Mario Benedetti

Mario Benedetti, Tutte le poesie

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Mario Benedetti, Tutte le poesie, Garzanti, € 16,00

Nell’introduzione di Dal Bianco, intitolata L’idiota che ci rappresenta, troviamo due punti essenziali per capire la poesia di Mario Benedetti: il primo è il cielo, parola per la quale si tenta una via etimologica particolare, che l’associa al celato, al nascosto, a ciò che resta sempre da mostrare. L’altro punto è la lingua, quella specialissima grammatica raggiunta dal poeta sgrammaticandosi, vorrei dire, forzando cioè e rompendo ogni presunta regola.
C’è tutta un’aria che attraversa questa grande poesia, cielo, aria, vento, soprattutto in Umana gloria (2004). È qualcosa di sorprendente e fortissimo, nel leggerlo, nel rileggerlo.
Tanto che Benedetti sembra addirittura uscire dalla poesia attraverso la poesia. Tocca e ci fa toccare l’emozione delle piccole cose, così sempre pronte a parlarci, le dipinge, dipinge l’aria “in fondo al tempo” (è il titolo di una sezione). Un uomo è un mondo. Benedetti è un mondo di poche parole e di fortissimo sguardo, un mondo visivo, pieno di materia da dipingere. Rappresenta una «terra rimasta in aria, interi campi». Il guardare è, deve avvenire, “da lontano” (altro titolo di un’altra sezione), e dovrebbe avvenire dentro il pensare che si guarda. Rivedendoci da distante, e pensando questo rivederci, «eravamo solo (…) con il vento aria». Ed ecco che il vedere e l’aria si richiamano, negandosi: «Siamo scappati dagli occhi, il vento nella testa», scrive; e ancora: «il vento negli occhi chiusi per pensarlo»; le «povere cose messe nell’aria prima di dormire». Oppure ancora, ad esempio, questo meraviglioso passaggio: «E nell’aria rimasta da sola la tua figura era il giro del vento». O questo verso: «tra gli occhi e non vedere più».
Mi fermo.
Dicevo: la lingua, il linguaggio. Dal Bianco scrive, giustamente: «E restano, fino alla fine, le meravigliose incongruenze della lingua di Mario, le sue metonimie spiazzanti, la temerarietà delle sue tautologie. Resta (…) certo lessico terra terra, quasi bambino (…) È l’apoteosi dell’impaccio linguistico, è un disarmo unilaterale, è un fare appello alla tenerezza di fronte alla precarietà umana». Viene in mente Ermanno Krumm, che ricordava «quel puer antichissimo senza il quale non c’è poesia». Eccolo, Benedetti, sempre a chiedersi: dove sono, e non so cosa dire, o come dirlo, come spiegarmi.
A questo proposito, riporto parte di una poesia, eccezionale nella lingua e splendida, per tutto quanto detto:

Luna, corridoio bianco, come ho corso!,
e nel vento sono ancora che mi porti, braccio, ramo
nel buio che si muove.
Come corro, come ride l’acqua
e tu mi guardi come qualcuno, perché sono qualcuno?
Corro nell’acqua increspata, cosa c’è
in questa musica visi, fisarmoniche e il volere andare,
e dopo il pianto grande la voce così bella
sai, dice, vieni, sono tutta nel sogno e tu?
Io, le mie scarpe le risa le travi dove?
sono qui i morti? sono qui?

Villalta nel suo, di saggio introduttivo, dal titolo Una ferita coralità perduta, insiste sul territorio, quello di Nimis, in provincia di Udine, e su una geografia percorsa da Benedetti, da Nimis a Padova (dove si laurea con Ramat) e poi a Milano. Nel film-intervista L’abécédaire (1988-89), il filosofo Gilles Deleuze affermava: «Costituire un territorio è per me quasi la nascita dell’arte».
Anche qui, il poeta entra ed esce dalla geografia, dal suo territorio. Rappresenta i luoghi, ma soprattutto li vive mentalmente. Penso in particolare all’amata Bretagna, dove va a collocare la sua mente, il suo spirito. O penso alla rastremazione linguistica purissima che compie in Pitture nere su carta (2008) e che lo porta nel reliquiario del mondo, in lacrime, figure, colori, smalti, sfarzi, stelle. E c’è una poesia, quella conclusiva, magica e meravigliosa:

Erano le fiabe, l’esterno.
Bisbigli, fasce, dissolvenze.

