Marianna Garofalo

Questo Natale #2: Marianna Garofalo, Santo nonno

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

Santo Nonno

 

Papà non lo vuole festeggiare il Natale.
Ha detto che c’è la crisi.
Ha detto che non c’è niente da festeggiare.
Ha detto che il Mondo sta cadendo a pezzi.
Ha detto “hai visto il terrorismo?”
“I bambini nei barconi”
“La moglie del vicino, un tumore al cervello, tre mesi e poi ciao.”
Ciao.

Di tutta questa storia non capisco “ciao”. La moglie del vicino nel caso ha detto “addio”. “Ciao” lo dici quando entri ed esci da un posto, quando incontri qualcuno per strada, quando poi lo rivedrai, allora dici “ciao”. La moglie del vicino semmai ha detto “addio” perché non è che poi la incontri nel pianerottolo. O fuori l’ascensore. Almeno spero. Non vorrei trovarmela alle spalle mentre cerco la chiave di casa in borsa. Il suo è un “addio”. Quando te ne vai e non vuoi saperne più niente. O non puoi. Come nel caso della moglie del vicino.
Papà ha detto che non capisce perché sto sempre a spaccare il capello in quattro e a puntualizzare ogni cosa che dice. “Ciao” era tanto per dire. Non capisce da chi possa aver preso. Anzi lo ha capito. Tu sei uguale a tua mamma. Sputata. Identica. Sempre a riprendere gli altri. Mai a pensare a te. Io l’albero lo faccio lo stesso. Fregati. Tanto non cambia nulla. I bambini nei barconi, il terrorismo e la strage del Bataclan.
“Non ho capito?”, ha detto il nonno. La strage di Bataclan, nonno. Mi ha guardata e ha sorriso, seduto sulla sua sedia-poltrona e ha continuato a guardare attraverso la finestra. Poi ha portato entrambe le mani sul manico del bastone che gli abbiamo regalato a Natale dello scorso anno e mi ha guardato di nuovo con un mezzo sorriso. Uno di quei sorrisi che se non avesse novant’anni io direi che ci sta prendendo tutti per culo. “Ah! Ho capito. Parigi. La strage di Baccalà”. (altro…)

Marianna Garofalo – Pietà

San Paolo foto gianni montieri

San Paolo foto gianni montieri

Pietà

 

Omar non riusciva a dormire. Le finestre e le porte erano aperte per creare corrente, aveva appena fatto una doccia ma le lenzuola continuavano a intrappolarlo in una morsa calda che dai talloni arrivava alle tempie passando lungo l’arco della schiena. Dormire in mutande non serviva a niente. Si alzò per andare verso il frigo a bere del succo fresco imprecando in arabo qualcosa di incomprensibile anche per sé.
L’unica cosa che lo consolò fu l’attimo in cui gli arrivò in faccia l’aria fresca del frigorifero aperto.
Rimase qualche secondo fermo, chiuse gli occhi, tirò la testa indietro e abbozzò un sospiro di sollievo spezzato dall’afa. Maria se n’è andata da due settimane.
Gliel’ha detto con un messaggio sul cellulare, ha preso tutte le sue cose mentre non c’era ed è sparita lasciandogli giusto qualche foto da bambina ancora alle pareti e qualche giacca dismessa e per quanto puoi comprendere le motivazioni di una separazione, le modalità anche più spietate, capita sempre che di notte, con quaranta gradi, lo stomaco protesti fragorosamente e la gola si secchi fino a levarti la forza di ingoiare.
Arrivato a Napoli, il cugino gli aveva offerto un lavoro nel suo ristorante arabo e un alloggio vicino alla stazione centrale. Maria andava raramente al ristorante arabo con le sue coinquiline, ma da quando Omar ci lavorava, trovava un pretesto per andare almeno una volta la settimana. Poi una sera, prese il solito kebab in orario di chiusura, rimase a parlare con Omar fino a tardi e si fece riaccompagnare a casa.
In quella casa avevano condiviso una stanza doppia per tre anni, fino a quando gli spazi divennero troppo stretti, i soldi troppo pochi, la differenza culturale troppo grande. Omar nel frattempo aveva lasciato il lavoro al ristorante e si era messo in proprio al mercato di piazza Garibaldi. Comprava vestiti all’ingrosso dai cinesi, e li rivendeva nello spazio che gli era stato assegnato. Escluso il periodo in cui i negozi mettevano i saldi, l’attività risultava piuttosto redditizia.

Omar in Italia non esiste ma si alza tutte le mattine alle sei per andare al mercato con il motorino non registrato; non ha il permesso di soggiorno, non paga le tasse allo Stato ma deve pagare il pizzo per la merce che compra, per lo spazio che occupa con la bancarella e perché nessuno gli dia fastidio. L’economia nel quartiere gira e Omar mette qualche cosa da parte per la sua famiglia in Algeria.

****

– Vince’ è che qua ci sta troppa gente, è questo il problema – fu la prima frase che gli rivolse Nicola quella mattina in macchina mentre pattugliavano la stazione di piazza Garibaldi.

Vincenzo Capone era entrato in polizia a 18 anni, dopo che un infarto in 2 minuti scarsi, aveva stroncato suo padre nel cuore della notte. Viveva con la madre, già debole di nervi, che dal giorno della morte del padre perse parte di lucidità che le restava e quasi tutta l’autonomia. Fosse stato per Vincenzo l’avrebbe volentieri rinchiusa in qualche clinica ben attrezzata e se ne sarebbe andato fuori Napoli, magari all’estero, ma i soldi non bastavano e la catenina con il Volto Santo che era stata di suo padre gli batteva ad ogni minimo movimento sul petto e gli ricordava l’infarto e ciò che era giusto fare.

