opera sorprendente che fa comparire improvvisamente la letteratura bulgara al centro del palcoscenico del romanzo europeo. Onori dovuti, quindi, all’editore Voland, che è stato artefice della prima traduzione mondiale di quest’opera (per mano di Giuseppe Dell’Agata), nell’ambito di un costante e prezioso lavoro di carotaggio della letteratura slava, a cui dedica la collana Sírin.

Impossibile riassumere la trama. Il libro nasce come una sorta di inno di un io plurale (“Io siamo”) e racconta inizialmente la patologia straordinaria di un bambino che soffre di empatia patologica; è cioè capace di immedesimarsi negli altri esseri viventi (non soltanto umani) e di fare propri i loro ricordi e pensieri. Attraverso la sovrapposizione tra un suo ricordo d’infanzia e la narrazione mitica, la storia si interseca subito con quella del Minotauro, riletta però in una chiave tragicamente umana, come mito non della mostruosità e della ferocia ma dell’abbandono: chi è in fondo il Minotauro – ci dice Gospodinov – se non un bambino a cui viene addossata una colpa (quella dell’accoppiamento tra Pasifae e il toro) non sua, e per questa viene perseguitato e infine ucciso? Una creatura orrenda, sì, ma, a leggere il mito in chiave umana, pur sempre e soltanto semplicemente un bambino abbandonato. E chi di noi non custodisce nel cuore quel trauma, quella paura di cui il mito così rivisitato ci parla? Parte da qui un cammino di ricordi plurali, recuperi della memoria individuale e collettiva, nel tentativo di ricostruire scientificamente l’essenza della malinconia; una malinconia che più che stato d’animo, e oltre che condizione esistenziale, è qui anche una condizione storica ben precisa, il qui e ora di un mondo che ha perso e continua a perdere pezzi come una pianta le foglie. Da qui, forse, anche la tensione a quella disperata azione di recupero del tutto che di fatto incarna l’intenzione enciclopedica che permea da un certo punto in poi la narrazione; l’enciclopedia come ultima speranza di memoria di un’epoca senza memoria, affinché nulla vada perso. E facilmente emerge in superficie un collegamento analogico con quella zattera carica di libri nell’opera di Anselm Kiefer Il grande carico, davanti a cui ho il piacere di lavorare ogni giorno (è esposta nella Biblioteca San Giorgio di Pistoia).

Kiefer, Il Grande carico

Kiefer, Il Grande carico

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