Maria Grazia Calandrone

Bioetica della compassione: Maria Grazia Calandrone e “Il bene morale” (di G. Martella)

Bioetica della compassione: Maria Grazia Calandrone e Il bene morale (Crocetti, 2017)

di Giuseppe Martella

 

In questa sua ultima raccolta, Maria Grazia Calandrone mette in scena un vero e proprio dramma bio-logico, cioè un intreccio (e un conflitto) tra forme di vita e di linguaggio-pensiero, in vista di un’educazione dello sguardo e di un auspicabile cambiamento del cuore umano. L’autrice lo fa indagando tutta una serie di dimensioni della scala naturae, che vanno dal micro al macrocosmo, dalla cronaca alla paleo-storia, dalla biologia alla geologia, indagando i tempi del nostro essere al mondo e i luoghi del nostro abitarlo. Esplorando lo spazio profondo che va dai microrganismi alle galassie per trovare gli snodi dove si cela quel minimo margine di libertà che ci è concesso per l’esercizio di una più che umana compassione. La prima lirica della raccolta, Un semplice esercizio di libertà, una toccante interpellanza al lettore, ha dunque un valore esplicitamente programmatico. E la varietà deliberata dei registri linguistici, dall’umile al sublime, dal semplice all’ornato, e dei metri poetici impiegati risulta perfettamente congrua con i cambi di scala e di prospettiva che caratterizzano questa indagine bioetica in versi, questa lucida e accorata ricerca del bene morale. La portata bioetica e biopolitica dell’opera appare infatti evidente fin dalla prima sezione, una delle più intense e compatte dell’intera raccolta, dove gli Alberi, con la loro «capacità variabile/ di sopportare tagli/ tra i filamenti vivi» (13) ci mostrano la disponibilità al ritorno alla terra, alla pacificazione con la morte così come con la vita: «essere terra/ bisogna, sotto la loro macchina da fiore» (14).
Per molti versi questa silloge di Calandrone costituisce una summa della sua attività precedente, non solo poetica ma anche socioculturale in genere, in quanto portavoce della poesia italiana contemporanea nelle sue valenze sia estetiche che politiche. A testimonianza di una dedizione e di una competenza che sono davvero rari a ritrovarsi insieme. Questo testo di andamento diaristico ci consegna insomma l’ethos dell’autrice nella sua interezza, cioè il tono fermo e pacato della sua voce insieme alla costanza del suo fare, civile oltre che poetico.
L’opera è divisa in nove parti piuttosto eterogenee fra di loro quanto ad argomenti, stile e lunghezza. Tuttavia, in questo caso, la tenuta dell’intero non va misurata sulla omogeneità delle parti quanto piuttosto sulla loro intenzionale diversificazione, che mima a livello formale le diverse scale su cui viene condotta l’indagine bioetica, la ricerca di un possibile bene morale. Non ci troviamo di fronte dunque a una struttura lineare ma piuttosto rizomatica, una sorta di giardino dei sentieri che si biforcano o di labirinto del cuore umano, dove ci appaiono i più svariati incroci tra il dire e il fare, nonché tra il controllo cartesiano e l’abbandono epifanico. (altro…)

Alessia D’Errigo, Gestuazione (comunicato stampa)

Alessia D’Errigo (foto di ©Stefano Borsini)

 

Dopo il primo esperimento torna La GESTUAZIONE di Alessia D’Errigo
improvvisazione totale corpo/gesto nel silenzio
sul tema de “LA CASA DI BERNARDA ALBA” di F.G. Lorca

Due serate di ricerca teatrale performativa centrate sul corpo come mezzo estatico e ritualistico di racconto. Due serate differenti, un percorso (poiché si tratta d’improvvisazione totale) di ‘poesia fisica’ sulle tematiche archetipiche del femminile.

2 MARZO ore 21.00

Seconda Gestuazione
BERNARDA NON DANZA

3 MARZO ore 21.00

Terza Gestuazione
VENGANO TUTTI AD AMMAZZARLA

improvvisazione corpo/gesto: Alessia D’Errigo
scenografie: Marco Curatolo
disegno e improvvisazione luci: Ortensia Macioci

Presso CINETEATRO ROMA via Valsolda 177

INGRESSO: 10 euro

PROMO DELLE DUE SERATE: 15 euro (su esibizione del biglietto)

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA: 339.2601057 visionivisioni@gmail.com

DESCRIZIONE:
Un fantasma si aggira in scena. Non ha il dono della parola. Solamente il corpo e il gesto nel silenzio si susseguono nella quotidianità della casa, nella ripetizione disperata dell’azione come unica radice di interazione con la realtà. Una donna in scena, ma è molte donne: la Donna, quella dei mille archetipi resuscitati da Garcia Lorca ne “La casa di Bernarda Alba” ma non c’è riferimento o citazione al testo, si vuole andare oltre, raccontare la tragicità poetica ed evocativa dei personaggi attraverso l’atto muto del gesto/corpo, si vuole raccontare… come se si entrasse in un sogno… (altro…)

L’importanza di essere piccoli 2018 (comunicato stampa)

 

Comunicato stampa

 

L’importanza di essere piccoli

poesia e musica nei borghi dell’Appennino

VIII edizione 2-5 agosto 2018

 

un progetto dell’Associazione Arci SassiScritti

con il sostegno di

Regione Emilia-Romagna, Arci Bologna – Polimero, enERgie diffuse

e dei comuni di Alto Reno Terme, Castiglione dei Pepoli, Grizzana Morandi,

Sambuca Pistoiese, Unione dei comuni dell’Appennino bolognese,

BCC Alto Reno e  COOP Reno

 

L’importanza di essere piccoli fa parte di Bologna Estate 2018, il cartellone di attività promosso e coordinato dal Comune di Bologna con

MONICA DEMURU, NATALIO MANGALAVITE, MARIAGRAZIA CALANDRONE, BIANCO, SILVIA VECCHINI, ANTONIO DI MARTINO, FABRIZIO CAMMARATA, LUIGI SOCCI, SIMONE MARZOCCHI, LA STANZA DI GRETA, FILIPPO GATTI, FRANCESCO DI BELLA, IDA TRAVI e molti altri

 

qui, lontani dal mondo
al centro delle cose,
nel punto più profondo.

P. Cappello

ABITARE I MARGINI

STABILIRE UN NUOVO CENTRO

 

L’ottava edizione del festival L’importanza di essere piccoli, dal 2 al 5 agosto nell‘Appennino tosco-emiliano, è dedicata alla memoria di Pierluigi Cappello, poeta che abitando un margine ha stabilito un nuovo centro. Pierluigi ha vissuto appartato, confinato nel suo Friuli, una condizione a volte dolorosa che però non gli ha mai fatto abbandonare la genuina passione civile che ha praticato attraverso la poesia.  Poesia come lingua alternativa a quella violenta del potere e occasione di comprensione e vera compassione. In questo senso la marginalità diventa una distanza che permette una prospettiva alternativa, grazie alla quale è ancora possibile cogliere il senso più profondo delle cose.

