Maria Grazia Lenisa

M. Grazia Lenisa, Il canzoniere unico (recensione di Rosaria Di Donato)

Maria Grazia Lenisa, Il Canzoniere Unico, Ed. BastogiLibri/Poesia, 2016

Il Canzoniere Unico, a cura di Angelo Manuali, raccoglie le opere poetiche edite ed inedite di M. Grazia Lenisa dal 1998 al 2008.  L’imponente antologia contiene anche alcune importanti pagine critiche di autori che hanno seguito nel tempo la produzione della poetessa di Udine e alcune testimonianze della stessa.
Un lettore appassionato trova in tale volume notevole materia di riflessione e di studio, ma come scrive l’autrice nel testo L’Inedito Postumo:

Volge le spalle Antico al suo futuro, la forma
scende
dal ripido foglio che s’avvicina il giorno
del cordoglio e come bara la letteratura risucchia
il nome,
lo risputa fuori in lunghi elenchi, nutriti di morti.
L’inedito,
o poeta, che lasciasti, a crescere il tuo nome,
la tua storia, è solo un espediente editoriale
e le parole come mosche intorno alla trappola
oleata della morte sono quel ‘niente’ che ti rese
in vita importante per gli altri.
Ed ancora
t’attardi per un prima, non sai per quanto, finché
serve al gioco
d’un potere importante e non vale per molto la tua
‘gloria’, valse quel tanto che ti tenne in vita, dono
d’amore per cui si riattiva solo se altri ti ama
o s’avviva un bisogno d’amore.[1]

Leggendo la fiorente produzione della poetessa negli ultimi dieci anni della sua vita, ancora più intenso fluisce l’amore per la sua scrittura e dalla sua scrittura che mai si è risolta in un mero esercizio stilistico o in un vuoto sperimentalismo linguistico.  La poesia della Lenisa scaturisce a pieno titolo da l’amor che move il sole e l’altre stelle e accende nell’animo il desiderio dei versi, di bellezza, di contemplazione alta che solo l’arte può soddisfare.  Non si tratta di estetismo, né di eccentricità, ma piuttosto di originalità e di eclettismo nell’ambito di un percorso poetico unico e denso sia dal punto di vista artistico che umano. (altro…)

Rosaria Di Donato, Preghiera in Gennaio (recensione di Franca Alaimo)

 

Rosaria Di Donato, Preghiera in Gennaio  (Neobar eBooks)

Il messaggio che Rosaria Di Donato consegna ai lettori è espresso da una versificazione limpida, che trova ispirazione nei libri sacri del Cristianesimo, dai quali sono attinte alcune figure che, di fatto, diventano emblemi, sottratti al tempo e alla stessa connotazione storica, in cui vanno letti conflitti emotivi e situazioni del tutto attuali, a conferma della validità eterna della parola divina.
Tali figure (Lazzaro, Ruth, Maddalena) sono rilette, del resto, in chiave del tutto nuova: infatti la poeta si allontana se non dalla sostanza, dalla lettera del testo e dà spazio all’immaginazione, avvicinandole alla sua moderna sensibilità.
Tutto questo testimonia un approccio personale alla fede, una ricerca vivificata dalla propria creatività, sebbene rimangano, com’è giusto, intatte le fondamenta del credo religioso. La predicazione cristica, infatti, basata sulla pace e la fraternità, l’umiltà, l’abbandono al volere di Dio, il perdono, la speranza, sostanzia i versi della Di Donato, dando senso all’atto stesso del poetare.
Nella breve prosa che chiude la raccolta, l’amore divino e quello dei poeti viene addirittura messo a confronto, sebbene il secondo non possa essere perfetto come il primo per il semplice fatto che i poeti sono esseri fragili e imperfetti come tutti gli altri, sebbene chiamati, per vocazione, ad andare oltre il caos e la disarmonia del mondo.
Ora, scegliere come soggetto del proprio cantare la materia della fede è cosa rischiosa, così come parlare d’amore, perché è difficile non cadere nella banalità del già detto o nella retorica.
Dunque, quello che preme in sede critica non è tanto il soggetto del poetare, che si può più o meno condividere a seconda dei propri convincimenti filosofici e/o religiosi, quanto piuttosto vedere come l’autrice lo abbia risolto in poesia.
A me sembra molto interessante l’insistenza in queste undici poesie di una inquietudine interiore, nonostante sembri il contrario, che trova la sua “figura” nella ricorrente dualità di buio e luce e nelle immagini attinenti all’atto del fiorire/ germogliare dopo il morire, così come interessanti sono le immagini relative al fuoco e all’acqua, (simboli, quest’ultimi, che rimandano a molti riti cattolici). (altro…)

E chi ha mai detto che l’amore è uomo? – L’erotismo – di Maria Grazia Lenisa (post di natàlia castaldi.)

“ … l’erezione non è affar nostro: stiamo così bene sulle spiagge. Abbiamo tanti spazi da distribuirci. L’orizzonte per noi non ha mai finito di girare, sempre aperte. Distese in una interminabile espansione, abbiamo tante voci da inventare per dire noi dovunque, anche nelle lacune che il tempo non ci basterà… Il cielo è tra noi.”

Luce Irigaray , Questo sesso che non è un sesso, Feltrinelli, 1978.

