Martin Heiddegger

proSabato: L’origine dell’opera d’arte, Martin Heidegger

sentieri-interrotti

Un edificio, un tempio greco, non riproduce nulla. Si erge semplicemente, nel mezzo di una valle dirupata. Il tempio racchiude la statua del Dio e in questo racchiudimento protettivo fa sì che, attraverso il colonnato, essa risplenda nella sacra regione. In virtù del tempio, Dio è presente nel tempio. Questo esser-presente di Dio è in se stesso il dispiegamento e la delimitazione di una regione sacrale. Ma il tempio e la sua regione non si perdono nell’indefinito. Il tempio, in quanto opera, dispone e raccoglie intorno a sé l’unità di quelle vie e di quei rapporti in cui nascita e morte, infelicità e fortuna, vittoria e sconfitta, sopravvivenza e rovina delineano la forma e il corso dell’essere umano nel suo destino. L’ampiezza dell’apertura di questi rapporti è il mondo di questo popolo storico. In base ad essa e in essa, questo popolo perviene al compimento di ciò che è destinato.

Eretto, l’edificio riposa sul suo basamento di roccia. Questo riposare dell’opera fa emergere dalla roccia l’oscurità del suo rapporto, saldo e tuttavia non costruito. stando lì, l’opera tien testa alla bufera che la investe, rivelandone la violenza. Lo splendore e la luminosità della pietra, che essa sembra ricevere in dono dal sole, fanno apparire la luce del giorno, l’immensità del cielo, l’oscurità della notte. Il suo sicuro stagliarsi rende visibile l’invisibile regione dell’aria. La solidità dell’opera fa da contrasto al moto delle onde, rivelandone l’impeto con la sua immutabile calma. L’albero e l’erba, l’aquila e il toro, il serpente e il grillo assumono così la loro figura evidente e si rivelano in ciò che sono. Questo venir fuori e questo sorgere, come tali e nel loro insieme, è ciò che i Greci chiamarono originariamente Physis. Essa illumina ad un tempo ciò su cui e ciò in cui l’uomo fonda il suo abitare. Noi la chiamiamo Terra. Da ciò che intendiamo con questo termine occorre tener ben lontano ogni idea di massa materiale stratificata o di pianeta in senso astronomico. La Terra è ciò in cui il sorgere riconduce, come tale, tutto ciò che sorge come nel proprio nascondimento protettivo. In ciò che sorge è presente la Terra come la nascondente-proteggente.

Martin Heidegger, L’origine dell’opera d’arte, in Sentieri interrotti, La Nuova Italia, 1968, traduzione di Pietro Chiodi, pp. 27-28.

Suggestioni del cadere (di Denise Celentano)

Suggestioni del cadere
(Denise Celentano)

Gustavo Doré, La caduta di Lucifero (1865) Illustrazione per "Il paradiso perduto" di Milton

Gustav Doré, La caduta di Lucifero (1865)
Illustrazione per “Il paradiso perduto” di Milton

 

Una passeggiata a briglie sciolte nella trama di suggestioni evocate dal cadere.

 

Il corpo. Cadere è perdere l’equilibrio, a seguito di un impatto con un ostacolo imprevisto; cadere è l’interruzione, più o meno brusca, di un movimento. È una cesura fra un prima e un dopo, è un incidente – come qualcosa che potenzialmente incide, può lasciare un segno. Il corpo può infatti conservare memoria della caduta, come cicatrice a indelebile testimonianza di quel venir meno del controllo che è l’atto del cadere: a ricordarti che basta un non visto qualunque per togliere ai tuoi passi il loro ritmo regolare. Tutti presi dalla res cogitans, quando inciampiamo siamo costretti, più o meno violentemente, a ravvederci della nostra elementare sussistenza come res extensa. Cadere ci riconduce cioè all’irriducibile corporeità dell’esistenza: nell’esperienza del cadere ci si vive come corpo. Perciò, nel cadere sperimentiamo un’imprevista parità ontologica col mondo delle cose. Ci riscopriamo materia nella materia, oggetto fra gli oggetti, dotati di confini e quindi intrinsecamente suscettibili di scontro. Cadere è l’inciampo imprevisto nella materia di cui il corpo stesso in caduta è parte: è fare inavvertitamente esperienza della forza di gravità, la quale silenziosamente governa l’universo senza che questo se ne accorga. Di qui la vecchia sinonimia fra corpi e gravi. Come a dire che i corpi sono tali proprio in quanto dotati della caratteristica fondamentale di pesare: in quanto intrinsecamente soggetti a gravità e come tali suscettibili di caduta. Ma in senso figurato i corpi sono gravi anche in quanto intollerabili – è perché siamo corpo che siamo caduchi, soggetti alla decadenza e alla morte; e quello del corpo come prigione dell’anima costituì a suo tempo un topos.
Da un lato, l’impatto improvviso e non cercato contro qualcosa che investe il corpo. Dall’altro, l’irruzione del caso nella catena causale lineare dell’azione cosciente. Non deve allora passare inosservato che caduta traduca il latino casus. Un’affinità in effetti profonda: dal momento che, a guardar bene, cadere non è che un modo di fare esperienza del caso.