La dedica a Pierluigi Cappello e la misteriosa immagine di Guido Mencari raccontano lo spirito e la natura di un festival fragile e tenace, che si radica ai confini, dentro piccole comunità. Spazi umani in cui è ancora possibile farsi ambasciatori di una nuova vita e di un nuovo linguaggio, linfa che cresce in borghi abbandonati e si propaga attraverso le valli e i boschi di un paesaggio aspro e familiare. Proprio dal desiderio di ritagliarsi uno spazio e un tempo lontani dal rumore quotidiano, l’artista Lucia Mazzoncini ha ideato e ricamato un mantello trapuntato di stelle, installazione poetico-sonora che si sposterà insieme al festival. Una tenda indiana in cui le persone potranno accamparsi per restare in ascolto dei versi detti dalla voce registrata di Pierluigi Cappello. (altro…)

Poeti a scuola #2: Intervista a Maria Grazia Calandrone

Fotografia di Dino Ignani

Fotografia di Dino Ignani

Questa che segue è la seconda di un ciclo di interviste in cui poeti italiani raccontano delle loro esperienze con il mondo della scuola. Un modo vivo per osservare i diversi approcci, le domande, i nodi che caratterizzano un momento importante: l’incontro dei ragazzi con la poesia. 

Quali sono le fasce d’età con cui ti capita, nei tuoi incontri con le scuole, di rapportarti più spesso? E quali sono, se ci sono, le differenze o semplicemente le accortezze di cui bisogna tenere conto per stabilire un dialogo?

Maria Grazia Calandrone: Incontro studenti tra i 12 e i 25 anni. Per i più piccoli ho inventato un metodo, un trenino di parole da costruire insieme. Più aumenta l’età dei ragazzi, meno si parla e gioca, perché certi danni dell’insegnamento della poesia sono già stati compiuti, certe formalità sono state imposte e sovrapposte alla gioia semplice dell’ascolto (non ce l’ho in particolare con gli insegnanti, i quali devono rispettare programmi che raramente insistono nell’ascolto del canto del testo). Eppure, certi ragazzi chiedono ancora, qualcuno ancora vuole sapere. E allora poi anche gli altri.

(altro…)

Maria Grazia Calandrone: due videopoesie inedite

 

 

 

© Maria Grazia Calandrone – da Serie fossile

La colonna sonora di Giardino della gioia, frammento I è da Shigeru Umebayashi, Yumeji’s theme.

La colonna sonora di Nel caldo dei fatti è da Maria Carta, Fizu, su coru.

 

da “Buonanotte occhi di Elsa” di Michele Ortore

di Michele Ortore

buonanotte

.

Blu steso nel letto, serenamente

L’alba ci disimpara,
ci spreme come pula ponente,
gatti dietro l’ellisse di una foglia.
L’alba per circa quindici minuti
è come un blu disteso
su letti di strame e di ossessioni, che
prima di salire le scale
stringe, come un gioco di rime,
la mano della donna rannicchiata: rimarrà
per entrambi il tentativo



Emi-

“Mio essere a che, dimmi,
se più nulla ti resta,
se conosci ogni cosa, parli ancora?”

Franco Fortini


Come se la Terra avesse tre emisferi
e i prefissi greci non servissero a nulla,
incontrai di spalle un ricordo,
un mucchio di sassi in forma di spiaggia,
come un respiro non pesano
ma partoriscono in ogni istante
una domanda invisibile.
La garitta della memoria non ha custodi:
la sentinella si è licenziata
ben prima che nascesse Proust,
eppure certi panorami sfocati
non mi appaiono tutti riconducibili
al traffico di contrabbando.
Ho scelto la cartapaglia umida:
bere, esalare, gonfiarsi d’umori,
esperire quasi senza guardare.
Ma poi disfiorare, rinunciare uno a uno,
strappare e strapparsi le palpebre
per non chiudere gli occhi: ascoltarsi,
cercare il punto più alto
per ridersi in faccia, misurare
come un ladro gli scatti della mente,
illusioni a ghigliottina, la lente
all’indecente.
Ma, se restasse qualcosa:
i prefissi greci non servono a nulla.



Breve apologia dell’imperfezione


Non sarebbe libertà, se mancasse il
sussulto di timpano ossidato,
o il filo troppo lungo sullo scafo
di poseidonia scalatrice;
non fosse così grezzo questo cuoio
mancherebbe anche il suo bulino:
e senza relazione, non sarebbe libertà.



Si prende cura di me


Imitare l’apertura alare
di chi fra le dita stringe una rondine,
dotarla di eliche, grasso o reattori,
a cavallo dell’aereo degli inetti
a un passo dall’asfalto salvare il suicida,
e scoprire l’America,
prima dei Vichinghi dare al comunismo
una chance atlantica, per ritrovarsi poi
nel millenovecentocinquanta
con un Krusciov liberista, un’Ungheria ancora ribelle,
un’Italia sempre a metà, Stakanov che sforna trade-mark,
e di nuovo tutti nel freezer.
Ma è questo sognare, e chi per amore comprende la morte,
sono queste cose, che si prendono cura di me.



Il solco


mi guardavi solo quando la parola finiva

il solco dello stilo incontra
le pareti verticali della roccia in filigrana:
le sorgenti apparecchiano architravi,
quando la punta sgretola
le consistenze atomiche e come in un
ciclo stellare l’assenza dell’elio
produce vista ed energia –
così mi fu chiara la verità del plesso solare,
quando sta tutto tremante
il triangolo scaleno del mistero, rovescia
in linea la forma del pensiero
e qualcosa finalmente accade

 

 

“Quelle di Ortore sono dunque parole che rilasciano un mondo complesso, stati verbali della materia che vengono adoperati e mescolati oltre il loro significato semantico, gettati ancora vivi nella mischia alchemica, sondati nella intrinseca ironia geometrica, riformulati come operazioni matematiche e serie numeriche, al fine di decifrarne i nessi e indagare la legge che preesiste allo spazio e al tempo e regola l’emersione di un universo dall’inconcepibile vuoto.”

Dalla prefazione di Maria Grazia Calandrone

[Tratto da Michele Ortore, Buonanotte occhi di Elsa, Vydia Editore 2014]

 

 

Maria Grazia Calandrone poesie da Rosa dell’animale

numana foto gm

 

Cado
sulle ginocchia come cade la cerva
quasi priva di sguardo
nel suo strazio campale
perché tutti i canali del mio corpo traggono dalle zolle il nutrimento
di pece e miele del tuo corpo
che non è
pace, piuttosto contrazione dello sciame, forma
della voce del bosco, cima in fiamme
svettante
e raggiante
guerra
del corpo con il corpo e pasto
di Voce Umana.

 

*
per il peso concreto della terra io ti prego
per la dolcezza e il brulichio dei vermi io
ti prego, per le cose finite
che sono diventate pietre di lago
quiete
e vicine
alla luminosa perfezione
delle icone: per le farfalle di quei sorrisi umani fissate sul legno
dal chiodo della immortalità,
per il sorriso di tutta la tua carne che adesso gronda
il suo bianco astrale
come una madonna del latte
io ti prego, con questo
secondo corpo fatto di suono: resta
nella gioia.

 

*
Vedo i solchi del carro del sole
sulla tua carne viva, vedo il vivo
della tua carne al sole, vedo il sole salire
sotto forma di goccia e pinnacolo dal raggio
nero delle tue ciglia e vedo
il suo occidente, vedo la mandorla e l’occhio
rosa dell’animale
fra le tue ciglia.
Hai l’occhio delle capre e come loro
inessenziale e obliqua la pupilla – radi
la terra con il muso, ti mischi al sole amaro della zolla che muta
diventa fieno; io sono tutto il fieno
e la terra brucata, la colonna di zolfo e la valanga
che trema nelle vene della terra. Questa
la visione. Tu mi vedi col sangue
sei nascosto nel plasma
dell’inizio, sei il sangue
sparso durante la scissione
di uomo e donna. Sei rimasto nel sangue della donna
come anticorpo, tempio
cupo di sonno: luna, limone, monumento
arabo alla malinconia.

