Maria Allo

Maria Allo, La terra che rimane (nota di Franca Alaimo)

Maria Allo, La terra che rimane, Controluna edizioni 2018

La poesia di Maria Allo è attraversata da una densa enigmaticità che viene generata da un costante slittamento delle cose da una dimensione quotidiana ad un’altra in cui le stesse diventano simboli e visioni. Così il mare o l’alba o l’ombra che a volte fanno parte di una scenografia reale, in cui è facile identificare il territorio catanese, a volte, invece, metaforizzano l’assoluto, la libertà, la speranza, la morte, quasi testimoni “di un’intera vita nella vita in sé”; forse perché, come recita un altro verso, “per nascita camminiamo in volo”, dove il verbo “camminare” e il sostantivo “volo” costituiscono un ossimoro (terra-aria)  che potrebbe significare e la temporaneità del sostare di ogni uomo sulla terra e la persistenza di un interiore slancio conoscitivo- spirituale verso l’ignoto.
La sua voce poetica, infatti, nell’interpretare il flusso costante della vita dall’essere allo sparire, nell’accettare l’ “ombra che ti chiama”, se implica una partecipazione vibrante alla realtà, allo stesso tempo indica una struggente consapevolezza di essere, come tutti, “in pasto al mistero”.
Ma i baluginii dell’oltre non distraggono Maria Allo dall’impegno esistenziale: turbata dalla barbarie di questo mondo, (“Ecco, ancora una tragedia del mare,/ un altro stupro a Roma”, p. 21), l’autrice oppone al dolore, alla violenza, al vuoto, la pietas storico-creaturale, all’oscurità del male il gesto del perdono; al silenzio dell’indifferenza quello della poesia stessa, che ha in sé tutte le parole […] l’universo intero, tutto e tutti”; alla morte la bellezza, perché “Tutto si dissolve, ma la bellezza dura” (p. 46). (altro…)

Maria Allo, Memoria e identità nella Sicilia di Gesualdo Bufalino

Gesualdo Bufalino. Kamarina (Comiso), 1995. Foto di ©Paola Agosti

 

Memoria e identità nella Sicilia di Gesualdo Bufalino

 

 “Essere o riessere, ecco il problema. La scrittura me lo risolve, mi permette di cibarmi dei miei ieri come le iene si cibano dei cadaveri e così sopravvivere al deserto”.

Gaglianone e L. Tas, Essere o riessere, conversazione con Gesualdo Bufalino, Omicron, Roma, 1996, p. 10.

