martina daraio

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco, Osimo, Arcipelago itaca, 2017, pp. 61, € 11,50

Scrivevo, nel 2016, che «Per leggere i testi [allora] inediti di Davide Valecchi, proposti qui, si può osare coraggiosamente citando, all’inizio del breve commento, il nome di un gruppo industrial e noise molto famoso: gli Einstürzende Neubauten. Perché farlo? Non esiste un equivalente italiano in due termini per definire “nuovi edifici che crollano”, dove la parola “edificio” − che nei versi pure compare − è anche iperonimo che accompagna la lettura e la comprensibilità degli stessi. Proviamo a isolare il significato di quel nome proprio e ad applicarlo a questi testi, legati fra loro sin dall’inizio: essi ci portano all’interno di un percorso in cui incontrare “casa”, “spazio”, “soffitto” ma anche “cemento”, “ferro”, “fuoco”, elementi industriali contemporanei e atavici insieme; pare − anzi − che ciascun sostantivo in grado di rimandare a ‘una presenza’ visiva, spaziale e ‘di masse’ (possono essere anche gli stessi corpi dei soggetti che vedono, vivono e guardano) si presenti nei versi per marcare (forse dimostrare) una ‘mancanza-pregnanza’, che trova nel verbo “crollare” un senso. Se la “casa” è già − ad esempio − al centro della poesia di Simone Di Biasio e lo “spazio” in quello di un’altra voce, quella di Carmen Gallo, è forse il “crollo” il fulcro di queste poesie di Valecchi o, per meglio dire, sono i crolli, mutuando il titolo da un saggio di Marco Belpoliti del 2005 edito da Einaudi. Belpoliti conosce approfonditamente i termini entro cui muoversi analogicamente, con la «brevità e la necessaria icasticità di un punto di vista che muta, di giorno in giorno, per adattarsi alla lettura e all’interpretazione del mondo contemporaneo.» Belpoliti sceglie di non attraversare, di non affrontare, tuttavia, la poesia. C’è un po’ del suo saggio nei versi che proponiamo; c’è quella direzione e quello sguardo, così come ci sono sia il limite del “muro” (di Berlino, storicamente, nel saggio einaudiano e simbolico qui di un confine più quotidiano, che rivela un portato più ampio), sia il confine della “banalità” della nostra epoca, cui questi testi resistono grazie alla parola, “anima” della poesia.»

Ho scelto di ricalcare per intero il commento critico del 2016, perché aderisce alla forma e alla sostanza della poesia di Davide Valecchi per come poi si è sviluppata nella raccolta Nei resti del fuoco, edita nel 2017 da Arcipelago itaca, raccolta altresì vincitrice della 2a edizione Premio “Arcipelago itaca” per una raccolta inedita di versi. Ritengo i riferimenti intertestuali citati possano ritenersi gli stessi, amplificati dall’esperienza di Carmen Gallo che prosegue in Appartamenti o stanze (ne abbiamo parlato qui e qui) e anche da certi echi tematici di Tommaso Di Dio (qui); la sua Fine delle favole condivide una forza dei «resti» che ben accorda la contemporaneità alla quotidianità. Forse, andando ancora più indietro, riconosciamo anche la poesia di Marco Scarpa (qui). (altro…)

Matteo Marchesini, Cronaca senza storia (di Martina Daraio)

marchesini

Matteo Marchesini, Cronaca senza storia (Poesie 1999-2015), Elliot 2016, € 18,50

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Il piacere (vano?) delle illusioni di Martina Daraio

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Nell’accostarsi alla poesia di Matteo Marchesini si parte prevenuti: ci si aspetta di trovare la disincantata fermezza, se non addirittura quella certa polemicità, del critico. La foto di copertina di Cronaca senza storia (Elliot, 2015) sembra voler confermare proprio questo genere di aspettativa. Leggendo le poesie che compongono la raccolta si capisce presto, però, che l’autore presenta qui un altro volto, necessario e complementare al primo. È il volto vulnerabile di chi compie la più onesta delle operazioni possibili rivolgendo il rigore critico verso le proprie, e più spontanee, mistificazioni («da adesso vivere è solo ingannare / da adesso scrivere è solo confessare»).
.  Immerso in un’atmosfera crepuscolare, Marchesini mette a verifica i «fatti, non atti» della sua esistenza e intitola tutto questo come “cronaca”, manifestando in più punti il suo rifiuto per la dialettica, per il mito e dunque per la Storia. Ma cos’è una cronaca senza storia? È una voce che sistematicamente nega, e si nega, il “piacere vano delle illusioni”. È una raccolta di poesie che mostrano la dolorosa insensatezza dell’esistenza come apparirebbe se avessimo il coraggio di guardarla per quello che è, senza caricarla simbolicamente, senza volerne trarre a tutti i costi un progetto o, peggio, un capolavoro: «Appena adesso che ormai già si chiude / il cerchio del possibile / vedi di colpo che non si è trattato / mai di creare un’opera finita / come senza saperlo tu credevi: // che questa buccia liscia è per davvero / e sarà la tua vita».
.  Preponderante è la presenza di situazioni sentimentali periture, in cui si apre uno spiraglio all’amore solo nella sua vita postuma, nella trasfigurazione della memoria, nel momento in cui l’illusione e l’esperienza sono così distanti da potersi finalmente svelare senza corrompersi. Così, al termine di Una passione, «viene la lettera in cui si promette / di conservare intatta la memoria // delle ore migliori, e a poco a poco viene / dal ricordo una storia levigata / che a narrarla ogni giorno si fa mito. / Poi, finalmente l’amore».
(altro…)

