Mariano Bàino

Prova d’inchiostro e altri sonetti, Mariano Bàino (Nota di Enzo Rega)

Mariano Bàino, come scrive Andrea Cortellessa in quarta di copertina di Prova d’inchiostro e altri sonetti, Nino Aragno Editore, 2017, era nel Gruppo ’93 – del quale ha fatto parte, dirigendo tra l’altro la rivista “Baldus” con Biagio Cepollaro e Lello Voce –, «l’anima più colta e ludica, la più acrobatica e pure, però, la più melanconica.» Cifra quest’ultima che resta – sempre Cortellessa – caratterizzante ancora oggi.

Alla poesia Bàino torna a quindici anni di distanza da Amarellimerick (Oèdipus, 2003), dopo un lungo silenzio editoriale ma non creativo, perché, a fasi alterne nel lungo arco di tempo, ha lavorato alle sezioni che compongono questo libro mentre andava pubblicando i libri in prosa. E vi torna con la forma chiusa del tradizionale sonetto, rivisitato alla sua maniera: la forma chiusa come “riparo” alla Caproni, mette in evidenza lo stesso Cortellessa. E Francesco Muzzioli, in una recensione-saggio (Bàino e il sonetto come “prova di sopravvivenza”, in “Malacoda”, n. 9, ottobre 2017), ritiene che questa scelta sia compiuta non solo per la «sazietà di un verso libero ormai ridotto a portata di blog e stremato da un uso comune della lirica come diario in versi, ma anche con la convinzione di voler saggiare la resistenza di modi fin troppo costituiti.» Bàino stesso nei “pensieri spettinati” (come li chiama) posti in Nota chiarisce che «a fronte dei vari boom della poesia come status symbol e autopromozione narcisistica» abbia «sempre sentito il bisogno della mediazione tecnica, della probità artigianale» (p. 84). Nel tempo che ha impiegato per decidersi a chiudere il libro, nota sempre l’autore, si sono attenuate le dispute su verso libero e neometricismo. E riprende l’osservazione di Montale secondo la quale è poco interessante la contrapposizione tra forme aperte e chiuse, perché non esiste poesia senza artificio. Possiamo notare che già nel 1975, all’uscita dell’antologia intitolata Il pubblico della poesia, curata dalla coppia Berardinelli-Cordelli, si imputava il basso livello di certa poesia di quei tempi in alcuni casi proprio all’abbandono delle forme consolidate dalla tradizione per seguire una «disorientante molteplicità di ispirazioni e linguaggi» (dalla quarta di copertina della nuova edizione ampliata: Castelvecchi, 2015). Quella che all’epoca appariva una liberazione da schemi consunti, a posteriori sembrerebbe rivelarsi – per qualcuno – come la matrice di futuri guasti nella direzione di un permissivismo formale appiattente. Da qui il bisogno del recupero di certe forme chiuse che, si badi bene, non è solo odierna. Bàino stesso cita un Fortini, per il quale l’inautentico (la forma) fonda l’autentico, o l’uso ironico della forma sonetto da parte di Sanguineti, o Raboni che è contemporaneamente per e contro il sonetto. E poi Ungaretti, Pasolini, Caproni con la «disperata tensione metrica.» E possiamo aggiungere la poesia ininterrotta di un Edoardo Cacciatore con le sue varie forme chiuse: ricordiamo proprio, come titolo, La puntura dell’assillo. Cinquanta e un sonetto (Società di poesia, 1986). (altro…)

Nota di Lettura a In (nessuna) Patagonia di Mariano Bàino

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Via, in Patagonia! Solo che, lo sai, man mano che resti in un posto le cose e le persone si sbracano, si mettono a marcire e a puzzare appositamente per te.