Sono cose che non sfuggono ai poeti. La sensibilità di Valerio Magrelli nel captare il significato dell’imprevisto, della rottura, del non lineare, delle zigzagature dell’esistenza, di cui il cadere è figura emblematica, emerge fra l’altro in Amo i gesti imprecisi [da Poesie (1980-1982), Einaudi, Torino 1996]:

Amo i gesti imprecisi,
uno che inciampa, l’altro
che fa urtare il bicchiere,
quello che non ricorda,
chi è distratto, la sentinella
che non sa arrestare il battito
breve delle palpebre,
mi stanno a cuore
perché vedo in loro il tremore,
il tintinnio familiare
del meccanismo rotto.
L’oggetto intatto tace, non ha voce
ma solo movimento. Qui invece
ha ceduto il congegno,
il gioco delle parti,
un pezzo si separa,
si annuncia.
Dentro qualcosa balla.

L’intera esistenza che cos’è se non una grande aritmia, una gigantesca discontinuità, il farsi e disfarsi perenne di nessi, l’incastrarsi irregolare di aggregati. Un ballare: come tremore inconsulto, come danza e movimento. Tutto questo è «familiare», è nella natura stessa delle cose. La poesia di Magrelli è un inno ai gap dell’esistenza, ai territori del venir meno del controllo. Questo ci conduce direttamente all’etimologia, per così dire esistenziale, del cadere.

Etimologia esistenziale. A riprova del legame col movimento, in latino caduta si traduce anche con lapsus, da labi, scivolare. (Si pensi anche alla parola affine collasso – collapsus –, concetto associato a uno shock, a riprova del carattere di incidente del cadere). Con lapsus s’intende l’errore non voluto, l’inciampo verbale: il detto che non andava detto. C’è un piccolo venir meno della volontà nel lapsus, che significativamente può essere reso anche come scivolone. Il termine è tipicamente associato a Freud, che nel lapsus ha rinvenuto un anello di congiunzione tra il mondo conscio e quello inconscio, tra il visibile e l’invisibile dell’io: fra il giorno e la notte delle persone. Per Freud nessun lapsus è irrelato o privo di ragioni. Questo caso che è il cadere come lapsus, cioè, è tutt’altro che casuale. Una precisa causalità vi presiede: il lapsus esprime un atto mancato, un’istanza inconscia repressa che trova soddisfazione espressiva nell’errore. È l’inconscio che fa irruzione nel conscio, strappandogli per un attimo il controllo. Si apre così una fessura attraverso cui guadagnare accesso verso quel mondo sommerso che sarebbe l’inconscio.
A cadere non è soltanto l’individuo umano: cade anche quello che gli sta intorno, nella misura in cui non è scelto ma subìto. Si pensi alla parola accadere: quello che succede, in qualche modo, è qualcosa che cade; almeno, se non si è agito in prima persona questo accadere. Ha le caratteristiche dell’inciampo. Lo stesso vale per quel bellissimo, ambiguo verbo, che è occorrere, usato in inglese (to occur) nell’accezione proprio di accadere, avvenire, come anche nell’italiano più formale (“un fatto occorso di recente” – benché sia decisamente più utilizzato nel senso di “avere bisogno di”). È interessante notare che il verbo accadere è spesso usato nella forma passiva: “cosa ti è accaduto?”. C’è una sfumatura che richiama il subire un avvenimento, di cui si è spettatori e non attori. O, meglio, diciamo così: inciampatori. (altro…)