Marie Luise Kaschnitz

Simonetta Sambiase, L’ingombro

ingombro

 

Simonetta Sambiase, L’ingombro, Le voci della luna 2016

È avvolta in «abiti fagotti» l’anima che percorre, cantando di sé e dell’universo circostante, L’ingombro, la raccolta di Simonetta Sambiase vincitrice del Premio Internazionale “Renato Giorgi” nel 2016, e in quello stesso anno pubblicata da “Le voci della luna”. Pur edotta – indubbiamente – su dicerie di salvezza e dispositivi di sopravvivenza, non abbocca a illusioni fatue, ma “passa avanti e canta”. Mi preme innanzitutto sottolineare questi due verbi, passare avanti e cantare, che prendo in prestito dalla poesia Scrivendo di Marie Luise Kaschnitz, perché il grande impatto esercitato da L’ingombro su chi legge scaturisce a mio avviso da un verso dal suo procedere a ritmo serrato e, nel contempo, sensibile a ogni variazione di oggetti, contesti e fogge, dall’altro dalla bellezza del dettato poetico, incurante di qualsiasi canone, ma invigorito da una forza fondante tale da creare un canone nuovo e dotato di piena autonomia.
Sorprende, come fa notare Maria Luisa Vezzali nel saggio introduttivo, la compattezza della raccolta. Colpisce la naturalezza del suo snodarsi in tre movimenti, che corrispondono ai titoli delle sezioni che la compongono: Fuori, Altrove e Dentro, ma dentro assaje. Cinque anni fa, scrivendo di Coniugazione singolare di Simonetta Sambiase, ne sottolineai il carattere di singolare originalità, carattere che emerge, con accenti ulteriormente sviluppati, anche in questa raccolta. L’aggettivo “singolare” è da intendersi qui in varie accezioni, ivi compresa quella della presa d’atto di una condizione di solitudine rispetto a quella che potremmo chiamare ‘l’onda comoda dei consenzienti’ e di attenzione, d’altro canto, a tutto ciò e a tutti coloro che sono considerati «ingombro». Se di sé l’io lirico scriveva allora, novello Desdichado (Nerval), «Mi chiamo Perturbata», adesso fa un ulteriore passo avanti: «meglio stare al difuori e zitta e mosca». Zitta, sì, ma scrivente. E la sua scrittura – in questa raccolta dedicata a colei che viene letta e indicata come maestra, Jolanda Insana – lascia un segno profondo. (altro…)

Gli anni meravigliosi – 8 – Marie Luise Kaschnitz

Kaschnitz_Kein_Zauperspruch

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».

Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

L’ottava tappa si sofferma sulla poesia di Marie Luise Kaschnitz, che all’epoca della divisione della Germania è cittadina della RFT, anche se a Weimar, poi nel territorio della DDR, ha trascorso un periodo della sua vita. Come ho avuto modo di scrivere qualche tempo fa, Kaschnitz è poco nota in Italia, paese nel quale è vissuta e nella cui capitale è morta il 10 ottobre 1974. Della storia di un lento oblio – così potrebbe chiamarsi lo sviluppo della ricezione di Kaschnitz in Italia, sviluppo impensabile negli anni Cinquanta – mi limito a menzionare due tappe, entrambe del 1971. Nella sua Analisi della letteratura contemporanea, apparsa nel volume di Vittorio Santoli La letteratura tedesca moderna, Marianello Marianelli dedica cinque righe alla poesia di Marie Luise Kaschnitz. A margine di una più ampia dissertazione su Ingeborg Bachmann. Marianelli menziona il nome di M. L. Kaschnitz solo nella quarta delle cinque righe:

“Solo per certi aspetti esteriori sono vicini a queste visioni meridionali della Bachmann, i molti paesaggi meditativi, soprattutto romani e siciliani, che una ben piú prolifica poetessa, Marie Luise Kaschnitz (n. 1901) ha raccolto in Ewige Stadt. (Città eterna, 1952) e Neue Gedichte (Nuove poesie, 1957).”