 

Ennio Montariello – Erotismo – matita su carta

 

Il 21 luglio del 1990 fui colpita dal fulmine
(Nella liquidità azzurra del mare potrei avere altri zampilli… )
                                        A Luce Irigaray

Io lapidata?
       I colpi della grandine e sabotate le nubi
da angeli un poco sporchi, appiccicate l’ali, quasi
stramate dalla pioggia acida.
Là due creature
con l’ombrello immenso e molto strette, neppure
una goccia della gran doccia scatenata in alto.
E mi ha fermata d’improvviso il fulmine, non mi conosco,
non so la mia storia e l’amore s’inventa a poco a poco
il mio viso di verso, in fondo agli occhi proprio la luna
che diserta il cielo.
         Per quali sogni?
Il Vento le si forma come un corpo maschile per goderla
 in mezzo all’erba, sollevato l’orlo della veste segreta.
        E chi ha mai detto che l’amore è uomo?
Una chioma spiovente sulle spalle color di scudo,
quando batte il sole, gli occhi celesti, aperto sopra
il bruno quasi frinente di cicale(il petto) e così
caldo di pelle (di Imetto). L’amore è vento che ti porta altrove.
         E chi ha mai detto che l’amore è donna!
Ma no, è la Luna tormentata, il volto coperto dal vaiolo,
così lontana che ti pare bella: E’ la luna, la luna,
(non è quella!). O la nube che fugge così tonda a dire
corpi dissoluti e bianchi, amori di animali sconosciuti,
un happening di angeli drogati.

Cosa rimane del celeste Caos… Un amore che a dirsi non si presta.
                L’amore è questa voglia di far versi, sentirli
dentro tutti fra le gambe e ridendo un po’ gemere: mi penetraaa….
                L’amore non è niente, lo si inventa?

L’eros maschile appare come un battello esile in preda ai capricci, ai sereni del mare.

Quanto resisterà il battello, prima di essere schiantato, affondato? Tocca concedergli uno spazio sicuro, perché possa, non dico restare integro, ma essere amorosamente riabilitato, calafatato, dove sognare sempre la fortunosa avventura del mare aperto con i voli dei suoi gabbiani, i segreti nascosti, magari ascoltare il canto delle sirene nell’antico adagio di amore-morte, caro alla cultura occidentale.

E’ così piccola, in fondo la trasgressione, nonostante la monotona ripetitività, ma, per salvarsi, ha bisogno di quella baia ombrosa della pace (eufemisticamente del mare della tranquillità!), della rassicurazione che è lo spazio della compagna, del quale si sono opportunamente segnati i limiti. Lì si sente sicuro, fa le sue capatine per pescare i pesci più prossimi, sogna di possedere (e lo racconta) la balena azzurra e di farsi la doccia ai suoi altissimi spruzzi.

L’eros maschile è fragile, bisognoso di rassicurazioni circa la sua potenzialità, la sua bandiera pirata è patetica. L’eros maschile è un bimbo da far crescere che, miticamente, ancora si crede un gigante.

Ma l’eros femminile è il mare (“A ogni donna che amo/e dunque al mare…” – scrive Grytzko Mascioni in Appunto (da Poesia, Rusconi, 1984). L’universo erotico femminile è liquido, azzurro. In esso esistono isole e mostri, fortunali e ampie bonacce ed esiste, per rassicurare la precarietà maschile, la baia della tranquillità.

La donna tiene a bada in poca acqua (nei confronti della sua liquidità celeste) il mare da sempre e il suo eros, nel limite, è il miracolo del bambino che voleva far entrare il mare in una buca nella sabbia, per fede: la donna per amore. Ella è più forte, perché è capace di dare una stabilità che a torto è considerata il suo elemento, chiamando in causa paura o debolezza. Dice con un’ironia affettuosa, nascosta, perché non sia insostenibile, all’uomo: “io sono il mare vicino casa dove le acque sono basse (le scuoto solo un poco!) e puoi farti il semicupo”.

Ma l’uomo, disorientato, ha ormai perso la sicurezza di questa baia, ha scoperto, a sue spese, che nello spazio dell’eros misurarsi con la donna è abbastanza arduo. La donna è dolce e quieta appunto perché lo sa, l’uomo è anche violento, perché assegnato per sua natura, mai accettata, alla drammaticità di un sesso sgonfiabile, un piccolo canotto nell’azzurro o nel rombo di quelle acque.

E, se intorno ad essa non inventa incredibili storie di sirene, non cerca il salvataggio nella parola, tutto si riduce al coito animale che, fatto dalle creature senza intelletto d’amore commuove, ma ai fini di un remedium concupiscentiae nella specie umana è squallido.

Se la donna trova sbocco nel mare di cui è parte, se prende l’iniziativa, l’uomo è preso dal terrore; il suo interrogativo è se potrà non sgonfiarsi, prima di aver un po’ galleggiato. L’eros maschile è debole, precario, per perdurare sconfina nelle deviazioni. Lo stesso tradimento non è conoscenza, come si vorrebbe, al contrario un continuo rassicurarsi della propria potenza, in mare aperto, scegliendo peraltro il tempo e l’ora, ma con chi ci conosce, adire finalmente alla consolazione della culla, identificando la sposa con la madre.