L’umano che resiste. Recensione a Bagnanti di Renata Morresi. Di Martina Daraio

bagnanti, morresi

L’umano che resiste.
Recensione a Bagnanti di Renata Morresi

La seconda raccolta di poesie di Renata Morresi, pubblicata a distanza di tre anni da Cuore comune, si intitola Bagnanti (Perrone, 2013). Scevra da performative e concitate denunce della situazione contemporanea tanto quanto, all’opposto, da nichiliste e sdegnose forme di distanza ironica, Bagnanti rappresenta un’operazione piuttosto originale nel panorama contemporaneo proprio per il suo candore conoscitivo, volto a calarsi senza preconcetti nella realtà liquida della contemporaneità e a restituirla nei suoi limiti e nelle sue potenzialità.
L’onestà intellettuale di questa operazione trova la prima conferma nella postura stessa della voce poetica, consapevole della sua relatività al punto di rinunciare a qualunque soggettività assertiva, parodica o moralista, a favore di un io depotenziato di ogni privilegio o centralità. Non si tratta però del canto di una “marginalità” quanto piuttosto di una poesia biologica, che riguarda tutti gli esseri umani in quanto abitanti del pianeta, bagnanti di uno stesso mare eletto a sipario di secoli di vite e di morti.
La prima sezione si apre infatti coralmente con la constatazione d’«essere molti» ed essere arrivati al punto di dover «risalire all’indietro» alla ricerca di una dimensione primitiva, placentare. Ma le «antiche genealogie anfibie» lentamente riscoperte e raccontate, se da un lato difendono l’uomo restituendogli una tradizione e una forza storica, dall’altro lo privano di ogni privilegio ontologico rispetto a tutte le altre specie animali. Analogamente chi scrive, forte di una tradizione poetica confermata dalla scelta di epigrafi e forme metriche ben definite e coerenti in ogni sezione, preannuncia sin da questo primo testo l’esigenza di una partecipazione vitale e biologica alla vita, completamente estranea ad atteggiamenti di prevaricazione o dominio. La prima sezione della raccolta si costruisce proprio all’insegna di questa con-fusione tra umanità e naturalità animale, descrivendo corpi che come larve si muovono sugli scogli e sulla sabbia confondendosi col contesto circostante:

scendono caldi sulla sabbia
i corpi lenti molli
dischiusi tutti storti e
terra,
rinati tutti a caso
uomo, donna –

scendono gli uccelli

La divisione strofica e la pausazione del periodo sintattico creata attraverso l’uso di forti enjambament spesso stranianti, assieme alla lentezza locutoria imposta dalle sequenze allitteranti e dall’alta densità simbolica della scrittura, conferiscono a tutta questa prima sezione un ritmo strisciante, posato, anch’esso partecipe di quella dimensione primordiale e assoluta; e mentre il tempo della scrittura diventa esso stesso parte di questa visionarietà cosmica, il tempo e lo spazio rappresentati si relativizzano a loro volta: il ritmo delle lancette si perde, ad esempio, nella fatica di quel «secolo di settimane» lavorative che precedono l’agosto, o la distanza territoriale si contrae nello spazio di un abbraccio:

ciascun erede della casata
sparso nella sua longitudine

se allarga le braccia, se abbraccia
è una cala

entrata naturale

ma come, cosa, chi altri
che l’aria

Se da un lato il comune destino umano, e soprattutto il comune passato, suggeriscono un senso di fratellanza e vicinanza tra gli uomini, dall’altro si profila quell’incomunicabilità e il senso di un “abbraccio vuoto”.
Nel tentativo poetico di ritrovare nella liquidità un habitat e un’idea di uomo possibile, l’ambito delle relazioni interpersonali emerge infatti come una delle maggiori problematicità, a cominciare dal livello di scambio dialogico e dunque anche linguistico. La scrittura si popola di voci catturate nell’ambiente e riportate sulla pagina per metterne in evidenza la potenzialità di significazione: i discorsi sul treno, l’estreneità e insieme la somiglianza coi vicini di ombrellone, i silenzi delle case e dei luoghi familiari, i rumori del traffico e dei non-luoghi, gli annunci pubblicitari e i messaggi televisivi.
Si apre così una profonda ferita tra la realtà e il linguaggio, tra la corporeità concreta delle cose («s’arrende la pioggia / condensa a contatto col vetro») e la parola mediatica («“acqua in centro Italia” / fa il meteo»). A questo tema è dedicata in particolare la terza sezione, Vendesi, che attraverso una serie di ottave descrive appartamenti, elementi d’arredo e abitanti di luoghi il cui sapore di “casa” sembra attutirsi nel valore economico soggiacente.

All’ultimo piano 3 vani 2 bagni
soggiorno ampio con angolo cottura
panorama sulla valle momentanea
sospensione degli allacci possibile
ricavare altra stanza-studio poco
rumore dagli appartamenti – ma no
non m’oriento troppo vuoto troppo nord
un vento che il muro non sa confinare.

Il tema dei non-luoghi entra così anche nell’intimo degli spazi della quotidianità, riprendendo quelle stesse caratteristiche che, nella seconda sezione della raccolta, avevamo incontrato nello spazio anonimo della realtà aeroportuale. In un unico lungo poemetto che restituisce il senso e la fatica di un attraversamento, la sezione Aeroporto insiste infatti su immagini di vetro e di bianco, come per ricostruire sensorialmente la spersonalizzazione di quell’ambiente in cui anche la memoria e i “ricordi” diventano merce da scaffale. L’atmosfera è surreale, permeata da una robotica perfezione di marketing e marchingegni, all’interno della quale l’amarezza stessa della solitudine di ognuno appare imbellettata e bianca, inarrivabile. Il senso della bellezza e della storia sembrano scomparire nella serialità, il tempo e lo spazio tornano esatti e tutti i corpi si confondono.