– Ma poi dico io – continuò Nicola – questa città già sta tanto inguaiata che c’è bisogno di tutti questi extracomunitari inguaiati? No, Vince’, io non so’ razzista, ma questi portano solo merda in un posto già di merda.-

****
Omar prese il succo d’ananas dal frigo, vide la scadenza, lo odorò e lo rimise dentro. Poi continuò ad aprire e chiudere lo sportello del frigo per farsi aria. Serviva a poco perché dopo un po’ ci si abituava e il getto non aveva più lo stesso effetto refrigerante. Allora prese a far trascorrere degli intervalli di tempo più lunghi tra un’apertura e un’altra e rise pensando a quello che stava facendo. Era solo in casa per tutto il mese di agosto e nessuno avrebbe potuto beccarlo in strani atteggiamenti notturni. Gli altri ragazzi erano tutti studenti fuori sede ed erano ritornati dalle famiglie per le vacanze. Omar erano sei anni che non tornava a casa e questo mese non avrebbe nemmeno potuto spedire parte del guadagno. Questo mese, sua madre e le sue sorelle avrebbero avuto solo una cartolina di saluti e molte scuse.

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Se avesse avuto la possibilità di scegliere un lavoro per sé Vincenzo Capone avrebbe fatto il falegname. Amava l’odore del legno e della colla, i trucioli che si accumulano sul pavimento, le grandi assi informi appoggiate alle pareti della bottega di Ninuccio, il falegname del quartiere. Quando giocavano a pallone nel vicolo, Vincenzo faceva sempre in modo che la palla finisse nella bottega, così aveva una scusa per entrare, respirare l’odore del legno e chiedere a Ninuccio cosa stesse preparando. Ninuccio l’aveva capito e per questo non bestemmiava più quando il Supersantos entrava nel negozio. Un pomeriggio gli bucò il pallone, gli regalò un coltellino e un pezzo di legno e disse:”vrimm’c’ saj fa”. In una settimana Vincenzo fece un crocifisso come quello che la madre aveva sul comodino ma quando lo portò a Ninuccio tutto quello che ricevette in cambio fu un “fa schifo”, tanto che non ebbe più il coraggio di lavorare il legno e non entrò più nella bottega.

Tutte le volte che ci pensa si incazza ancora. Non si dovrebbe mai dire a una persona che fa una cosa per la prima volta “fa schifo”; perché nella vita bisognerebbe avere pietà per le cose fatte per la prima volta e per le cose che fanno schifo.

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Omar non si sentiva un uomo. C’erano gli uomini, quelli che hanno una casa e un lavoro normale, un Paese, una lingua e una collocazione. Poi c’era lui e quelli come lui: dei ratti messi al margine di una stazione, tra un cassonetto e il vomito di qualche povero disperato, con quattro lire nel portafogli perché il resto lo mandi a tua madre, che ha messo al mondo altri sette ratti come te sparsi chissà dove che scrivono cartoline e lettere ingiallite che hanno tutte quell’odore insopportabile di spezie misto all’umido e alla muffa perché un ratto non può permettersi che una stanza piena di muffa. Aveva perso l’incasso della settimana , la merce che aveva già pagato, i poliziotti l’avevano colpito allo stomaco e buttato a terra, sputato in faccia nel caso non avesse capito che posto ha nel Mondo, in quella parte di Mondo che di per sé già fa schifo ma poi arriva lui e quelli come lui e lo schifo diventa troppo e non riesce ad essere riassorbito e invade i margini dei marciapiedi ma lui prega Allah perché abbia pietà per quelli come lui, per Maria che lo abbandona con un messaggio sul telefonino, per quei due poliziotti con le facce da ragazzini e per tutto lo schifo del Mondo, perché anche lo schifo merita pietà, magari non da subito, ma a un certo punto sì.
Spinse con forza la porta del frigo. Non l’avrebbe più riaperta. Gli occhi si riempirono di lacrime e solo una non riuscì a trattenerla, così scese fredda sul viso riscaldato.
Tornò in camera da letto e puntò il ventilatore addosso, esattamente come Maria non voleva. Si sdraiò e pensò che non si sarebbe dato per vinto e che Dio – il suo Dio – era dalla parte dei giusti. Poi si rigirò tra le lenzuola.
Sì, ma che vita era questa?

****

– Vince’ io mi sono scocciato di girare a vuoto. Ci pagassero bene –
– Si, Nicola e che vuoi fare?-
– Non lo so. Te la vuoi alzare una cosa di soldi in più? Io m’ so’scucciat’.
– E come ce li alziamo? Facciamo una rapina?
Nicola rise. Ci pensò su.
– No Vince’, meglio. Mo’ prendiamo a uno di questi immigrati con le bancarelle illegali e lo facciamo cacare sotto. Gli chiediamo il permesso di soggiorno, quello ci dice che non ce l’ha. Allora noi gli sequestriamo la merce e ci prendiamo l’incasso se no lo rispediamo al suo Paese.
– Sì, e che ce ne facciamo della merce, ce la teniamo?
– No, la rivendiamo a qualche disperato come lui. Qui è pieno. Fidati, già l’ho fatto una volta.
– A me sembra una stronzata.-
– Senti Vince’, noi un extra ce lo meritiamo; ma ti rendi conto che vita facciamo in questa città? Poi non è manco possibile tenere tutta questa gente! Già non facciamo il nostro dovere e gli facciamo un favore che non li denunciamo tutti e li rimandiamo ai Paesi loro.
Vince’, già te l’ho detto, io non so’razzista, ma c’vita è chest’?

****

Se avesse potuto scegliere, Omar avrebbe lavorato la terra dietro casa dei genitori. Avrebbe piantato degli ulivi, magari degli aranci, vissuto dei suoi prodotti, respirato i suoi profumi; poi si sarebbe sposato, avrebbe fatto un figlio, si sarebbe preso cura della madre, della sua terra, avrebbe imprecato per la siccità e festeggiato un raccolto abbondante con del buon vino. La terra per Omar era un miracolo e i frutti non erano solo il risultato di un buon lavoro ma era l’amore di Dio che si compiva attraverso le sue mani. Che ci faceva lui su un marciapiede a vendere vestiti a poveri disgraziati che indossavano maglie puzzolenti di acido tra le macchine, lo smog, i barboni, il vino rancido, il piscio di cani?
Ci sono luoghi e persone di cui Dio si è dimenticato. Ci sono posti così bui che nemmeno Dio vuole abitare perché fanno schifo. Forse lo schifo è lì, dove Dio non abita. Ma forse stava pensando male ed era peccato, perché non possono esserci dei posti in cui Dio non c’è, forse si è solo nascosto, come fa un cane spaventato dietro i cassonetti e se gli uomini non mostrano pietà, non esce allo scoperto. Ma stava dando del cane a Dio? Chiese perdono chiudendo gli occhi e si addormentò pregando.

