Mario De Santis

I poeti della domenica #134: Mario De Santis, Il giorno fuori

13045485_10156975854930347_164054627_n

Mario De Santis: (il giorno fuori)  da Sciami, Ladolfi 2016

*

(il giorno fuori)

Arrivo con il tram dove Milano non esiste ancora
per ogni passeggero la strada si dirama, è un delta
di piazze e di cantieri abbandonati e ha svolte, all’improvviso.
noi le passiamo e tutto corre in noi, ritardo senza peso
le mattine delle città sono già fiumi scontrosi e senza vuoti.
eppure le coincidenze fanno ogni persona
o il suo corpo che va da lievità a posa informe,
un’esistenza – e c’è chi sciama via per un batterio,
per l’invisibile che si nasconde all’aria.
Il rifugiato che abita il riposo
illecito, in corpo ha cielo ed ha prigione;
la libertà di fatto cerca facili indirizzi.
Ben venga allora morire per la prima volta
nel tuo respiro e poi restare avvolto da correnti,
nell’impazienza ascolto la moltitudine di avvisi
e nomi in codici. Crolli minimi che sento
intorno come fioritura,
avverto del palazzo, del pericolo e lontano
un altro posto da occupare. Così fermo la fuga
aprendo un porta all’improvviso, salutando.

 

Milo De Angelis, due poesie inedite

 

foto di Viviana Nicodemo

foto di Viviana Nicodemo

*

Canzoncina per una bella ala sinistra

Aveva i calzettoni abbassati e la maglietta bianconera
e noi restammo di stucco: una bella, una vera
ragazza nella squadra avversaria! Sì, una ragazza
con i capelli a caschetto e un guizzo velocista,
un bel sorriso da folletto nel nostro Istituto
maschile per eccellenza. Non era lei a farci paura,
ma un’oscura presenza, un’eco di fiori e di sussurri,
di unghie rosse, di spose, di veli, erano quelle vorticose
onde del sangue, le minacce dall’ignoto, era il vuoto
che irrompeva nel cortile gesuita, era la vita!

(1967)

*

Un’altra busta poi ci sono le schede fa caldo
se non le hanno spostate la firma e tutti
i rinnovi cambiali in protesto una copertura
le proroghe tariffe che saltano
e la carta carbone dopo le polizze la faccenda
dei premi proroghe al timbro la garanzia
altre schede e le pratiche e: Carlo.
Andiamo in cortile
con le maglie e i compagni, tu
stai disegnando sul muro le porte.

(1968)

*

© Milo De Angelis

(Queste due poesie saranno inserite, con altri inediti, nel volume Tutte le poesie, Mondadori, che uscirà ad aprile 2017)

*

Un sabato mattina

Quando ascolto per la prima volta queste due poesie è mattina, e già questo è inusuale. Di solito i reading pubblici sono serali, o pomeridiani. È un sabato mattina umido e grigio di quelli che Milano ti mette addosso spiegandoti perché la ami, perché la ami ancora. Milo De Angelis legge questi testi, per la prima volta in pubblico, in un laboratorio nel cuore del quartiere cinese, durante una conversazione con Mario De Santis. Un incontro che è anch’esso una sorta di laboratorio, perché De Angelis racconta come sono nati alcuni testi e, più in generale, come nascono le sue poesie. Già questo basterebbe.