L’esterno dell’esterno
qualcosa ascolta.

Qui.
Oh.

«Alla fine, mi domando, come poter dire: alla fine», scrive Benedetti. È la tersità della morte, siamo noi e il corpo deposto, corpo umano e corpo delle parole. Fino a scrivere: «Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole»; quelle parole che sono «nelle storie che mi hai fatto vedere» (in Tersa morte, 2013).
Sempre Deleuze, nell’abécédaire, diceva: «Lo scrittore scrive per dei lettori, ma cosa vuol dire “per”, vuol dire “in favore di” (…) Ma bisogna dire anche che uno scrittore scrive per dei non lettori, cioè non “in favore di” ma “al posto di”. (…) Perché si osa dire una cosa del genere, scrivo al posto degli analfabeti, degli idioti, delle bestie? Quando si scrive si fa questo. (…) Scrivere non è una questione privata, è veramente lanciarsi in una questione universale».
È quello che Mario Benedetti ha fatto.

Cristiano Poletti

 

I poeti della domenica #201: Mario Benedetti; Per un fratello

Mario Benedetti
(nessun copyright presente sul web)

Per un fratello

Nel viale penso che guardiamo insieme
ancora una volta dopo nostra madre i fiori.

Il tuo bambino è nato.
Alla distanza del telefono cellulare
ha la sua voce, tra la natura delle macchine
ripiegata nel poco universo, nel poco correre,
con gli uomini nei sedili a imitarla.

Obliquamente, dopo un tetto uno alto
con la fonte di luce dietro,
del sole incendiato sul parco, come un’origine,
uno squillo, a parlare ancora in confidenza.

Mentre ci sentiamo come dopo,

con i piedi impacciati, la presenza stralunata. A brevi scatti
si fa sera e densa come fosse una nuova cosa
dove le nostre voci, la nostra gioia, i nostri corpi…

*

Mario Benedetti, Per un fratello, da Umana gloria (Mondadori 2004), in Tutte le poesie, Garzanti, 2017

Dulce Maria Cardoso, Sono tutte storie d’amore

Dulce Maria Cardoso, Sono tutte storie d’amore, trad. di Daniele Petruccioli, Voland, 2017; € 15,00

Quasi ogni esistenza darebbe adito a un pessimo libro, per via delle verità assurde di cui si compone.

Mentre leggevo il primo racconto del libro, Questo blu che ci circonda, pensavo continuamente, come in un gioco di sponda, a due scrittori sudamericani che amo molto: Silvina Ocampo e Mario Benedetti; perché contemporaneamente venivo avvolto dalla magia, dallo stupore che accompagna tutta la scrittura di Ocampo e dalla nostalgia, quella malinconia solitaria che impedisce ai personaggi di Mario Benedetti di cambiare le cose, se non per poco. È chiaro che se Cardoso, che non avevo mai letto prima, mi ha fatto pensare a due scrittori meravigliosi fin dalle prime pagine, non potevo far altro che – come in una partita di poker – andare a vedere, e così ho fatto, ma prima devo raccontarvi ancora un paio di suggestioni sul primo racconto (bellissimo, naturalmente). C’è un mare e non è vero che è solo blu ma è anche nero, c’è un mare che circonda un posto piccolissimo, dove chi ci vive si occupa del faro, dove la gente parla poco e se deve sparla. Un mare che accoglie e ricaccia indietro. Un mare che porta ciliegie e cattiveria. Un racconto indimenticabile sulle ossessioni e su come gli esseri umani siano contagiabili nel bene e nel male.

