Martin Lutero

Attualità di Lutero

Franco Ferrarotti, Attualità di Lutero, EDB, 2017, € 7,50

Libretto bellissimo, e difficile, quello scritto con passione da Franco Ferrarotti per i “Lampi” di EDB. Già dal sottotitolo si legge questa bella complessità: La Riforma e i paradossi del mondo moderno.
Arriviamo, in questo 2017, a cinquecento anni dalla Riforma. La sua forza, allora, fu dare una misura nuova a “individuo” e “parola”, una misura che arriva fino a oggi. La sua funzione, fondata su questa forza, fu liberatoria, e spezzò l’Occidente cristiano.
La conclusione di Ferrarotti è che Lutero sia “meta-moderno”, una figura capace di attraversare nuovamente le domande dell’uomo moderno, un vero motore della modernità. Ma potremmo dire di più: che è attuale, che la sua azione continua nella nostra contemporaneità proprio perché viene da lontano, perché ha segnato allora la strada del presente.
Con Lutero abbiamo imparato a riconoscere che «Dio non interpone diaframmi fra sé e il credente». O meglio, che non interpone più, che non ci sono più interferenze: è il frutto della sua lotta contro la Chiesa di Roma. La contrasta «perché è troppo moderna, non perché lo è troppo poco». In questo paradosso scorgiamo appunto la modernità e l’attualità di Lutero, il quale fu in grado di sperimentare la miseria umana, di conoscerla e di esaltarla fino a farla diventare la chiave interpretativa del mondo.
Dall’interferenza alla confidenza, dall’esercizio della coscienza alla forza della parola. «Natura verbi est audiri, l’essenza della parola consiste nell’essere ascoltata», scrive Ferrarotti. Ed ecco ancora un paradosso: la lettera uccide e lo spirito vivifica, secondo Lutero, ma proprio la parola con la rivoluzione protestante diventa lo strumento principe per elevare allo spirito. Già, la parola è sostanza e la sostanza è spirito.
Il paradosso, il tremore: è quanto di più attuale ci sia. Trema l’esistente nell’esistente, l’uomo nel suo impasto di schiavitù e libertà, libero e servo a un tempo. Si tratta di una contraddizione giustamente tragica e presente, un’aporia distintiva dell’oggi.
Basta il famoso e meraviglioso passaggio tratto da Libertà del cristiano a dar voce a quanto si sta dicendo: «Un cristiano è un libero signore sopra ogni cosa, e non è sottoposto a nessuno. Un cristiano è un servo volenteroso in ogni cosa, e sottoposto ad ognuno…».
Per elevarci, sembra dirci Ferrarotti, occorre più luce, la luce di una ragione per così dire di grado superiore, più raffinata e alta rispetto all’ingenuità di tanto razionalismo che ha spesso depositato nel tempo conclusioni scontate e insufficienti.
L’approdo che attendiamo è ancora e sempre il bene, certo, il bene kantianamente inteso come superamento della perversità del cuore e rispetto della legge morale, la legge che ci impone di pensare Dio, di tornare a pensare le categorie del folle, della morte, della trascendenza, che paiono non più degne di esser prese in considerazione. Non le si vuole più pensare, queste dimensioni. Sembra di poterne fare a meno. Eppure, la necessità dell’uomo resta sempre, in fondo, proprio la trascendenza.
E come sempre, anche per fare questo occorre la grazia, l’abito della grazia. Come sempre, decisivo è che la grazia abbia un suo intreccio con libertà e verità. Soprattutto oggi, in tempi in cui la soggettivazione del sacro si è affermata. Oggi, tra noi, figli dell’età moderna.

Cristiano Poletti

 

Anna Maria Carpi, Due inediti

AMCarpi foto di A. Branchini

A.M.Carpi,  foto di A. Branchini

Anna Maria Carpi, Due inediti

E QUELLA DONNA! Pensa:
ha settant’anni e un cancro,
la testa calva in un turbante azzurro,
ed è in missione in Siria, parla da quell’orrore
sulla TV, dalla città di Ohm, che è stata rasa al suolo.
Lei da decenni lotta per il mondo
con la parola – ma che altro abbiamo
contro le armi?