In quel sabato mattina di novembre, però, è accaduto qualcosa di più, una specie di miracolo. Le due poesie che De Angelis ha regalato a Poetarum Silva e che oggi potete leggere, sono rispettivamente del 1967 e del 1968, testi insieme ad altri esclusi da Somiglianze, libro che ha da poco compiuto quarant’anni. De Angelis ha letto e un commovente silenzio è calato sulle nostre teste, un silenzio bello che sembrava arrivare da molto lontano. E quel lontano non era questione di tempo, ma questione di spazio. Quel silenzio era una distanza che si accorciava. Era una scoperta. Ho avuto da subito la sensazione che i versi appena ascoltati andavano a collocarsi esattamente nello stesso luogo in cui si collocano i testi di Somiglianze e, per me, gran parte di tutti quelli scritti da De Angelis; un luogo che va a crearsi ogni volta che leggiamo o ascoltiamo, una città nuova che si edifica di parola in parola, che nasce nel tempo in cui siamo quando leggiamo. Ecco perché la ragazza che gioca a calcio nel cortile della scuola ci è così vicina, perché la vediamo adesso. Lei è. E la vita irrompe in noi, un’altra volta ancora. Poi arriva l’eccezionale straniamento della seconda poesia, quel salto da un quotidiano burocratico al cortile, al tempo giovane, che è quello delle possibilità, di quando un tu che conosciamo sta disegnando porte sopra i muri. Alla fine dell’incontro Mario De Santis ha chiesto se qualcuno avesse delle domande per De Angelis, ma nessuno ha aperto bocca, mi è sembrato che tutti i presenti fossero profondamente toccati, al punto da rimanere in silenzio perché nulla c’era da domandare. Dopo ho passeggiato da via Bramante al Monumentale e poi fino in via Farini, col passo sicuro di chi cammina sulle strade sue e con l’animo incerto di chi ha appena vissuto qualcosa di raro, una sorta di grazia.

© Gianni Montieri

Laura Pugno, Bianco

bianco-d483

Laura Pugno, Bianco, Nottetempo, 2016; € 7,00

*

di Mario De Santis

*

Laura Pugno poeta ha, nel corso degli anni, costruito un suo mondo preciso, scolpito, seppure nell’astrazione di una dimensione allegorica. Un mondo, un paesaggio di atmosfere arcaiche, mitiche e mentali, come facile dire per un suo recente titolo, La mente paesaggio (Perrone, 2010), come anche per un suo testo quale Gilgames (Transeuropa, 2009), con una poesia che si colloca sempre sul passo di un tempo originario, respirando atmosfere di boschi e artici, di cacce, e in questo ultimo, Bianco, di spazi nevosi infiniti che finiscono per dare connotazione estensiva di un tono (per fare un paragone, quel bianco ossessivo e infinito che c’è anche nel film  Revenant di Iñárritu).
In Bianco – che è un colore di lutto, tanto quanto il nero anzi forse evoca una dimensione non ctonia, ma nemmeno terrena – ci sono presenze su presenze che si sommano: il viaggio poetico inizia rivolgendosi alla “neve”- siamo all’inizio di un inverno  ma di un tempo in cui “non ci sono stagioni”, c’è solo un immenso bianco. Il bianco è la dominanza della luce, è l’ovattato, il silenzioso.
E sarà sempre questo richiamo a labilità percettive e oniriche il basso continuo del libro. Fatto di morti che tornano, presenze di un lutto in cui il colore della neve definisce lo spazio intermedio dell’Hereafter (parola doppia, di luogo e tempo). La poesia di Laura Pugno non è una poesia che appartiene alla tradizione di ricerca: non ne ha la retorica e l’ideologia del significante, semmai ha un culto materico e enigmatico della parola, che la fa apparire, ma solo apparire, ermetica, laddove tarda a sciogliere certi nodi di immagini per il lettore,  a cui chiede un po’ di attenzione; di sicuro però si può dire che è una poesia che si interroga su forme inedite del conoscere, è un poesia “in cerca”.
Una voce che tiene, pagina dopo pagina, pure se frammentata, in poesie fatte di 5, 6, 8 versi, una voce che non mette l’io al centro, ma fa di tutti unica presenza/assenza in un paesaggio che da subito sembra voler creare e insieme sottrarre al simbolismo metafisico: “neve tu sei venuta qui/ sei venuta come neve”. Quel che si sta cercando è qui. È nelle cose. Un animismo del senso, quasi. Come neve: la comparazione elimina la neve “come neve”, vorrebbe azzerare la duplicità, ma ovviamente la ricrea con un’ambivalenza produttiva di echi, di significato. Ed è la tessitura fonetica a riverberare, come il bianco, a risuonare: pochi elementi, continuamente reiterati, misura di sillabe e inseguimenti fonetici, intrecci, che amplificano il bagaglio ridotto del viaggio.