Posta la distinzione tra i due eros: precario, vulnerabile l’uno, aperto ad ogni possibilità l’altro, si potrà capire come la condizione di “mancanza” dell’uomo o meglio di intermittenza che vuole testimoniarsi come potenza, renda il rapporto uomo-donna più difficile. La donna non ha qualcosa in meno, ma contiene tutto. E’ il mare. In questa condizione di disparità più o meno riconosciuta e capita dalla stessa donna, solo l’amore potrebbe mediare, assegnando da una parte l’umiltà, l’abbandono, dall’altra la capacità di sentirle come autentica prova d’amore.

Superato il distinguo tra i due erotismi, diremo che la sessualità genera vita, l’erotismo arte. Quanto siamo distanti allora nell’uso della parola amore dal gergo osceno, proposto da un piccolo eros che ha bisogno, per gonfiarsi come una rana davanti al bove, di considerare la donna spregevole, puttana, in una miseria che non le appartiene. Ella nell’universo è la trasgressione, l’avventura, la completezza dell’eros, qualora si sporga ed entri nell’altro spazio e lo penetri.

Il piccolo eros ha orrore della donna e di questa sua infinita possibilità di ricevere, perché non accetta l’amore come salvezza. La vita senza amore è come la parola senza la poesia, e, quindi altro è fare l’amore ed altro è essere amore. Se manca amore e arte, sesso e parola sono orizzonti quasi bui.

Il traguardo, sia dell’uomo che non trasgredisce sia dell’uomo che cerca freneticamente la trasgressione, è fuori dall’amore, nella solitudine estrema di Sade o del piccolissimo travet che non rincorre l’avventura per pigrizia, in quanto è richiesto un minimo di gradevolezza e sforzo. Quando un uomo attesta la sua solitudine è davvero o libertino o ligio all’orrifico dovere senza amore. Oltre il limite e nel limite gli altri esseri sono banditi, in nome dell’instabilità o della stabilità, dell’illusoria potenza o dell’impotenza.

L’amore, questo sconosciuto, però non è cieco (come si va dicendo), dà, al contrario, occhi al desiderio stesso che acquista coscienza di sé, quando nel caso del libertino tale coscienza è alterata.

L’amore è la giusta mediazione, ignota a Sade che mai pervenne alla chiarezza coscienziale, né libero, né prigioniero alla Bastiglia, simbolo di una concreta separazione dal mondo.

Quando invece Fromm segna la distinzione tra l’amare e il saper amare instaura la chiarezza, il desiderio di pervenire attraverso l’amore al compimento della coscienza.

Nel porre l’accento sulla parola d’amore, va chiamata in gioco la comunicazione, quel fluido che mancò a Genet e ne decretò il fallimento.

Comunicare quindi non è parlare: è unire le parole tue e dell’altro, per una reciproca comprensione, onde uscir fuori dalla solitudine.

La desolazione dei corpi, la desolazione delle parole sembrano essere la risultante di quella gioia di vivere che la civiltà dei consumi ci propone attraverso la sua anima venduta: la pubblicità.

Contatti di corpi belli, perfetti, sani in superficie e, dietro il sipario, il buio, il rantolo, il trascorrere di topi, la peste, il contagio mortale.

La comunicazione avviene allora con personaggi fittizi che non possono risponderci e si trasforma nella scelta di oggetti che ci entrano nel corpo e ci posseggono.

Sulla scena della vita la donna è accovacciata a terra, lontana dalle sue immagini proditorie, felici, della moltiplicazione dei suoi amori a recitare ancora per l’uomo la parte di preda facile che si concede o si nega: è la stessa cosa. Alle pareti delle stanze, non più segrete, il quadro di Renato Guttuso, dove a gambe aperte Lei si masturba, comunica con le sue acque morte, desolate.

Nella ricerca di una identificazione, guidata da un contesto non suo, comunque di comodo, a casa e fuori, la donna sta perdendo la sua identità, riappropriandosi dell’universo maschile più esteriore, evidente, che appartiene al maschio più per tradizione che per verità.

Così ella aggiunge il fittizio maschile al suo fittizio femminile, costretta a simulare, a fingere una gioia e una leggerezza dell’essere che non può avere, in tanta confusione.

Pur tuttavia la foglia di acanto sul fallo è scivolata nel momento dell’erezione (e nel momento sbagliato per lei!): alla donna piace l’elemento apollineo nell’uomo, del fauno (evocato da Vaneigem) ha semplicemente disgusto. La sua attenzione non è volta al fallo che per curiosità agli inizi della vita sessuale. Dapprima è sempre quasi timore di contaminarsi, finché non intervengono intorno all’offerta dei corpi altre valenze di innegabile forza psichica. Il corpo così diviene oggetto sacrificale dell’amore al quale aspira, del suo essere amore, prima di farlo.

Allora il sesso è davvero la chiave di risoluzione dei problemi d’amore?

Assolutamente no, è il modo più disimpegnato e più tragico di tentare di risolverli, nel ridicolo della sua insignificanza, escludendo ovviamente il valore della procreazione; è l’usa e getta della parola amore, la fine di ogni incanto.

“Mai così cedevoli le vagine, e mai così immemori. La rosa mistica, il bocciolo promesso al di là della battaglia contro il drago. Ad esso procedeva il cavaliere inastato… I miti fiabeschi ci mentivano, ma quale menzogna è più disarmante della nudità scevra di magia? Questi corpi desolati”. (Giorgio Cesarano, Manuale di sopravvivenza, 1974).