****
Vincenzo si accende l’ultima sigaretta della giornata, la fuma fuori al balcone che da nel cortile interno. È pieno di macchine e motorini parcheggiati alla meglio, qua e là il resto di qualche aiuola, il ricordo di una pianta e delle erbacce sporche e velenose che si arrampicano sul muretto. Quelli come lui e Nicola assomigliano proprio alle erbacce velenose e sporche, attaccate a qualcosa con tutta la forza, resistenti alle intemperie più per dispetto e avidità che per una forza reale; più per sfida che per amore.
Ha derubato un povero disgraziato per quattro spiccioli, lo ha anche colpito allo stomaco quando ha provato a implorare pietà, perché davvero non riesce ad accettare che qualcuno implori pietà, perché la pietà non è di questo Mondo e se proprio devi perdere tempo a chiederla a qualcuno allora chiedila a Dio che forse è l’unico in grado di provarla ma non di certo a uno come lui o Nicola, due poveracci che rubano a gente che vive tra la spazzatura e che non ha niente.
Butta il mozzicone ancora acceso nel cortile, cercando di centrare le erbacce con la speranza che prendano fuoco una volta per sempre, ma tanto non accadrà perché sono sempre umide del piscio dei cani del palazzo. I cani sono gli unici ad avvicinarsi ancora a quel muretto e a quelle erbacce, forse perché i cani ne hanno pietà, forse sentono l’odore dei cani che ci sono andati prima ancora e allora si fidano, riconoscono il luogo, un luogo che non è mai stato abbandonato. Allora forse anche i cani provano pietà. I cani e Dio.
Vincenzo sorride per quel pensiero assurdo, fa un respiro profondo come per imprigionare dentro il torace quanta più aria possibile di quella serata calda. La ricaccia con la stessa forza fuori. Forse per quelli come lui c’è ancora speranza. Come per le erbacce.
Domani smetto di fumare.
Anzi, no, così muoio prima.

***

© Marianna Garofalo

Marianna Garofalo – Polvere

biennale arte 2011 - foto gm

Marianna Garofalo

Polvere

 

 

 

Credo che con il tempo capirai. Magari all’inizio ti piomberà addosso come un enorme macigno, di quelli che si vedono nelle pubblicità televisive, quelli che schiacciano la macchina parcheggiata sul marciapiede. Con il tempo capirai. L’enorme macigno comincerà a disgregarsi in tante parti sempre più piccole e che invece di ferirti come faceva quando era un enorme macigno tutto intero ti colpirà in più punti e sembrerà farti meno male. Poi le parti si assottiglieranno ancora e diventeranno particelle infinitesimali che somiglieranno a sabbia o a polvere e a quel punto ti daranno solo fastidio. Le brutte notizie sono così. All’inizio sono un enorme macigno. Con il tempo diventano polvere o sabbia che ti dà fastidio solo se te ne ricordi perché ormai ti sei abituato ad avercela negli occhi e per tutto il corpo. Diventano parte di te, come la polvere. E tu ti abitui. Ci si abitua a tutto, me lo ripetevi sempre. Anche alle brutte notizie. Anche all’apparecchio per i denti.

Speriamo. Speriamo vada così, perché non so proprio come dirtelo. Potrei dirti che l’ho fatto per una serie di motivi ma nessuno di questi motivi arriverebbe a giustificarmi. Allora non ti do nessuna motivazione, nessuna spiegazione, perché credo che tu lo preferisca.

Hai visto quanti congiuntivi ho usato? Ti piaceva tanto sentirli, mi dicevi sempre che la gente pensa che l’italiano abbia solo due tempi, il presente e l’imperfetto. Io allora prendevo il sussidiario e mi mettevo a studiare i verbi, per non deluderti. Però c’erano tanti tempi e tanti modi, c’erano i verbi irregolari e quelli riflessivi, era così facile sbagliare quale fosse il più corretto, per questo spesso preferivo starmene zitta o limitarmi a indicare le cose con le mani. Tu ti arrabbiavi perché non stava bene che una signorina gesticolasse tanto e a quel punto preferivo non indicare e rimanevo in silenzio a disegnare. A volte scrivevo, ma niente di interessante.

Non so cosa mi succede ma è almeno un mese che mi sveglio di cattivo umore e con dei terribili mal di testa. Mi sveglio con la sensazione di un vuoto forte che mi prende allo stomaco e si estende fino alle tempie. Ho lasciato Luca, non perché abbia fatto qualcosa di male, ma perché sentivo di non avere più niente da dargli. Questo vuoto ha occupato tutto lo spazio possibile, dalla mia anima al mio colon, quindi per Luca non c’era proprio niente da fare, neanche un angoletto libero. Mi dispiace, ancora oggi mi telefona per raccontarmi cosa fa, ma a me non interessa. Ma tu sai quanto è lungo un colon? Può essere anche un metro e mezzo, quindi se consideri che sono un metro e sessantacinque mi resta troppo poco spazio per amare. Ho solo quindici centimetri che mi impediscono di essere un colon. Ma al colon non viene chiesto di trovare le giuste parole da dire a qualcuno che non ami più. Al colon non viene chiesto di amare. Deve solo stare lì, piegare su sé stesso il suo metro e mezzo, e io lo invidio tanto, perché vorrei poter fare come lui, piegare su me stessa il mio metro e sessantacinque. E per quindici centimetri non posso farlo.