 

*
Sì. Io ti dico. Sì.
Terra è il mio nome, in queste
regioni dove il nome è leggero come un soffio. Io ti dico, mia rosa
bestiale, rosa
dell’abbondanza,
sono dea della terra di nessuno. Con me
ti scioglierai per sempre dalla terra
perché io sono quella dove più sprofondi
più la luce ti acceca. Gli animali lo sanno
e lo sanno le cose: nel fitto
della materia si spalancano tutte le molecole
come frutti d’estate
e ogni cosa rivela la sua grana di luce, il suo gradiente
di beatitudine. La cieca
gratitudine delle bestie al sole
e degli oggetti bianchi in abbandono. Queste spine di mora
nella carne, questo canto
nell’elastico teso dei muscoli, questo dolore
diventato forza
e insopportabile bellezza: natura
che si rovescia nella natura. Così cerco
nella tua schiena
con le mani, anello
sopra anello la spina
dorsale di un re: so che contieni
il pianto di Demetra che scorre sulle spighe, l’implacabile
fremito di un cavallo nero, l’amore
che ritorna, con il suo viso nuovo e disumano

 

*
sale del pianto e sale
dell’innocenza. sale dal pianto l’innocenza
dei morti, che sono capre dall’occhio selvaggio, fisso
in Dio, sono innocenti come l’animale.
tra noi e i morti sono avvenute parole
che ci hanno cambiati
per sempre: ora
vediamo: questa stalla è una sala di compassione, questa bestia dal corpo
bianco e monumentale emana
misericordia. mater
velata, dura
madre del velario, rossa come la terra damascena e perturbante come la sua rosa, io ti prego
perché attraverso il corpo di un ragazzo sono arrivata al regno
del silenzio: sento solo il rumore degli dei che masticano l’erba,
solo questo lontano ruminare
di pianeti, un battere
di sfere, la vastità dei muscoli orbitali tesi oltremisura per sorridere

 

*
io non sono che il bianco della bestia
e lo splendore del suo occhio
nero,
rotondo,
mite

sono la mansuetudine dell’universo
che gira su se stessa
come l’occhio nell’orbita dell’
animale,

::::::::::::::::::idolo
addormentato
che qui, sul limitare dell’abisso, lascia la prima lacrima
di gioia.

:::::::::::::::::sono occorsi
millenni per quest’unica
lacrima,

:::::::::::::::::alla quale s’inchina, come s’inchina
un campo
di fiori battuto da un vento
siderale, questo plurale

umano, coronato
di sole e impastato con la stessa pasta
della bestia,

::::::::::::::::::::::::questa miseria che desidera essere
accarezzata
dalla misericordia del tuo sguardo

 

Nota
Queste poesie sono tratte da Rosa dell’animale,  un dialogo d’amore con il poeta arabo Amarji uscito in Siria per le edizioni At – Takwin, Damasco 2014 – prefazione di Adonis; di prossima pubblicazione in Italia da Zona (mese previsto Aprile).

Ritratti di poesia – ottava edizione

Locandina Ritratti 2014

Ritratti di Poesia

Edizione VIII- 2014

 

Roma, 12 febbraio 2014, Tempio di Adriano- Piazza di Pietra.

Uno sguardo alla diversità delle voci. L’oralità, la poesia metropolitana.
L’irruzione del fumetto e di Twitter.

Premiati Giampiero Neri e Adam Zagajewski.

Il Tempio di Adriano ospiterà il prossimo mercoledì 12 febbraio l’ottava edizione di «Ritratti di Poesia», progetto nato come osservatorio sulla poesia contemporanea e divenuta negli anni uno dei più rilevanti appuntamenti dedicati a questa espressione artistica. Quest’anno, tra i protagonisti, i candidati al Nobel Adam Zagajewski e Yang Lian.

La rassegna, promossa dalla Fondazione Roma e organizzata dalla Fondazione Roma-Arte-Musei con la collaborazione di InventaEventi, è curata da Vincenzo Mascolo. La manifestazione, aperta gratuitamente al pubblico, si snoderà nell’arco dell’intera giornata e sarà focalizzata sulla diversità delle espressioni poetiche e sull’importanza dell’oralità.

Il primo incontro, Caro poeta, vedrà protagonisti Maria Grazia Calandrone, Valerio Magrelli, Elio Pecora e Lidia Riviello che dopo essere stati ospitati dai licei romani Francesco d’Assisi, Lucrezio Caro, Virgilio e Vivona, risponderanno alle domande degli studenti. A seguire la proclamazione dei vincitori della prima edizione del concorso Ritratti di poesia.140, nato per sperimentare la poesia nei 140 caratteri richiesti da Twitter.

La rassegna sarà inaugurata dal Presidente della Fondazione Roma, Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele, ideatore dell’iniziativa, che dichiara: «È con grande piacere che do l’avvio a questa edizione di ‘Ritratti di Poesia’, che apre il calendario annuale delle iniziative culturali realizzate dalla nostra istituzione. Il consolidarsi di questa rilevante iniziativa, giunta alla sua VIII edizione, rende concreto, l’impegno che la Fondazione Roma svolge a favore della riscoperta del patrimonio culturale italiano, dando voce ad una forma letteraria poco divulgata, ma che rappresenta una delle eccellenze che hanno reso in passato, come oggi, lustro alla letteratura del nostro paese. La realizzazione ed il successo di questa manifestazione- prosegue il Presidente- rappresenta un ulteriore testimonianza del mio convincimento secondo cui il ruolo del privati, soprattutto se non profit, possa e debba rappresentare una risorsa ineludibile per un nuovo modello di gestione nel settore della Cultura. La poesia è la parola dell’anima, è un mezzo immediato per esprime il nostro io, è espressione di un arte delicata ma al contempo concreta che, soprattutto in questo periodo storico così spersonalizzante, permette di rendere reale il sentimento dell’uomo nascosto nell’uomo. È quindi proprio per il valore che risiede in questa nobile forma d’arte che essa sia parte integrante dell’attività che la Fondazione Roma, attraverso la Fondazione Roma-Arte-Musei, svolge nel settore dell’arte e della cultura e che si sviluppa anche attraverso la musica, il teatro e le arti visive, con le esposizioni organizzate presso gli spazi del Museo Fondazione Roma nelle sedi di Palazzo Sciarra e Palazzo Cipolla».

In apertura della manifestazione il Presidente Emanuele consegnerà il Premio Fondazione Roma-Ritratti di Poesia a Giampiero Neri, onorificenza alla carriera di un poeta italiano che abbia contribuito all’affermazione della cultura nazionale al di là dei confini del nostro Paese.

Seguirà una serie di conversazioni, curate da Vincenzo Mascolo, dal giornalista e critico letterario Stas’ Gawronski e dal giornalista e poeta Ennio Cavalli, con alcuni protagonisti del panorama poetico italiano quali Mario Benedetti, Biancamaria Frabotta e Bianca Tarozzi; i vincitori del premio Viareggio Gian Mario Villalta e Pierluigi Cappello, che sarà presente in video collegamento; Lello Voce, poeta performativo che ha introdotto in Italia il poetry slam; Mia Lecomte, Plinio Perilli, Laura Pugno e Zingonia Zingone; Annamaria Armenante e Mario Guadalupi.

Nell’arco della giornata sarà affrontato il tema della spiritualità nella poesia, grazie all’intervento del Monsignor Antonio Staglianò, Arcivescovo di Noto.

Si conferma anche in questa edizione l’appuntamento con i poeti delle nuove generazioni che quest’anno vede ospiti Elena Buia Rutt, Evelina De Signoribus, Omar Ghiani e Daniele Santoro. La contemporaneità nelle metropoli sarà invece il tema dell’appuntamento dedicato ai “Poeti der Trullo”, sette giovani romani che sognano la periferia come “seme e frutto di poesia”. Hanno scelto l’anonimato e saranno quindi presenti solo con i loro versi.