Se qualcuno fosse venuto al faro avrebbe potuto giurare che non era cambiato niente, e quell’autunno e quel principio d’inverno non sono stati diversi da qualsiasi altro autunno e da qualsiasi altro principio d’inverno. Ma in realtà la cattiveria aveva già cominciato a crescere in noi oltre la norma, oltre quel livello che non provoca danni eccessivi e anzi è perfino utile all’esistenza comune, perché fornisce insperati argomenti di conversazione.

Cose così, una prosa così, un po’ Saramago un po’ vento dell’Oceano che spazza le coste del Portogallo, perché Dulce Maria Cardoso, a dispetto delle mie evocazioni, è portoghese, e possiede una magia e un talento della scrittura che sono molto particolari e somigliano alla controra come diciamo a Napoli, o alla siesta come direbbero in Messico. Le sue storie arrivano quando l’aria è ferma, quando è molto caldo, quando ti mancano le forze, quando vorresti dormire, ma poi non accade perché un racconto come si deve ti mette un respiro nuovo nel petto e se ti lascia andare non lo farà per il riposo ma per un viaggio migliore. Cardoso ha scritto storie che tutti abbiamo bisogno di leggere. Allora, come dicevo, sono andato a vedere e non si trattava di un bluff ma di una scrittrice straordinaria e queste storie staranno con me per un sacco di tempo.

Non conosco il portoghese ma provo molta gratitudine nei confronti di Daniele Petruccioli per aver reso in italiano la musica che devono essere le parole di questa scrittrice, il passo sicuro della sintassi, il coraggio della descrizione appena accennata, il tuffo del punto. Il salto.

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Una frase lunga un libro #77: Don DeLillo, Zero K

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Una frase lunga un libro #77: Don DeLillo, Zero K, Einaudi 2016, (traduzione di Federica Aceto); € 19,00, ebook € 9,99

*

Che senso ha vivere se alla fine non si muore?

– Ho bisogno di una finestra per guardare fuori. È questo il mio limite.

Queste due piccole frasi si trovano nelle prime pagine di Zero K. Le ho scelte tra le moltissime sottolineate perché semplicissime, perfette, lineari, potentissime e molto significative. Se la prima comprende il senso primario (ma non il solo) della storia che DeLillo va a raccontare, la seconda contiene quasi tutto il senso del mondo e del tempo. Zero K è uscito in Italia da un po’ di settimane e molti già ne hanno scritto, segnalerò alla fine dei pezzi, o  delle interviste a DeLillo, che vale la pena leggere. Ci troviamo davanti a un romanzo molto atteso, non mi nascondo e dico che questo per me è il libro, di sicuro degli ultimi quindici o vent’anni, e chiude la mia trilogia immaginaria della bellezza, della previsione, del senso del tempo e della dimostrazione del futuro semplicemente mostrando il presente. Gli altri due romanzi che la compongono sono Underworld e Rumore Bianco (entrambi editi da Einaudi – tradotti rispettivamente da Delfina Vezzoli e da Mario Biondi), a me fa ancora impressione pensare che romanzi di questa portata siano stati scritti dalla stessa persona, senza contare tutte gli altri libri bellissimi, belli, solo un po’ meno belli che DeLillo ha scritto.