Gesualdo Bufalino (Comiso, 15 novembre 1920 – Vittoria, 16 giugno 1996) è stato uno degli ultimi grandi umanisti del ‘900. Nel solco della tradizione che va da Verga a Tomasi di Lampedusa, da Fortunato Stefano D’Arrigo a Lucio Piccolo, da Brancati a Sciascia, non è mai tra i primi scrittori siciliani citati, ma merita assolutamente un posto d’onore. La fase d’avvio della sua produzione è caratterizzata da un prolungato esercizio di scrittura sommersa che affonda le radici nel cuore di un’esistenza vista sempre come evanescenza e fuga dalla vita mentre il suo fulcro risiede nell’adolescenza e nella prima giovinezza dell’autore. Una fuga dalla vita, dunque, a cui Bufalino risponde con la ricerca sullo sfondo sempre della Sicilia, in cui il binomio di “stigma-stemma” (la malattia assume qui un carattere positivo, da stigma in stemma che in fondo vogliono dire la stessa cosa, e cioè “segno” ma nel primo caso, il segno è una piaga, mentre nel secondo è un’insegna di nobiltà, come sostiene Romano Luperini in “l’interpretazione e noi”). Il termine, derivante dal latino, indica in origine il marchio a fuoco che nell’antichità veniva impresso sul corpo degli schiavi o dei delinquenti. Nella lingua odierna è sinonimo di “segno caratteristico”, “impronta “, ne deriva anche “stigmate”, che indica per antonomasia i segni impressi alle mani, ai piedi e al costato di Cristo crocifisso. Stigma-stemma in Bufalino è fonte di dissidio feroce per la necessità di stare da un lato nel suo paese e dall’altro il suo non bisogno di uscirne. “…ogni siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte. Altrove la morte può forse giustificarsi come l’esito naturale d’ogni processo biologico; qui appare come uno scandalo, un’invidia degli dei”. (Da Studi novecenteschi, Edizioni 45-46 – Pagina 57). Pochi i fatti della sua vita: combatte in Friuli durante la Seconda guerra mondiale, successivamente viene catturato dai tedeschi, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, ma riesce a scappare. Terminata la guerra nell’autunno del 1944, si ammala di tisi e viene ricoverato all’ospedale di Scandiano. La degenza diventa un antidoto alla sofferenza fisica e mentale di Bufalino. Lo scantinato dell’ospedale diventa il nascondiglio della biblioteca deI dottor Biancheri, il primario dell’ospedale, che desiderava proteggerla dai pericoli della guerra. Bufalino passa il suo tempo a leggere quei libri con la sua onnivora curiosità intellettuale e ibridazione, “Poiché leggere a me non servi soltanto da risorsa conoscitiva, utile a esplorare, dal fondo del mio pozzo buio, il più che potessi del lontanissimo cielo: significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie”. (Da Malpensante, Bompiani, Milano, 1987, sottotitolata “Lunario dell’anno che fu”). Riprende gli studi universitari, interrotti dalla guerra, laureandosi presso la facoltà di lettere e filosofia. Per due anni insegna nell’Istituto Magistrale di Modica. Nel 1951 ottiene il trasferimento all’Istituto Magistrale di Vittoria, poco distante da Comiso, dove insegnerà per altri venticinque anni. La cifra stilistica più apprezzabile negli scritti di Bufalino è dunque una scrittura viva, nutrita di memoria «onnivede, stravede, non vede» (Bufalino-Trecca, Essere, p. 48) e di una profonda indagine sull’identità siciliana, che collega e confronta ma soprattutto affonda nelle radici aeree della terra natia, «patrimonio di memorie, vera mnemoteca e insieme materno cordone ombelicale con l’esistenza» (Bufalino-Trecca, Essere, p. 49) e in un saggio dedicato a Pirandello, Bufalino descrive cosa significa per uno scrittore siciliano essere siciliano: “Per noi siciliani, ripeto, non per voler ridurre il peso europeo e universale dello scrittore, bensì per insinuare che il suo essere europeo e universale risulta inzuppato e come saturato dal suo essere siciliano. Pensate a una corrente marina, alla Corrente deI Golfo, poniamo, la quale attraversa l’Atlantico intero senza perciò cessare d’ esser sé stessa, con una salsedine propria, una temperatura propria; ma che non appare in nulla diversa dal corpo acqueo totale dell’oceano all’ occhio del marinaio che la naviga o dell’albatro che la sorvola. Allo stesso modo la Sicilia sta dentro l’Europa pirandelliana senza distinguersi da essa e tuttavia restando incontaminabile e propria”. (Da Saldi d’autunno di Gesualdo Bufalino, pag.686, Gruppo editoriale Fabbri-Bompiani- Sonzogno, Etas 1990). Così per questa sua prosa, così unica, che, pur calandosi nella cultura del proprio territorio d’origine, tocca tematiche universali, Bufalino ha superato il proprio localismo, come dimostrano i prestigiosi riconoscimenti del “Campiello” prima e del premio “Strega”, dopo (1988). Muore il 14 giugno del 1996 a seguito di un incidente stradale tra Comiso e Vittoria. All’amministrazione comunale, l’autore di ”Diceria dell’untore” ha lasciato anche il suo archivio, che contiene manoscritti di romanzi, di saggi, ma anche poesie e lettere. Così nell’ex mercato ittico di Comiso, (U Còmmisu in siciliano) sorge La biblioteca privata di Gesualdo Bufalino diventata proprietà del Comune di Comiso, suo paese natale, custode dei tremila libri dello scrittore.  “Era un paesotto popoloso [ … ] ma non triste. A giudicare dalle case dipinte di blu meteIene, ciascuna delle quali sui grami usci inalberava a comice un’odorosa pergola di gelsomino. Scurissime le facce, ma allegre di sapone recente. [ … ] E già uscivano per la prima messa le ragazze, [ … ] camminavano come signore, distribuendo a destra e a manca la tenera mafia degli occhi. È l’umile fondale del vicolo da cui sbocciavano, fra gabbie di galline e zacchere sparse, piuttosto che mortificare l’alterigia del passo, pareva conferire un di più di gloria e di teatro alla scena. [ … ]  (G. Bufalino, Comiso ieri, immagini di vita signorile e rurale, Sellerio editore, 1978, Palermo, p. 3).  Il romanzo Diceria dell’ untore,  pensato e abbozzato verso il ‘50, scritto nel ’71 covato dalla giovinezza con dedizione e silenzio, e poi subito bestseller nel 1981. L’autore scrisse il testo sette volte e lo modificò ripetutamente nei 30 anni della sua genesi tra il 1950 e l’anno della sua pubblicazione. Il labor limae attuato potenzia il linguaggio figurato, leitmotiv della scrittura bufaliniana e trova conferma nei suoi aforismi nella raccolta Il Malpensante: “Rileggere ciò che è scritto cinquanta volte ogni giorno, non fosse che per cambiarvi una parola, come si cambia un fiore in un vaso”.  È importante perciò non incorrere nell’errore di confondere le date di scrittura di Diceria con quelle di stampa, dato che Gesualdo Bufalino entra tardi ufficialmente nello scenario della letteratura italiana nel 1981, all’età di sessant’anni, sollecitato da Sciascia per telefono. Elvira Sellerio fece una scommessa perché era certa che avesse un manoscritto nel cassetto, dice Bufalino in un’intervista dell’85 di Sergio Palumbo. Certamente l’esordio tardivo e la reticenza a considerare la sua opera come definitiva hanno destato nel clima letterario dell’epoca tanta curiosità e Bufalino stesso in Saldi d’autunno, 242, così spiega: “La mia riluttanza alla stampa [… ] nasce da una discrezione nativa, [ … ] per me un’opera può solo dirsi veramente viva se, e finché è inedita, mobile, trasmutabile ad libitum come la vita. Un’altra ragione sta nel clima letterario dell’epoca: Bufalino stesso, in una sua intervista, attesta di aver scritto il suo romanzo “stretto fra due cadaveri freddi: la salma deI Neorealismo e il feto dell’Avanguardia”. «Diceria» evoca, nel parlato spiccio, un’insinuazione di scarsa credibilità, come di uno sproloquio mormorato all’orecchio. ‘Untore’, di ascendenza manzoniana, è termine più complesso e fa l’effetto di un libro sorprendentemente antico. Un’opera che nasce già con la premessa di farsi incontentabile e preziosa e che cresce quasi fuori di un tempo precisabile. Il romanzo, strutturato nelle forme tradizionali del memoriale autobiografico, presenta un carattere lirico-autobiografico, una sorta di riflessione esistenziale sui grandi temi della morte stigma-stemma, della malattia e dell’amore, svolta attraverso una serie di evidenti richiami alla letteratura decadente (si pensi a La montagna Incantata di Thomas Mann o a Moby Dick di Melville, anche se lo scrittore, tuttavia, dichiara in un’intervista di non essersi ispirato all’opera di Mann). “Non è la Montagna incantata che mi ha incantato. L’ho letta nel 1943, non ero ancora ammalato, non ho sentito allora una consonanza di temi. Il Mann che mi è più vicino è quello di Morte a Venezia e certe immagini del Dottor Faustus, mentre escludo nel modo più totale una derivazione tra la Montagna e Diceria”.  (61 F. Santini, La mia Sicilia è un museo d’ombre e io vivo in un buco nero, in «Tuttolibri», 11 luglio 1981). Scrittore in presenza di un dio che non c’è, grande sperimentatore, soprattutto sul piano del linguaggio e della ricerca linguistica nella scelta lirica e musicale della scrittura, si allontana anche rispetto alla tendenza dell’estremismo di molti narratori contemporanei (Gadda, Consolo, D’Arrigo e Pizzuto) e coraggiosamente non ha seguito la strada degli scrittori che in quegli stessi anni cominciavano a optare per una lingua di tono medio con forme semplici e accessibili al grande pubblico, mentre lui cercava di contrastare  l’ossificazione del mondo, una visione anche della letteratura che molto spesso sembrava scadere nella banalità, nel tono grigio. (altro…)