Non avere mai più fame col fermino
delle nove e andare in bagno dove trovi
altra attesa di persone di varia dimensione
signore sempre alte bambine sempre bionde
vecchine dalla tale e tale storia.
Vago odore di ciclo anticipato papilloma
interno singolare. Così che tutti insieme
sembra quasi ci spostiamo andando
a tempo chierichetti ben disposti pastorelli
del presepe pasteggiando un certo numero
di paste sorseggiando un certo numero di sorsi
disponendoci in file di gruppetti spirali di tre
o di sette continue in rispetto dei rapporti.
[…]
In coda per entrare dondoliamo
le prolisse identità a tracolla
con il peso sull’una o l’altra gamba siamo
ritagli di volumi di un uomo ed una donna
le forme del loro intervallo. Avviseranno
che spegniamo i cellulari ci spoglieranno
controlleranno che portiamo solo carne
sotto stoffe o altre guaine e nel bagaglio
vietati gli acidi le armi, i tagliaunghie.

Esperienze visive, uditive, tattili, olfattive: nessun livello della sensorialità viene risparmiato nell’immersione nella realtà circostante. Lo stesso dicasi per l’ultima sezione della raccolta, Trenitalia, che raccoglie la coralità delle voci dei passeggeri alternando fedeli registrazioni dialogiche a commenti anonimi e impersonali di ciò che accade. L’idea stessa del luogo e del non-luogo si esaurisce in un collettivo lasciarsi trasportare inconsapevole.

«Dov’è Cesena?»
«dopo Faenza»
«no Faenza è subito prima di Bologna»
«ci sarà Forlì allora»
«forse Cesena»

fa pena la notizia del cane rubato all’uomo cieco
di Montallegro (Agrigento)

saper vedere tutte le torture
in successione

e

saper non-vedere

Eppure, dinanzi agli evidenti limiti della vita contemporanea, dinanzi alle tragedie accumulate, alle illusioni disilluse, e dinanzi all’apparente incomunicabilità, nella raccolta Bagnanti l’umano ancora esiste e resiste. Anzi: nasce proprio dal mistero di scoprirsi nudi, allo stesso tempo simili e alieni anche a noi stessi. Renata Morresi ci immerge completamente nell’acquario del presente cercando in esso di ritrovare una dimensione di abitabilità, provando senza pregiudizi antropologici ad orientarsi nel caos liquido, e lo fa avendo massima cura delle percezioni; così che proprio da quest’attenzione e premura di accudire il gesto e la sua ordinarietà ricava spazi di pensiero e di sublimazione di una realtà stravolta, tanto dal punto di vista spaziale quanto da quello interpersonale, ma non per questo meno potente. Neanche nei momenti di maggiore tragicità, infatti, il divenire dell’umano si priva totalmente di riconoscibilità, e della costellazione caotica dei discorsi di Trenitalia ci resta, in fondo, la rappresentazione di passeggeri mossi da un autentico desiderio di incontro, di contatto, di comunità, di genealogia.

ognuno ti tocca del tutto
d’una piena mancanza
ognuno da un’unica polla
di aria ti invita
nella sua stella nana