(altro…)

Aldo Nove, Anteprima mondiale

nove

Aldo Nove, Anteprima mondiale, La nave di Teseo, 2016, € 18,00, ebook € 9,99

*

di Mario De Santis

*

La generazione di Woobinda ha compiuto o sta per compiere cinquant’anni. Quel nugolo di (quasi) trentenni  esausti e in scadenza anagrafica del baby boom, che nel 1996, quando il libro prima versione usciva per Castelvecchi, viveva in piena gioventù la lunga scia di edonismo e riflussi e si aggirava nel più grande supermercato delle emozioni a pagamento a metà degli anni ’90, oggi vive un disperato spiazzamento e se ne sta esodato dalla sua stessa anima morta. È una generazione di non-io, fatti di tanti corpi stellari e isolati, intrappolato nella servitù della gleba terziaria, nella stralunata e verbosissima virtualità social, sorta di invisibile waste land del mondo occidentale. Si ostentano le ultime riserve merceologiche e si copre un vuoto che la biologia sta preparando come una trappola che aspetta: altri venti anni davanti, in media e poi più che una trappola, una fossa.
Per la generazione Woobinda il tempo degli eventi storici e sociali del nostro presente ha una facies ribaltata rispetto alla  previsione di Marx: per la Generazione Woobinda la Storia si è presentata la prima volta in forma di farsa, con le risate registrate in sottofondo di Drive In e Striscia, e ora si presenta in forma tragica. Innanzitutto perché ora scavallando il mezzo del cammin della (nostra, si questa è una recensione che mi riguarda) vita, quello che si vede è appunto l’ombra della morte. Questo è il vero dato ineliminabile. La generazione di Forever young è quella che più di tutte non vorrebbe morire. Farebbe carte false. E le fa.

Anteprima mondiale, che esce per “La nave di Teseo” nel 2016, dà voce a questo disagio di una civiltà senza più civiltà e forse esso stesso come libro e come operazione editoriale ne è un sintomo. Dispositivo narrativo in forma di rituale, per celebrare un tempo passato che non passa e sognare – degradandola con ironia e satira − un’immobilità salvifica. Scrivere di nuovo Woobinda, vent’anni dopo. Il tempo di una completa generazione di figli che quella di Nove (1967) come la mia o quella di Mauro Covacich (che sul tema ha scritto un libro interessante, La sposa, Bompiani, 2014), una generazione per ironia della sorte nata  negli anni di babyboom, che non ha generato, se non al minimo livello demografico (il 1995, uno prima dell’uscita di Woobinda, fu l’anno nero della natalità less than zero italiana).
E così questa generazione in cui prevalgono nel ritratto di Nove non a caso tutti maschi, (fratelli minori di una già complessa e più complessata generazione precedente, raccontata oggi da Edoardo Albinati ne La scuola cattolica, Rizzoli, 2016) cresciuti dopo tante rivoluzioni, soprattutto femminili, scontano involontariamente la rigidità di una società italiana vecchia, immobile e maschilista, nonostante la modernità degli anni ’80 e ’90.
Sono personaggi tutti appartenenti a questa generazioni di ciinquantenni, quelli di Anteprima mondiale postumi alla loro stessa tarda adolescenza con rughe, in cui abbonda l’immaturità sentimentale, la deriva sessuale, lo spaesamento, la solitudine, la mancanza di lavoro, la  mancanza materiale – paradosso per una generazione bambina ai tempi dell’abbondanza − l’arroccamento e a colmare tutto ciò, a farne degli zombie, ultimo elemento il rimanere figli e la mancanza di figli propri, – perché  non generati soprattutto (o magari,  non stanno insieme a loro, che sono ex padri e ex mariti, stanno con madri a volte fin troppo fierce in cerca di orgoglio, nel loro complesso multitasking esistenziale di donne rifiorite e vitali).
(altro…)

