Marìa Zambrano

Esilio e desnacimiento, una lettura su “Esilio di voce” di Francesco Marotta – (post di natàlia castaldi)

Esilio di voce – Francesco Marotta

Esilio di voce

Francesco Marotta

Pag. 84

Edizioni Smasher, 2011

Tracciare le coordinate di una poetica complessa come quella di Francesco Marotta, impone un’attenzione che ripercorra la sua vastissima produzione, con la consapevolezza di essere di fronte a un caso letterario, che non può essere “rivelato” e sintetizzato senza che se ne consideri l’intero e continuo percorso poetico, talmente frastagliato di echi e rimandi, da generare una nuova “scoperta” ad ogni “incontro” di senso e lettura.

Nell’approssimarci a un qualunque testo poetico è necessario ricorrere a diversi piani di lettura: un primo piano che ne metta in luce le caratteristiche linguistiche, stilistiche e quindi tecniche; un secondo tipo d’approccio che miri ad esaminarne, analizzarne (o cercarne) il significato, ed un terzo che provveda a sintetizzarne il risultato nella valutazione di come e quanto significato e significante coincidano nella stesura, ma potremmo anche dire nell’esecuzione, di suono e senso in partitura.

Nel caso della poesia di Francesco Marotta, e nel caso specifico di “Esilio di voce”, l’azione che si palesa necessaria è la partecipazione attiva nei confronti della “mise en abîme” che l’autore opera su carta, aderendo dunque all’erranza, al cammino, al suono, alla ferita dell’ombra e della luce, di cui inevitabilmente e soggettivamente ci si renderà attori.

Trovare le chiavi di una poesia, trovarle tutte, per farne un’oggettiva spiegazione, una parafrasi semplicistica, non è salutare e non serve né al lettore né tantomeno alla poesia stessa, ma nel particolare caso della poesia di Marotta, non è proprio possibile, giacché essa nasce da una scintilla così intima e profonda, che non la si può smembrare su carta per analizzarla scientificamente. Scinderla nel suo “inner” come fosse un atomo, una cosa, un nucleo, sarebbe profana vivisezione, che non porterebbe a nulla, essendo questa scrittura talmente sovrastrutturata da far sì che sia sempre il nostro nucleo, la nostra scintilla implosa a riflettersi nel testo – nostro malgrado.

Ed è questo a rendere ad Esilio di voce la sua “aura incantata delle origini[i], ossia quella incontaminata, aurorale purezza di pensiero ed intuizione, che transitando svolge il suo ruolo “materno”, femminile ed originario nel concepire l’esilio come desnacimiento[ii], ossia disappropriazione volontaria di tutto ciò che ci era per nascita e identità, attraverso la perdita, il rifiuto estremo, la separazione ed il distacco, l’assenza.

A farmi sentire questa poesia del “ritorno” come aurorale, nel senso materno e femminile del termine, è stata anche la similitudine presente all’erranza della Pozzi, laddove parlando del ritorno alla montagna/madre aurorale, Antonia definisce il suo “esilio” come condizione luminosa e errante che, ponendola all’orlo estremo dell’attesa che nasca un’aurora fin nel cuore delbrullo ventre perché fiorisca rosai, traduce in gesto di nascita (desnacimineto), quello che poi si rivelerà annuncio di morte.

Difatti, parlando del suo stesso esilio, Maria Zambrano dice che si tratta di “qualcosa di sacro, di ineffabile”, una condizione per cui si esce “dal presente per piombare in un futuro sconosciuto, […] senza dimenticare il passato”, ed ancora aggiunge che esso è il ripetersi di un’ “ora tragica e aurorale” in cui “le ombre della notte cominciano a mostrare il loro senso e le figure incerte cominciano a rivelarsi al cospetto della luce, l’ora della luce in cui si danno convegno passato e presente”[iii]; l’esilio di Francesco Marotta, è bene sottolinearlo, è un esilio di voce nella sua stessa voce, e si compone di tre elementi, che sono incipit e titolo delle tre sezioni del suo errare:

IMAGO

si inciampa in un grido

che si dissangua in luce

ogni volta che guardiamo le stelle

nessuna soglia ci separa dall’assenza

nessuna parola così profonda

da poterla tacere

*

SPECULUM

sarà parola solo l’incompiuto legame

che irrompe dalla cruna delle labbra

e allarma gli specchi del risveglio

indossa l’arte di contarsi ferita

e di affidarsi al flusso interminato

che spazza il sangue in refoli di nebbia

parvenze animate a farsi voce

*

VULNUS

ci vuole la luce violenta di un rogo

per accostare l’abisso di volti che migrano

immaginare una sosta tra fioriture di imbarchi

liberare le tue labbra dal gelo

madre che parli l’infanzia dei giorni

Marotta sembra ripercorrere un cammino di erranza apolide, che rimanda al non-luogo del puro pensare in cui, direbbe la Arendt, l’io consapevole della sua condizione di escluso (“paria consapevole”[iv]), diventa io pensante, ossia quell’essere che privo delle sovrastrutture dell’appartenenza sociale, vive una dimensione atemporale in cui il suo stato di estraneità fa i conti con la sintesi “sospesa” del tempo e della storia (nell’accezione zambraniana). L’esilio di voce in Marotta è silenzio che si fa voce, parola scritta, che in vari passaggi assume il tono di un’accorata preghiera affinché in essa stessa – preghiera e parola – si rinnovi di volta in volta l’erranza, il cammino, il “desnacimiento”.

Al dettato fluido, liquido, si sovrappongono immagini oniriche di quella che ho già definito come una “messa in abisso”,  originando dunque uno sdoppiamento di voce, un canto stratificato tra l’ “io pensante” e la sua “memoria storica e onirica”: le luci si rincorrono in un susseguirsi di tinte che vanno dalle più fosche alle più tenui, e che sembrano trattenere e nel suono e nell’immagine, tutto il carico di vita e di morte che la storia ha strappato al grido dell’innocenza, alla “parola bambina”, alla voce pura.

Labiali, gutturali, liquide, dentali, palatali  sono le vocali e le consonanti, praticamente le note, di una composizione di parole che musicheranno il pensiero – dentro di noi – in  dialogo, affinché avvenga il transito, quale testimonianza, traccia e memoria in cui la componente onirica si manifesta come vettore di creazione poetica, con tutta la carica ancestrale del “sueño creador”[v].

La liquidità della parola, nei versi di Francesco Marotta, si consuma nell’analisi del dolore, nell’avvento zambraniano del “sacrificio”[vi]. Il verso spesso appare sincopato, spezzato, irrisolto e ripreso con profonda consapevolezza nella gestione del verso, che appare ricucito in enjambement, sinafie e sinalefi, che non hanno unicamente il compito “formale” di conferire il voluto ritmo – musicale quanto ottico – al “colon”, ma – ancor più – il senso sciolto dell’affermare il disordine del tutto e del suo stesso contrario nello scorrere del pensiero.

La fusione di suono, senso, visione e significato, in Marotta raggiunge apici talmente elevati da consentire la lettura di più frammenti dell’opera nel loro esatto contrario, dando luogo cioè ad un immagine speculare capovolta:

*

dissipare la memoria di uno specchio

senza tradirsi al pensiero

di ciò che rimane muto in quella fiamma

in quella banda d’illusione

da spremere in profili d’acqua

orbite di scintille e due papaveri

ardenti per occhi e lasciare

che sia questa la sera la lingua

che s’intorbida come un respiro

d’erba sul ciglio delle sabbie

l’oscuro di una donna tra le braccia

in un polverio di sguardi

che recitano rosari di luce

in faccia alla morte nel qui e ora

che tace che si tace insieme

*

sorprendersi nel novero delle ombre

nell’eco che ci volge

al discorrere quieto delle siepi

in tutto quanto va a morte

tra sostanze destinate oscure

e nel folto intuire la traccia

di ciò che ci precede senza parole

di ciò che si mostra senza lasciare

traccia

*

restituire l’immagine

al vuoto che precede alla pronuncia

perduta dove suono e colore

si congiungono indifesi

in ciò che arde senza pensiero

nel bianco che annotta inconsapevole

lungo il filo reclinato della luce

solo l’ombra che resiste intatta

al congedo dalla sua dimora

conserva  legame e distanza

l’eco del sentiero inaugurato

dal passo oscuro della lingua

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Per approfondimenti critici sull’opera di Francesco Marotta, si consiglia la lettura dei seguenti lavori:

– Indecidibili sequenze del sempre (Appunti su Esilio di voce di Francesco Marotta), di Enzo Campi – https://poetarumsilva.wordpress.com/2011/11/11/esilio-di-voce-di-francesco-marotta-con-una-nota-critica-di-enzo-campi/

– Vortice immobile – prefazione a “Esilio di voce”, a cura di Marco Ercolani – http://www.edizionismasher.it/component/content/article/77/122-francescomarotta.html


[i] “Lascia alla parola l’aura / incantata delle origini, / il lume che le compete / per nascita e destino, / il fondo oscuro / matrice d’ogni luce”. Francesco Marotta, Per soglie di increato – Bologna, Edizioni Il Crocicchio, 2006 – postfazione di Luigi Metropoli.

[ii] Maria Zambrano, L’agonia dell’Europa, Marsilio, Venezia 1999.

[iii] Maria Zambrano, le parole del ritorno a cura di Elena Laurenzi, Introduzione di Mercedes Gomez Blesa, Città Aperta, Enna 2003, pp. 24/25

[iv] H. ARENDT, Rahel Varnhagen. Storia di una donna ebrea, a cura di L. Ritter Santini

[v]  F. J. MARTÍN – Università di Siena – El “sueño creador” de María Zambrano – (Razón poética y hermenéutica literaria)  http://cvc.cervantes.es/literatura/aispi/pdf/09/09_229.pdf

[vi] «la categoría de ‘sacrificio’ contiene, a la vez y en unidad indisoluble, un principio de ‘razón pura’ –la necesidad– y un principio de ‘razón práctica’ –la libertad–, una verdad y un valor». J. C. Marset, Hacia una ‘poética del sacrifcio’ en María Zambrano, Cuadernos Hispanoamericanos, n. 466, 1989, pp. 101-118.

Ernesto Sabato – Final de una (r)esistencia (post di natàlia castaldi)

Avrei voluto saper trovare parole come queste per salutarlo, lo hanno fatto due amici di noiseFromAmerika, Michele Boldrin e Ne’elam, che ringrazio.

nc

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Al morire, questa azione infattibile che si compie obbedendo, [si] succede più in là della realtà, in un altro regno. [Maria Zambrano]

Ernesto Sabato

È morto oggi(*) Ernesto Sabato. Ancora un paio di mesi ed avrebbe tagliato il traguardo dei 100 anni.

È stato uno scrittore lucido, finissimo indagatore dell’animo umano, formidabile creatore di mondi possibili che stavano “più in là della realtà” riuscendo, al contempo, a non essere impossibili. Trovò la sua strada dopo averne percorse molte altre: attivista politico, studioso di filosofia, ricercatore e scienziato all’Istituto Curie di Parigi e al MIT. Infine, a partire dal 1940, scrittore ed anche pittore.

È, anzitutto, l’autore della trilogia costituita da Il tunnel (1948), Sopra eroi e tombe (1961) e L’angelo dell’abisso [Abaddón el exterminador] (1974,). Il secondo é il nostro preferito, qui la trama. Uno di noi ne possiede tre copie perché l’altro, volendo fargli dono d’uno dei suoi libri preferiti, pensò giustamente d’inviargli la copia fresca di stampa della nuova edizione italiana … Preziosa comunque, non solo per l’amicizia che in essa riposa ma anche perché la nuova versione Einaudi (la vecchia era degli Editori Riuniti: Ernesto era un militante fedele …) contiene un’utilissima piantina di quella parte di Buenos Aires in cui si svolgono gli avvenimenti narrati.

Sobre héroes y tumbas è un libro che al suo interno ne contiene un altro, Rapporto sui ciechi, capolavoro nel capolavoro. Nel caso foste familiari con la cecità come raccontata da Saramago, quella di Sabato è altra cosa. Chi volesse intendere a cosa ambiscano e cosa vogliano imitare (con risultati, rispettivamente, noiosi e ridicoli) l’Eco dei pendoli ed il Brown dei davincicoke, legga Rapporto sui ciechi. Permette di scoprire che la distinzione di Eric Auerbach fra stile “alto” e “basso” ha assunto, ai giorni nostri, dimensioni inaspettate grazie all’aggiunta, appunto, dello stile “pomposo” e di quello “ridicolo”.