© Martina Daraio

Il Jingle Jungle di Alessandra Carnaroli. Recensione di Martina Daraio

animalier

Per Alessandra Carnaroli la poesia è un’operazione di “scrosto”: consiste, cioè, in quella «passione insana che dimostrano i bambini nel levarsi le croste dalle ferite, quel farsi male con piacere, per vedere cosa c’è sotto, per amor del Cicatrene».
Pressoché priva di artifici retorici o di abbellimenti lirici, la sua ultima raccolta si propone allora di scrostare l’apparente civiltà della società italiana contemporanea lasciando emergere tutta la bestialità sottostante.
Il titolo, Animalier, è in questo senso già parecchio esplicativo: il termine rimanda infatti al campo tessile, e in particolare a quegli abiti leopardati, zebrati, tigrati, pitonati che rappresentano lo stile di chi si sente aggressivo, felino, e allo stesso tempo capace di cambiar pelle e di immedesimarsi in ruoli differenti purché interni a dinamiche animali del tipo preda-predatore.
Dalla fashion-jungle alla jungle-e-basta, come mostra Alessandra Carnaroli, il passo è però più breve di quanto si creda: Animalier è infatti il racconto di una società, la nostra, ancora descrivibile a pieno titolo attraverso logiche darwiniane basate su rapporti di forza e squilibri intrinseci anche alle più banali interazioni quotidiane.
Sono storie di violenza fisica o psicologica, come nel caso della poesia sui migranti in cui dalla voce “ingenua” di una bambina emerge la brutalità ideologica soggiacente ai contesti in cui cresce: «i musulmani gli puzzano le mani / dice mia figlia di sei anni / che glielo ha detto la collega bambina anche lei / della scuola primaria / primaria dell’odio / delle razze». Particolarmente riuscita, sempre nello stesso testo, la sovrapposizione della condizione dei migranti “spiaggiati” e quella dei turisti: «s’abbronzano i vermi in fila regazzine col costume spezzato / confrontano il segno dove finiscono le mutande inizia / il riconoscimento delle salme / un po’ d’olio nel sistema / solare per proteggersi dai tumori / della pelle esposta».
Il discorso scorre con un ritmo piuttosto accelerato nella forma di un flusso di coscienza, in cui le associazioni mentali si accostano in efficacissimi enjambement, smontando le tradizionali norme metriche in versi rotti, spesso formati da discorsi quasi prosastici (salvo il fatto di essere separati al loro interno da barre oblique), seguiti a poca distanza da versi composti da una sola parola e a volte anche meno. Un po’ come se l’urgenza del dire non avesse tempo per la grammatica e la forma, o come se in fondo la realtà descritta nemmeno la meritasse tanto è aliena dalla bellezza.
Tornano temi e stilemi di FemmINIMONDO, come in poesia su un proiettile che bucò i polmoni e lesionò il midollo in cui l’occasione è tratta da una tragedia probabilmente attinta da un fatto di cronaca o, peggio, da un trafiletto sul giornale a cui il tutto si è ridotto.
La Carnaroli sceglie un registro linguistico decisamente basso, piuttosto pulp: non si tratta infatti solo di rivolgersi alla quotidianità e alle sue situazioni, ma di una scelta più profonda che appiattisce il linguaggio alla sua forma meno controllata, quasi come se si trattasse di un verso animalesco talvolta quasi forzato, ostentato, pur di far sgorgare del sangue, al limite di perdere il contatto con quella stessa realtà che si vuole raccontare: «Noi teniamo la paura a novanta per montalle / Sopra e scrinare le natichelle / Alla chetichella scopare / spiegare / Il ventaglio delle possibilità arrese / Al deficit cognitivo all’handicap / psicofisico / Al ritardo / mestruale / Come scoreggia / amore profonde : / Invoglia / La bestia / riattacca il filtro catartico / e impietoso / Alla marmitta / Umana / Discende dunque / Dalla scimmia / dopo averla inculata». Frequentissimi sono i riferimenti al parlato: le ripetizioni, la deissi, le espressioni dialettali, l’utilizzo del che polivalente e dell’indiretto libero o dell’indicativo al posto del congiuntivo. Il punto di vista è quello di un io molto dialogico, completamente assorto nelle varie situazioni che la poesia mette in scena e dunque, nell’insieme, quello corale di un io collettivo.
L’aspetto più interessante di questa operazione sta nel riuscire, attraverso queste catene associative, a mostrare come le parole non siano mai innocenti e, anzi, spesso sottintendano delle idee del mondo discriminatorie o violente. Non direi che si tratti, però, di una poesia civile o di denuncia: lo “scrosto” infatti, più che un gesto di demistificazione e svelamento preparato al dolore che potrebbe conseguirne, pare nascere più come processo liberatorio, catartico. L’intenzione che spinge a togliere la crosta pare derivare, cioè, più da un profondo desiderio di provare (e provocare) dolore ostentando brutalità per poi liberarsene.
Tra le incrostazioni di cui disfarsi, infine, non viene risparmiata neanche la tradizione poetica, la forma lirica classica, gli autori del canone letterario. Ecco ad esempio il montaliano non chiederci la parola trasformato, ancora una volta, in un episodio di brutalità: «attaccata al ramo resisto / come nido come scimmia / non chiedermi il biglietto / che il ventre possa aprirmi / ho già pagato dazio ho / la ricevuta del pestaggio».
Infine: chi volesse leggere la raccolta, cosa io che consiglio di fare, sappia che sarebbe del tutto inutile rivolgersi ad una libreria o ad un editore. Fedele al suo rifiuto delle logiche di scambio capitalistiche, la Carnaroli baratta i suoi testi solo in cambio di altre bestialità, siano esse un pelo, una bottiglia di vino o la presente recensione.

© Martina Daraio

La forma del dolore: sperimentazioni linguistiche nella poesia di Maurizio Landini. di Martina Daraio

Pubblichiamo oggi il secondo dei due interventi di Martina Daraio, dottoranda in Scienze linguistiche filologiche e letterarie presso l’Università degli Studi di Padova. Il suo ambito di ricerca è quello della poesia contemporanea marchigiana, terra in cui è nata**, ambito d’indagine cui fanno riferimento anche questi articoli.
Il post riporta la presentazione del poeta Maurizio Landini, che è stata fatta di recente in occasione dell’VIII edizione del festival di poesia “La punta della lingua” di Ancona, con una selezione di testi.

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Maurizio Landini è nato ad Ancona, dove vive, nel 1972.

La scrittura poetica lo accompagna sin da giovanissimo ma la scelta di pubblicare nasce solo in seguito la morte del padre. Il titolo della sua ultima opera è un esplicito riferimento a questo evento: la raccolta, edita nel 2012 dall’editore Marco Saya, si intitola infatti Lo zinco, Lozinco-MaurizioLandini_zps078b8aaee nella dedica leggiamo subito il perché: dice: “mio padre e la cenere li separava lo zinco”. Come spiega l’autore nel suo blog, “di zinco è realizzato l’involucro che ricopre la bara di mio padre, a un anno dalla sua morte, durante il trasporto verso il cimitero di San Benedetto del Tronto, dove si trova il forno per la cremazione. Obbligatorio per legge, esso impedisce una possibile fuoriuscita di sostanze tossiche derivate dalla decomposizione. (…) Lo zinco ci separa dal marcio, dal miasma ma non può nulla contro il dolore del lutto.” Lo zinco è dunque il materiale della cassa in cui è trasportato il corpo senza vita del padre, lo zinco è ciò che divide la vita dalla morte, quello che vediamo da quello che non possiamo vedere, il prima dal dopo, ma che in questo suo potere di separare spazi e tempi non arriva ad impermeabilizzare il dolore.

La raccolta è allora costruita interamente attorno a questo tentativo di avvicinarsi al dolore col solo strumento possibile: la poesia. “Si va con la poesia / incontro alla morte”, recita infatti il primo testo. Con questo obiettivo di comunicare l’ “indicibile” l’operazione compiuta da Landini si configura innanzitutto come ricerca sul linguaggio. Particolarmente interessante proprio per l’alto livello di sperimentazione è la seconda sezione della raccolta, intitolata –sonnia : –sonnia, spiega ancora l’autore nel suo blog, è “la radice sonnolenta dell’insonnia”, è la condizione di attesa del sonno e insieme di arrendimento al dolore. Una condizione di intorpidimento della razionalità in cui a prevalere è l’aspetto percettivo e sensoriale che vive di istanti e squarci piuttosto che di condizioni o situazioni: le dimensioni temporali e spaziali, infatti, nelle poesie di Landini sono pressoché assenti o comunque limitate in stati puntiformi.