Quando leggo qualcosa che mi piace cerco istintivamente delle connessioni. Dovete sapere che DeLillo, con Zero K, inventando una storia, costruisce lettera dopo lettera una sorta di casa del linguaggio. Ci porta in un posto che sta oltre le parole, e allo stesso tempo ci dice che le cose non esistono, che potrebbero sparire se non siamo in grado di nominarle. Una sera di qualche anno fa, davanti alla vecchia sede della Libreria Utopia, in Largo La Foppa qui a Milano, bevevamo un bicchiere di vino con alcuni amici poeti, c’era anche il grande  Mario Benedetti. Si parlava di parola. Molti sostenevano che non esistesse nulla oltre la parola, che l’esistenza delle cose era certificata solo dalla nostra capacità di nominarle o di parlarne. Mario Benedetti non era molto convinto, mi guardò cercando un conforto che trovò, e disse: “Io credo che ci sia un posto in cui le parole non esistono e non contano, ed è il posto del silenzio. Dal quel silenzio, che è come una finestra, io posso affacciarmi per trovare o inventare delle parole nuove”. Ho citato a memoria, ma Benedetti disse più o meno queste cose. E quelle parole mi sono ritornate in mente leggendo di Jeffrey Lockhart, il protagonista e voce narrante del libro, che più volte durante la storia avverte il bisogno di nominare le cose perché quasi non le riconosce, perché la sensazione di irrealtà in cui si trova rischia di farle sparire. Le chiama per nome e così le cose esistono di nuovo, le cose sono come reinventate. Dire le cose, definire (come dice lui), elencarle per porre fine allo spaesamento del momento, per risolvere (o ritornare) a un trauma sono il suo sistema di adoperare il linguaggio. Sono, con ogni probabilità, il suo linguaggio. La casa del linguaggio. Nessuna frase che scrive DeLillo è soltanto quella frase, in questo senso è poetico, è meravigliosamente evocativo. Ogni frase rappresenta il suo primo significato, un paio di altri significati evocati e rappresenta un suono. DeLillo non scrive una sola parola che non sia riconducibile al ritmo assoluto che suona in tutto il libro. Non bisogna smettere mai di fare i complimenti ai traduttori. Dopo Zero K dovremmo tutti scrivere delle lettere di ringraziamento a Federica Aceto che l’ha tradotto. Aceto ne ha ben spiegato le difficoltà e la bellezza qui: Biancamano/zerok. La ammiro e la invidio contemporaneamente. Leggiamo un altro paio di passaggi.

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Una frase lunga un libro #54: Mario Benedetti, Chi di noi

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Una frase lunga un libro #54: Mario Benedetti, Chi di noi, Nottetempo, 2016 (traduzione di Stefania Marinoni); € 12,00, ebook € 6,49

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Ma l’arte non smette mai di essere un’illusione e, quando è verità, cessa di essere arte e diventa noia, perché la realtà è soltanto un insanabile, assurdo tedio. E così tutto si riduce a un vicolo cieco. La pura realtà mi annoia, l’arte mi sembra abile ma mai efficace, mai legittima. È solo un ingenuo stratagemma che certe persone disilluse, svergognate o malinconiche usano per mentire a se stesse o, cosa peggiore, per mentire a me. Io non voglio mentire a me stesso. Voglio sapere tutto di me.

Chi scrive è Miguel,  uno dei tre protagonisti di Chi di noi; malgrado la bellezza e la forza della frase che scrive, nel diario/confessione che ha deciso di tenere, si sta prendendo in giro. Miguel si è mentito per tutta la vita, lui sa molto poco di sé, anche quando crede di far chiarezza, scrivendo punto per punto, quello che ha capito della propria vita, della lunga storia d’amore con Alicia, e del rapporto che entrambi hanno con Lucas. Il problema è che Miguel non ha capito niente, pur essendo molto intelligente e sensibile, ha preferito costruire una storia sopra la storia vera, una storia che corrispondesse all’idea che si era fatto di sé, di Alicia, di Lucas e del loro rapporto. Miguel ha deciso come dovevano stare le cose e stupido e cosciente ha cercato di indirizzarle. Miguel quando scrive è talmente lucido che pare non possa sbagliarsi, in realtà sta facendo arte – si sta illudendo -, lui stesso è il proprio vicolo cieco. Miguel è un raro esempio di rinuncia alla felicità. L’uomo passa tutta la vita a costruire mondi immaginari e abbattere quelli reali, il punto è che quelli che abbatte sarebbero migliori di quelli che inventa. Questo è un punto fondamentale del romanzo, ma anche di tutta la scrittura di Mario Benedetti. Sorprende che fosse così maturo a soli 33 anni, talmente lucido da sembrare un settantenne che le avesse viste tutte, ma era uno scrittore e le aveva soltanto – perfettamente – immaginate.