Leggendo In (nessuna) Patagonia, ad est dell’equatore, 2014, l’ultimo libro di Mariano Bàino, l’idea che mi sono fatto è che sia un’originale e sofferta meditazione sulla fine. La Patagonia è, per antonomasia, la fin del mundo, dove è necessario andare per definire i limiti del mondo. La Patagonia è soprattutto il luogo in cui molti uomini sono giunti, dove si sono ritrovati e in gran parte persi e Bàino racconta le storie di chi, dalle varie parti del globo, è arrivato lì, per lavorarci (le spartenze strazianti degli emigranti), per esplorarla o per puro spirito d’avventura. Ma il libro di Bàino ripercorre anche la fine delle popolazioni e delle culture originarie della Terra del fuoco e della Patagonia, che, come in altre parti d’America, sono state annientate a seguito dell’incontro con gli europei. Inoltre la Patagonia è anche l’occasione per meditare, in maniera asciutta e sobria come nei brani di diario che concorrono a comporre questo libro, sulla propria vita, sui desideri, le idee e le passioni che l’hanno mossa, una meditazione sul lento finire dell’esistenza individuale, ora che essa ha imboccato la parte discendente del suo arco. Ma anche la fine, non si sa se definitiva o momentanea, del rapporto della voce narrante con la sua terra d’origine, l’Italia, oggetto di riflessioni amare e spietate. In ultimo, il libro è anche una riflessione sulla fine del genere letterario con cui l’autore si confronta in queste pagine. La letteratura di viaggio è morta perché non c’è nulla da scoprire, nell’epoca del turismo globale tutto è già visto, già scoperto, quello del turismo non è un viaggiare ma uno spostarsi per ritrovare altrove ciò che si ha nel quotidiano. Bàino quindi si confronta con un’impresa paradossale, dire ciò che è impossibile allo stato delle cose dire, la sua in fondo è un’operazione volutamente inattuale, non è più il viaggiatore che diventa nessuno -come Ulisse, archetipo dei viaggiatori della letteratura occidentale, per poter sfuggire ai pericoli del suo errare – ma è il luogo da visitare a diventare nessuno, ad essere una parentesi in un eterno qui e ora. Come parlare di ciò che si è sottratto alla parola per consunzione? Come parlare di un’epoca che non accetta più di essere detta, almeno nelle forme tradizionali?

Per ora, estraneo in patria. Estraneità idiopatica. Del resto, è l’epoca stessa che è come orfana e esiliata. Oltre che ridicola, certo.

La strada che l’autore intraprende, magistralmente, è la commistione di diversi generi letterari: il diario, il saggio, il racconto, in un discorso che è volutamente iperletterario – perché nel momento in cui mette a confronto vari generi l’autore ne saggia le condizioni di salute – ma che, per rovescio, fa sì che la scrittura si avvicini a ciò che è da sempre il suo oggetto, dire il tutto attraverso il particolare, il dettaglio, la storia, anche minima, di un soggiorno in una terra agli antipodi. Delineare con precisione ciò che si incontra nella parola perché solo dicendolo precisamente, può assumere la forma propria della letteratura, rimandare, cioè, continuamente a qualcos’altro d’inesprimibile. Ecco il perché della Patagonia, da un lato sovraesposta, nel turismo alternativo, in letteratura, anche quella di consumo, basti pensare a Chatwin, dall’altra, irriducibile, come simbolo, a qualsiasi forma di banalizzazione contemporanea.

E per la Patagonia vale, forse, quanto è stato detto da Arbasino per l’italia: << Si aspettano tutti un po’ troppo, mi sa, da questo paese>>. Stereotipo patagonico. Che assumo provocandomi. Che accetto. Perché, come ogni stereotipo, dovrebbe avere una forza vitale. Patagonia, tipo di viaggio ormai standardizzato, che ha superato la frontiera del Kitsch.

Il tentativo dell’autore è quello di rifondare una forma nuova di scrittura abitando la fine, in maniera seria e ironica al tempo stesso: la fine del mondo rappresentato dalla Patagonia, la fine di un genere letterario, la fine del senso della realtà, la fine del proprio paese di origine attraverso l’esilio – l’italia, ytaly deformata in tante parole, mai maiuscole, significanti specchio della deformazione della cosa significata a cui fanno riferimento. La Patagonia, quindi, rappresenta il punto di osservazione eccentrico, in base al quale sondare la realtà, ricostruirne un senso, anche solo labile e momentaneo, che vada oltre la mera logica del consumo. In tale ottica va letta anche l’appendice in cui, attraverso documenti e testi, l’autore ripercorre l’etimologia incerta della parola “Patagonia”, confrontandosi con il mito e le sue possibili riletture. In particolare Bàino si sofferma su ciò che è stato percepito come l’estraneo dalla cultura europea, e su come, a partire da tale percezione, di cui la Patagonia assume valore paradigmatico, si sia costituita l’identità europea nella modernità. Ripercorrendo questi passaggi della storia occidentale e rileggendoli alla luce dell’esperienza individuale di scrittore e individuo, forse sarà possibile ricostruire qualcosa, una parola che abbia un senso per chi la scrive e chi la legge, un’esistenza che rinasca in una logica che accolga senza escludere, o almeno resista all’imperversare del non senso e dell’insignificanza.

© Francesco Filia