Col sesso ci si assicura la salvezza fittizia proprio dall’amore in un abbandono del tutto provvisorio.

Dopo il mito di Don Giovanni, legato non all’amore, ma alla conquista che conferma la necessità dell’uomo di essere infedele, dopo quello del corrispettivo femminile (la mangiatrice di uomini!), toccherebbe riaccostarsi alla sacralità dell’eros per un convegno non solo di corpi, ma di anime, non solo di gesti, ma di parole autentiche davvero comunicanti, in un “progetto di comunicazione” che non ci spogli del mito.

Va ribadito che la sessualità genera vita, nel sessuale – come rilevò anche Baudrillard, il corpo trova il suo parametro di riproduzione; l’erotismo genera arte nel desiderio insaziabile.

 Credo che per l’erotismo tocchi risalire alle meditazioni di Lou Andréas Salomé che riteneva che amare e creare abbiano identiche radici: “ In ogni processo creativo è solo l’irresistibile amore per un soggetto stimolante, la traboccante sensazione voluttuosa da esso suscitata, a dar vita all’opera; si tratta di un vero e proprio atto amoroso, e, parimenti ogni amore è un atto creativo, autonomo, un entusiasmo creativo o procurato, sì, dalla persona amata, ma non per essa, bensì per se stessi” (La materia erotica, 1977).

Naturalmente è d’obbligo rassegnarsi all’intermittenza dei furori d’amore o della creatività, qui interviene per l’uno l’amicizia, per l’altra l’ascolto, e chiamano in gioco il saper amare, scegliere che l’intermittenza diventi noia è scongiurato dall’impegno.

Hanno fatto il loro tempo i collezionisti di avventure, gli amanti delle sensazioni forti; restano a margine le deviazioni nevrotiche, dovute ai condizionamenti del sociale, le quali sono il pattume dell’erotico non esso medesimo come vorrebbe Rops. E stolta mi appare anche la convinzione di Moravia, quando conclude che l’eros libero è più ricco dell’amore. Ricco di che cosa? Di carni, di dentiere, di peli, di fiati? O corpi vecchi mescolati a corpi giovani?

L’erotico, visto come arte del sordido, del maleodorante, quale ad esempio denuncia Velio Carratoni, con i suoi eroi negativi in una Roma-cloaca, è frutto di condizionamenti sociali, della mercificazione dei corpi. “Il corpo c’è – scrive in proposito Gaudio – ma ha perso il mondo o la carne gli si è appesantita”.

Siamo all’erotismo di consumo, “il corpo non è più lo strumento attraverso cui noi siamo nelle cose. Le cose sono nel corpo.” E’ la tragedia di quando non c’è più alcun mito.

Giunti a questo (e il poeta citato rappresenta o tocca il punto più basso) decelerante dell’erotismo consumistico (in una Roma di massaggiatrici, di incontri particolari, nel brulicare di una perversità odiosa), ecco farsi urgente l’amore e la necessità del mito che è recupero del corpo nella parola, possibilità di essere nelle cose e non invasi da esse.

Abbiamo citato Velio Carratoni, un autore niente affatto trascurato dalla critica, ma potremmo citare varie maleodoranti antologie in cui l’efficacia del reale è così intensa da non portarci il soave odore delle mele di Proust.

Tocca ripercorrere il cammino dei valori, salire un po’ più in alto, rizzarsi su due zampe.

Ci domandiamo quale sia la posizione della donna rispetto all’eros: libera o prigioniera rischia quasi sempre di fare il gioco dell’uomo.

E quanto all’arte, al femminile l’erotismo ha avuto rarissimi cantori, è emerso annegato come il cadavere di Ofelia. Comunque, sia al maschile che al femminile, qualora accada di essere nel dio, se ne resta dentro e remoti. Ne hanno coscienza, a tratti e con sgomento, le creature che hanno abitato il fulmine, onde la celiniana angoscia: “Je suis ni jouisseur, ni sensuel, je suis détaché, classique dans mon délire”:

Ma, al femminile, la dichiarazione assume, attingendo ironicamente al genere neutro (Questo sesso non è un sesso di Luce Irigaray)  la portata di una sconvolgente trasgressione; il sérieux diviene nel crescendo di un sorriso, ilarità. Per cui al femminile si potrà parlare di allegria di scrivere  ed utopisticamente di allegria a vivere l’eros.

Ben sappiamo invece che la poesia erotica maschile sia secolarmente afflitta da mal di teca, ossia nella teca viene chiuso quanto dà angoscia nella donna, la foemina simplex, capace di mettere in crisi le istituzioni, di contrapporre la sua a-moralità all’immoralità maschile che le dà la caccia sull’orlo della paura, sino a riscattarla divisa nella mater.

L’erotismo certamente genera arte ed in questo senso non è legato alla deperibilità del sessuale, al suo angusto corridoio genetico, mentre la sessualità, generante vita, come tale è legata al suo limite, all’esauribilità, alla morte.

Ecco che la poesia non può che essere il corpo magico in un’area di privilegio, quella erotica, da denominarsi sacra e cosmica. Ci si appropria per la rappresentazione dei misteri di uno spazio altro, con schizofrenia, sapientemente guidata, ma non tale da sconfinare dal sentimento di irrealtà alla follia.