Questo tentativo di rappresentare nel testo poetico una sensazione pre-razionale o pre-consapevole rappresenta il fulcro dell’interesse descrittivo di Landini sia a livello tematico che a livello formale ed è, come vedremo, anche l’aspetto più attuale della sua scrittura. Gli anni che stiamo vivendo infatti, e che sono stati definiti iper-modernità, sono da poco succeduti ad un altro periodo, chiamato post-modernità, che per tutti gli anni Ottanta e Novanta ha regnato incontrastato nell’Italia di Craxi e del crescente spirito neoliberista: in anni, cioè, in cui i “padri” erano stati simbolicamente uccisi dalle rivolte sessantottine, le ideologie politiche erano ormai finite o fallite, e il dialogo col passato sembrava possibile solo in forme parodiche. Gli psicanalisti ci parlano della società odierna come di una società caratterizzata dall’ “eclissi dei padri”, dalla mancanza di punti di riferimento univoci e solidi, che ha provocato forte senso di spaesamento e di attesa molto simile alla condizione di –sonnia descritta da Landini. Alla figura del padre si è sostituita quella che provocatoriamente potremmo dire del papi, che è una specie di giovanilistico cugino o fratello maggiore come esemplifica Landini in un suo testo quando scrive: “I padri che vedo sono giovani; / i figli sulle spalle vestono uguali / ai padri”.

L’arrivo dei media, inoltre, ha attivato il processo di virtualizzazione e spettacolarizzazione di ogni evento trasformando anche le tragedie umane in una sorta di show: basti pensare a tutte le guerre che abbiamo “combattuto” davanti alla tv a cominciare da quella Golfo fino all’indimenticabile attentato delle Torri Gemelle, in cui più che all’effettiva devastazione di corpi e di vite sembrava di assistere ad un film. Dagli anni Ottanta e Novanta la finzionalità ha così iniziato a pervadere ogni ambito dell’esistenza (dai discorsi della politica alla retorica del marketing e della pubblicità) producendo un’ipertrofizzazione del discorso e la conseguente impressione che nulla si potesse più dire o fare di veramente autentico. La parola stessa appariva esaurita in un contesto in cui tutto sembrava già stato detto e già stato svuotato di senso. Per dire “ti amo”, spiegava Umberto Eco, ormai era necessario dire “come direbbe Liala, ti amo disperatamente”.

Alla luce di queste premesse si può quindi comprendere perché la contemporaneità, o iper-modernità, per uscire da questa fase di impasse e di torpore debba attivare un processo di ricostruzione che parta dal ridefinire le fondamenta dell’uomo e tra esse, come fa Landini, c’è la ricerca di un nuovo linguaggio. Per spiegare questo aspetto, che è quello cruciale, mi avvarrò anche della lettura del testo ancora inedito di Landini che uscirà a novembre sempre per Marco Saya editore col titolo Dorsale: in questa raccolta, ancora più che in –sonnia, Landini cerca di solidificare la percezione di spaesamento e lo fa innanzitutto ricercando il primordiale, ricorrendo all’archetipo. In Dorsale il vuoto diventa piombo o ferro, antico e rugginoso. Ma non solo: si parla di danza, nascita, morte, proprio in una riscoperta dell’esistenza delle sue componenti più elementari, dalla tavola degli elementi.

All’interno di questo processo di riscrittura delle origini dell’uomo e della poesia si inserisce poi un secondo archetipo che caratterizza la scrittura di Landini e di molti autori contemporanei, e che è quello dell’oralità: la poesia rinasce per essere letta, percepita dai sensi, performata, il poeta stesso rinasce a sua volta nella sua funzione pubblica e ridiventa un cantore, proprio come accadeva secoli e secoli fa agli esordi del genere poetico. Assume allora una grandissima importanza il lavoro prosodico, sui suoni e sui ritmi, attraverso il quale rendere sperimentabile il senso della mancanza come qualcosa di fisico. Nella realtà di una parola mutilata, ad esempio, si rivive l’esperienza disorientante di una perdita, del senso di vuoto. Il silenzio della pagina e gli spazi bianchi vanno quindi in misura sempre maggiore ad insinuarsi all’interno del verso o della parola stessa (con espressioni come “chi-amano”, “mi-dolgo spinale”, “fai come dio, sanguimi” invece se seguimi) producendo un senso di straniamento attraverso il quale dare forma al sentimento della mancanza. Una mancanza, o distanza, che però non riguarda più solo le persone scomparse ma anche quelle presenti: si tratta infatti di un’inautenticità dei rapporti, un’impossibilità di incontro umano che è tutta postmoderna e dalla quale si vuole uscire.

Per concludere, tornando al nesso tra la scrittura di Landini e la perdita del padre, vale la pena domandarsi all’interno di questa rinascita dell’uomo come si costruisca il rapporto coi padri in senso lato: quali siano i modelli a cui l’autore si ispira. Nel corso del periodo postmoderno si sono infatti perse delle figure solide di riferimento anche dal punto di vista storico-letterario. Alla tradizione storiografia desanctisiana si è sostituito un orizzonte polifonico e relativista. Non c’è una sola scuola, non c’è una sola tradizione in cui inserirsi, ma anche grazie ad internet ciascuno è libero di leggere quello che vuole di scegliere i suoi “padri” e costruirsi un percorso personale. È stato infatti significativo che quando io ho chiesto a Landini poeticamente quali fossero le sue “radici” lui in un primo momento mi abbia risposto parlando di “influenze” citando autori presenti, passati, italiani e stranieri il cui unico punto di contatto era l’interesse di Landini nei loro confronti e quindi, in particolare, nei confronti delle loro scelte linguistiche. Questo, che in un primo momento può apparire un limite disorientante e difficile per chi volesse tentare di costruire correnti e criteri di incasellamento degli autori, è però il punto di forza della poesia contemporanea che proprio grazie a questa libertà nella scelta dei modelli e dei percorsi può fornire solide basi ad ogni tentativo di riscrittura creativa, e sostanziale, dell’uomo e della società.