A noi qui sul divano
rimane impressa solo la rovina,
mezzo milione i morti, solo numeri atroci
e un’idea grossolana dei motivi,
la mente scoraggiata ci va altrove,
il cuore anche
e cambiamo canale. Poi svagato,
con un sospiro
uno propone all’altro andiamo a letto.

*

SOLA FIDE, dice Lutero,
basta la fede e ti salverai,
ma vien da sé che se ce l’hai nel cuore
dal far male ti astieni finché puoi.
E il bene? Poco o nulla, di sicuro
siamo bravi a sognare.

Signore, io sarò tra gli impotenti
come in tempo di guerra per il pane,
che si mettono in coda, con la tessera,
aspettando che resti
qualcosa anche per loro.
Non tuoi figli,
tuoi lontani parenti, gente da mantenere, senz’impiego,
per cui si deve fare pur qualcosa.

©Anna Maria Carpi

 

La scelta, il bene e la storia: è un tema di non secondaria importanza quello che unisce i due inediti di Anna Maria Carpi qui presentati. Si tratta di un universale della ricerca che attira a sé, combinandoli con accenti diversi, altri ambiti, altri slanci e parecchie domande: Giustificazione per fede? Giustificazione per opere? Quale peso hanno le omissioni? Come la mettiamo con l’ignavia? Salvano i sogni, salva la poesia?
Non inganni l’attacco differente – eppure così compatto nella struttura regolare, due parole di due sillabe ciascuna, l’accento sulla terza delle quattro sillabe totali, l’impatto sonoro ad aggiungere solennità al carattere maiuscolo – e non inganni neppure lo sviluppo diversamente articolato, giacché in entrambi i testi chi legge si trova a condividere con l’io poetico il quesito e il fondamento di una riflessione a doppio senso di marcia: quale peso hanno le circostanze, la grande storia così come i dati biografici, sulle scelte individuali e, d’altro canto, quale ruolo rivestono nella storia dell’umanità e, più dettagliatamente, nella storia di un’epoca, di una generazione, indole, biografia e scelte in termini di azioni o di omissioni, di resistenza e desistenza?
Individuato il trait d’union molto saldo a dispetto delle apparenze, mi sembra tuttavia utile sottolineare aspetti peculiari di ciascuno dei due componimenti: nel primo le immagini televisive, l’orrore della guerra al quale si contrappone la resistenza di «quella donna» con il turbante azzurro e la sua lotta contro il male che è lotta «per il mondo», «da decenni», sono accolte con «mente scoraggiata» da un «noi»; nel secondo, il riferimento iniziale alla frase di Lutero (solo la fede giustifica), si dirige in realtà, dopo aver brevemente sostato ancora su un ‘noi’ sottinteso («di sicuro / sono brava a sognare», verso un ‘io’, il quale si rivolge, a sua volta, a un’istanza divina, che giudicherà. Proprio lì, tuttavia, nell’intuizione della propria sorte ‘dall’altra parte’, l’io torna a vedersi parte di una schiera. È una categoria nuova, che aggiunge una colpa, tutta moderna e attualissima, ai sette peccati capitali. Lo fa usando il tempo futuro, lo fa con un efficacissimo endecasillabo, seguito da un altro endecasillabo: «Signore, io sarò tra gli impotenti / come in tempo di guerra per il pane».
Una considerazione conclusiva va dedicata proprio all’importanza degli endecasillabi, alternati prevalentemente a settenari e a quinari nei due inediti dal piglio colloquiale nel senso che riportano stralci di un colloquio ininterrotto con la propria coscienza. Distendendo il verso, gli endecasillabi ne esaltano il valore di enunciato che sottolinea, di volta in volta, dati di fatto («lei da decenni lotta per il mondo»), ritratti in pochi tocchi essenziali («la testa calva in un turbante azzurro»), una chiusa che registra la soluzione del momento, della quale non si sconfessa né contingenza né transitorietà: «uno propone all’altro andiamo a letto» e «per cui si deve pure far qualcosa». (Anna Maria Curci)