Ogni poesia erotica, se autentica, ha in sé Venere e Marte, è coito di luce e d’acqua; l’elemento maschile e femminile sono in compresenza mistica. Quindi chi scrive d’eros, sente l’urgenza di appropriarsi il più possibile, di segreti sepolti sotto le istituzioni che pure gli appartenevano dal principio come verità di vita, se portati avanti con libertà di crescita e desiderio, che, però, incontestabilmente gli appartengono nello spazio di privilegio dell’arte erotica, in un raffinato piacere intellettuale. L’erotismo, in arte, non è malattia, ma misura, equilibrio, comicità, e giustamente bisogna rilevare come non ammetta il sentimento se non in vibrazioni miracolose, sotterranee come sorgenti dal di dentro a nutrire l’aridità.

Ogni uomo, ogni artista dovrebbe scoprire in sé il continente favoloso e imprevedibile della femminilità, riproponendo fortemente coesive forza e grazia.

Sempre parlando di poesia che ci corrisponde, la donna, se riesce a moderare il sentimento, nel suo comporre, tocca un erotismo smagliante, libero da tradizioni culturali maschili. Esce, per intenderci, dalla teca dove l’uomo rimane in ginocchio a pregarla e, alzando gli occhi, finisce per accorgersi che non è più là dentro, ma alla conquista dei suoi spazi.

“ Non più bocciolo promesso… “(Cesarano), non più desolata, ma tesa a rivelare il suo universo erotico, strappandosi i lustrini da principessa, sconfinando dai grandi quadri che esaltano la funzione sotirica del maschio.

Il sorriso resta sempre la sua arma, remota dalla violenza, atta a destarsi e palpitare nel vento della tenerezza che rivaluta l’essere, non necessariamente estraneo all’amore, in un inno alla gioia, nell’espressione di una più gentile e umana civiltà.

Alle donne spetta di “scaturire un ritmo nitido e vigoroso, direi femminile e maschile, cavato da un’arpa arcaica consegnata da sempre a loro…” (G.Arcangioli).

Speriamo allora che emergano tutte le compiante Ofelie, e, come la balena azzurra, alzino il loro ilare, altissimo zampillo nella spaziosità di Thalassa. E, ridendo, anticipino la chiusura delle porte del secolo, magari sigillandole con il romanzo “La principessa e l’antiquario” di Siciliano, dove è dettata la diagnosi apparente della loro morte, nel trionfo di quello che io chiamo mal di teca.

E, ritornando alla vita, Amore non è cieco ed il nuovo mito comincia qui, ora che ci mostra i suoi occhi azzurri di mare e non dice all’uomo: “Conosci te stesso” nei panni di Apollo, ma: conosci la donna in te, per amarla. L’oracolo si fa più chiaro ed il dio ci sorride tra amore e poesia.

Maria Grazia Lenisa

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sotto la voce “Maria Grazia Lenisa”:

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L’impronta della disobbedienza – uno sguardo sulla poesia di Maria Grazia Lenisa – a cura di Maria Rosaria Lasio (post di natàlia castaldi)

[Ho conosciuto la poesia di Maria Grazia Lenisa troppo tardi per dirglielo, è stato amore a prima lettura. Ringrazio Maria Rosaria Lasio per l’accurata e precisa analisi che fa della poesia della Lenisa e Marzia Alunni per aver permesso a Poetarum Silva di ospitare e custodire le parole di sua madre. –  n.c.]

Si consiglia inoltre la lettura degli articoli su Maria Grazia Lenisa pubblicati da “La dimora del tempo sospeso” QUI e QUI

Marc Chagall – Nudo sdraiato – 1914

Se per Bataille e i suoi epigoni il “contrastare” ha le qualità del prometeismo, per Maria Grazia Lenisa il termine che meglio esprime la sua poesia è contravvenire, in quanto dà segno di una situazione non statica, ma continua e mobile, fluida. “Disobbedire, /atto fortemente creante, mettere in dubbio/ il comando, / a se stessi obbedire, valutando, se pure/coincide con la saggezza dell’altro…poi. Dio ride….” (L’ELOGIO DELLA DISOBBEDIENZA, L’Agguato Immortale, 1995). E per chiarire l’essenza della sua e-versione e la specificità dell’erotismo presente un po’ su tutti i suoi testi, riporto da una nostra corrispondenza, quanto lei ebbe a scrivermi per precisare “ Per una donna non si ama da morire, come dice il proverbio, ma da vivere.” Con ciò osando il suo distinguo fondamentale rispetto a tanta cultura “maschile” malata di “teca”. Scriveva la Lenisa, “…se non facciamo attenzione a questa differenza, rischiamo di affogare nella melma di una confusione tra arte e vita (che) genera l’impossibilità e l’impotenza davanti al nuovo, perché non porta avanti la riflessione su due punti: La sessualità genera vita, quindi morte; l’erotismo genera arte quindi vita.” “E’ sulla Vita che verte la mia creatività ed anche il senso dell’Amore che nella vita (questa!) equivale al momento artistico. “Altre cose sono il bisogno reciproco, la carità, l’abitudine…”

Davanti al lato mitico/totalizzante sino al sacro della poesia lenisiana, il rischio è di avere dimenticanza del sottosuolo sul quale si è abbarbicata una poetica complessa come la sua, di non vedere che non sono gli argomenti del suo poetare l’elemento di novità, quanto piuttosto lo stile. Uno stile che si è connotato anche per la sua scelta/propensione verso il parodico, ovvero verso il rovesciamento degli stati emozionali e commotivi, come nota bene Folco Portinari.