Forse ti starai chiedendo com’è che ne so tanto di colon. Ma io e te ci vediamo troppo raramente, quindi non sai che da quando papà si è ammalato io mi sono messa a leggere tutta l’enciclopedia medica che raccogliesti in fascicoli dal quotidiano. Poi ho preso anche un dizionario medico in libreria e adesso compro pure il giornale con l’inserto sulla salute. Ogni sera leggo una malattia diversa. Ce ne sono talmente tante che questa lettura rischia di accompagnarmi per sempre. Potrebbe essere l’unica cosa certa che mi accompagnerà per tutta la vita.

Sono sicura che l’avresti fatto anche tu se fossi stata a casa con me. Solo che sei andata via poco prima che succedesse, quindi vedendolo una volta ogni tanto non puoi sapere com’è viverci insieme. Ecco, ora ne approfitto per dirti che la gente (la signora Gaudiero, quella bionda del piano di sopra, la moglie del proprietario del minimarket e la nonna) dice che papà si è ammalato proprio perché tu te ne sei andata via. Anche per questo mi sono comprata il dizionario medico e ho letto l’enciclopedia tutta d’un fiato. Volevo vedere se da qualche parte ci fosse scritta una cosa del genere. Ma non c’è. Il cancro ai polmoni ti viene perché fumi, perché respiri aria cattiva, insomma per l’inquinamento e non perché vieni lasciato dalla moglie. Non sta scritto da nessuna parte. Mi sono sentita rassicurata e ho lasciato Luca. Certo papà era molto triste, sia nell’ultimo periodo in cui stavi a casa e non facevate che litigare sia quando ti sei trasferita da quell’uomo. Che poi sembra una barzelletta dato che lui fa il medico e papà è il malato. La signora Gaudiero e la nonna dicono anche che sei andata a vivere da lui perché è molto ricco, mentre papà no. Non lo so se questa cosa è vera, ma viste tutte le malattie che sto memorizzando in questo periodo, se potessi, verrei anch’io a vivere lì. Se non ci sono voluta venire è perché volevo stare con papà. Papà aveva bisogno di me.

Voglio rassicurarti. Ci si abitua a tutto. Avevo undici anni quando mi hai fatto mettere il baffo e mi costringevi ad andare a scuola con quell’affare. È vero che l’apparecchio a scuola ce l’avevano in molti, però il baffo non è come una normale macchinetta per i denti. Il baffo esce fuori sulla faccia con tutto il metallo, dietro la testa hai la striscia di stoffa che lo regge e lo tiene in tensione, una lamina sotto il palato e due pezzi di ferro che lo fermano dentro la bocca, incastrati nei due molari. E poi il cemento che ti mettono sui denti per fissare i ferretti puzza. Puzza da fare schifo.

I molari ti fanno sempre male, la pezza di stoffa invece ti fa sudare dietro la nuca. Il dentista aveva detto che dovevo tenerlo più tempo possibile per correggere la sporgenza degli incisivi, per questo me lo mettevo anche a scuola. Poi però ti abitui. Al ferro, al dolore ai denti, ai compagni di classe che ti prendono in giro, a quelli che non lo fanno ma ti guardano storto. Succede qualcosa di strano. Anche i tuoi compagni di scuola si abituano e non ti prendono più in giro. Come se a partire da un determinato momento loro avessero il baffo proprio come te.

Tutti si abituano a tutto, avevi ragione tu.

Mi hanno convinto le urla. Ti abitui a tutto, ma ci sono cose a cui non vuoi abituarti. Non ce la facevo più a sentirlo urlare, e vederlo così magro con quella faccia disperata mentre piangeva mi faceva impazzire. Allora ho preso un cuscino e gliel’ho premuto forte sul viso per un tempo infinito. Papà ha provato a ribellarsi, ma non ce l’ha fatta perché era troppo debole. Pensa, io che sono alta quasi come un colon, sono più forte di lui. Sono rimasta così sei ore di fila, le ho contate, e non ho avuto il coraggio di levare il cuscino. Mi sono solo allontanata per telefonare all’infermiera e dirle di non venire. Le ho mentito, ho detto che papà voleva riposare e le medicine gliele aveva date zia.

Mi sento molto meglio ora. Come se quel vuoto avesse cominciato a trasformarsi in una specie di vento che mi permette di camminare con passo più leggero. Tanto sarebbe morto lo stesso, a meno di un miracolo. Lo so, tu credi nei miracoli, me l’hai raccontata mille volte la storia di Padre Pio mentre mi accompagnavi a catechismo o a messa, ma io non ci credo e nemmeno papà ci credeva più.

In realtà qualche settimana fa ho fatto un po’ di ricerche sull’eutanasia, perché a scuola ne abbiamo parlato in vista dell’esame di maturità. Si può fare solo in Olanda, qui no. Ma non vale. In Olanda puoi anche drogarti per strada e comprare le donne dentro le vetrine. Mi fanno male le braccia perché ho spinto fortissimo, ma mi sento molto meglio, come quando sei andata via e come quando la sera memorizzo una nuova malattia.

Tre anni fa, il giorno del tuo compleanno, ricordo che vicino alle candeline tu e papà vi deste un bacio sulla bocca un po’ più lungo del solito e io mi vergognai da morire, come il primo giorno a scuola con il baffo. Forse se aveste continuato a farlo, magari tutti i giorni, vi sareste abituati e mi sarei abituata anche io a vedervi. Così non avrei avuto più vergogna e magari tu non te ne saresti andata via.

Non so più cosa pensare ma nel frattempo ho già preparato tutto in salotto. Ho legato la corda alla ringhiera della scala. È lì che mi troverai. Il sangue mi fa impressione.

Forse all’inizio ti sembrerà come se un macigno ti stia piombando addosso, ma quel macigno andrà disgregandosi e ti colpirà in più punti, poi si assottiglierà e alla fine diventerò tanti granelli, mamma. Con il tempo diventerò qualcosa che ti resterà sempre addosso e te ne accorgerai solo ogni tanto perché ormai sarà parte di te.

Come il baffo. Come la polvere.