© Martina Daraio

[*]

Si va con la poesia
incontro alla morte, a giorni,
a brani, uno per pollice
gli acini dei rosari.

I

L’attimo prima
del taglio è il rumore

di carne che cede
l’urlo che taglia il lume degli occhi.

III

Cuci mia labbra luminanza
gracile luce la gialla

sbiadisce l’attesa   fila nero
la sutura del giorno.

IV

Occhi calcari mi chiamano
all’ordine de la polvere

le penombre
chi amano indietro i mattini.

da Lo zinco, Marco Saya Edizioni, Milano, 2012.

*

Maurizio Landini è nato ad Ancona nel 1972. Ha scritto le sue prime poesie nel 1986, ispirandosi a un disco di Jean Michel Jarre. Poi si è appassionato a un sacco di cose come la musica elettronica, la fantascienza, i soldatini e l’antropologia culturale, senza rinunciare alla mania di scrivere. La sua prima silloge, Permanenze Lontane (Edizioni della Sera), è del 2011. Nello stesso anno ha creato il progetto di poesia e immagine VersigrafìeEsacerbo (Maldoror Press) è invece un e-book pubblicato nel 2012; nello stesso anno, per Marco Saya Edizioni, esce Lo zinco. Il suo blog si trova qui.

**Martina Daraio è nata a Ancona nel 1987. Dopo aver conseguito la maturità scientifica si è iscritta a Lettere Moderne (indirizzo Storico-artistico) presso l’Università di Bologna, dove si è laureata nel 2009 con una tesi sulla letteratura italiana di migrazione. Nel 2007 ha vinto la Summer Undergraduate Research Fellowship presso il Caltech di Pasadena (Los Angeles) effettuando una ricerca sulla produzione letteraria da luoghi di reclusione nel XVI secolo. Nel 2011 ha conseguito la laurea in Filologia Moderna (indirizzo Teoria e critica della letteratura) presso l’Università di Padova con una tesi sull’attualità di Calvino. Nel 2013 ha iniziato il Dottorato di Ricerca presso l’Università di Padova occupandosi del rapporto tra poesia e territorialità attraverso l’analisi geocritica e geopoetica del caso marchigiano contemporaneo.

Riflessioni sulla “marchigianità” di Danilo Mandolini in occasione dell’VIII edizione del festival “La punta della lingua” di Martina Daraio

Oggi e la prossima settimana ospiteremo due interventi di Martina Daraio, dottoranda in Scienze linguistiche filologiche e letterarie presso l’Università degli Studi di Padova; il suo ambito di ricerca è quello della poesia contemporanea marchigiana, terra in cui è nata**, ambito d’indagine cui fanno riferimento anche questi articoli.
Il post di oggi riporta la presentazione del poeta Danilo Mandolini, che è stata fatta di recente in occasione dell’VIII edizione del festival di poesia “La punta della lingua” di Ancona, con una selezione di testi.

mandolini

Questo incontro si intitola “Le Marche della poesia“, e dunque non possiamo non chiederci che cosa possa significare oggi, nell’era di internet, della mobilità e della perdita dei padri, essere un poeta marchigiano. È il dato biografico di essere nati in questa regione la condizione necessaria e sufficiente per fare di un poeta un poeta marchigiano?

In tal caso andremmo sul sicuro, perchè Danilo Mandolini è nato ad Osimo, dove tutt’ora vive, nel 1965. L’esordio come poeta avviene nel 1993 con la silloge Diario di bagagli e di parole a cui sono seguite altre sei raccolte, antologizzate quest’anno in un unico volume, edizioni L’Obliquo, intitolato A ritroso. scansione00030001A ritroso, come il titolo stesso ci spiega, raccoglie i testi andando all’indietro nel tempo dai più recenti ai più lontani, fino a coprire un arco di venticinque anni che va dal 2010 al 1985. L’operazione di antologizzazione non è stata però un gesto “innocente” di sola riorganizzazione, bensì ha comportato una rivisitazione, una riscrittura di alcuni testi o, come scrive lo stesso Mandolini nell’introduzione, ha comportato un’operazione di “aggiornamento al gusto e alla mano di oggi”. A me ha molto colpito questa esigenza di aggiornamento perchè mi è parso un qualcosa di estremamente coerente con i tempi frenetici e cangianti del mondo che viviamo, tanto che ho voluto fare un piccolo lavoro di critica della varianti, confrontando le prime stesure dei testi con quelle della raccolta A ritroso per individuare di che cosa, secondo Landini, l’oggi aveva bisogno rispetto allo ieri. Vi stupirà sapere, allora, che quello che ho trovato di nuovo è stato essenzialmente una cosa: una struttura. Le nuove poesie rispettano in maniera più puntuale la forma della quartina e, soprattutto, il verso endecasillabo.