Cesare Viviani, Osare dire

Cesare Viviani, Osare dire (Einaudii)

Cesare Viviani, Osare dire, Einaudi, 2016. € 11,00, ebook € 6,99

di Mario De Santis

*

Avevamo letto nel 2012 Infinita fine di Cesare Viviani, seguendolo nell’ulteriore tappa del suo lungo cammino di poesia, portare alle estreme conseguenze gli esiti e il senso di quarant’anni di ricerca. Ma se dagli anni Settanta agli anni Novanta questa medesima ricerca era ancora dentro il Novecento, seppure dopo la lirica, negli ultimi vent’anni Viviani ha iniziato un lungo esercizio di “uscita dalla recita”, come aveva già scritto nel libro del 1981, L’amore delle parti. Il libro del 1993, L’opera lasciata sola, fu il punto di svolta che arriva, con diverse trasformazioni, al libro del 2012. Già da allora Viviani affrontava i temi che gli sono cari, il rapporto tra vivente, la natura, e un soggetto che si confronta con ciò che sa per interpretarla, il divino, mondato da tutte le false presenze, così come il teatro delle forme della vita comune, dei saperi e dei linguaggi, compresi quelli della poesia e da cui emergeva anche un sentimento di pietas verso l’umano. Iniziava allora anche un progressivo abbandono del territorio della lirica, quasi radicalmente ponendosi sul confine di riconoscibilità (e di grande originalità) della poesia tutta, anche la più sperimentale e antilirica. Percorso estremo per ribadire che ogni forma d’espressione e interpretazione è ingannevole spettacolo. Da anni Viviani affronta una riflessione profonda che nasce dalla filosofia, dalla psicoanalisi, dalla meditazione in senso più ampio, e da un’intima indagine del rapporto con il mondo e con il divino, il silenzio di quest’ultimo nella storia. Se il Novecento ha scardinato certezze, e tolto fondamenta al Soggetto, al Vero, neppure la rappresentazione in arte di questo terremoto, della crisi, della nevrosi, dell’assenza, niente ha senso, né l’idea di un’Espressione o di una Creazione. È qui che Infinita fine – come il precedente Credere all’invisibile – prendeva su di sé questa riflessione praticandola, coerentemente, ovvero portando la poesia a un livello di rottura unico nel panorama italiano. La scelta allora degli attuali brevi testi affermativi – ma con un richiamo ad una sua lunga consuetudine di scrittore per aforismi – senza orpelli stilistici era quella annunciata proprio in alcuni versi de L’opera lasciata sola: «il racconto in prima persona/ con i virtuosismi/ è una spirale che ad ogni giro si restringe.» Ecco, al giro più stretto ora sono l’apoditticità, la sentenza e l’aforisma, il taglio liminale dell’epigrafe dei testi di Infinita fine: portata a un ground zero dell’espressione, per privarla di inganno e per assimilarla alla matericità del mondo, la parola, qualsiasi essa sia, poetica o della terapia analitica o della scienza, dei saperi umanistici, poteva avere ancora un qualche credito, è inevitabile per la natura umana, ma a patto sempre di svelarne il vuoto di sé e del tutto e puntare ad esso, al coraggio di confrontarsi con il silenzio dell’universo: scriveva in un verso che la «fede nella parola salva», ma, subito dopo aggiungeva con ironia, solo «la parola ‘paradiso’ salva», il resto non è nel dire. La parola, la sua bellezza ingannatrice, è al massimo “rimedio istantaneo agli insulti del tempo”. Dunque se il resto non è nel dire, perché continuare ancora? Il livello di riflessione attraverso il paradosso di una pratica antipoetica della lingua, della sintassi, della frase e della Dichtung nel suo complesso era così estremo che sembra davvero sul punto di un abbandono del fare poesia, all’ammutolimento di quella materia-natura chiamata sempre a unica appartenenza,  un consegnarsi, come scrive in Infinita fine, «senza corpo, senza volto, senza espressione» a un «oceano ondeggiante/ senza fine» dove tutto c’era tranne che ancora un opera del dire, un’opera dell’arte.
È quindi sorprendente, quasi uno scarto ulteriore, ma di lato, l’apparizione del libro del 2016, che già nel titolo riprende direttamente la questione e riporta anche evocazioni di una preghiera della parola e del nome: Osare dire. (altro…)