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Anna Toscano, Una telefonata di mattina

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Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La Vita Felice 2016, € 12,00 (Novità editoriale)

In distribuzione dal 10 Aprile

*

Dalla prefazione di Valeria Vigano:

Girare nel mondo, girare in se stesse. Senza uno schema tirare linee da un punto all’altro dove ci si sofferma per un po’, mai assuefatti, spaesati nonostante i gesti quotidiani dell’esistenza. Ecco cosa accade in Una telefonata di mattina. E nel nostro abitare momentaneo tra continenti non mettere l’impronta vera, ma sentirla dentro, con Anna. Sono le impronte degli incontri lungo la gittata dell’arco degli anni, donne e uomini privati, e le atmosfere di  poeti universali, Borges, Benedetti. […] Possono coesistere nostalgia e futuro? Anna dice di sì, stanno in quella frazione minuscola che si sussegue a frazione minuscola, che è il presente. Le presenze abitano qui, tra queste pagine di morti e di vivi, di cani e di umani. La memoria perduta di Auguste,  la prima diagnosticata dal dott. Alzheimer come disordine da amnesia di scrittura, viene raccolta da queste parole in versi che, al contrario, non dimenticano affatto rimpianti, paradossi, il contorno preciso delle cose. Parole in forma di poesia illuminate da luce chiara e limpida, impietosa nell’indicare la rotta ammattita e le ombre svelate.

 

*

 

Un giorno

Un giorno ho fatto il numero
di una casa in cui ho vissuto
e sapevo vuota buia chiusa.
Ho lasciato suonare a lungo
ma nessuna stanza rispondeva:
il salotto ha appena girato gli occhi
il corridoio ha sospirato un poco
la camera da letto ha tremato.
Una lacerazione mentre giravo
nelle stanze con quello squillo
impertinente, insistente, inutile.
Che qualcuno per dio risponda,
ma si sente solo un’eco di tomba.

*

Avevo un amore

Avevo un amore,
molto amato,
che teorizzava
la sostituzione del cuore
con un sacchetto:
«per vuotarlo quando
è troppo colmo» diceva.
Io gli rispondevo
che dentro al costato
tenevo della moquette
a forma di cuore,
forse marca Ikea.
Alla fine della storia
lui ha svuotato il sacchetto,
io ho passato l’aspirapolvere,
le cicatrici le ho rammendate
forse con del filo spinato.

*

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#Unafraselungaunlibro: i primi 50 numeri

Amsterdam - foto di Anna Toscano

Amsterdam – foto di Anna Toscano

Una frase lunga un libro è arrivata alla cinquantesima puntata, questo post che riepiloga tutti i numeri è per festeggiare e ringraziare i lettori, gli scrittori, i traduttori e gli editori. Grazie, vi aspetto per il numero 51, tra una settimana.
Gianni Montieri

*

n. 1  Silvina Ocampo, La promessa

n. 2 John Williams, Stoner

n. 3 Bernard Malamud, L’uomo di Kiev

n. 4 Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili

n. 5 Joyce Carol Oates, Sulla boxe

n. 6 Robert McLiam Wilson, Eureka Street

n. 7 Robert Seethaler, Una vita intera

n. 8 Massimo Zamboni, L’eco di uno sparo

n. 9 Josephine W. Johnson, Il viaggiatore oscuro

n. 10 Mario Benedetti, Grazie per il fuoco

n. 11 Emma Reyes, Non sapevamo giocare a niente

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Scrivendo a Damiano

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(su undici inediti di Damiano Scaramella)


Entrate. Venite a guardare.
La casa è vuota. Il corpo
(…)

