Mark Twain

Salvatore Ritrovato, Cercando l’isola

Salvatore Ritrovato, Cercando l’isola, Fiorina Edizioni 2017

L’isola, l’approdo a un’isola, il sogno di un’isola, ha accompagnato nell’immaginario l’esistenza di molti di noi; per quanto riguarda la mia generazione, dai romanzi della fanciullezza, prima Salgari, poi Stevenson e Swift, questi ultimi riletti in anni universitari, alle isole dell’Odissea, scoperte nelle ore di epica in prima media e poi riesplorate al liceo e attraverso la letteratura del Novecento. C’è stato poi l’universo di un esilarante bestiario con la Corfù di Gerald Durrell (La mia famiglia e altri animali). E, ancora, la poesia, dal romanticismo di Coleridge e Shelley (e «l’isola de’ poeti» di Carducci in Presso l’urna di Percy Bisshe Shelley) fino a Hilde Domin con l’isola di Santo Domingo dalla quale la poetessa trae il nome con il quale battezza la sua seconda nascita, la nascita alla creazione poetica.
Leggere Cercando l’isola di Salvatore Ritrovato, “libretto alla leporello”, pubblicato da Fiorina Edizioni e arricchito dagli acquerelli di Sighanda, e tornare, con lo stesso entusiasmo degli anni giovanili, a quella ricerca, è una cosa sola, stavolta, forse, con una memoria di viaggi passati che aguzza lo sguardo e rende tanto più apprezzabile la nota personale, l’arguta inventio così come il nuovo pensoso, meditato approdo.
Nel tragitto da Ulisse/Nessuno a sé, il viaggio è variegato, eppure ha una sua profonda unità. Cercando l’isola – e ‘alla cerca’ ci si imbatte nelle diversità più affini e nelle familiarità più stranianti – si toccano approdi intermedi, si lambiscono sponde di conoscenza e ri-conoscenza.

Ultime notizie di Ulisse mescola abilmente l’atmosfera animata da un viavai di persone – tutte senza nome, sono «uno», «un altro», poi ancora «uno» e infine «la gente» – e dalla polifonia di elementi naturali e indizi di episodi omerici con la sorpresa tagliente del ricordo, che spiazza e sperde sicurezze: «Una lama bizzarra di ricordi recide l’ugola/ della nostra indifferenza a ogni ritorno/ “Nessuno”, disse uno, e si perse fra la gente.»
L’isola del tesoro, esplicito riferimento a Stevenson, ha invece – ecco, subito, emergere la varietà dei toni – il ritmo irresistibile della strofa ricordata da Mark Twain in Punch, Brothers, Punch (che la mia generazione ricorda come “O fattorino dal ciuffo nero”): «Marinaio, salta a bordo, prendi il timone./ Presto si salpa verso l’isola dove fu nascosto/ (né fu mai trovato) il bauletto di Arpagone./ Colà giunto scendi cauto (qualora/ te ne sia dimenticato) nella scialuppa:/ porta un cuscino per stare comodo./ A mezzogiorno guarda in alto sul posto/ vola un colombo travestito da storione;/ laggiù potrai assaggiare anche l’arrosto.» (altro…)

The privilege of the grave (post di natàlia castaldi)

Vauro

Mark Twain nel 1905 scriveva un saggio su libertà di pensiero, parola ed opinione il cui titolo ne esplicava sin dal principio l’amaro ed ironico contenuto: The privilege of the grave, Privilegio tombale.

Per Twain, infatti, la libertà di parola è solo un’illusione perché condizionata alla volontà di ogni singolo individuo d’uniformarsi all’opinione imperante e di massa, dunque, una reale libertà d’opinione sarebbe paradossalmente accessibile all’uomo solo dalla sua stessa tomba, ovvero solo allorquando questo suo utopico diritto non gli si potrà più torcere contro. Sì, perché è vero che possiamo recitare l’articolo n. 19 della “Dichiarazione universale dei diritti umani”, il 21° della nostra Costituzione (ancora? – per poco!), storcere il muso comodamente seduti dinanzi al nostro computer o al televisore al manifestarsi di superbi atteggiamenti squadristi … ma poi, alla fine, quanto siamo bravi a far valere questo nostro semplice ed insindacabile “diritto” se il nostro dissenso – de facto – ci si potrebbe poi ritorcere contro sotto forma d’offesa, emarginazione, ghettizzazione o censura?

Dunque, è molto più facile scegliere un carro cui accodarsi in codazzo di corte, ossequiando il signore che muove le briglie da bravi soldatini mercenari in attesa di briciole e riverenze, vestire l’uniforme da cerberi latranti al primo segno di intrusione “aliena” che si azzardi a mettere in discussione l’“insindacabile ordine prestabilito” ed attendere pazientemente il proprio meritato zuccherino. (altro…)