Nel decimo e ultimo tomo della sua monumentale Storia della letteratura tedesca, Ladislao Mittner dedica sì un intero paragrafo a Marie Luise Kaschnitz, ma sin dall’inizio mette le cose in chiaro, nel modo lapidario e tranchant, ancorché non sempre rigorosamente argomentato, che caratterizza molte delle sue osservazioni:

“Il grande tema della non grande poesia della Kaschnitz è l’esortazione che la guerra non generi guerra e che i sacrifici del passato non siano stati vani.”

A chi insegna letteratura di lingua tedesca in Italia è senz’altro più nota la sua prosa – Das dicke Kind continua, a ragione, ad esercitare un grande fascino in chi legge questo racconto misteriosamente autobiografico con un coup de théâtre finale che sfrutta l’ampiezza di significato del termine Kind in tedesco; anche i racconti, tuttavia, sono in via di progressiva ‘scomparsa’ dalle antologie in uso nelle scuole. Delle sue poesie, si sa poco o nulla. Con Kaschnitz si è verificato un fenomeno analogo a quello descritto da Piergiorgio Viti, che ne parla a proposito di Attilio Lolini e di Sebastiano Vassalli: una tanto inspiegabile quanto ostinata “messa al confino”.

Dalla raccolta Kein Zauberspruch, pubblicata nel 1972, ho già avuto modo di tradurre la poesia Nicht mutig, Non coraggiosa. Per la rubrica “Gli anni meravigliosi” ho scelto, dalla stessa raccolta, Jeder, Ognuno, componimento che ripercorre, con immagini vivide comunicate in versi brevi e densi di riferimenti, le tappe della storia della Germania dal 1933 agli inizi degli anni Settanta. Luoghi, persone, paesaggi sono animati dallo sguardo di colei che scrive e che, nello scrivere, sa fondere in un’unica voce, che canta della storia, che canta nella storia,  dimensione quotidiana e universo letterario.

Ognuno

a Erich Kaufmann

Ognuno, una volta, deve
Cantare la sua patria,
Sputare nel piatto in cui mangia.
Anche io.
La terra natia, questo piccolo pezzo d’Europa,
Dove le ragazze non amano più i soldati,
Dove i soldati non si amano più.
Quanto è sconcertante.

Che cosa mi viene in mente quando dico Germania?
La strada che faccio per andare al lavoro
Passando per il parco di Weimar.
Il cuore verde.
Lillà a Belvedere.
Tiefurt. Danza scalpitante.
Lo studente del Bauhaus.
Balletto triadico.

Che cosa ancora mi viene in mente?
Il bassopiano d’estate.
E, affioranti  dietro le vaste
colline, torri.
La Vistola con l’acqua alta.
Tetti che si spostano rapidamente.
Alberi sradicati.
Anche il basso Reno.

Xanten, il cadavere trascinato a riva.
Il cielo grande.
La mia terra natia soprattutto.
Alberi di noce. Tigli sotto il cielo da bufera.
Botti da vino messe a inzolfare davanti alle case.
Aquila bicipite nello stemma
Oleandri.

Che cosa ancora?
Bandiere con le croci uncinate,
Passi di stivali, rimbombanti,
Orrore sussurrato.
Treni lungo il fiume Lahn, pieni
Di soldati che non cantano.
Treni di ebrei.
Detonazioni. Alberi di Natale, cosiddetti.
Cenere alla cenere.

Poi tutto nuovo, ancora una volta,
Tirato su dal suolo.
Palazzi alti a più piani, altiforni, più d’una Hochstadt, ‘città alta’, autostrade
Vacanze all’estero. Vecchi compagni di scuola.
Atmosfera di inaugurazione al circolo amici di Bach.

Eppure, passato il mio secolo,
Nessuno più guadagnerà denaro
Con recinti di filo spinato.
Al di qua e al di là dei confini
Parole significano la stessa cosa
Patrie e i vecchi
Sensi di colpa si sono giocati l’ultima carta.