Uno spazio importante sarà riservato alla poesia internazionale, con autori quali Yang Lian, poeta cinese in esilio dopo i fatti di Tienanmen e candidato al Nobel nel 2002; il vietnamita Nguyen Chi-Trung, il marocchino Mohammed El Amraoui, il cileno Santiago Elordi; la francese Nathalie Riera. Accanto a loro alcuni poeti stranieri che vivono in Italia e scrivono nella lingua del nostro Paese: Anna Belozorovitch (Russia), Barbara Serdakowski (Polonia) e Marcia Teophilo (Brasile), che canta con i suoi versi l’Amazzonia per evocarne e difenderne la bellezza.

La giornata prevede anche l’incontro insolito tra la poesia e il disegno a fumetti. Marco Petrella, autore di recensioni a fumetti con il suo personaggio Arturo il libraio, esporrà alcune tavole di recensioni e ne realizzerà altre durante la manifestazione. L’artista e poeta Tiziana Cera Rosco sarà presente con sue installazioni recitative. Ci sarà spazio per la vita e la voce di Edith Piaf, rievocate nello spettacolo Sous le ciel de Paris di Marina Benedetto anche attraverso immagini, versi di Jacques Prevert e le parole di Jean Cocteau.

A conclusione della giornata il Presidente della Fondazione Roma Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele consegnerà il Premio internazionale Fondazione Roma – Ritratti di Poesia a Adam Zagajewski, uno dei poeti contemporanei più significativi, vincitore di numerosi premi internazionali e candidato al premio Nobel nel 2010. Molto nota la sua poesia Try To Praise The Mutilated World (Prova a cantare il mondo mutilato), uscita sul periodico statunitense The New Yorker dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Parteciperanno alla giornata le case editrici Bucefalo e Samuele Editore, nonché le riviste Testo a fronte e Viva (una rivista in carne e ossa). La rassegna sarà trasmessa in diretta in videostreaming su Rai Letteratura (www.letteratura.rai.it).

La manifestazione «Ritratti di Poesia» sarà aperta al pubblico dalle ore 9.30 con ingresso libero fino a esaurimento dei posti.

Comunicazione e Relazioni Esterne

Fondazione Roma-Arte-Musei

Chiara Perazzoli

cperazzoli@fondazioneromamuseo.it

tel 06697645208-3384655942

Ufficio stampa web: InventaEventi S.r.l.

carlacaiafa@inventaeventi.com

tel. 0698188901 – 3386812902

Bando di Concorso Ritratti di poesia.140 – prima edizione

La giuria del concorso ritratti di poesia.140

Bando di Concorso

 

Ritratti di poesia.140 – prima edizione

Ritratti di poesia, manifestazione promossa dalla Fondazione Roma e organizzata dalla Fondazione Roma Arte-Musei in collaborazione con InventaEventi S.r.l.

indice la prima edizione del concorso di poesia “RITRATTI DI POESIA.140”

Il concorso, a partecipazione gratuita, vuole essere un incontro tra la poesia e la nuova modalità di comunicazione richiesta da Twitter.

R E G O L A M E N T O

Al concorso si partecipa inviando un testo poetico inedito, in lingua italiana, di massimo 140 caratteri (compresi gli spazi) all’indirizzo di posta elettronica ritratti.140@libero.it, inserendo nome e cognome e un recapito telefonico. I testi verranno pubblicati sulla pagina Twitter ritrattidipoesia.140 e saranno selezionati da una giuria di tre poeti.

I testi potranno essere inviati dall’1 ottobre al 30 novembre 2013. Non saranno accettati i testi che non rispetteranno il regolamento.

Non sono previsti premi in denaro.

I primi tre classificati, che verranno contattati dall’organizzazione della manifestazione, saranno invitati a partecipare all’ottava edizione di Ritratti di poesia, che si svolgerà a Roma il 31 gennaio 2014.

I poeti che si occuperanno della selezione dei testi del concorso sono:

Maria Grazia Calandrone, Ennio Cavalli e Laura Pugno.

“Italics” di Gian Maria Annovi

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Titolo: Italics

Autore: Gian Maria Annovi

Editore:  Nino Aragno Editore, 2013

Continua, infierendo fra storia reale e spazio mediatico, il percorso poetico di Gian Maria Annovi, che si arricchisce di un nuovo tassello: il libro Italics, appena uscito per la nuova collana di Nino Aragno Editore “i domani” curata da Maria Grazia Calandrone, Andrea Cortellessa e Laura Pugno.

Si parte dal suo libro precedente Kamikaze (e altre persone), dove si coniugavano in un rapporto costante corpo-frammento e terrorismo, in relazione alla grandissima conformità e allo strapotere dell’informazione (soprattutto televisiva), per giungere ad Italics, dove la narrazione stessa si spezza, propone una mappatura dettagliata di luoghi letterari e geografici, reali e inesistenti, in cui si colloca al limite un mondo disordinato.

Italics  si svolge in cinque tempi o spazi d’azione, dove i personaggi, figure d’ombra in continua disintegrazione, mutanti del pensiero e del corpo, non riescono mai pienamente a relazionarsi con una realtà ostile, violenta e profondamente inquieta.

I testi inclusi nell’opera sono stati scritti fra il 2002 e il 2012, “ma coprono simbolicamente un arco temporale che va dall’ottobre 2002 al 10 settembre 2001″, come scrive l’autore nelle note al testo scegliendo di saltare un evento: una giornata fatidica di disturbo mondiale come l’ 11 settembre del 2001; la data indimenticabile è la soglia da cui si può partire o arrivare per cominciare a parlare di un nuovo mondo, di un nuovo occidente geografico, di una connessione bizzarra di elementi destabilizzanti. Per la scrittura di Annovi 11 settembre è l’inizio di un secolo, un precipitare.

Città chiave di questa narrazione restano per questo, i due poli geografici estremi: Los Angeles e New York, che rispettivamente aprono e chiudono il libro.

La scrittura di Annovi procede per singhiozzi, rastremature, come scrive Laura Pugno nella quarta di copertina; uno scrivere “asintotico” di “straniamento spaziale e temporale”.

Si comincia con la serie TT/DUET (The Tempest in Los Angeles), acronimo dell’ultima opera di Shakespeare e delle Twin Towers; i personaggi sono: le Dramatis Personae, che scorrono nell’immenso oceano mediatico, dove ogni prospettiva si propone come realtà, realtà in diretta.

Le voci dei protagonisti si sciolgono fuori campo, azionano, muovono il pensiero ma sempre fuori campo, come maschere efficaci e oratori dal deserto: “se le vostre voci mi bordano/la testa e/ non protestano per questo/ patetico stato/ attesto che questa vita/ pro capite/ non basta:/ che il capitale è il torto/ capita che si veda/ nella carne disfatta dei sogni/ nella materia che sa/ far male”. Il contrasto fra azione e passività è reso con efficacia, così si trasforma in strumento, nastro da maneggiare con cura perché produce e falsa la realtà con esatte imposizioni di sistema, dalla scelta dei cibi alla pubblicità di noi stessi: “ cali banalmente/ dagli schermi/cosa di buio/ stregati dall’utero catodico/ i tuoi gemiti gemelli/ sono la pienezza dei nostri/ stomaci/ fast food e fasti/ di plastiche/ il reale concima/non coincide/ con la riavvolta realtà/( decide il taglio nel nastro)/ tali tele bani-/ shed products are sponsored by/ us.