Il nuovo è dentro la parola che tutti macinano, il nuovo è la stessa cosa che pare diversa, combinazione d’arte” (Per ragioni diverse pag.40. L’Ilarità di Apollo, 1983). Così si fa Poesia perché “Nel fondo l’equilibrio che vale contro le strutture sociali (che) sempre portano al labirinto e non c’è uscita che in arte”. (E tornammo qui pag.119 L’Ilarità di Apollo). E ancora“La tradizione come scarpa vecchia, / se la metti a cappello – gli rispondo – è cosa nuova.”(L’ansia del nuovo distrugge il nuovo, L’Acquario ardente, 1993), per chiarire il suo essere poeta nel magma delle Avanguardie, molto spesso solo d’apparato.

Ma è la Lenisa che si muove nel solco della cultura della Madre, quella con la quale si è intersecato il mio percorso di scrittura negli anni ’90 in occasione del numero della rivista di poesia Erbafoglio dedicato all’Erotismo e di una manifestazione pubblica sulla poesia delle donne, quella alla quale io resto legata. E’ alla sua esemplare autenticità, che faccio riferimento avendo come traccia la rivisitazione/re-invenzione, che lei fa di temi come l’Amore, la nascita/la morte, il dualismo maschile/femminile, la Poesia come tensione e restituzione di un senso sempre nuovo.

Già con Erotica, raccolta pubblicata in Francia nel 1979, M.G.Lenisa si lancia, in una prospettiva volutamente provocatoria, verso un tema quello dell’Eros, da lei trattato in forma epigrammatica, lasciando brividare l’immaginazione in quello spazio/Altrove, per ciascuno differente che si muove tra esperienza e parola. Dopo questo testo, un decennio dopo, il respiro poetico si distende in forma narrativa, sia ne L’Ilarità d’Apollo che ne La Ragazza di Arthur e altre poesie edita nel 1992, dove la Ragazza (che è poi la poeta stessa “forte” per avere Rimbaud/Poesia a difenderla, ad alitarle vita), può avere le sembianze di chi non sa vivere, chiuso com’è in una campana di vetro dentro la quale sta in attesa di essere resuscitato, di ri-nascere a nuova vita, oppure quella di una creatura che comincerebbe con l’essere una donna, dalla quale l’essere umano sarebbe stato creato ma stavolta senza l’apporto del maschio, per tramite meraviglioso di un “amore di testa” o di uno sguardo narcisistico.

“In principio è/la Donna” leggiamo a pag.10 della Ragazza di Arthur… “Al principio (variatio) è la Donna” viene confermato a pag.12, recitando in altra maniera la sua versione delle Origini, della Creazione. E se il personaggio fosse un angelo caduto dal balcone della poeta, lei lo incanterebbe e lo disegnerebbe prima di diventare una donna ed essere liberato, perché nel suo Universo l’uomo non esisterebbe se non travestito da donna.

La poeta destruttura il linguaggio amoroso, dis-loca gli incontri, le scene dei suoi personaggi in un teatro senza fondali, in un luogo, quello della carta, della mente inventiva che va sempre oltre il reale. Le condizioni fisiche (nudità, sesso) sono evocate  per provocazione, con ironia che affranca da ogni costrizione

Addentrandosi nel secondo millennio, la Donna fatta poesia va a ragionare sul presente che le gira attorno, che fa buco di senso alle probabilità del divenire, s’accosta, nuda e fuori di testa per effetto di delirio, alla Morte come esito che la riguarda.

Di questo slancio L’Ombelico d’oro, 2003 dà segno imbastendo situazioni incredibili, con “stra-vaganze” straordinarie, forse più per sé che per salvare gli altri, più per indicare una strada, per non darsi per morti prima della morte, che per cercare adepti in un cammino/viaggio per il quale la chiamata arriva da una Voce interiore, da una grazia che non fa appelli e alla quale si risponde nascendo, appunto, completamente nuovi, autenticamente veri, perché è vera nascita solo attraverso essa.

L’ombelico d’oro è metafora del telecomando, per evocare tempi, personaggi, astrazioni immutabili. Apollo, Dio, le Muse, la Morte, i politici, gli stilisti, i poeti di varie epoche – ed altre curiose figure – abitano la città di Alessandria, una città cosmopolita che porta in sé sia il presente che il passato e, ancora più forte, l’anticipazione della città futura, ovvero del cimitero delle percezioni materiche e sensoriali che il polline poetico contiene e che altro non diverranno poi che humus, humus per la concimazione della terra.