Gabriele Di Fronzo, Il grande animale

il-grande-animale-d475

Gabriele Di Fronzo, Il Grande animale, Nottetempo, 2016, € 12,00, ebook € 6,49

di Mario De Santis

*

Superata qualche perplessità per la troppo ingombrante memoria de L’imbalsamatore, nel film omonimo di Matteo  Garrone, e la quasi ovvia comparazione tra la storia personale del protagonista (rimasto solo, giovane, con un padre ora ammalato gravemente) e il suo lavoro di manipolatore di cadaveri animali; superata la perplessità sul titolo, coerente, ma che troppo mi porta a pensare a Philip Roth, anch’esso ingombrante, de L’animale morente si entra in un ottimo esordio nella narrativa italiana.
È quello di Gabriele Di Fronzo con Il grande animale, che ha il suo pregio generale nel fatto che rende coerente, col procedere della storia, la forma della scrittura adottata, specie nella parte finale, con il suo contenuto narrato, con l’impianto allegorico del testo. Di Fronzo si attiene a quel postulato ispiratore dell’incipit che il suo protagonista pronuncia: svuotare.
«Ho fatto esperienza che qualunque cosa non si voglia perdere va innanzitutto vuotata, bisogna fare spazio, sgomberare, portare via quello che c’era in precedenza, occorre sempre togliere: solo così, ciò che altrimenti subito scomparirebbe, rimarrà nostro per sempre.» È una regola del tassidermista. dichiarata subito dal protagonista, che si può ben applicare anche allo scrittore Di Fronzo, esemplare piuttosto originale nella fauna dei trentenni di questi anni ’10 del XXI secolo. Schiere italiane, postume più che le altre, col loro perenne accudire un altro grande animale morente da sempre, il romanzo.
La storia de Il grande animale è presto detta ed è una storia di lutto per un genitore –  esperienza determinante, quindi universale, ma che abbiamo visto spesso negli ultimi tempi trasformata in romanzo.
Francesco Colloneve, imbalsamatore, finito a fare un mestiere così particolare forse nella  giostra della precarietà,  ha un padre che si ammala e lui, figlio unico, se ne occuperà, non essendoci più una madre. E questo confronto ravvicinato prima con la malattia e poi con la debolezza paterna rimette sul piatto la loro storia e la memoria di un rapporto a due, l’intreccio,  le colpe, le mancanze. Ne inverte i rapporti di forza, scivolando verso il punto finale.

(altro…)

Il Disegno di Milano

12834564_10156730099920347_1346565517_n

Il 16 marzo alle ore 18.00 si terrà presso il nhow Milano di via Tortona 35 l’evento letterario “Il disegno di Milano” a cura del giornalista e poeta Mario De Santis. Saranno lette pagine di romanzi e poesie per costruire un mosaico di istantanee sulla città attraverso testi di: Helena Janaczek, Alessandro Bertante, Giorgio Falco, Elisabetta Bucciarelli, Elena Mearini, Fernando Coratelli, Giuseppe Munforte, Marco Balzano, Gianni Montieri, Stefano Raimondi, Luca Vaglio, Tommaso Di Dio.

“Il disegno di Milano” si svilupperà come un reading sinestetico e collettivo per costruire in una sera un mosaico narrativo e poetico, il ritratto di una Milano plurale, come le voci degli autori che parteciperanno e che l’hannodescritta – e la descrivono, la immaginano e svelano, nella sua mutevolezza storica, nei suoi contrasti da metropoli che si sottrae ad esserlo fino in fondo. La lettura sarà accompagnata dalla proiezione
di un flusso immagini che rivelano iconograficamente la città “di ieri e di oggi”, tratte una raccolta fotografica nata da un challenge di #igersmilanoispirato al giallo di Dario Crapanzano (edizioni
Mondadori).