Il corpo è qui, nel vuoto. Non c’è rumore. È solo vuoto e silenzio, la nostra casa. Nei versi successivi, qui taciuti, del corpo morto si dà ancora per un attimo un’estrema prova dell’incancellabile lotta che lo ha abitato.
Mentre ogni cosa si depone e ora «restano solo i fantasmi», la poesia di Damiano Scaramella invita alla vita. Di fronte alla prova fisica e psichica della perdita, il poeta ci chiede di parlare con loro, con questi nostri fantasmi, ponendo in evidenza i segni dell’infinito della fine: «è il momento, si ama solo all’ultimo, solo / allo stremo delle cose mancate / o perdute per sempre». Ecco, il bersaglio mancato, l’irrimediabilmente perduto: sono questi i territori in cui va a fissarsi l’impulso vitale ai suoi occhi decisivo.
Lo dice chiaramente, Damiano: «… Nell’ora senza nome il corpo / è un segmento di spazio lunghissimo, infinito. / Tocca da muro a muro tutta la casa…».
La casa, ancora e sempre la casa. Vuoto e silenzio sono lì, ossessivamente presenti, perché la nostra immaginazione si faccia, si compia.
Immagineria: in un articolo datato settembre 2014, Giuseppe Genna definisce così il farsi, il possibile continuare a farsi (questo l’auspicio) di una nuova lingua poetica. «Immagineria potente»: a suo avviso i poeti sono anzitutto e soprattutto dei visionari linguistici. E a proposito di Damiano Scaramella, ci dice che la sua poesia è sorprendente, perché «nutrita all’ombra e alla luce di un’umanità inderogabilmente sofferta». Ha ragione, sì, aveva ragione Genna, in quell’articolo.

(…)
capite bene quale
scelta è stata
e male detta.

Mi viene in mente, allora, un passaggio di Walcott in Oddjob, un bull terrier: «il silenzio dell’amore sepolto più in fondo / è il vero silenzio, / (…) / è il vero amore, è identico, / ed è benedetto, / nel modo più profondo dalla perdita / è benedetto, è benedetto». Dunque, per Damiano, la benedizione penso sia-stia essenzialmente nel dire: poterlo, anzi doverlo dire il male secondo la sua stessa dettatura.
Solo chi ha vissuto davvero un trauma è in grado di scorgere l’orizzonte degli sguardi, di entrare degnamente in quell’orizzonte che comprende il proprio alla luce degli altrui sguardi.
«La poesia è uno specchio ustorio» («e, prima di fissarla negli occhi, bisogna pensarci due volte»), ebbe a dire alcuni anni fa De Angelis in un’intervista. È così. È così per chi scrive, e per chi legge: ci si può bruciare, in se stessi, o in altro, in altri.
Accentando questo rischio, Damiano lascia che venga alla luce l’«infanzia, in un gioco»; la espone, per voi-noi «orfani di luce rigettati». E sentiamo il perdurare di un vuoto antico, pronto a dirci che sempre siete-siamo «venuti a crescere / nella carne che non vi assomiglia, nell’aria / che non vi trattiene».
Ecco, sono poesie, le sue. Hanno la forza di essere tali. Semplicemente sono, esistono. Attraverso lo stile, anzitutto, che è impasto di visione e tecnica.
Un uso sapiente, spesso splendido, dell’enjambement ne scandisce il ritmo. Si avverte subito che il respiro del verso c’è tutto, e nel respiro una modulazione della voce che si snoda in formulazioni perentorie, riferibili tanto al “separato”, al “lontano” (cioè al sacro, o al metafisico, e anche al religioso: «Lasciate venire i bambini, i soli /… »), quanto, al contempo, al campo del giudizio:

(…)
Ma non ricordatelo, non
serbatene storia o falsa
testimonianza. Orfani,
rinnegate.

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I poeti della domenica #14: Mario Benedetti, Anche io

 

mario benedetti fonte rebstein

mario benedetti

 

Anche io solo come questo attaccapanni
come sono i tavoli, com’è l’asse da stiro.
Muri e ringhiere, la poltrona, il camino.
Arde il fuoco bruciando l’intero giardino,
tutto il prato, i boschi, tutte le primavere.