L’epilogo è la fine dei corpi, che sembravano addormentati di terroristi e ostaggi, uniti nella morte, dopo l’intervento delle forze speciali russe al teatro “Na Dubrovka”.

Altra considerazione da fare, altra metamorfosi che riguarda la serie Self Eaters (Autofagi), è il mutamento che avviene attraverso il corpo, il cibarsi di se stessi, appartenersi in maniera estrema, promuovere un’arte deformata che prova a ricrearsi: SELF-EATERS#1 “non distingue le dita delle mani/ dalle dita dei piedi non distingue/ la cartilagine dall’unghia/che è la cosa morta che/ gli cresce/e se ne nutre:/ si allunga dunque e flette e piega/gli arti di plastilina/l’arte è lui: contorsionista bambina/ deformata dall’idea di perfezione”. Sottraendo brevi tratti e brevi interruzioni, si assiste ad un processo di ribellioni, follie collettive, che caricano il presente di elementi stranianti: <Interruption> “ne catturano uno il gruppo dei vicini/ con megafoni spranghe videofonini”; in questi testi l’elemento della violenza registra i suoi massimi effetti nello smembramento, nella decapitazione di pezzi, quasi come fosse un corpo da ri-assemblare e l’ombra costante in tutto ciò della ripresa video, della costante connessione, di un elemento scenico costantemente filtrato: “attorno al tavolo operatorio/ allestito di fretta nella palestra/ chi gli taglia la mano/ la coscia/ chi gli mozza la testa/………………………./ stride nel microfono/ la voce di chi prega/ poi spartiscono le parti/ in fogli di stagnola”.

Fulcro e centro di Italics il poemetto “La Gloriola”, non a caso collocato alla metà del libro, come grande spartiacque, fra luoghi ed esperienze, ma anche e soprattutto fra la divisione dei mondi e un alternarsi di spazi, dall’emigrazione dell’autore stesso negli Stati Uniti, all’immigrazione verso il paese della lingua in cui scrive, l’Italia come altra Italia.

Questo provoca una vera alterità, un isolamento forzato, quasi un esclusione dal sistema, ma proprio in questo Annovi rinnova la sua forza, la sua energica denuncia, quasi un dettato di umanità, di resa testimonianza. “ma se la gloria è gloria/(dunque)/ sappia dire la gloria delle cose/ ad esempio/il nome per dire/ l’ossatura delle piante:/legnanza o legnaggine o/ legnosura oppure semplicemente/ un segno inciso sulla corteccia del/ cevello/ illeggibile se non ti spaccano la testa/ coi manganelli/ sappia dire le cose nuove/ ad esempio/ il nome dei suoi nuovi cittadini/ il nome del paese che ha confini/di corpi affogati e vulcani:/( questo ha un nome impronunciabile)/ lingua che cede e cade dalle gengive/ che dica l’assoluto tremore/ di questa donna: sulla barca che sbanda/ di notte col neonato schiacciato/ tra le cosce/ che non respira”.

Una delle parti più riuscite del libro è Rapture, di cui alcuni testi erano già usciti nella bella antologia Poeti degli Anni Zero (Ponte Sisto 2012) curata da Vincenzo Ostuni.

Il tema di queste poesie è il rapimento, non solo alieno, ma da qualcosa di sconosciuto e lontano, quello del diverso che assume la valenza di una sorta di esperienza mistica di limite.

L’originalità dei componimenti passa attraverso una breve descrizione anagrafica, come se il soggetto, il singolo, rappresentasse numeri, dati, esperienze da registrare, da poter manovrare: “[S.M; 21 anni, studente] vengono a portarci via le donne/ per farci figli le/riempiono di robe loro le/coprono come le/ bestie/ le innestano coi loro bastoni”. Oppure “[R.W. 53 anni, casalinga] a me m’innamorano/ i visi loro cioè/ anche se non hanno/ sorrisi e / vengono per rubarci/ vivi”.

Ora le voci che parlano sono esperienza pura e fanno parte di ogni classe e ceto della società, proprio per ricordare come l’esperienza della diversità sia fondamentalmente esperienze di tutti. “[O.A; 33 anni, negoziante] vengono con navicelle/ di notte mica/ carrette vengono/da tutti i lati/ ma soprattutto/ vengono malati e vuoti”.

L’ultima serie 9/10 (dittico in due tempi), parte da ciò che sosteneva Francis Bacon raccontando della realtà di New York, dove 9/10 (nove su dieci) di questa realtà sembrano inessenziali.

9/10 sono anche le cifre di una data ormai parallela, ferma alla pre-realtà: il giorno prima dell’ 11 settembre. Non senza terrore l’autore prova a raddrizzare il reale, a guardare qualcosa di inosservato, qualcosa che si poteva e si doveva guardare: la memoria di un nuovo secolo e il bilancio di uno appena concluso; in questo Annovi sceglie di guardare, di opporre alla finzione/ reality, la parola e la vita, sempre in controtendenza e oscurata, ma sempre vita: 2. (10.28 am) “Risale in superficie la donna/ che pulisce le torri degli uffici/ nel supermarket vicino a casa/ si vede in fiamme/ riflessa sulle buste di surgelati/ vive senza saperlo/ in un piano-sequenza stravolto/ il suo volto: Monica Vitti che osserva/ l’isola che l’ha resa deserta”.

Enzo Campi su “Ruggine” di Marilena Renda

di Enzo Campi

 

Abbandono e abbondanza. Les revenants  e la ruggine.

 

 

uno sguardo su (e a partire da) Ruggine di Marilena Renda

Edizioni Dot.com Press – Le voci della Luna – 2012

 

 

 

Per sviluppare un pensiero cognitivo su quest’opera bisognerebbe mettersi in linea con l’autrice: giustapporre crepe a crepe, insinuarsi nelle fenditure, ri-configurare «nomi propri» e attitudini, veicolare un’apparente pacatezza espositiva che, a ben guardare, preserva in nuce un urlo rabbioso, quasi selvaggio, quello che l’autrice definisce, a più riprese, un “ruggito”, insomma e in poche parole compiere un gesto aggiuntivo che possa affiancarsi al gesto originario. Tutto ciò, naturalmente, non è quasi mai possibile. Accade raramente che una lettura critica possa donare a un’opera un vero valore aggiunto.

Concedetemi quindi l’opportunità di tracciare un percorso su cui condurre strappi e forzature, impressioni e prosecuzioni, un percorso che non aspira al raggiungimento di una meta ben precisa e delineata, ma che cerca – non sempre lucidamente – da un lato la reiterazione del «viaggio» compiuto dall’autrice, e dall’altro lato di restituire quella sorta di “realtà sospesa” che è propria del luogo cui ci si riferisce (Gibellina).

Così come spesso accade, bisogna partire dalla fine, dalla poesia che chiude il poema

Perché le cose scompaiono, e non c’è strada

per trattenerle ancora un minuto sulla linea

del cielo presente. E questo fu imparato sulla via

delle rovine, nella direttrice imbastita dalla madre

il primo giorno che disse una parola e la terra

 

diventò un raschio di gomiti mai sollevati

dal suolo, un modo di consolare i fantasmi

che stridono i denti, che smettano alla fine

di ruggire attorno ai piedi di chi

cammina la terra che non trema.

 

Questa poesia contiene due parole-chiave, due parole che contribuiscono a comporre la catena patemica che attraversa il libro: i “ruggiti” e i “fantasmi”. Sui ruggiti ci torneremo più avanti. I fantasmi sono collegati anche ad una parte del titolo che ho inteso dare a questo sguardo.