Ora faccio una breve divagazione. Danilo Mandolini, all’attività poetica “cartacea” ne affianca un’altra “online”: da qualche anno, infatti, ha ideato ed iniziato a curare «Arcipelago Itaca», un progetto di diffusione, gratuita, in formato digitale e su base on-line, della poesia contemporanea. «Arcipelago Itaca», nel momento in cui è stato pensato, doveva essere un blog, poi però è diventato una rivista. Una rivista online, ma una rivista, cioè una raccolta di saggi critici e testi poetici indicizzati e impaginati in maniera statica: a ben pensarci quindi, anche in questo caso, tra il blog e la rivista online la differenza sta proprio in una questione di forma, di struttura. Il blog ha una modalità di fruizione più scorrevole e “temporanea”, la rivista invece si congela in una forma, si salva in pdf, e tale rimane nel desktop di chi la riceve… proprio come una raccolta cartacea che una volta stampata rimane in quella forma. Tutti i poeti oggi vivono questo dualismo tra il fare poesia su internet, discutendone in tempo reale con i lettori e concendendosi la libertà di riaggionarne continuamente i testi, e l’optare per la tradizionale, immutabile, e sempre meno letta, forma di libro stampato. Mediare tra la realtà materiale, fisica, solida del libro da un lato, e la realtà digitale, virtuale, evanescente dei blog o dei social media dall’altro è diventata una questione inevitabile sia per lo scrittore che per la comunità poetica. Ritornando all’antologia, allora, diventa ancora più significativo riflettere su questa scelta di riaggiornare i testi, e quindi modificarli, strutturandoli però in maniera più rigida: proprio come se in quelle “norme” da seguire risiedesse una forma di ancoraggio rispetto ad una realtà caotica che si smaterializza e muta continuamente.

In questa stessa direzione si può inoltre osservare come dalle varianti emerga anche un progressivo abbandono dell’oscurità e della metafisicità a favore di un linguaggio più aperto, più chiaro, meno mediato. Questa scelta non riguarda solo il caso di Mandolini ma negli ultimi anni interessa la gran parte dei giovani poeti che, senza necessariamente rinunciare a picchi di lirismo, optano però per una scrittura piana, quasi prosaica, ricca di termini della quotidianità. Si tratta di un linguaggio, insomma, che come ha già spiegato Gianluigi Simonetti parla “di tutto a tutti”, mosso dall’esigenza di rivolgersi non ad un élite di esperti ma alla globalità dei lettori potenzialmente interessati alla poesia. Si tratta, inoltre, di un linguaggio che permette di penetrare più a fondo nell’intimità dell’esistenza, nelle piccole cose e nei dettagli che la abitano e che fungono da punti di riferimento.

Iniziando così a spostarci dalle questioni formali verso quelle tematiche vale la pena spendere due parole sulla struttura di A ritroso, divisa in sezioni numerate, corrispondenti alle vecchie raccolte, e in sottosezioni con titoli estremamente significativi poiché connotati “spazialmente”, come Prima scansione del qui, Seconda scansione del qui, Via privata Gradisca, Milano, Sullo sfondo l’orizzonte: ri-definire poeticamente i luoghi permette infatti di orientarsi in essi e di trovare una forma di ancoraggio alla propria identità (tanto che quando invece il poeta racconta il momento della perdita del padre, per esprimere lo spaesamento è proprio ad una metafora spaziale che ricorre scrivendo: “Poco di certezze conoscevo, poco di città e distanze ricordavo”).

Guardando però a come queste città e questi spazi vengano rappresentati non si trovano mai, o quasi, dei riferimenti espliciti a luoghi geografici riconoscibili, ma si tratta piuttosto di spazi della memoria, cari al poeta, che cerca di salvarli dall’oblio del tempo fissandoli nella pagina: “quel dire soffuso che vive morendo che non ha radici se non nei ricordi“, recita infatti un suo testo.

Da una parte, allora, i luoghi sono ancoraggio dell’io, senso di appartenenza e tranquillità, tanto che in uno stralcio di lettera scritta dal padre del poeta alla madre e contenuta nella raccolta si dice: “Mi ha fatto un bell’effetto, sai, vedere il mio paese in televisione. Vedere gente che conosco”; dall’altra però i luoghi rimangono solo nella forma del ricordo, e sarebbe davvero difficile individuare delle componenti di marchigianità in questo fare poetico. Anche perchè, come saprete, le Marche hanno alle spalle una tradizione di poeti estremamente “residenziali” e radicati, come ad esempio Paolo Volponi, che proprio attraverso la rappresentazione della sua Urbino restituì delle descrizioni puntualissime delle mutazioni di tutta l’Italia industriale e post-industriale, o come Scataglini, che scelse addirittura di esprimersi in una lingua ibrida tra l’italiano e il dialetto anconetano.

Questa apparente “non appartenenza” di Danilo Mandolini, e qui concludo, è però vera solo in parte, perchè va contestualizzata nella contemporaneità. Tornando allora a parlare della rivista «Arcipelago Itaca», io credo che sia proprio qui la chiave di lettura sull’unica appartenenza territoriale possibile per i poeti e gli uomini di oggi.

Il tema del ritorno ad Itaca di Ulisse è molto frequentato dalla poesia contemporanea nel suo instancabile bisogno di radicamento e orientamento (e ad esempio tra i marchigiani non può non venirmi in mente il qui presente Luigi Socci che in un suo testo lo fa tornare a casa in treno!). La poesia si configura allora come l’unica imbarcazione possibile per attivare queste dinamiche di ritrovamento dell’io e le sue regole, le sue strutture, le sue forme, sono ciò che le danno questa forza e questa fermezza. Non si tratta però solo di regole ma anche di tutta una tradizione alle spalle che, appunto, funge da referente dialogico. Quello che è fondamentale capire è allora che cosa sia Itaca, e cioè, come ha sapientemente espresso Mandolini, Itaca è un arcipelago: la casa è una pluralità di voci, di luoghi, e di gruppi di appartenenza. L’ennesima conferma di ciò ci viene proprio dalla densità di riferimenti e citazioni che attraversano la scrittura di Mandolini, che sembra proprio nascere da un intreccio di voci di padri coi quali la poesia dialoga apertamente: per dirne solo alcuni ci sono Leopardi, Scarabicchi, Sereni, Caproni, Collodi, Ungaretti, e di ciascuno di essi Mandolini ha assorbito il nutrimento, come fossero state davvero le radici della sua poesia.