 

***

© Mario Benedetti, Tersa Morte, Mondadori 2013

 

Poesie per l’estate #35: Michel Deguy, Prosa

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

Arresti-frequenti

Prose

Tu me manques mais maintenant
Pas plus que ceux que je ne connais pas
Je les invente criblant de tes faces
La terre qui fut riche en mondes
(Quand chaque roi guidait une île
À l’estime de ses biens (cendre d’
Oiseaux, manganèse et salamandre)
Et que des naufragés fédéraient les bords)

Maintenant tu me manques mais
Comme ceux que je ne connais pas
Dont j’imagine avec ton visage l’impatience
J’ai jeté tes dents aux rêveries
Je t’ai traité par-dessus l’épaule

(Il ya des vestales qui reconduisent au Pacifique
Son eau fume C’est après le départ des fidèles
L’océan bave comme un mongol aux oreillers du lit
Charogne en boule et poils au caniveau de sel
Un éléphant blasphème Poséidon)

Tu ne me manques pas plus que ceux
Que je ne connais pas maintenant
Orphique tu l’es devenu J’ai jeté
Ton absence démembrée en plusieurs vals
Tu m’as changé en hôte Je sais
Ou j’invente

.

Prosa

Mi manchi ma
Adesso non più di quelli che non conosco
Li invento vagliando con le tue facce
La terra che fu ricca di mondi
(Quando ogni re guidava un’isola
Alla stima dei suoi beni (cenere d’
Uccelli, manganese e salamandra)
E i naufraghi ne riunivano i confini)

Mi manchi adesso ma
Come quelli che non conosco
Dei quali immagino attraverso il tuo viso l’impazienza
Ho gettato i tuoi denti ai dormiveglia
Ti ho preso sopra-spalla

(Ci sono vestali che riconducono al Pacifico
La sua acqua fuma Dopo la partenza dei fedeli
L’oceano sbava come un mongolo sui cuscini del letto
Carogna a palla e peli nello scavo di sale
Un elefante marino bestemmia Poseidone)

Mi manchi non più di quelli
Che adesso non conosco
Orfico lo sei divenuto Ho gettato
La tua assenza smembrata in molte valli
Mi hai trasformato in ospite Lo so
O lo invento

(Trad. di Mario Benedetti)

(da Michel Deguy, Arresti frequenti. Poesie scelte 1965-2006. Traduzione di Mario Benedetti, Sossela, 2007)

Una frase lunga un libro #10 – Mario Benedetti: Grazie per il fuoco

Una frase lunga un libro #10

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Mario Benedetti, Grazie per il fuoco, LaNuovafrontiera, 2011 (trad. Elisa Tramontin; € 17,00, ebook €10,99)

 

 

È più probabile che un giorno un operaio che ho licenziato o insultato, perché a me piace insultarli, torni a casa rimuginando, rimugini un altro po’ mentre beve il mate, compri più tardi una rivoltella, ritorni in fabbrica e mi spari un colpo; è più probabile che un giorno accada questo piuttosto che, invece, accada una cosa così inaudita e insolita per cui i tuoi sinistroidi da bar si mettano d’accordo, risolvano finalmente il rompicapo dei loro scrupoli e delle loro sfumature, e decidano di mettermi una bomba nell’Impala. Per ammazzare un uomo bisogna essere cornuti, o avere le palle, o essere ubriachi. E voi bevete Coca-Cola.

Edmundo Budiño e suo nipote Gustavo stanno discutendo di politica. Il dialogo è serrato e brillante. Edmundo è uno dei cinque uomini più potenti dell’Uruguay. Simbolo del dominio di pochi, del controllo totale sulle vite. Freddo, glaciale, sempre lucido. Non esita mai quando c’è da liquidare un avversario. Contolla la stampa, i politici, il denaro. Gustavo è un ragazzo che va all’università, ha voglia di rivoluzione. Discute con suo nonno, ma l’ultima frase, quella riportata qui in testa, è di Edmundo. L’uomo che per tutta la vita ha sempre avuto l’ultima parola. L’uomo che non ha paura. Tra Edmundo e Gustavo troviamo Ramón, il vero protagonista del romanzo. Ramón è uno dei due figli di Edmundo, quello più intelligente, quello che critica suo padre apertamente ma che non riesce a liberarsene. Ramón che non può considerarsi un uomo libero, perché la sua stabilità economica ha origine da un aiuto di suo padre. Un prestito che non è soltanto un fatto di denaro (denaro che Ramón restituirà), ma è un’apertura di credito nel mondo che conta a Montevideo e in Uruguay. Grazie per il fuoco è, secondo me, il capolavoro di Mario Benedetti, forse superiore a La tregua (Nottetempo, 2014). La prosa di Benedetti qui raggiunge vette che pochissimi scrittori sudamericani hanno raggiunto. Uno dei mille esempi, apro una pagina a caso:

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Eduardo Galeano – Un ricordo partendo da Splendori e miserie del gioco del calcio

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Eduardo Galeano: Montevideo, 3 settembre 1940 – Montevideo, 13 aprile 2015

La copertina arancione, un po’ sbiadita, sdrucita. Lo comprai su una bancarella in via Filzi, a Milano. Era parecchio usato, ma a pensarci bene quel libro aveva più senso un po’ rovinato che nuovo, aveva più senso, così come ha senso un campo di calcio massacrato dopo una partita vera. Quel libro era come le scarpette sporche di fango quando ritornavi a casa e avevi giocato, sognando chissà cosa, dentro la pioggia. Quel libro era Splendori e miserie del gioco del calcio di Eduardo Galeano. Dire che ho amato quel libro sarebbe riduttivo, non spiegherebbe il miracolo della grande letteratura applicata al calcio, dell’ampia visione delle cose mischiata al sogno. Galeano sapeva rappresentare la prospettiva che sul calcio hanno i bambini. L’allegria, la spensieratezza, la fantasia, la magia e il sogno. E poi sapeva di quello sport raccontare la malinconia, la solitudine, l’amarezza. Lo stupore che tutti accomuna e che accompagna sia la vittoria che la sconfitta. Galeano era dell’Uruguay, uno dei posti che da sempre mi attira e che non ho ancora visitato. L’Uruguay suo e di Mario Benedetti. L’Uruguay che ancora tormenta i ricordi calcistici dei brasiliani. L’Uruguay piccolo e indispensabile. Galeano è stato un grande scrittore e non solo scrittore di calcio, ma credo che la sua essenza e la sua penna magica abbiano trovato la massima espressione proprio in quel libro che trovai su una bancarella, abbandonato da chissà chi. Eduardo Galeano è morto oggi, nel giorno in cui se ne è andato pure Günter Grass, un altro grande della letteratura. Eppure a me è per Galeano che viene da piangere. (gianni montieri)

Da Splendori e miseri del gioco del calcio, trad. di Pier Paolo Marchetti. Sperling e Kupfer editori.

*

Zamora

Debuttò in prima divisione a sedici anni, quando portava ancora i pantaloni corti. Per giocare nello stadio dell’Español a Barcellona, si mise una maglia inglese a collo alto e un cappello duro come un casco che doveva ripararlo dal sole e dai calci. Correva l’anno 1917, e le cariche erano ancora da cavalleria. Ricardo Zamora aveva scelto un lavoro ad alto rischio. L’unico che correva più rischi del portere era l’arbitro, allora chiamato el Nazareno, che era esposto alle vendette del pubblico negli stadi che non avevano fossato né recinto. A ogni gol si interrompeva lungamente la partita, perché la gente si riversava in campo per abbracciare o picchiare qualcuno.Con gli stessi indumenti di quella prima volta, la figura di Zamora divenne famosa nel corso degli anni. Era il terrore degli attaccanti. Se lo guardavano negli occhi erano perduti: con Zamora in porta, lo specchio si rimpiccioliva e i pali si allontanavano fino a perdersi di vista. Lo chiamavano el Divino. Per vent’anni fu il miglior portiere del mondo. Gli piaceva il cognac e fumava tre pacchetti di sigarette al giorno e qualche sigaro.

. (altro…)