Come dice in “Lezione sulla forma” a pag.43: “la Forma che risale alle radici del corpo/ed al respiro della vita,/ si tramuta in parola/ ferita e gira vorticosa, eccelsa/ con tenitrice di folle energia”. Energia che si irradia nell’invenzione senza fine, facendo “essere ciò che è soltanto nella mente ma che, dopo che è stato creato, non è possibile dimenticare e fare che più non esista”, come scrive Giorgio Barberi Squarotti nella prefazione al libro, perché “…è un aspetto ulteriore del mondo che non è mai finito finché può essere ricreato e portato con la parola più in là un poco ancora di quel punto a cui prima era arrivato”… Ed è l’anacronismo mistico della salvezza individuale, che Maria Grazia Lenisa porta con sé nella sua vocazione poetica per oltre sessant’anni di magistero di scrittura (esordì infatti giovanissima, poco più che quindicenne nella rivista Realismo Lirico di Aldo Capasso negli anni ’50) è l’elemento che oggi dopo la sua morte e il lascito del suo ultimo scritto Amorose strategie, 2008 ci dà segno dell’eternità di Amore/Poesia che vince il dolore e conquista la Morte per un’altra misura di Tempo.

Maria Rosaria Lasio – 18.03.2010

*

Da L’ILARITA’ DI APOLLO ed. BASTOGI 1983

IN ALTRO LUOGO

Tu qui, vicino al salice di radici oltreumane,

hai tempo finalmente d’assegnarmi la parte.

Mi lascerò legare col più tenue dei rami,

anche il più malleabile: ecco caviglie e mani.

Reciteremo insieme, ma col più grande distacco,

la violenza che passa dal pubblico al privato

(il tuo folle timore che un padrone del mondo

ci cucia gli orefizi d’ogni piacere e lasci

il fuoco sulle spalle, il muro per fermarci).

Quanti sono passati intorno a questo salice,

tanti grossi nasi, pieni sacchi spermatici,

tanti con dita sudice, banconote schioccanti.

Se solo avessi un seme (mi puoi accontentare?),

io vorrei partorire il guscio di una nave,

ma senza marinai; essere finalmente quasi

ragazza-madre. Così passare i secoli delle vite

inventate, in altro modo amando ed altro generare.

*** *** ***

IL VIAGGIO

La palude – scopro – già dentro vegetazioni opache,

corrotti odori. Acque deglutiscono insetti. E’ questo

il luogo che un dio vendicativo abita…Dal liquido

materno, oceano di mitezza in cui nuotai, esule

chi sa come, a queste rive, credetti di ravvivare

cadaveri di fiori, purificare acque, curare il sadico

seme con pazienza, invece, legata a questa rete,

non c’è morte, la ferita mai mi compromette ( frusta,

morso, stretta, azzurra mappa di lividi, attrezzi

di una deforme morale), ma l’armonia mi regge incauta,

trasparente pace della mia undicesima casa, miti accordi

astrali. E, senza interferenze, mi lievita l’amore,

sorella all’impotenza tenera, stranita per troppe offese,

d’amore amo il Mite che non mette avanti la potenza

(il sesso che non cresce, offeso con speranza di crescere

umilmente solo di tenerezza). Temo la violenza, l’oltraggio,

compromessa nel gioco del massacro, cosciente che il carnefice

ha tristezze disperate di vittima. Estranea al quotidiano

resisto, non mi strappo, leggevo: “Il Minotauro mi guardò

con gli occhi azzurri…”, l’affresco del mio sangue adorando.

Eppure un sogno cura la mia anima che qui scenda il Mite

Tra questi cupi luoghi e colpa la mia grazia tormentata,

carezzando i muri, prenda forma sotto il suo palmo il corpo,

il sesso che non è estraneo all’anima. Creatura di pazienza,

esempio di mitezza ai colpi, tristemente dica davanti

al mondo: “Frustatemi come Lei…” Dal suo pianto esco

verginale, fresca d’un piacere intatto, vivo (meraviglia

d’orgasmi!), sciolto il buio incubo: io limpida, io benedetta:

Ecce foemina.

*** *** ***

Da LA RAGAZZA DI ARTHUR (e altre poesie) ed.Bastogi 1992

La parola amore è una bambina che ha scordato arco e frecce

 

Mi portò al largo (spiazzo della luna)

che qui già tutto conosciuto era, la molle

erba (dicitur), la fosca fioritura sul petto

della terra, arrivai finalmente sulla luna,

un oggetto qualsiasi, una brulla area distesa

(silenzio di tomba ancora vuota). Là mi disse

Amore.

Mi volsi intorno e non c’era nessuno. Allora

ricordai che fosse amore in terra, per tentare

il paragone: un odore selvatico di sperma,

un decomporsi di fiati, di corpi ché eterna

non è là la primavera e neppur qui, mai vista

sulla luna.

Così m’apparve la parola d’oro, vestita

a festa, giovane, lavata d’ogni lordura, d’amore

mi comparve la parola, tanto l’amai da non essere

sola.

L’archeologia della sua pura luce era nel verbo

(uomodonna completa nella sua a sublime, calma

neutra). Così ripresi la parola amore.

*** *** ***

Il 21 luglio del 1990 fui colpita dal fulmine

(Nella liquidità azzurra del mare potrei avere altri zampilli… )

                                                                 A Luce Irigaray

Io lapidata?

I colpi della grandine e sabotate le nubi

da angeli un poco sporchi, appiccicate l’ali, quasi

stramate dalla pioggia acida.

Là due creature

con l’ombrello immenso e molto strette, neppure

una goccia della gran doccia scatenata in alto.