Marie Luise Kaschnitz

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Jeder

für Erich Kaufmann

Jeder muss einmal
Sein Vaterland besingen,
Sein Nest beschmutzen.
Auch ich.
Die Heimat, dieses kleine Stück Europa,
Wo Mädchen Soldaten nicht mehr lieben,
Wo Soldaten sich selbst nicht mehr lieben.
Wie befremdlich.

Was fällt mir ein, wenn ich Deutschland sage?
Mein Weg zur Arbeit
Durch den Park von Weimar.
Das grüne Herz.
Flieder im Belvedere.
Tiefurt. Stampfender Tanz.
Der Bauhausschüler.
Triadisches Ballett.

Was noch fällt mir ein?
Die Tiefebene sommerlich.
Und hinter den breiten Hügeln
Auftauchend Türme.
Die Weichsel bei Hochwasser.
Rasch hintreibende Dächer.
Bäume entwurzelte.
Auch der Niederrhein.

Xanten, der angetriebene Leichnam.
Der große Himmel.
Meine Heimat vor allem.
Nussbäume, Linden unterm Gewitterhimmel.
Weinfässer zum Schwefeln vor die Häuser gestellt.
Doppeladler im Wappen
Oleander.

Was außerdem?
Hakenkreuzfahnen,
Dröhnende Stiefelschritte,
Geflüstertes Grauen.
Züge entlang dem Lahnfluss voll
Nicht singender Soldaten.
Judenzüge.
Detonationen. Christbäume sogenannte.
Asche zu Asche.

Dann alles wieder neu
Aus dem Boden gezogen.
Hochhäuser, Hochöfen, Hochstädte, Autobahnen.
Ferien im Ausland. Alte Kameraden.
Weihestimmung im Bachverein.

Und doch, mein Jahrhundert vorüber,
Wird mit Stacheldrahtzäunen
Niemand mehr Geld verdienen.
Diesseits und jenseits der Grenzen
Bedeuten Worte dasselbe
Vaterländer und die alten
Schuldgefühle haben ausgespielt.

Marie Luise Kaschnitz
(da Kein Zauberspruch. Gedichte, Insel Verlag 1972; il testo è nell’antologia Deutsche Literatur der 70er Jahre, curata da Christoph Buchwald e Klaus Wagenbach, Wagenbach 1984, pp. 15-16)

 

Marie Luise Kaschnitz, nata a Karlsruhe il 31 gennaio 1901, morta a Roma il 10 ottobre 1974, riceve a Weimar, a partire dal 1921, una formazione professionale come libraia. Successivamente collabora con la casa editrice di  Monaco di Baviera O.C. Recht Verlag. Nel 1925 lavora nella libreria antiquaria Leonardo S. Olschki a Roma; si sposa con l’archeologo viennese Guido von Kaschnitz-Weinberg , che accompagna nei suoi viaggi di studio, soggiornando a Königsberg, Marburgo, Francoforte sul Meno e, di nuovo, a Roma.

Alcuni titoli nella sua produzione: nella poesia, Gedichte zur Zeit (Poesie della nostra età, 1947), Zukunftsmusik (Musica dell’avvenire, 1950), Ewige Stadt (Città eterna, 1952), Neue Gedichte (Nuove poesie, 1957), Dein Schweigen – meine Stimme (Il tuo silenzio – la mia voce, 1962), Ein Wort weiter (Una parola, ancora, 1965); nella narrativa, i romanzi Liebe beginnt (Amore inizia, 1933), Elissa (1936) e Gustav Courbet (1949); i racconti Das dicke Kind (1952), Lange Schatten (Ombre lunghe, 1960), Ferngespräche (Conversazioni a distanza; Mittner traduce con “Dialoghi telefonici” o anche “Dialoghi radiofonici”, 1966), Steht noch dahin (È ancora incerto, 1970).
Tra gli originali radiofonici vanno menzionati Die fremde Stimme (La voce altra, 1969).
Tra i saggi: Engelsbrücke. Römische Betrachtungen (Ponte Sant’Angelo. Considerazioni romane, 1955); Tage, Tage, Jahre (Giorni, giorni, anni, 1968); Orte. Aufzeichnungen (Luoghi. Appunti, 1973).