Tornare a Itaca, oggi, è sapersi orientare in questa pluralità di radici. Una pluralità che a ben pensarci per noi marchigiani suona quasi come un dato di fatto, un qualcosa a cui la storia ci ha abituati da secoli: non a caso siamo l’unica regione che già dal nome si presenta al plurale.

© Martina Daraio

[una vasta foce di suoni e colori si forma
appena oltrepassata la soglia del risveglio.

Le parole sussurrate nel mezzo della folla
che avanza col primo accenno del mattino
raccontano di spaesamenti e sogni andati,
gettano luce e cielo sui tetti delle case
e frammenti di paure dentro il tempo.

Il giorno poi viene a ricoprire la città,
a sottrarre pezzi di distanze tutt’intorno
e a lasciare avanzi sciolti di memorie
per non rivelare adesso cos’è il mondo]

*

Le merci si vendono sugli scaffali,
si offrono al soffitto che scolora
e alla pioggia che oggi, lì fuori,
come qui dentro, è più fitta che mai.

Dalle porte scorrevoli dei mercati,
guardando al cielo sghembo e radente,
si esce simulando una corsa,
si scappa a piccoli gruppi di tre
con una rete di ferro che racchiude,
oltre alla parvenza del bisogno,
alcuni pretesti per non pensare,
illusioni, promesse, istruzioni
e l’amara certezza che esiste,
in questa e in altre parti del mondo,
una compiuta e feroce armonia
tra le tante passioni degli uomini
e l’idea organizzata del possesso
e tra il corpo nudo della ragione
e l’impronta dolcemente violenta
del desiderio di sperimentare,
di conoscere meglio e dominare
ciò che appare differente e ciò
che forse è soltanto troppo uguale.

*

Sull’immensa terrazza rivolta ad occidente il vento d’autunno conduceva se stesso e le foglie. A volte si portava fin dentro la casa, fino a ridosso delle prime mattonelle dietro l’ampia porta- finestra.

Lì si fermava come di fronte ad un confine. Sulla sinistra, sulla sinistra di chi stava con lo sguardo diretto verso il sole, si disegnavano due linee irregolari. Erano due crepe, due fenditure che da estremi opposti quasi si sfioravano andando verso il centro della parete. Erano i polmoni della casa. In estate si aprivano, si dilatavano di alcuni millimetri, mentre in inverno si chiudevano come dopo un lungo respiro. Nel corridoio erano ancora appese le foto di luoghi lontani e i muri erano più vicini tra loro, più vicini alle porte che erano tutte aperte. Le sedie non si trovavano più in casa perché gli uomini se n’erano andati altrove e la luce quasi stentava ad entrare, tanto era il vuoto accumulatosi nelle stanze. Un orologio da tavolo, sul tavolo della cucina, non segnava più il tempo e la cucina era l’unico spazio dell’appartamento che conservava le tende addosso alle finestre. Nella camera grande c’erano ancora il letto matrimoniale, l’armadio e i comodini. Nell’altra camera, addossata sui due muri più lunghi, sostava la mobilia già pronta per il bimbo mai nato.
Non si percepivano odori, né vi erano resti o segni abbandonati al buio che stava per giungere.

*

Segnaliamo un recente intervento a proposito di A ritroso, apparso sul blog «La poesia e lo spirito».

*

Danilo Mandolini è nato nel 1965 a Osimo (AN), dove vive. Ha pubblicato, in versi: Diari di bagagli e di parole (Edizione privata, 1993), Una misura incolmabile (Collana di poesia “Alhabor” della rivista “Keraunia”, 1995), L’anima del ghiaccio (Edizioni del Leone, Venezia, 1997); per Edizioni l’Obliquo son usciti Sul viso umano (2001), La distanza da compiere (2004) e Radici e rami (2007) nonché A ritroso (2013).
Sue poesie e suoi racconti brevi sono stati pubblicati su varie riviste e in antologie.
Si sono occupati del suo lavoro Roberto Carifi, Francesco Scarabicchi, Giuliano Ladolfi, Maria Lenti, Fabio Ciofi, Norma Stramucci, Massimo Gezzi e molti altri.
Nel 2010 ha ideato e iniziato a curare Arcipelago Itaca: un nuovo progetto di diffusione gratuita in formato digitale e su base on-line della poesia contemporanea e non solo.

**Martina Daraio è nata a Ancona nel 1987. Dopo aver conseguito la maturità scientifica si è iscritta a Lettere Moderne (indirizzo Storico-artistico) presso l’Università di Bologna, dove si è laureata nel 2009 con una tesi sulla letteratura italiana di migrazione. Nel 2007 ha vinto la Summer Undergraduate Research Fellowship presso il Caltech di Pasadena (Los Angeles) effettuando una ricerca sulla produzione letteraria da luoghi di reclusione nel XVI secolo. Nel 2011 ha conseguito la laurea in Filologia Moderna (indirizzo Teoria e critica della letteratura) presso l’Università di Padova con una tesi sull’attualità di Calvino. Nel 2013 ha iniziato il Dottorato di Ricerca presso l’Università di Padova occupandosi del rapporto tra poesia e territorialità attraverso l’analisi geocritica e geopoetica del caso marchigiano contemporaneo.