© Marianna Garofalo

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racconto precedetemente pubblicato dalla rivista Watt (numero 1 anno 2011)

Marianna Garofalo – L’anno in cui mia madre non c’era

Milano -  foto gianni montieri

L’anno in cui mia madre non c’era

Quell’anno mia madre non si prese troppa cura di me. Ancora oggi non saprei spiegare il perché, visto che a scuola ero la migliore. Forse doveva lavorare tanto e quindi era più saggio che imparassi a sbrigarmela da sola. Ma non mi annoiavo. Cinque ore le trascorrevo all’istituto Manzoni e nel frattempo ero riuscita ad escogitare un sistema per impiegarne tre nel fare i compiti. Scrivevo una parola ogni due minuti (un numero, nel caso della matematica) e alle sei del pomeriggio ero di nuovo libera. A quel punto non avevo degli amici immaginari. Qualche volta ho provato a litigare con qualcuno inventato da me, ma la ragione era necessariamente dalla mia parte e mi annoiavo. Quindi smettevo.

Per un periodo mia madre aveva avuto la brillante idea di far venire a casa la nonna e quello fu davvero un incubo. Mia nonna non era cattiva, aveva un brutto odore e come obiettivo nella vita quello di rimpinzarmi di cibo fino a farmi esplodere. Non parlava tanto, aveva solo voglia di ficcarmi qualcosa in bocca. A casa sua non c’erano mai medicine perché qualsiasi problema di salute poteva essere risolto da un alimento. La nouvelle omeopatie di mia nonna – che col tempo andò complicandosi -, prevedeva: formaggio per i denti, il pane per lo stomaco, il riso per la pancia, le noci per la circolazione, il latte per l’acidità, la carne per la pressione.

Se la dottoressa oggi le dicesse che parte dei miei disturbi alimentari sono causa sua lei la guarderebbe con tanta compassione e le preparerebbe subito una fetta di pane e Nutella. Nel giro di qualche mese riuscii a liberarmi di mia nonna con l’aiuto di un ictus che la costrinse a letto e di una infermiera che doveva starle sempre vicino. Così nemmeno lei poteva più occuparsi di me.

Non avevo tante amiche. Le mie compagne di classe non volevano avere troppo a che fare con me, sia perché ero la prima della mia sezione, sia perché portavo i capelli corti (che era il solo modo con cui mia madre si assicurava che non andassi a scuola in modo scombinato facendole fare brutta figura). Avevo solo un amico, il mio vicino di casa, Paolo, che voleva fare il poliziotto e mi obbligava al ruolo di ladro ogni volta che giocavamo insieme. La dottoressa una volta mi chiese se per caso riconducevo a Paolo qualche esperienza particolarmente significativa, traumatica o se mi ritornava alla mente un particolare. Io ricordo solo che Paolo era un bambino che voleva diventare poliziotto, che fingeva di inseguirmi e che urlava per provare a spaventarmi. Poi ricordo che quando eravamo in giardino a giocare facevamo pipì insieme a patto che nessuno spiasse l’altro. Non mi dava fastidio fare pipì nel cortile, solo qualche volta era difficile mantenersi in equilibrio senza bagnarsi. Sarà stato per questo che Paolo non mi guardava mai.

La dottoressa però crede che il fatto che io sia cresciuta con una personalità di tipo maschile (Paolo lo chiama così), abbastanza violenta e prevaricatrice (perché non mi lasciava mai fare il poliziotto) sia il motivo per cui mi piacciono ragazzi con caratteri forti e autoritari. Mi chiedo se tutti questi ragazzi forti e autoritari volessero fare i poliziotti da piccoli con un ramo come manganello e una pistola finta. Un giorno a Paolo regalarono un cane, un bassotto di cui non so più il nome, ma solo il colore, marrone chiarissimo e tante grinze tra le orecchie e la testa. Io avevo paura dei cani perché  non ero abituata a relazionarmi con le persone, figuriamoci con gli animali.

Un pomeriggio andai a casa di Paolo e il piccolo bassotto mi venne incontro. Io scappai perché non capivo cosa volesse da me e lui prese a inseguirmi. Alla fine mi scorticai il ginocchio con dei sassi e mi feci male. Dovettero portarmi al pronto soccorso perché necessitavo di punti. Due. Mi accompagnò la madre di Paolo, che provò a farmi ridere per tutto il tragitto fino all’ospedale e ripeteva in continuazione che non mi ero fatta niente. Mia madre la sera venne, mi abbracciò e disse che dovevo smetterla di giocare con i cani.

Non sapeva che era la prima volta e che a me gli animali non piacevano per niente.

Questa storia la dottoressa non l’ha mai saputa e nemmeno che odio i cani, perché le ho già detto che odio troppe cose e di questa un po’ me ne vergogno. La gente ti guarda sempre male quando le dici che non ti piacciono i cani.

Non scesi più in giardino e Paolo non sembrò avvertire troppo la mia mancanza, perché il bassotto mi sostituì molto dignitosamente (e negli inseguimenti devo dire che era di gran lunga superiore).

“Le cose strane” – così le chiamavano tutti – cominciarono dopo l’episodio del bassotto. In quel periodo provavo un profondo fastidio per il silenzio, una cosa che in teoria, per la sua essenza più propria, non ha mai ferito nessuno. Io lo trovavo un lungo nulla di niente che da un orecchio si protendeva all’altro e che mi provocava un dolore terrificante. Quando lo spiegai alla maestra lei mi guardò un po’ e disse che senz’altro era un tappo di cerume. Io non credo fosse un tappo, perché altrimenti non avrei dovuto sentire niente e invece il silenzio lo sentivo proprio e non aveva un bel suono. Fu un pomeriggio che mi faceva particolarmente male che decisi di coprirlo con qualcos’altro. Accesi lo stereo nel salotto e la televisione ad altissimo volume e mi misi a sedere sul divano. Per un po’ le cose andarono meglio, ma poi il silenzio tornò con una violenza che non saprei descrivere e allora afferrai il vaso sul tavolino accanto a me e lo gettai a terra con tutta la forza che avevo nelle braccia. Poi lo feci con tutti gli oggetti del salotto, della cucina, del bagno e della casa intera. La dottoressa mi chiese durante le prime sedute che sensazione mi avesse dato rompere tutti quegli oggetti. Io le risposi solo che a me facevano molto male le orecchie e che questo dolore era colpa del silenzio. Allora mi chiese se non avessi pensato a mia madre e alla reazione che la scena avrebbe potuto procurarle. Io le raccontai che mia madre non c’entrava niente con le cose strane e che io avevo solo cercato una soluzione per sentirmi meglio. Mia madre invece quando tornò non disse una parola, mi guardò, si mise a scuotermi piangendo e mi domandò se fossero entrati i ladri e se mi avessero fatto del male. Era la prima volta che vedevo mia madre piangere. Pensai fosse una cosa buona e allora le dissi di sì.