Nel nome di Clizia (di Maria Allo)

«Non pensai a una lirica pura nel senso ch’essa poi ebbe anche da noi, a un giuoco di suggestioni sonore; ma piuttosto a un frutto che dovesse contenere i suoi motivi senza rivelarli, o meglio senza spiattellarli. Ammesso che in arte esista una bilancia tra il di fuori e il di dentro, tra l’occasione e l’opera – oggetto bisognava esprimere l’oggetto e tacere l’occasione – spinta. […] Anche nel nuovo libro ho continuato la mia lotta per scavare un’altra dimensione nel nostro pesante linguaggio polisillabico, che mi pareva rifiutarsi a un’esperienza come la mia. […] Il nuovo libro non era meno romanzesco del primo».

(E. Montale, Intervista immaginaria, in Sulla poesia, a cura di G. Zampa, Mondadori, Milano 1976)

 

Mottetti costituisce la seconda sezione di Le Occasioni di Montale. Il titolo allude alla “poesia d’occasione”, nel senso che in questo periodo si infittiscono, nell’opera di Montale, i riferimenti a persone, eventi, circostanze della vita privata e pubblica. Eppure il poeta ha sempre rifiutato di precisare le circostanze biografiche della sua ispirazione. In una lettera del 1966, a un amico critico che gli chiede chiarimenti, scrive: «La mia poesia non è vera, non è vissuta, non è autobiografica, non serve identificare questa o quella donna…».
Al centro delle Occasioni, dunque, si trova una serie di ventuno brevi componimenti dedicati a una donna, cantata con il senhal di Clizia, presenza indefinita, con il riferimento al mito ovidiano della ninfa innamorata di Apollo-Sole che fu trasformata in girasole, il fiore che si volge costantemente a cercare la luce del sole: «lla suum, quamvis radice tenetur/ vertitur ad Solem, mutataque servat amorem» (Ovidio, Metamorfosi, IV, v. 262 e sgg.). Clizia, colei che (si) inclina (gr. klitòs) ovvero, secondo la polisemia del verbo latino, colei che si piega, si muta e ha dedizione verso qualcosa. Nei Mottetti, a lei dedicati, la distanza si fa smisurata, quasi astrale: Clizia, creatura di luce, porta in dono d’amore un segno del mondo autentico. Quando il poeta avverte la sua presenza, e anche quando crede di essere ingannato “Altro era il suo stampo”, egli esprime il desiderio di affidarsi a lei perché lo metta in contatto con quel mondo misterioso, se esiste. E non conta tanto il dono (di cui il poeta non è mai certo) quanto il desiderio di quel segno. Certo, il segno che si compone nell’aria del mattino e nelle cose, può essere riconosciuto solo dai sensi dell’innamorato. Solo colui che sente il passo di Clizia nel pulsare del proprio sangue può percepire in  segreto il fenomeno della neve che rispetta il rumore di quei passi, e quello dell’ombra della palma che s’innerva/ sul muro, cioè che «si dirama come un fascio di luce nel tessuto del proprio corpo» (D. Isella). Conta che la donna lo guidi a sfidare il vuoto, il tedio, l’arduo nulla: la verità è nella sfida che si compie in virtù dell’amore di Clizia.

Ecco il segno; s’innerva
sul muro che s’indora:
un frastaglio di palma
bruciato dai barbagli dell’aurora.
Il passo che proviene
dalla serra sì lieve,
non è felpato dalla neve, è ancora
tua vita, sangue tuo nelle mie vene.