E mi ha fermata d’improvviso il fulmine, non mi conosco,

non so la mia storia e l’amore s’inventa a poco a poco

il mio viso di verso, in fondo agli occhi proprio la luna

che diserta il cielo.

Per quali sogni?

Il Vento le si forma come un corpo maschile per goderla

in mezzo all’erba, sollevato l’orlo della veste segreta.

E chi ha mai detto che l’amore è uomo?

Una chioma spiovente sulle spalle color di scudo,

quando batte il sole, gli occhi celesti, aperto sopra

il bruno quasi frinente di cicale(il petto) e così

caldo di pelle (di Imetto). L’amore è vento che ti porta altrove.

E chi ha mai detto che l’amore è donna!

Ma no, è la Luna tormentata, il volto coperto dal vaiolo,

così lontana che ti pare bella: E’ la luna, la luna,

(non è quella!). O la nube che fugge così tonda a dire

corpi dissoluti e bianchi, amori di animali sconosciuti,

un happening di angeli drogati.

Cosa rimane del celeste Caos… Un amore che a dirsi non si presta.

L’amore è questa voglia di far versi, sentirli

dentro tutti fra le gambe e ridendo un po’ gemere: mi penetraaa….

L’amore non è niente, lo si inventa?

 *** *** ***

Se in-quieta vuol dire essere dentro la quiete, dal profondo

di essa s’agita l’inquietudine.

L’Histoire d’O? Mi sia concesso di avere gusti di versi

 

Il paravento di sauri dorati, rivolti a cieli

vuoti,

la farfalla sulle creste di posa, lingua

bianca ad indorare tenerezze amorfe.

Di là

c’era un mio corpo, vago segno, una sindone

quasi un gioco d’ombre. La stanza buia che

trafigge l’ago della luce precisa nell’imposta,

l’odore del silenzio, d’una ruvida corsetteria

a tepore della carne. Con la tuta degli angeli

vestita (di grasso e di piume), costrette le mani,

scriveva con la bocca. Di che altro?

Dell’altro

appunto, quando venne il ciclone, aprì le imposte,

il paravento a terra. Dentro non c’era quella

linea vaga, un po’ di cera (vedi?), la preziosa

ciotola della lacrima asciugata: il baraccone

che si smonta all’alba (fittizio d’ogni storia

d’invenzione).

Poi d’improvviso ecco la Visione

a sollevare il paravento (il gusto così soave

della giusta luce), un cambiar scena sulla seta

antica: eros volante il pettine mi dona, liscio

i capelli d’oro alla Bambina, il diadema ponendo

sulla fronte.

E l’altro corpo della perversione

( o del portare al mio verso l’altrove) in quale

festa fu di perdizione? Ma sì, cadeva la parete

e intorno al letto enorme si gremiva il mondo

ad ascoltare un fremito, un lamento, a scoperchiare

il copriletto e dentro una fila di femmine in amore

coi grandi uccelli senz’ali e colore.

Là un oggetto

chetissimo di spalle mostra la mappa dell’indignazione.

Il volto è basso nell’angolo morto. E’ sempre notte,

inferno, perdizione: brilla la frusta come serpe in amore.

E l’occhio mesto sulla nuca vede la saetta che vendica

le offese.

Il giovane che giunge con le ali ancora

intonse nell’astuccio rosa, dice sereno: “ ce ne andremo

altrove ( e lo chiamano amore)”.

“Da noi – risposi –

avviene in altra posa”.

E dritta sopra un piede presi il volo, mentre un cecchino

mi mirava al Cuore.

Marc Chagall – Pittore alla luna – 1917

Coreografia che allude all’autenticità femminile, al plagio col cappello dell’uomo…

Ma io fui quella

che versava l’acqua

da un vaso all’altro

e non cadde una goccia

nel mare cupo

dove persi i piedi

L’Altra gentile, il serto

dell’alloro:

sulla poltrona del potere

in posa

pensa all’amante,

suddita per rango

getta la chiave

d’una stanza  morta

tanto gli piacque

sul trono di carta,

il bilancino

che da un lato penda

a suo favore,

in pugno la mia spada.

Spuntata e dritta,

ma le gambe strette.

 

E Lui riguarda

quel suo scettro

(l’uomo?)

davanti al nulla

sta conquistatore

dal segreto “Manoscritto dell’Acquario”

(Alla parola che coglie nel segno).

*** *** ***

Da L’OMBELICO  D’ORO, 2003 ed. Bastogi

Oh Poesia Madre!

Non fiorisce, sebbene color d’oro, la mimosa

è bandita!

Nauseante l’odore di vita arsa, non si festeggia

il dolore. Il glicine senza odore recita la sua

memoria eccelsa.

Il pittore da marciapiede fa sagome di corpi,

vi si stende a vedere se combacia il suo,

conferma che vivere è oltre la farsa tragica,

l’osceno del gesto scaramantico, il sublime

d’ogni verso.

Si sporca, recitato, il canto di Dante: “Vergine

                           Madre…”, sacro incesto.

Mescolati i generi, inciampa ridendo nell’o-

oscenità

Ariel, folletto, scade nel patetico di consumo

facile. Un popolo scemo è l’eletto, abbatte

la Poesia, ridendo

fino alle lacrime.

Oh Poesia Madre, “termine fisso d’eterno…”

*** *** ***