Dopo quel giorno decisi di abituarmi al silenzio e così cessò il dolore al timpano.

Mi ci abituai talmente tanto che non parlai più. Se parlavo lo coprivo, se lo coprivo non lo sentivo, se non lo sentivo ero sola. Dalla dottoressa all’inizio rispondevo scrivendo o su un foglio o su una lavagna. Io dicevo “dire” ma nel mio caso significava scrivere.

Mia madre mi tolse dalla scuola e assieme alla mia insegnante mi portò in un edificio per persone evidentemente disturbate. Sembrava molto più vecchio visto da fuori, con dei muri grigi e gialli, pieni di crepe e sporchi di pedate. Anche mia madre iniziò ad andare ai colloqui con la dottoressa. Le mie compagne di classe erano meglio delle persone disturbate, ma dissero che per un periodo sarei dovuta stare lì qualche ora al giorno e poi tornare a casa.

Dopo sei anni sono uscita dalla scuola per persone disturbate, perché ho terminato il mio percorso e  quindi basta che continui a prendere qualche medicina e che vada dalla dottoressa ogni settimana. Mi fa piacere perché la dottoressa è una brava signora e credo si sia affezionata a me. A volte la trovo solo un po’ ingiusta, per esempio quando dice che Paolo è una personalità violenta e prevaricatrice o quando dice che mia nonna è parte in causa dei miei disturbi alimentari. Io credo solo che mia nonna avesse fame, perché è cresciuta quando c’era la guerra e Paolo volesse giocare al poliziotto perché suo padre è un poliziotto. Cioè io credo che a volte le cose siano solo come sono e non come non sono perché altrimenti lo sarebbero. Credo. La dottoressa questo non lo crede mai.

Ricominciai a parlare a 11 anni e tre mesi, due anni dopo essere entrata nella scuola per persone disturbate e più precisamente il giorno in cui morì mia nonna. Mia madre mi venne a prendere e andammo a trovarla a casa, dove c’erano tutti i miei parenti che piangevano attorno al suo letto. Le tapparelle erano abbassate e la porta d’ingresso doveva restare sempre aperta, così la gente poteva entrare a salutarla senza dover bussare. Girò appena la testa e mi disse: – almeno adesso che sto morendo mi vuoi dire una parolina? –

Io mi guardai un po’ in giro e le chiesi a bassa voce: – Nonna, cosa si mangia per non morire? –

Mia madre scoppiò a ridere. Era la prima volta che la vedevo ridere.

Pensai fosse una cosa buona.

di Marianna Garofalo

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Nota: il racconto è stato pubblicato nell’Antologia Si sente la voce – CartaCanta editore

Marianna Garofalo – La macchinetta del caffè

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La macchinetta del caffè

Gli altri dovevano essere andati tutti via perché non sentiva più niente dal salone se non i passi di sua madre che rimetteva ordine tra le cose. Si ricordò improvvisamente che erano almeno 24 ore che non mangiava, non dormiva e non parlava. L’idea di non adempiere a nessuna delle funzioni vitali la irritò a tal punto da generare un moto di ribellione che le permise di risollevarsi dalla poltrona. Era irritante comportarsi come se fosse morta, come se lo fosse anche lei.

Anche se erano le quattro di mattina e non aveva fame decise di andare in cucina e prepararsi qualcosa, di farsi una doccia, di andare a dormire. Nella sua parte di letto, nella sua solita posizione di spalle non aveva dormito ma aveva tenuto tutto il tempo gli occhi chiusi stretti come a fingere di dormire. Lei non era una di quelle donne che si disperano, che smettono di essere quello che erano prima della tragedia, che nel dolore e nella disgrazia si consumano, si immolano, si crogiolano, bivaccano, ricominciano, mostrano agli altri quanto sono state brave a ricominciare, magari adottando un bambino dello Sri Lanka; lei non avrebbe fatto terapia di gruppo per imparare ad esternare il proprio dolore, a valorizzarlo e magari trasformarlo in attività commerciale modellando vasetti con l’argilla. Lei il suo dolore se lo sarebbe tenuto stretto, non ne avrebbe parlato, non avrebbe preteso niente dagli altri. Ci avrebbe convissuto senza vomitarlo.

Per un attimo rabbrividì.

Quando entrò in cucina alle sette di mattina c’era sua madre seduta sulla sedia che provava a svitare la macchinetta del caffè. Gliela passò guardandola appena:

– Tieni, come te lo devo dire che non la devi stringere così? –

Prese la macchinetta senza dire niente. Avrebbe voluto spiegarle che se non l’avessero assillata da quando era bambina con la storia che se non stringi bene la macchinetta scoppia, parte la valvola, potrebbe prenderti un occhio, alla vicina è successo, a 37 anni avrebbe un rapporto più sano con la Bialetti.

Ma non disse niente. Svitò la macchinetta e la passò a sua madre mettendosi a sedere di fronte a lei.

– Stanotte hai mangiato? – Le chiese di spalle riempiendo il filtro di caffè.