Clizia ha gli attributi contrastanti del fuoco e del gelo (suggeriti dal significato del suo nome tedesco, Brand-fuoco (letteralmente: incendio), Eis-ghiaccio). L’identità di questa donna dagli occhi di acciaio è rimasta a lungo oscura. Con il tempo Clizia è stata identificata con Irma Brandeis, giovane ebrea americana studiosa di Dante, colta, poliglotta e cosmopolita, conosciuta nel 1933 quando lei era venuta a Firenze per conoscere a fondo la lingua del sommo poeta. Montale si era trasferito a Firenze nel 1927; lavorò prima presso la casa Editrice Bemporad, poi come direttore del prestigioso Gabinetto Viesseux. (altro…)

PoEstate Silva #17: Maria Allo, da “La terra che rimane”

 

Niente dura per la vita – mi dicesti – con rauca voce
ma con tutta la grazia della fede che sostiene.
Così da allora non ho bisogno di capire.
Non sai cosa vuol dire avere un dolore misurato
palpebre chiuse alla luce del mattino
a poco a poco abbandonata al tempo
per un lavoro che oggi ha solo spine.
Non sai cosa vuol dire sentirti straniera
sul ciglio di un cedro finché si radica il silenzio
con suoni distanti per la marea che sale
e tra le pietre ogni cosa accade.
Non sai che l’isola ha il sapore delle sorbe rosse
che mettono radici sulle ali del maestrale
e venano di crepe la fragranza della terra
senza bisogno di capire la distanza che divide
l’amore e la sua lingua antica
nei dettagli indecifrabili del mare.

 

La voce di Cassandra

Scopro dalla finestra incendiarsi il sole e l’orizzonte.
Ecco l’attimo per ritrovare sulle labbra le mie ali
brivido della vita intera vicina al sangue
—————————come approdo
senza sapere di chi sia la pelle e quella voce.
Ecco porta via le nubi questo vento nel riverbero dell’aria
intorno dove finisce il tempo e il destino
—————–tutto ridotto in schegge.
Anche la voce di Cassandra si è spezzata le manca il fiato
non c’è più nulla da insegnare e se ne sta in piedi alla finestra
Ecco, come il sole va e poi ritorna.

 

La terra che rimane

Una nuvola gialla incide le vertebre del cielo.
Con il susseguirsi delle ore si sgretola
senza redenzione sul dorso di un gabbiano.
Dobbiamo avere memoria sulla pelle
anche delle cose che non abbiamo avuto
come roccia che divampa e non si ferma
come acqua che nasce dal silenzio
per la parola del tempo senza una vera meta.
Soffia un vento insolito che ci assedia
da duna a duna con la sete e l’acqua
che ci sorprende al risplendere dell’alba.
Dobbiamo avere memoria sulla pelle
per vangare la terra che rimane.

 

Maria Allo, La terra che rimane, Controluna edizioni, 2018

Maria Allo, Solchi (rec. di Giorgio Galli)

Maria Allo, Solchi. La parabola si compie nei risvegli. Prefazione di Anna Maria Curci, Fuori Collana, collana diretta da Fabio Michieli, L’arcolaio 2016

Un idillio devastato. La poesia di Maria Allo – sregolata e sacrale, immune dalla “bellezza” e tutta dentro un fraseggio interiore che trova sostegno nella concretezza delle immagini – ci raggiunge piena di un dolore eruttivo, con le colate laviche di un furioso dolore. Una rutilante desolazione produce immagini e le annienta nel proprio stesso vortice. Provoca scompiglio, percuote, esaspera. Dunque è perturbante, non pacificata, figlia di un’autentica necessità poetica. Si possono rileggere i componimenti di Solchi e trovarli ogni volta diversi. Si rimane respinti dalla loro ricchezza. Poesie in apparenza dimesse e poco rifinite si rivelano piene di sorprese. Una lettura profonda scorge infatti i minuscoli addentellati tra un componimento e l’altro: parole ricorrenti in poesie successive; parole e immagini che ritornano, con sottili variazioni, lungo tutta la raccolta; interi campi semantici, come quelli di “vita”, “morte”, “coraggio”, “luce”, che si ripresentano dando all’insieme ritmo e struttura. Fino ad arrivare a poesie costruite con frammenti di poesie precedenti. Capiamo allora che, più che a una silloge, ci troviamo di fronte a un poema, che ha per protagonista il paesaggio siciliano, ritratto spesso all’alba, e dove le manifestazioni buone dell’umano sono ridotte al minimo, a memorie familiari, a un “tu” onnipresente e sfuggente. L’Io lirico è tutto proiettato nel paesaggio, ma il paesaggio partecipa di un dolore irreversibile. Una furia bestiale e irrazionale, che rovina tutto e non lascia intatti né sentimenti, né cose, né persone:

Oggi amare è la crepa sui muri che screpola
la terra

Il mondo è dominato da  forze ancestrali, sanguigne, di fronte a cui la ragione e la sensibilità sono ferite. I nessi sono sconnessi, e nulla è comprensibile. Antonia Pozzi, all’approvazione delle leggi razziali, commentò: “La civiltà della parola è finita”. Maria Allo sembra voler dire la stessa cosa di fronte alla violenza generalizzata dell’umano. Le rare apparizioni dell’uomo sono perlopiù portatrici di distruzione. L’apparizione dell’umano produce “molteplici suoni dissonanti”, colate di dolore rapprese in immagini che corrono come in una fuga scomposta, in un funereo “si salvi chi può”.
È proprio in questa proliferazione che troviamo però la vitalità: nelle ferite, nei passi “aperti come chiodi”, che accomunano in un gesto mondo umano e naturale e perfino figure astratte. Il Tempo e Novembre sono personaggi, e i loro nomi iniziano con la maiuscola: l’etna, invece, è una persistenza, ed è scritto in minuscolo.
E se è vero che “un dolore ci sgretola la luce/ ovunque sulla terra”, va pur detto che la persistenza, la tenacia si affacciano come valori positivi:

da ogni crepa
si percorre ferocemente la vita

L’esserci e l’essere sono entrambi elementi della persistenza, si potrebbe dire della resistenza

Ecco cielo e terra esistono
Loro voce è la stessa evidenza

È nella persistenza che queste poesie del disamore ritrovano una forma d’amore, una volontà di custodire il mondo, pur così deturpato:

Ecco
Rimarrò a vegliare
Ora l’allodola canta
Canta a perdifiato

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Maria Allo, Su Jolanda Insana

Jolanda Insana, foto di Dino Ignani

Maria Allo, Su Jolanda Insana

L’anno 1977 segna l’esordio tardivo nella poesia della quarantenne Jolanda Insana, quando un gruppo di testi di Sciarra amara è presentato in un quaderno collettivo della casa editrice Guanda, diretto da Giovanni Raboni, poeta e militante nella critica in primis letteraria, ma anche teatrale e cinematografica che, sbalordito dalle schioppettate linguistiche della “Pupara”, così scrive: «[…] dietro o al di là della beffa, dietro o al di là dell’acuto, atroce sarcasmo, è in ogni caso, e senza scherzi, questione di vita o di morte: ed è questo, certo, a far circolare nella poesia della Insana, nel suo personalissimo impasto di sostenutezza aulica e gesticolante allegria dialettale, nel suo epigrammismo che, per naturale paradosso tende a farsi voce ininterrotta, declamazione, poema, una vena di minacciosa, rabbrividente cupezza.» Jolanda Insana è voce poetica italiana fuori dal coro. Sciarra è termine siciliano che viene dall’arabo šarra e insieme letterario che significa rissa, «conflictus tra la vita e la morte».

io infuoco la posta
in questo gioco che mi
strazia
e punto forte sulla carta

Impasto verbale di lingua italiana, dunque, e dialetto siciliano, a tratti duro, per scardinare il conformismo dell’Italia degli anni Settanta e la mancanza di senso. Insana dice che la parola è voce della carne e la poesia è medicina carnale, così dai dettagli di un particolare stonato, “picciùsu”, cerca di sprigionare un senso che vada al di là della superficie, una grande occasione di vedere il male e di non arrenderci a esso. Per questo Raboni ha potuto parlare della «concretezza visionaria» di una voce che, prendendo le distanze dalla massa, riesce a cogliere le storture dell’esistenza e denunciarle. Da questo punto di vista il plurilinguismo di Jolanda Insana e i testi delle sue raccolte poetiche, caratterizzati da un vero e proprio “bombardamento” lessicale con termini letterari, insieme a voci dialettali e neologismi, hanno una cifra inconfondibile che si riconosce non solo nella concretezza ma anche nella continuità con la tradizione, che la spinge in direzione della nostra povera, martoriata, meravigliosa lingua italiana. La ricerca poetica di Jolanda Insana è “lazzariata” dall’esperienza nella sua infanzia della seconda guerra mondiale, dai bombardamenti delle forze alleate e dalla miseria. (altro…)

