Martina Bonciani

#PoEstateSilva #15: L’Elefante di Martina Bonciani

L’Elefante

Le sue sciabole chiamavano la morte, lo sapeva. Difatti erano un ingombro minerale sul suo corpo già poco pieghevole. Era una conoscenza più simile a un sentimento, tanto familiare da esser destinata a rimanergli, forse per tutta la vita, oscura. Probabilmente per questo non attese tempi meno convulsi per presentarsi ai nuovi uomini come pittore, ma afferrò il primo bastone che poté trovare e iniziò a esibire le sue abilità quanto prima.
Gli etologi avevano potuto confermare come la sua specie, similmente alla nostra e alle grandi scimmie, possieda un senso dell’identità personale, dimostratasi chiaramente nel riconoscimento della propria immagine allo specchio e – cosa più mirabile ancora – nella capacità di tracciare segni iconici sulla tela, abilità appresa anche dal nostro pachiderma sfuggito all’incendio del centro di ricerca.
I bracconieri fiutarono il potenziale della preda distinta e istruita: vendettero l’elefante, anche se non guadagnarono neanche la metà di quanto avrebbero potuto con l’avorio; con ogni probabilità la scelta si dovette alla fretta di fuggire, quando, dopo aver fatto a pezzi altri quattro animali storditi dal fumo, si resero conto di essere a loro volta braccati, e che svellere le zanne dalla carne di quell’ultimo elefante li avrebbe impegnati per un tempo eccessivo.
Lo caricarono sul camion vivo e lo portarono da quello strambo europeo che era lì per acquistare animali da circo. L’elefante non si fece pregare e sciorinò il suo repertorio con emozione e concentrazione. Tracciare segni iconici su tela non era facile quanto appariva nelle relazioni dei ricercatori – l’elefante doveva forzare l’attenzione a restare vigile, accettare di introdursi, con la sua mole gigantesca eppure impotente, in un avviluppato mondo di mistero e districarvisi a fatica. Le ricompense qui erano d’altro tipo, ma pensò che certamente le ragioni dovevano esserci, ed essere perfettamente giuste; non sorrisi e applausi e noccioline squisite, ma caschi di banane con pochi complimenti.
Più tardi però nessuno gli chiese più il laborioso sforzo che la sua mente e la sua proboscide consumavano con orgoglio: il circo aveva le sue prassi e non le avrebbe stravolte, la particolare attitudine al ragionamento dell’Elefante veniva sfruttata per insegnargli senza fatica i numeri più comuni. Da una parte, fu un alleggerimento enorme della sua vita, tanto che pensò di averlo guadagnato con tutte quelle discipline e inquietudini della sua vita precedente. Dall’altra parte, si incolpava di aver scelto un mestiere futile. (altro…)