– Si, ma non preoccuparti dopo ho vomitato.-

Sapeva che sebbene sua madre avesse fatto di tutto per fuggire da una certa mentalità andando via dal paese e lavorando, alla prima occasione ufficiale tutto il suo piccolo mondo antico fatto di volgarità riemergeva prepotente e in genere ce l’aveva a morte con lei. Come quando sua figlia si laureò con 110 e lei ci aggiungeva una lode ogni volta che lo raccontava nel quartiere. Sapeva che quando muore tuo marito, non stava certo bene aver appetito o riuscire a dormire invece di passare i primi giorni in salotto, fissando un punto qualsiasi, con un fazzoletto consumato tra le mani e la porta aperta per ricevere parenti e amici. Ricordò quando da bambina le era concesso mangiare anche ai funerali perché qualcuno aveva stabilito che i bambini non soffrivano e non avevano ancora sviluppato la concezione di come occorresse manifestare il proprio dolore in certe occasioni.

La domanda di sua madre, il suo tono, non erano certo il segno di un’opportuna premura materna.

– Vabbè io vado di là è venuta tua cugina con gli altri, tu guarda il caffè – rispose ignorandola.

Sua cugina era l’ultima persona che avrebbe voluto vedere in quella occasione. Per un attimo sperò che la valvola della macchinetta partisse sul serio e le prendesse giusto la fronte così sarebbe morta il giorno del funerale di suo marito. Questo l’avrebbe resa una vedova da guinness dei primati e le avrebbe sicuramente fatto guadagnare punti agli occhi di sua madre o di una come sua cugina.

Quando la raggiunse in salotto le venne incontro e l’abbracciò forte, così forte che poté percepire per un attimo tutte le sue costole e sentire un leggero scricchiolio verso destra.

– Paolo era una persona meravigliosa-.

Sua madre seduta sulla poltrona  con lo sguardo perso su una delle mattonelle di cotto annuì e bisbigliò qualcosa come uno sconsolato – sì, meraviglioso -.

Ecco, lei ora avrebbe voluto in quel preciso istante fermare tutto, alzare la mano in quel piagnisteo generale, come si fa a scuola e recitare più o meno così:

– Scusate, mettiamo pure il caso che Paolo fosse una persona meravigliosa, vi sembra appropriato consolare una vedova ricordandole che il marito appena scomparso era meraviglioso, raro, un uomo perfetto?

Ma non disse niente. Si tenne quella fastidiosa stretta che odorava di Leocrema, l’umidiccio delle lacrime sulle spalle fino a quando le fu possibile. Poi versò i caffè nelle tazzine stando attenta a rovesciarne una buona parte sulla tovaglia col preciso scopo di far innervosire sua madre e tornare in cucina a prepararne altro. Pensò che non era giusto: Paolo era morto e lei avrebbe dovuto decidere chi far entrare e chi no. Allora non ci sarebbero state sua madre e sua cugina, non ci sarebbe stato tutto quel caffè da preparare. Non ci sarebbe stato più niente. A quei pensieri le si strinse lo stomaco e le salì come un conato che riuscì a trattenere.

Dalla cucina poteva sentire le voci del salone mentre riempiva per l’ennesima volta il filtro. Riconobbe il tono querulo di sua zia, sessantadue anni, sua madre elevata all’ennesima potenza. Il giorno in cui Paolo si sentì male era la prima volta che metteva piede in casa sua. Prima non c’era mai andata, stava bene pensare che non avesse mai avuto un po’ di tempo negli ultimi otto anni, stava male pensare che non ci andava in segno di disappunto per le scelte della nipote. Un uomo molto più grande della sua età, una convivenza benedetta solo dal Sindaco, neanche l’accenno al desiderio di una maternità. Adesso era seduta nel suo salone intenta in una dettagliata descrizione dell’infarto: la corsa al pronto soccorso e poi il medico, la macchina fuori, la telefonata di un tale e poi Paolo che però se lo sentiva, l’infermiere che le aveva fatto un cenno per farle capire che era morto. Sentiva questa storia, a ripetizione, da un giorno e mezzo e quando abbassavano il tono della voce capiva che si parlava di lei.

-No, no, non ha nemmeno pianto, ma tu lo sai com’è, si tiene tutto in corpo e poi deve ancora realizzare.

– E adesso resta in questa casa enorme da sola? Che peccato!-

– La madre le ha detto che poteva andare da lei ma non vuole.-

Eh sì, mi ha risposto, mamma, io non ho bisogno di nessuno, sono vedova a 37 anni mica a 70! Ma poi, io gliel’avevo sempre detto, ma che aspettate a fare un figlio? I figli si fanno da giovani … –

A quella frase lasciò la cucina e si precipitò nel salone con le guance pronte a esplodere di rabbia: un figlio con Paolo. Ora sarebbe nella sua stanza a spiegargli che il padre non c’è più. Ma vuoi mettere crescere con una madre che vedi due ore al giorno perché nelle altre lavora per mantenerti? Ma vuoi mettere, crescere a casa di una nonna così stronza?

Si calmò. Si diede due secondi. Entrò in salotto e chiese quanti ancora volessero del caffè. Poi tornò in cucina e finì di preparare la macchinetta. Prima però levò l’acqua dalla base, mise solo del caffè e l’avvitò lenta. Chiamò sua madre in cucina e le disse:

– Guarda tu il caffè sul fuoco, ti spiace? Io sono davvero stanca – .