Quello del revenant (letteralmente spettro o fantasma, ma visto che accezioni e traduzioni si moltiplicano a vista d’occhio, io opterei anche per «rinvenimento» o «ritorno», e estenderei anche alla «traccia» che persiste e rinnova il suo ciclo, senza lesinare sulle figure del «testimone» o del «sopravvissuto») è un concetto teorizzato, a più riprese e in più ambiti, da Derrida. Ma lasciando, per il momento, tranquillo il nostro filosofo possiamo affermare che in quest’opera ciò che salta subito agli occhi è una disseminazione, quasi seriale, di tracce fantasmatiche che si concedono il lusso di rinvenire, di riapparire per lasciare non tanto un ricordo quanto un segno-di-sé.

In primo luogo i fantasmi dei morti del sisma del Belice e le rovine che impongono la loro presenza (in)naturalmente spettrale.

Il fantasma, per definizione, dovrebbe configurarsi (o de-figurarsi) nell’immaterialità. Ma Renda sembra operare su una de-materializzazione di ciò che è già immateriale-in-sé, o comunque di ciò che conserva le tracce di una materialità perduta. Un’operazione quasi spirituale, direbbe qualcuno. Io credo che, in origine, ci sia anche un gesto filosofico, quasi un approccio strutturale che le consente di operare attraverso deterritorializzazioni di luoghi e tempi, giocando (si legga questo termine nella sua accezione positiva) sulle ricorrenze nominali e sui rinvenimenti.

In secondo luogo i fantasmi del teatro e dell’arte contemporanea che intervenendo sul territorio se da un lato hanno contribuito a rivalutarlo, dall’altro lato hanno creato, loro malgrado, come un doppio livello di «abbondanza» e di «abbandono».

L’abbandono non conosce mezze misure.

Si dà per eccedenza. E l’eccedenza è un correlativo dell’abbondanza.

Detto questo (e ringraziando Nancy, da cui il concetto è mutuato), dobbiamo parlare del  «fenomeno», o meglio di un doppio fenomeno, o meglio ancora di un fenomeno a cui consegue una reazione fenomenologica non certo inaspettata per i teoreti, ma comunque paradossale per i non addetti ai lavori. L’arte contemporanea viene chiamata a risanare le ferite del sisma. Ma il cosiddetto risanamento, questo specifico risanamento (che si dà per eccedenze, che reca in sé una profusione, un’abbondanza), semplificando e riducendo, si «getta» (o viene gettato) su un territorio per veicolare il bello e per nascondere il brutto. In realtà quest’operazione amplifica l’abbandono rendendolo per l’appunto sovrabbondante.

La “stella” di Consagra, la cosiddetta “porta del Belice”, ha lo stesso valore semantico di una casa diroccata (“Casa di mura, di intonaco e calce viva, / dimora di finestre in fuga, lingua opalescente / che lascia intatte le ferite della madre”). I «vuoti» (la corporeità è assente, o meglio è presente solo nelle bordature esterne), la spazialità che trasmettono questi buchi, questi  intervalli spazio-temporali (che, in un certo senso, rendono vivi i margini di acciaio) sono come un punto di fuga, areale e leggero (nonostante la struttura sia alta 26 metri), che equivale, concettualmente, al punto di fuga delle porte e delle finestre diroccate sopravvissute al sisma.

I “cavalli” di Paladino, dal mio punto di vista, equivalgono, molto semplicemente, a un coacervo di cadaveri, o comunque di «morenti». E il fatto che molti dei 30 cavalli incastonati o adagiati (gettati) su una grande “montagna di sale”  vengano restituiti non nella loro interezza strutturale ma attraverso «parti-di-sé» entra in correlazione col sistema fenomenologico del revenant. Vita e morte insieme confuse e diffuse, in un’es-tensione che contiene in sé una certa in-tensione. La conservazione (il rinvenimento di forme, o di parti di forme, dalla montagna-madre, dalla terra, dalle crepe in cui questa terra si è aperta) delle parti che componevano il tutto. E Renda procede proprio per conservazioni di parti (il poema, il tutto, è, dal punto di vista formale, strutturato o de-strutturato nelle sue singole parti, nelle sue singole aperture), innestandole (gettandole) non in un tempo univoco, ma in porzioni di tempo (ri-temporalizzato proprio nella coesistenza di vita e morte, di un presente abbondante e di un passato abbandonato) che, di volta in volta, amplificano quella sorta di disagio o, se preferite, di suadente malinconia e di pacatezza che pervadono l’opera.

Il “cretto” di Burri, amalgamando abbandono e abbondanza, diviene un’apologia, alla massima potenza, della solitudine, dello spaesamento, del percorso labirintico in cui i revenants cercano, idealmente, qualcosa che non c’è più, o meglio che è stato ricoperto e ri-strutturato. Le strade (i solchi) del “cretto” ricalcano la pianta delle strade della città vecchia. In questo caso il territorio originario non è stato deterritorializzato o differito, ma riterritorializzato in un altro-da-sé che ne permette il continuo rinvenimento. Queste incredibili «gettate» di cemento rappresentano, da un certo punto di vista, il senso primultimo dell’arte contemporanea. Vi  confluiscono il «qui giace» e il «qui agisce», lo iaceo (io sono gettato) e lo iacio (io getto). Ciò che è solo apparentemente disteso, allettato, in realtà agisce, si rende, per così dire disponibile ad essere trattato. Perché solo così può a sua volta trattarsi, ovvero veicolare il senso della sua esistenza. Sarà forse anche per questo che il poema di Marilena Renda si getta (su quel supporto soggettile terra-carta che configureremo poco più avanti) per blocchi omogenei e uniformi (strofe pentastiche in una rigorosa gabbia metrica), talmente regolari da sembrare quasi monumentali. Sarà forse anche per questo che quei blocchi letterari spesso riportano (fanno rinvenire) almeno un «nome proprio». Quanti fantasmi continuano a riproporre le proprie tracce nelle crepe, nelle fenditure di quei blocchi? Quanti fantasmi continuano a rinvenire, idealmente, nei solchi del grande cretto? (“Ma il cretto non è deserto, né roccia rossa / permutata in burrone. Eppure tra le sue anse / scivola il fuoco, crepitano i bordi del cemento / sottile, l’acqua sospira, scottano i passi / di quelli che cercano il proprio dolore”).

Detto questo, concedetemi una ripartenza. La dedica del libro recita: “Ad Andrea / crepa che protegge”. Qui, molto semplicemente, avviene una traspropriazione. Isoliamo i due elementi: il «nome proprio» e la crepa. Questo libro è anche un libro dei nomi, come fa giustamente notare Maria Grazia Calandrone, nella prefazione. Per prima cosa ci tocca notare come l’autrice non si limiti ad un mero elenco, ad un semplice palinsesto, per così dire, umanitario. Così facendo, operando per caratterizzazioni, il libro dei nomi diviene il libro delle nominazioni, ovvero delle fattualità – anche e soprattutto ri-concettualizzate in chiave poetica – in cui rischiare l’estensione del semplice nome (”C’è una follia che invita / a portare se stessi al di là del proprio nome”) in una o più azioni (o travisazioni) che possano identificarlo, o meglio fissarlo sui due principali supporti su cui l’opera idealmente aderisce: da un lato la carta-terra, doppia superficie su cui imprimere i segni e tramandare le ferite; e dall’altro lato la ruggine che investe gli elementi, sia quelli animati che quelli inanimati. Entrambi i supporti sono da intendersi in senso soggettile (nelle accezioni che Derrida conferiva ad Artaud), vuoi solo perché partono da un incipit sismico, e quindi da un evento cruento e improvviso, per così dire convulso e compulso. Questa terra che trema e si apre si può facilmente identificare, ad esempio, con le fibrillazioni di un corpo attraversato da una scossa elettrica, un corpo già agìto e sul quale sia possibile agire nuovamente (si vedano, nell’opera, come già accennato, i riferimenti alle creazioni teatrali (“Orestiadi”) e agli interventi artistici che hanno investito il territorio di Gibellina negli anni successivi al sisma; ma anche i passaggi letterari che recano termini come “singulti”, “soprassalti”, ecc.).