Come parte essenziale delle note biografiche, propongo  un passaggio significativo dal discorso che Marie Luise Kaschnitz pronunciò il 23 ottobre 1955, allorché le fu conferito il prestigioso premio letterario intitolato a Georg Büchner:

La poetessa delle macerie” (in italiano nell’originale,  n.d.T): così mi aveva definito, non molto tempo fa, un periodico italiano, ma per un momento questa definizione mi era quasi spiaciuta, perché mi sembrava che anche nelle mie poesie del tempo di guerra e del dopoguerra il tratto essenziale non fosse tanto il caos, quanto piuttosto l’anelito a un nuovo ordinamento. In fin dei conti, tutte le mie poesie sono state l’espressione della nostalgia per un’innocenza antica ovvero l’anelito a un mondo rinnovato dallo spirito e dall’amore. Nei miei saggi e nei miei diari, sicuramente anche nei miei radiodrammi, che peraltro non considero figli illegittimi, dappertutto ho cercato di guidare lo sguardo del lettore a ciò che per me ha significato, alle possibilità mirabili dell’essere umano, ai pericoli mortali e alla sconvolgente pienezza del mondo. Non ho voluto dare quella consolazione a poco prezzo che alcuni lettori si aspettano dalla composizione poetica. E se i miei versi, a differenza di quelli ermetici o surrealistici, risultavano comprensibili, questo si spiega con il fatto che il mio percorso nella poesia lirica mi ha condotto dalla natura all’essere umano, e che non sono mai riuscita a dimenticare che stavo comunicando me stessa ad altre persone, sicuramente a quelle che non temono la fatica dell’inusuale e di ciò che può essere afferrato solo lentamente”.

(Marie Luise Kaschnitz, dal discorso di ringraziamento tenuto in occasione del conferimento del premio Büchner nel 1955; traduzione di Anna Maria Curci)

Questa parte del discorso, che di seguito appare nella versione originale, può essere ascoltata qui dalla voce di colei che lo ha composto e pronunciato:

http://www.kaschnitz.de/sound/bpreis.mp3

La poetessa delle macerie”, “die Trümmerdichterin” hatte mich eine italienische Zeitschrift vor kurzem genannt, aber einen Augenblick lang hatte mir das fast mißfallen, weil mir schien, daß auch in meinen Kriegs- und Nachkriegsgedichten weniger das Chaos als die Sehnsucht nach einer neuen Ordnung wesentlich sei. All meine Gedichte waren eigentlich nur ein Ausdruck des Heimwehs nach einer alten Unschuld oder der Sehnsucht nach einem aus dem Geist und der Liebe neu geordneten Welt. In meinen Essays und Tagebüchern, ja auch in meinen Hörspielen, die ich übrigens nicht als uneheliche Kinder betrachte, überall habe ich versucht, den Blick des Lesers auf das mir Bedeutsame zu lenken, auf die wunderbaren Möglichkeiten des Menschen, seine tödlichen Gefahren und auf die bestürzende Fülle der Welt. Den billigen Trost, den manche Leser vom Gedicht erwarten, habe ich nicht geben wollen. Und wenn meine Verse im Gegensatz zu den hermetischen und surrealistischen eher verständlich waren, so hängt das damit zusammen, daß mein Weg in der Lyrik mich von der Natur zum Menschen geführt hat, und daß ich nie ganz vergessen konnte, daß ich mich Menschen mitteilte, freilich solchen, die die Mühe des Ungewohnten und nur langsam zu Begreifenden nicht scheuen”.

(Marie Luise Kaschnitz in ihrer Dankesrede anlässlich des Erhalts des Büchner-Preises 1955)

(c) Anna Maria Curci