Sabato é una specie di gnostico moderno: non solo per la visione duale che ha della natura del mondo e dell’uomo ma, in un senso strettamente etimologico, perchè gnosticismo, da gnósis (γνῶσις), ovvero conoscenza, significa dottrina della salvezza tramite la conoscenza. Ed è precisamente quello che Sabato ha tentato di fare con lo scrivere. In un suo passo famoso osserva

Ciò che è specifico dell’essere umano non è lo spirito ma quella lacerata regione intermedia chiamata anima, regione in cui accade tutto ciò che di grave e di importante appartiene all’esistenza: l’amore e l’odio, il mito e la finzione, la speranza e il sogno; nulla di tutto questo è puro spirito, quanto piuttosto un violento miscuglio di idee e sangue. Ansiosamente duale, l’anima soffre tra la carne e lo spirito, dominata dalle passioni del corpo mortale, ma aspirando all’eternità dello spirito. L’arte (cioè la poesia) sorge da questo confuso territorio e a causa della sua stessa confusione: Dio non ha bisogno dell’arte.

Sabato descrive in modo impareggiabile l’imperfettibile condizione umana, e per farlo deve ricorrere a spiegazioni, sempre più difficili, sempre più complesse, senza disperare, consapevole che quella è la sola strada. Un commentatore ha scritto oggi bene su questo punto: «…che cosa significa spiegare? La risposta, probabilmente influenzata dalla recente lettura, fu: spiegare significa stabilire una rigorosa catena causale che si trasforma alla fine in un nodo scorsoio che si stringe attorno al collo. Leggere Sabato è per me una questione di igiene mentale: per non morire soffocato dalla spiegazione diurna del mondo, per non abbandonare l’insondabile cecità dell’uomo.»

Sulla propria morte e la sua preparazione ad essa aveva scritto Sabato stesso, nell’ultimo capitolo della sua raccolta di saggi più nota, La resistencia (del 2000). In quel capitolo, la cui epigrafe è la frase di Maria Zambrano riportata nel sommario, si legge:

Cada hora del hombre es un lugar vivo de nuestra existencia que ocurre una sola vez, irremplazable para siempre. Aqui reside la tensión de la vida, su grandeza.

[…]

Creo que lo esencial de la vida es la fidelifdad a lo que uno cree su destino, que se revela en esos momentos decisivos, esos cruces de caminos que son dificiles de soportar pero que nos abren a las grandes opciones.

[…]

Como la luz de la aurora que se presiente en la oscuridad de la noche, así de cerca está la muerte de mi. Es una presencia invisible.

[…]

Su llegada no será una tragedia como hubiese sido antes, pues la muerte no me arrebatará la vida: ya hace tiempo que la estoy esperando.

[…]

Cuando la gente me para por las calles para darme un beso, para abrazarme, o cuando voy a algun acto, como en la Feria del Libro, donde una multitud durante horas me está esperando y me colma con su afecto, una invencible sensación de despedida me nubla el alma.

[…]

Antes, la muerte era la demostración de la crueldad de la existencia.

[…]

Pero ahora que la muerte está vecina, su cercania me ha irradiado una comprensión que nunca tuve; en este atardecer de verano, la historia de lo vivido está delante de mí, como si yaciera en mis manos, y hay horas en que los tiempos que creí malgastados tienen más luz  que otros, que pense sublimes.

He olvidado grandes trechos de la vida y, en cambio, palpitan todavía en mi mano los encuentros, los momentos de peligro y el nombre de quienes me han rescatado de las depresiones y amarguras. También el de ustedes que creen en mí, que han leído mis libros y que me ayudarán a morir.

Noi due, a cui fece compagnia per così tanti anni, oggi ci sentiamo un pò più soli.

Michele Boldrin e Ne’elam

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(*) l’articolo è stato scritto ieri, 30 aprile 2011, appena giunta la notizia della scomparsa di Ernesto Sabato.

La carne divina della poesia: Miguel de Unamuno, José Hierro & María Zambrano post di natàlia castaldi)

Piensa el sentimiento, siente el pensamiento;
que tus cantos tengan nidos en la tierra,
y que cuando en vuelo a los cielos suban
tras las nubes no se pierdan.
[…]
No el que un alma encarna en carne, ten presente,
no el que forma da a la idea es el poeta,
sino que es el que alma encuentra tras la carne,
tras la forma encuentra idea.
 