La scossa elettrica è qui il terremoto che fa fibrillare la terra. E lo sciame sismico che ne consegue diviene una sorta di sciame letterario, uno sciame di onde, anche sonore se vogliamo, rivolto a dar corpo alle parole.

Cosa ci dicono queste parole?

Cosa cantano queste parole?

Cantano un’apertura, o meglio: cantano l’aperto. Le crepe nel terreno sono, a tutti gli effetti, delle cicatrici che, nell’immaginario e nel ricordo (nel rinvenimento del ricordo), continuano a riaprirsi. Le crepe nelle pareti sopravvissute al disastro, e che ancora resistono all’incedere del tempo, ne rappresentano la figurazione (“Le mura sono carta da zucchero, lasciano trasparire / i singulti invisibili delle vite altrui, i soprassalti, / i terrori, gli effluvi”).

Cosa fanno queste crepe?

Offrono il loro cavo.

Ed è proprio questo il gesto che compie Renda nella sua scrittura: apre il guscio e offre un cavo predisponendolo alla visita dell’ospite (“Un guscio di casa rovesciato, estinto, / dice che è il tempo di giungere al volto, / di asciugare la pietra con tamponi di sale”). Ma, attenzione, al di là delle dilatazioni poetiche e letterarie, qui siamo in presenza di una doppia fenomenologia: l’autrice è essa stessa un ospite. Attraverso i “volti” invisibili che evoca, essa giunge, idealmente, al suo stesso volto o, se preferite, alla figurazione del suo stesso volto, al volto-bambino circondato da rovine (“C’è una luce di soffioni che cresce intatta / sulla bambina di latta e temporale. / Alla luce rammenda le attaccature / degli arti, ricuce i fori che l’aria ha aperto, / imbastisce un discorso ai pertugi stretti / in mezzo alle ferite, alle valli scavate / tra gambe e braccia, tra clavicole e glutei”). L’autrice è nata 8 anni dopo il sisma, i suoi ricordi cominciano solo dopo il trasferimento dalla “baracca” (“La casa di latta non protegge e non punisce”) alla cosiddetta new town. Da qui al fatto di poter essere considerata ospite della sua stessa scrittura il passo è breve. In un certo senso il revenant per eccellenza è la stessa autrice. Essa compie il gesto del ritorno e procede al rinvenimento di un avvento da ri-strutturare, da ri-edificare proprio nel gesto di una scrittura che si concede il lusso di espellere passaggi come “A coprire la madre è un velo di ruggine / che si pasce e si scioglie nelle ore del sonno” o “La baracca copre e discopre, offende e difende: / l’amianto infetta e punge, il cemento pesa, è amico, / è un’anima di muratura presa tra peste e aria, / e nel mezzo una stanza, da cui non passa il mondo, / e non ha finestre, e nemmeno tocca il cielo”.

Come potrete osservare, i livelli di quest’opera non sono elementari. Sono difatti stratificati. Tanto per restare in tema si potrebbe parlare di una sovrapposizione di faglie concettuali ed emozionali tese (o es-tese) a ricercare un ideale connubio tra physis e psyché, tra il nomos (l’intervento politico e/o legge imposta dall’uomo:”L’emorragia di Stato fa gridare al ricatto, alla pietà / non vista e indispensabile, alla sciagura ignorata”) e il pneuma, il respiro, il soffio, da cui derivano la vita e la predisposizione all’apertura e che, beninteso, può trasformarsi anche in un urlo di denuncia: “C’è una follia didascalica che domanda / ai contadini di rovesciare i margini in centro, / di camminare tra i costoni, in mezzo ai fuochi, / di riconoscere nella stella di rovina / che siamo noi quella tempesta, che tempesta / è questa storia”.

Questa scrittura – così rigorosa, così apparentemente chiusa, incorniciata, circoscritta ad un solo, unico evento – è in realtà un’apologia dell’aperto. Non solo perché offre innumerevoli punti di fuga, non solo perché fomenta come un gesto di prosecuzione ma, anche e soprattutto, perché si offre ad essere visitata, oserei dire scandagliata, proprio in quelle piaghe, in quelle crepe che si consegnano all’avvento della ruggine che investe gli elementi e intacca, idealmente, anche i corpi, in quelle crepe che si consegnano ai fantasmi che rinvengono dalle rovine, agli spettri monumentali che hanno investito il territorio, in quelle crepe che chiedono solo di essere «abitate» e rivalutate. E non solo, la scrittura di Marilena Renda si offre ad essere visitata anche nelle pieghe spazio-temporali che designano l’arco di una poetica volutamente ellittica, che ritorna sui nomi, sulle cose, sugli elementi, ri-definendoli e ri-configurandoli (abbiamo già citato questo passaggio ma, in un regime di revenants, ci tocca ri-proporlo: ”C’è una follia che invita / a portare se stessi al di là del proprio nome”) in una sorta di tempo-nuovo, quello che l’autrice, in un passaggio significativo, definisce “tempo della fine ancora da venire”.

In poesia non si dà mai una fine. In questo poema non si dà una fine. Si dà casomai il senza fine di una fine sempre annunciata e mai conclusa.

“Ci siamo infilati in una delle case rimaste in piedi dal terremoto: una casa a tre piani. Al piano più alto c’erano solo vetri e finestre rotte, allora siamo scesi e lì, in mezzo a un’enorme stanzone vuoto e abbandonato, c’erano delle finestre spalancate e un tavolo enorme. Al piano più basso c’era un armadio dai cassetti aperti e, per terra, centinaia di sacchetti per biscotti. Vuoti, mai usati: abbiamo capito che quarant’anni fa questo doveva essere un panificio. Poi, subito a sinistra, uno stanzone che doveva essere stato un magazzino: cassapanche, una guida dell’Abruzzo aperta alla pagina di Sulmona, bottiglie vuote, formine per biscotti. Incredibile pensare che in quarant’anni nessuno abbia spostato nulla, che tutto sia rimasto fermo a quel giorno: non sembra neanche possibile che il passato possa non spostarsi di un millimetro”

E veniamo alla ruggine, coprendo gli elementi e fondendosi con loro crea come un corpo nuovo che si presta ad essere usato, ab-usato, o semplicemente abbandonato a se stesso. Nessuno ci vieta di lavorare su questo nuovo corpo (la vecchia città e la new town, il luogo dei padri smembrato e il luogo dei figli ricostruito anche con l’ausilio dell’arte e delle nuove tecnologie),  e a ben vedere l’autrice sembra praticarsi proprio in un’operazione di questo tipo, ovvero nell’uso e nell’abuso delle varie possibilità estensive e delocalizzanti che questa fantomatica ruggine le offre, prima in senso concettuale e poi in senso poetico. Ed è proprio per queste ragioni che le singole cose poetiche ed umane rischiano, ad esempio, la creazione di uno spazio (uno spaziamento, o, per dirlo alla Nancy, una spartizione) ideale “tra Heimat e fabbrica, tra lievito e ruggine”. E via dicendo, la ruggine viene ri-configurata, ri-classificata, ri-proposta in chiavi sì poetiche ma sempre significanti.