INGRESSO LIBERO E GRATUITO

(altro…)

La poesia al tempo del vino e delle rose

10363130_1676909782549494_7511350881587485816_n

“La poesia al tempo del vino e delle rose”

al Caffè Letterario

Piazza Dante 44/45 – Napoli
ore 17,30

Rassegna a cura di Bruno Galluccio
co-organizzatrice Rosanna Bazzano

Rassegna inaugurata il 10 febbraio con un reading di Ariele D’Ambrosio, Bernardo De Luca, Costanzo Ioni, Wanda Marasco, Ketty Martino; proseguita il 24 febbraio con l’incontro con Monia Gaita.

Questi i prossimi appuntamenti:

9 marzo: Marco Aragno presenta il suo Terra di mezzo (Raffaelli), a colloquio con lui Carmen Gallo

Raffaele Rizzo presenta Il labirinto aperto (Ad est dell’equatore), a colloquio con lui Vincenzo Villarosa

.

16 marzo: Donatella Bisutti

23 marzo: Francesco Filia presenta La zona rossa (Il Laboratorio), a colloquio con lui Viola Amarelli
– letture introduttive di altri due poeti

8 aprile: Marisa Papa e Daniele Piccini

20 aprile: Giovanna Marmo e Carmen Gallo

4 maggio: Carlangelo Mauro e Alberto Di Palma

18 maggio: Mario De Santis

20 maggio: Cinzia Demi

1 giugno: Claudio Damiani e Antonietta Gnerre

15 giugno: Monica Martinelli

In date ancora da definirsi interverranno Antonella Anedda e Morten Søndergaard.

Il giorno 21 marzo si svolgerà un Poetry Slam.

In alcuni appuntamenti alla presentazione del libro si aggiungeranno letture di altri due poeti.

Il programma potrà subire alcune modifiche in itinere.

https://www.facebook.com/iltempodelvinoedellerose/

Una frase lunga un libro #36: Mario De Santis, Sciami

DE_SANTIS_SCIAMI

Una frase lunga un libro #36: Mario De Santis, Sciami, Ladolfi, 2015, € 10,00

*

Si diventa così, capaci di abitare / le città, perché capace è solo l’abbandono.

 

Chiude così la prima poesia di Sciami il nuovo libro di Mario De Santis. Venerdì sera, ero in treno, e ho letto questi due versi una decina di volte, perché a volte si rimane folgorati, come sempre la poesia dovrebbe lasciarti. A folgorarmi, però, non è stata soltanto l’indubbia bellezza di questi due versi, ma anche la loro straordinaria efficacia. Così poche parole riescono ad aprire un tale spazio, un così vasto campo di gioco, e ci permettono di ricordare una delle cose più importanti di un testo poetico, la capacità di accelerare e, contemporaneamente, di condensare. Racchiudere tutto in poche parole e aprire a molti significati o a nessuno, perché davanti a versi particolarmente riusciti il significato non ha più alcuna importanza, il risultato è stato già raggiunto. De Santis qui lo ha raggiunto col lettore, perché il lettore è tornato indietro a rileggere due versi parecchie volte, e anche adesso che ne scrive (il lettore) non ha ancora deciso, per esempio, a quel “capace” cosa vuol far fare.  Siccome è un lettore abbastanza attento non lo deciderà, ha già deciso De Santis, può bastare.

(altro…)

Marilena Renda, La sottrazione (di Mario De Santis)

235_3d_Renda

Marilena Renda, La sottrazione, Transeuropa, 2015, € 10,00

di Mario De Santis

 

Con il nuovo libro di poesie, La sottrazione, Marilena Renda introduce nella scrittura un doppio movimento tra il  lavoro esistenziale a cui è chiamata nella sua realtà biografica di insegnante (che pure è molto presente nel libro) e la sua attività di poeta: là dove la prima si trova ad insegnare parole, istituzioni, logica  e secoli,  la seconda  è inevitabilmente anche un’opera di disintegrazione o di ricreazione,  disgrega il senso delle cose e dei linguaggi e così prepara o ripara i crolli e le distruzioni del senso. E tuttavia anche  l’insegnante come il poeta  si trova  nella posizione – specie verso l’alunno bambino – di chi introduce nella vita di quest’ultimo le parole della prima volta,  parole nuove – e magari parole nuovissime a bambini che arrivano da lingue materne altre. Si tratta dunque, nell’ottica de “la sottrazione” di una convergenza.