“Credo poético”, Miguel de Unamuno 
In queste sere grige
dall’ Antologia Poetica di Miguel de Unamuno
Fussi Editore – 1949
v.v. 23-54
[…]
Fu ciò che fu ? Chissà ! …
La nave solca l’oceano infinito
e nei suoi cristalli,
tutti eguali,
non lascia traccia del suo errante solco
né orma nel suo grembo.
No, è soltanto,
la nave stessa, sì, rapida o lenta,
quella che conserva le onde che passarono,
o quelle che furono soltanto
sogni del mare.
Su questa nave non portiamo forse
ciò che solo sognamo
e sogno soltanto è stato ?
Dell’illusione al vento va la vela
e la scia annullata,
ma le onde, le brezze,
sorrisi dei mari e dei cieli,
di aneliti colmano la nave deserta
che non sa dove va.
E nel suo cammino, breve o lungo,
questi aneliti sono il suo carico:
ciò che sognamo è il nostro tesoro,
il nostro capitale,
l’oro di illusioni che guadagnamo,
ricchi di sogni,
e padroni solo dell’ideale.
Ricorda, dunque, o sogna tu, anima mia,
– la fantasia è la tua sostanza eterna –
ciò che non fu:
con le tue immagini diventa forte,
questo è vivere, il resto è morte.
***
Successione di frammenti tratti dal libro “Claros del bosque” di María Zambrano,
accompagnati dalle note di “Per Alina” del compositore Arvo Pärt

***

«Il poeta vive secondo la carne, anzi all’interno di essa. Ma la penetra a poco a poco, si insinua al suo interno, s’impadronisce dei suoi segreti e, rendendola trasparente, la spiritualizza. La conquista a vantaggio dell’uomo, poiché l’accoglie in sé assorbendola, eliminando la sua estraneità».
«Il poeta, poiché non cerca ma trova, non sa come chiamarsi. Dovrebbe adottare il nome di ciò che lo possiede, di ciò che lo prende colmando la dimora della sua anima, dell’impeto che lo trascina. Ma non sarebbe facile, perché solo a volte si sente rapito; altre volte si sente afferrato, irretito in sogni informi privi perfino di impeto, si sente vivere nella carne quando la carne è ancora opaca e non è stata resa trasparente dalla luce della bellezza. Come potrebbe chiamarsi il poeta? Perso nella luce, errante nella bellezza, povero per eccesso, folle per troppa ragione, peccatore in stato di grazia».
«E tutti questi mondi, prima ancora che di leggi, di ragioni o di altre cose pratiche, hanno bisogno della poesia, che sa capire le cose schiave, ascoltare la loro voce e avvicinare la loro immagine fuggevole».
«Il miracolo della poesia sorge in pienezza quando nei suoi istanti di grazia ha trovato le cose su questo fondo ultimo, le cose nella loro peculiarità e nella loro verginità; le cose rinate dalla loro radice. Ormai l’uomo, l’esistenza umana, la sua angoscia, la sua problematicità, sono stati annullati. La poesia annulla il problema dell’esistenza umana, là dove si manifesta. Ormai l’uomo è solo voce che canta e manifesta l’essere delle cose e di tutto. L’uomo che non si è arrischiato a essere se stesso, l’uomo perduto, il poeta, possiede tutto nella sua diversità e nella sua unità, nella sua finitezza e nella sua infinitezza. Il possesso lo colma; trabocca di tesori chi non si è ostinatamente impegnato a afferrare la propria vacuità, chi per amore non ha saputo chiudersi a nulla. L’amore l’ha fatto uscire da sé, senza che potesse mai più riaccogliersi; ha perso la sua esistenza e ha guadagnato la totale epifania, la gloria della presenza amata».
María Zambrano
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José Hierro maturò la propria esistenza ed espressione poetica durante gli anni di prigionia nelle carceri franchiste, cui fu costretto insieme al padre, dal 1939 al 1944, per aver partecipato agli scontri della Guerra Civile Spagnola tra le fila repubblicane.
I lutti, le torture e la morte del padre a causa degli irreversibili danni fisici subiti nel corso della prigionia, segnarono l’esistenza e la poetica del giovane Hierro, che negli anni della prigionia, appunto, fece della sua attività poetica espressione di resistenza e dialogo con i compagni di lotta con lui detenuti, animandoli, sostenendoli, mantenendo sempre accesa una luce di speranza che, pur non sfociando in una vera e propria espressione di fede religiosa – giacché il poeta non riconobbe mai l’esistenza di un dato Dio – si abbandonava tuttavia, a riflessioni intimistiche, che tradiscono l’influenza del pensiero di Miguel De Unamuno (nell’aspirazione e necessità dell’uomo di ricondursi ad una fede come unica via di speranza) e di Marìa Zambrano riguardo la sua concezione  “poetica”, intesa come estremo relazionarsi al senso intimo dell’esistenza umana anche attraverso l’esperienza fortificatrice del dolore. E’ dunque ancorandosi alla speranza della poesia che egli si sopravvive nelle avversità, rinascendo”, quindi, ogni giorno rinnovato nel pensiero lungo un percorso di maturazione che solo il cuore può sperimentare attraverso la metabolizzazione della sofferenza, restando sempre in totale aderenza terrena ai fatti dell’uomo, per poi trascendersi a viso aperto nell’esperienza altra ed alta della morte.
 