Concedetemi almeno tre citazioni a titolo d’occorrenza:

“Così è nostro il ritorno non greve, vergognoso / di ricontare gli aghi, tracciare rotte per gli occhi, / annodare fili di ruggine, indossare un abito di risentimento, / indicare alla bocca, ai figli, alle piume delle prigioni / un varco, una faglia a cui appendere un desiderio di stasi”

 

“La terra è un tappeto di cenere nera, di ruggine, / la foresta è un raschio di mucillagine nera / che inganna l’olfatto e si traveste da fuoco”

 

“Il labirinto indica la direzione del cerchio. / Un dio della differenza ci ha regalato queste / bussole di ruggine per il campo minato / della solitudine tra le astronavi fitte, / questi pupi-vedetta per non farci sperdere // nel vuoto quieto di finis mundi e silenzio”

In quest’opera si procede per ritorni ed ellissi, ma anche la circolarità ha una sua direzione (quantomeno il raggiungimento di uno status letterario, se non proprio esistenziale), per quanto si abbia bisogno di una bussola che indichi il cammino, l’esatto percorso ove incontrarsi-scontrarsi con quelle rovine ove diventa possibile consegnarsi al revenant di turno. Ma le bussole sono invase dalla ruggine, “gli aghi” potrebbero riportarci all’inizio o deviarci lateralmente verso un nessun-luogo. E magari Renda devia di proposito dalla strada maestra (cerca “un dio della differenza” là dove la differenza può darsi solo in un avvento di ruggine, una differenza che produce attrito; – nulla scivola docilmente sulla ruggine) perché è conscia che la terra-carta equivale a un “campo minato” (un’altra caratterizzazione soggettile) dove a ogni passo si rischia l’incidente o l’accidente (da intendersi anche in senso aristotelico), l’evento inatteso che catapulta tutto in un regime di “finis mundi e silenzio” che muta pel l’appunto la sostanza e l’essenza della cosa. È questo il canto che Renda declina nel poema, “un tappeto di cenere nera, di ruggine” che ha modificato tempi, luoghi, elementi, umanità e disumanità. Ed è da questo tappeto, da questo supporto che si levano, in battuta, i “ruggiti” e i “soffi”, da un lato le invettive contro la città «incompiuta», contro la sovrabbondanza dell’abbandono, e dall’altro lato la levità, la leggerezza, quasi l’evanescenza (in poche parole la conformazione spettrale) di quelle figurazioni  che sono disseminate lungo tutto l’arco del poema (“uomini di fumo”, “spiriti domestici”, “in questo tempo dove il vetro degli specchi si macchia di nebbia”, ecc.). Ed è proprio su questa falsariga che “Nicola” viene definito “un teatro sospeso”, che “Tommaso ignora che il mare è una ruspa”, che “Anna disincaglia vapori terrestri dalle faglie della fastosa città”. Se insisto in tal senso è per far capire che le serie dei revenants sono diverse e molteplici, ci vengono presentate su diversi livelli (la “cascata” che “una volta nascondeva una fortezza”; la “sposa” che “una volta ascoltava la voce dei pozzi”; la “madre” dal cui “ventre una volta usciva una città”) e investono tutte le stratificazioni dell’opera.  Un canto del ventre, dunque. Ma anche un canto di gola su una città che non c’è più e su una nuova città che vorrebbe veicolarne il rinvenimento. Non a caso la seconda sezione dell’opera, Lo zolfo (il terremoto), si apre con una citazione da Mandel’štam: “Non parlava con me il mio paese / non mi leggeva. Ora vuole un canto / lunghissimo, di gola – che si accordi / con fessure di terra e tremi / nelle cose.”. Ecco, questo è il sunto ideale di tutta l’opera, direi il leit motiv che traccia e cancella tutte le linee (crepe, fenditure, ferite, faglie, piaghe, cicatrici), che crea e disfa tutti i fili che mettono in congiunzione cose umane, elementi naturali e ospiti, attesi e  inattesi. “Un canto lunghissimo” ovvero, e  molto semplicemente, il poema che si snoda attraverso i suoi quattro movimenti, nominati come “L’acqua”, “Lo zolfo”, “Il lievito” e “La macchina”, e ri-nominati o, se preferite, declinati rispettivamente come “l’esodo”, “il terremoto”, “il lievito” e “la stella”. Un canto lunghissimo, dicevo, un canto “che si accordi / con fessure di terra”, che divenga esso stesso terra (proprio quella “madre dal cui ventre usciva una città”), una terra ben disposta a ricevere in sé le crepe e le ferite. Perché poi il senso di questa scrittura è quello di veicolare verso l’esterno le ferite che risiedono al proprio interno, magari “tremando” (“che tremi nelle cose”, l’aspirazione che la propria parola possa conservare lo “strepitio” del sisma e che possa restituire una sorta di vibrazione-altra) o “ruggendo”.

Sarà anche per una questione fortuita (ma non credo che sia così) che ruggine e ruggito si nutrano della stessa radice. La ru di ruina (rovina), di ruere che significava anche precipitare, di ruer che vale per scagliare, lanciare. In poche parole: le crepe, il crollo e la gettata. L’etimo non mente mai. Magari confonde e moltiplica le tracce, ma comunque indica una strada da cui non si può prescindere. Qual è la strada su cui si (e ci) conduce Marilena Renda? A dire il vero ci sono diverse strade e qui ne abbiamo battute alcune. Vorrei però aggiungere una linea, la linea (il filo conduttore) del pregnante e voluto lapsus Gibilterra-Gibellina, ovvero l’ennesima radice in comune, una doppia radice: quella meramente linguistica e quella ideale che lega tra loro, in un regime di continuità-contiguità, due paesi concettualmente simbiotici. È per me doveroso citare, a tal proposito, un passaggio della prefazione di Maria Grazia Calandrone: “Perché Renda chiama Gibellina Gibilterra, assonanza a parte? Cosa è Gibilterra se non una terra straniera su una lingua d’acqua fra continenti, un’area di instabilità tra le convinte convenzioni della terraferma, un’antica colonna d’Ercole, la sfida verso una conoscenza proibita?”. “Sfida” e “conoscenza”, proprio delle crepe, del crollo, della gettata, di ciò che può crollare da un momento all’altro e infrangersi, di ciò che può disseminarsi da quei cocci come prosecuzione per un divenire che può solo ri-calcare le rovine di cui si nutre e che rimarrà sempre da costituirsi. Per questo, l’apparente pacatezza espositiva, di cui si accennava in apertura, assume talvolta i ritmi e le movenze di un ruggito. Perché tra le righe, come già accennato, si respira spesso un’aria di invettiva e di denuncia, sia a livello sociale che esistenziale.

Concluderei, come è giusto che sia, con le parole dell’autrice, riportando per intero e senza nessun commento (se non quello dell’invito a soffermarsi sul primo rigo, per comprendere come anche la “ruggine” possa farsi tramite per un possibile divenire) una delle parti che compongono l’opera

Può fiorire anche la ruggine se un albero è vicino,

se foglie, spighe e cardi spingono e straziano

di una macchina la muscolatura; è questa

propulsione che ricorda allo scheletro teatrale

quando le sue estremità si provano a toccare.

 

Qual è la cosa che più amate di questi luoghi

che non conoscete? Quale anemia vi coglie

se intrecciate le mani alla trama screziata

di strade e piazze partorite domani?

Questa città è un nuovissimo sedimento

 

che non nasconde nulla a gru e scavatrici,

e non trattiene pietre impolverate, collane

ossidate, cucine corrose, lenti sbeccate,

piatti e quaderni, lavatrici e coltelli.

Acqua di palude, germe di malaria.