Il poeta parla dalla posizione di una radice della langue non ancora strutturata o capace di essere lingua nuova e da quella posizione Renda sintetizza in un verso che si incontra tra i primi testi del libro  e dice la necessità  primaria forse sia al poeta che al maestro che a chi legge ed ascolta:  “devi abbandonare parole stanche” ritrovando ciò che è “tuo” rispetto ad una langue del “loro”. Allora “metti in bocca il sangue d’orso” dice alla fine nella stessa poesia,  introdotta da una presenza animale che poi torna nel libro a segnalare un’anteriorità, una dimensione prelogica prelinguistica come riferimento.

(altro…)

Bruno Galluccio: La misura dello zero (saggio di Mario De Santis)

la misura dello zero

Bruno Galluccio: La misura dello zero (saggio di Mario De Santis)

Le nuove scoperte della scienza stanno cambiando in modo radicale le categorie e le forme di percezione di ciò che reputiamo vero mutando anche postulati che abbiamo interiorizzato quasi in modo da sentirli come “naturali”, tra questi lo spazio e il tempo, la forma della coscienza, la natura dei sentimenti, legata a dinamiche neuronali, la materia e la sua consistenza di particelle infinitesimali che fanno quasi parlare di invisibilità.
Per molti motivi, tradizionalismo o semplice pigrizia o per non produrre testi troppo impegnativi per i lettori, puntando a un pubblico largo e medio, è raro trovare autori capaci di tradurre in riflessione letteraria, in forma e linguaggio, il senso di queste conquiste, le mutazioni di parametri di interpretazione e visione della realtà che introducono – la letteratura non dovrebbe essere proprio questo? Forma capace di essere domanda sul mondo.
Tra le eccezioni, c’è la poesia dove si continua a pensare in termini di ricerca anche dentro la sfera della lirica. E nella poesia contemporanea italiana brilla il lavoro di Bruno Galluccio che già nel precedente Verticali e in modo ancora più compiuto in questo La misura dello zero sempre per Einaudi, lo ha fatto con risultati notevoli, anche mettendo a frutto la sua formazione personale e individuale, di poeta con  quella dello scienziato, quale è. Sperimentazione in questo caso vuol dire rivedere i presupposti della forma della lirica, procedere verso un adeguamento attraverso la lingua della poesia a dire il mutato posizionamento di conoscenza del mondo e di forma della coscienza.
Bruno Galluccio è un fisico di formazione; come tale ha a lungo lavorato in questo campo, sa bene che solo la formula matematica dà conto compiuto ed esatto della materia, della sua misura. Impossibile “tradurre”. Ma, come è accaduto con la fisica ad inizio del ’900, o con l’innovazione gnoseologica portata dal lavoro di filosofi all’interno del linguaggio (Freud, De Saussure, Wittgenstein, ecc.) la poesia può guardare  a quelle esperienze di conoscenza come un rispecchiamento binario da cui trarre idee del mondo.
Del resto la  fisica molecolare oggi è capace di stravolgere i nostri parametri in modo radicale: è realistica quando scardina la “realtà”, quella che abbiamo (crediamo di avere) sotto in ostri occhi, con conclusioni, scoperte o ipotesi che prima sembravano appartenere al territorio dell’irreale. Siamo abituati dai paradossi logici e linguistici, dell’arte e della letteratura  (“ceci n’est pas une pipe”) ma stavolta non è il surrealismo, Magritte o Duchamp, o la filosofia, ma è di fatto la scienza a ridare dunque respiro alla poesia.
(altro…)