natàlia castaldi
LE NUVOLE
 
Inutilmente interroghi.
I tuoi occhi guardano il cielo.
Cerchi, dietro le nuvole,
orme che si è portato via il vento.
Cerchi le mani calde,
i visi di quelli che sono stati,
il circolo dove marcano
suonando il loro strumenti.
Nuvole che erano ritmo, canto
senza fine e senza inizio,
campane di schiuma pallide
ribaltando il loro segreto,
palme di marmo, creature
che girano al ritmo del tempo,
imitando alla vita
il suo perpetuo movimento.
Inutilmente interroghi
dalle tue palpebre cieche.
Che fai guardando le nuvole
José Hierro?
(da Cuanto sé de mi, 1957)
*
 
ACCANTO AL MARE
 
Se muoio, che mi mettano nudo,
nudo accanto al mare.
Saranno le acque grigie il mio scudo
e non si dovrà lottare.
Se muoio che mi lascino da solo.
Il mare è il mio giardino.
Non può, chi amava le onde,
desiderare un’altra fine.
Sentirò la melodia del vento,
la misteriosa voce.
Sarà finalmente vinto il momento
che miete come falce.
Che miete incubi. E quando
la notte inizierà ad ardere,
sognando, singhiozzando, cantando,
io nascerò di nuovo.
(Quinta del 42, 1953)
*
L’INDIFFERENTE
 
Adesso saremo felici,
quando non c’è niente da sperare.
Che cadano le foglie secche,
che nascano da fiori bianchi,
che importa!
Che splenda il sole o che arpeggi
la pioggia sul vetro,
che tutto sia menzogna
o sia tutto verità;
che regni sulla terra
la primavera immortale
o che declini la vita,
che importa!
Che ci siano musiche erranti,
che importa!
A che fine vogliamo musiche
se non c’è niente da cantare.
(da Alegría, 1947)
 *
 
COLUI CHE DÀ L’ALLEGRIA
 
Sii come il fumo: sali,
pensa che evitandoti
nessuno dirà “ti ho avuta
e ho potuto misurarti”.
Sii come il sogno: canta,
incanta all’addormentato.
Ci apre la tua gola
il cuore fiorito.
Sii il vino che ubriaca
e per vizio si ama;
non il sandalo che la scure
profuma, che lo ferisce.
Anima che luccica e rimane
risuonando nell’uomo.
Ma che nessuno possa
indovinare il suo nome.
(da Alegría, 1947)
*
 
BENCHÉ IL TEMPO MI CANCELLI DA VOI
 
Benché il tempo mi cancelli da voi
la mia gioventù darà la morte al tempo.
E allora, senza parlarmi, senza parlarci,
così chiaramente ci capiremo,
e che bello vivere tra di voi
sognando i vostri sogni.
Passerete davanti all’albero, al fiume
bagnerete il vostro corpo
e vi riempirà un’antica e profonda grazia,
un remoto mistero,
come se l’albero o come se l’acqua
galleggiasse prima nel vostro ricordo,
come se qualcuno avesse vissuto prima
la vita che portate nei vostri corpi.
Così condivideremo i nostri mondi
nel fondo dei vostri pensieri.
(da Alegría, 1947)
José Hierro
*da Poesie scelte, Raffaelli Editore, Rimini 2003 – Traduzioni a cura di Alessandro Ghignoli
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