di Marianna Garofalo

Mattonelle di Marianna Garofalo

berlino 2011 - foto gm

A mio fratello,

MATTONELLE

È una questione di posizione. Dipende dal modo in cui inclini il piede verso la parte esterna così da non cadere. Cadere, puoi cadere, sia inteso. Il vero problema è che non devi toccare le linee. Se sei piccolo come Andrea allora puoi cadere bene perché è facile riuscire a centrare il punto senza toccare la linea. Se sei grande come me allora diventa più complicato ed è tutta una questione di allenamento.
Dicevo del piede. Il piede, per non perdere l’equilibrio, devi posizionarlo in maniera mai definitiva e lasciarti la possibilità di piegarlo leggermente a destra o a sinistra, verso l’interno o verso l’esterno, come meglio credi e come senti che non cadrai. Attenzione però alle caviglie. Se muovi male il piede puoi anche ritrovarti a terra senza rendertene conto. Andrea una volta è rimasto con la caviglia fasciata per una settimana intera e i primi giorni doveva tenere la gamba su una sedia, come faceva la nonna, quando si gonfiavano le vene.
A volte sei fortunato e le linee si distanziano di parecchio, altre volte invece le linee si susseguono in maniera continua e allora quello che devi fare e saltellare con dei piccoli balzi finché non arrivi alla fine del percorso. Se le linee sono distanti invece ti conviene fare delle lunghe sforbiciate, allargando il passo più che puoi, ma saltare mai, perché è pericoloso.
Gianni non sopporta che gli venga detto cosa fare per questo preferisce girare come un cretino intorno a noi, prendendoci in giro. La verità è che Gianni non sa non toccare le linee e per questo finge di non divertirsi. Io sono molto brava, Andrea anche, e gli altri bambini del Parco non se la cavano male. Gianni invece non scende mai da quella mountain bike, ci gira solo attorno e cerca di farci sbagliare. A me sembra uno squalo, di quelli che si vedono in televisione, che girano affamati intorno alle barche. Gianni lo chiamo “Gianni lo squalo” e da quando nel Parco si è sparsa la voce tutti lo chiamano così. Gianni lo ha saputo ed è contento perché lo squalo fa paura a tutti. Per me resta sempre un cretino perché lo squalo non attacca mai e se lo fa è quasi sempre per colpa dell’uomo. Lui invece attacca sempre perché è più grosso e ha la mountain bike nuova. Quelli come Gianni a scuola vengono bocciati perché sono scostumati e non studiano e pensano che essere bocciati è bello. Una cosa è certa: quello che per Gianni è bello, per me è scemo.
Non lo faccio solo nel Parco, giù nel cortile. A volte mi ritrovo a farlo per strada, mentre vado a scuola, quando andiamo a trovare mia zia, quando finisce il latte e mi mandano al negozio a prenderlo. Non tocco mai le linee che delimitano il confine tra una mattonella e l’altra. Andrea a volte quando camminiamo si accorge che lo sto facendo e inizia a farlo anche lui. Certe volte immagino cosa sarebbe la vita senza le linee. Cosa sarebbe il pavimento senza le mattonelle, o il pavimento senza il pavimento. Come potrei sapere quali sono gli spazi in cui mi è concesso di cadere. Quanto posso allungare il mio passo. Quanto posso piegare il mio piede e le mie caviglie senza farmi male. Quanti saltelli devo fare prima di arrivare alla fine del percorso e restare ferma.
Una volta l’ho detto anche ad Andrea questo pensiero e lui si è messo a ridere e ha detto che le linee non potrebbero non esistere e che se non ci fossero le linee create dalle mattonelle o il pavimento senza il pavimento, come dico io, potremmo inventarcele e pensarle fino ad arrivare a vederle, come funziona con la linea del calcio, quella del fuorigioco, quella che non si vede ma c’è, c’è così tanto che alla fine la riesci a vedere anche tu e l’arbitro, ma non sempre, aggiunge Andrea. – Io la linea del fuorigioco non la vedo Andrea, te l’ho spiegato un sacco di volte, me l’hai spiegato anche tu, ma io non la vedo, e se non la vedo per me non c’è, la vedi solo tu e l’arbitro, ma l’arbitro non sempre –

Quando Andrea si è messo davanti a me non avevo idea di quello che stesse per accadere. Ho stretto i pugni e tirato le braccia vicino al petto, poi ho chiuso gli occhi strizzandoli così forte che quando li ho riaperti vedevo tutto nero e pensavo di essere diventata cieca. Andrea era a terra, sdraiato e si toccava le costole perché gli faceva male, Gianni si era allontanato di poco con la bici e ora restava fermo a guardarci.
Voleva investire me con la bici perché gli avevo detto di lasciarci in pace mentre provavo a saltare l’ultima mattonella senza toccare le linee. Gianni allora ha preso la rincorsa e mi ha puntato ma Andrea si è messo davanti e alla fine si è preso la bicicletta di Gianni addosso al posto mio.

Sono subito arrivati i grandi e urlavano come dei pazzi, mia zia aveva visto dal balcone e adesso piangeva. Andrea era ancora a terra, Gianni fermo sulla mountain bike, rivolta verso di noi. Io vedevo ancora male, come degli strani puntini neri e fosforescenti che ballavano davanti ai miei occhi.

Andrea da quel giorno è il mio eroe. Nessuno può dire o fare niente di male ad Andrea perché io lo uccido. L’ho scritto anche nell’androne del palazzo, in maiuscolo, con il pennarello rosso, così sembrava sangue, ma l’amministratore si è arrabbiato e anche la nostra vicina di casa, così l’hanno dovuto coprire con la pittura. Io però se voglio lo riesco ancora a vedere. Mi siedo sullo scalino di fronte, fisso il punto in cui l’ho scritto per alcuni minuti e dopo poco mi appare la scritta. Come succede con la linea del fuorigioco. Allora ho capito che vedere cose che non si vedono, come per esempio le linee, dipende dal fatto che devi volere bene a quella cosa che non vedi. Come ne voglio io ad Andrea e come ne vuole Andrea alla linea del fuorigioco o a tutto quello che riguarda il calcio.

Andrea è il mio eroe, e non solo perché si è messo davanti alla bicicletta. Quando Gianni l’ha fatto cadere è riuscito ad entrare tutto nella mattonella grande del cortile. Me ne sono accorta non appena i puntini neri e fosforescenti sono spariti e io ci vedevo di nuovo. Poi gli altri lo hanno spostato, urlavano, calpestavano linee, su linee, su linee. E le facevano calpestare anche ad Andrea, ma state sicuri che se Andrea fosse stato in piedi da solo non le avrebbe neanche sfiorate.
Andrea quando cade, o inciampa o perde l’equilibrio, riesce sempre a non toccare le linee e uscire fuori. Andrea le linee le vede sempre.
Mica come l’arbitro.

(c) Marianna Garofalo

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