Sulla poesia di Amelia Rosselli (di M. Allo)

Amelia Rosselli, foto di Dino Ignani

 

LIBERTÀ, RICERCA E MUSICALITÀ NELLA POESIA DI AMELIA ROSSELLI 

di Maria Allo

Soffiati nuvola, come se nello
stelo arricciato in mia bocca
fosse quell’esaltazione d’una
primavera in pioggia, che è il
grigio che ora è era appeso nell’aria…
… E se paesani
zoppicanti sono questi versi è
perché siamo pronti per un’altra
storia di cui sappiamo benissimo
faremo al dunque a meno, perso
l’istinto per l’istantanea rima
perché il ritmo t’aveva al dunque
già occhieggiata da prima.

(da Impromptu, 1981)

Un linguaggio frantumato e oscuro caratterizza l’appartata esperienza poetica di Amelia Rosselli che si distingue però per un’intonazione appassionata, rara nel secondo Novecento. Non può seguire studi regolari, costretta a trasferirsi con la famiglia dalla Francia all’Inghilterra, ma acquisisce una piena padronanza di tre lingue (italiano, francese e inglese); forse anche per questa sua formazione internazionale la Rosselli risulta estranea alla tradizione italiana e continua senza sosta a coltivare l’idea precisa e dichiarata di una lingua poetica universale, come universale è la musica. In tal modo punta al cuore della sua personale ricerca e ne scandaglia l’esperienza sofferta nel corpo e nella psiche. Traumatica deve essere stata la vita da “rifugiata” che iniziò a condurre sin dall’omicidio del padre Carlo Rosselli, esule antifascista, fondatore di Giustizia e Libertà e teorico del Socialismo Liberale, e del fratello di lui, Nello, assassinati da sicari fascisti. Amelia, nata nel 1930, ha appena sette anni ed è ovvio che questa vicenda la segni in maniera indelebile, come la segna il devastante rapporto con la madre Marion Cave. Viaggia tra l’Europa e gli Stati Uniti: «Non sono “apolide”» – precisava in un’intervista rilasciata a Spagnoletti, nel 1987 – «Sono di padre italiano e se sono nata a Parigi è semplicemente perché lui era fuggito […] perché era stato condannato per aver fatto scappare Turati. Mia madre lo aiutò a fuggire e quindi lo raggiunse a Parigi. […] Cosmopolita è chi sceglie di esserlo. Noi non eravamo dei cosmopoliti; eravamo dei rifugiati» (1987/2004, p. 9). Negli anni Sessanta si iscrive al Partito Comunista Italiano, mentre i suoi testi attirano l’attenzione, tra gli altri, di Pasolini e di Zanzotto. È Pasolini a presentare nel 1963, sulla rivista letteraria “Il Menabò”, diretta da Italo Calvino, una prima scelta di Variazioni belliche della Rosselli, preparazione all’edizione in volume dell’anno successivo, edito dalla Garzanti; è sempre Pasolini a definire la sua scrittura poetica come ‘scrittura di lapsus’: versi fatti di distrazione, caratterizzati da «una grammatica di errori nell’uso delle consonanti e delle vocali». Il tema dei lapsus, Pasolini aveva comunque precisato, «è un piccolo tema secondario rispetto ai grandi temi della Nevrosi e del Mistero che percorrono il corpo di queste poesie», quindi ne ridimensiona la rilevanza e individua nello stile di Amelia Rosselli una dimensione tragica e dissacrante, che unisce registro alto e basso, lingua del passato e del presente, trasversalità e scardinamento di regole e misure. Insomma, una scrittura pericolosamente libera. Disse bene, anni dopo, il critico Pier Vincenzo Mengaldo a proposito della lingua della Rosselli, definendola: «un organismo biologico, le cui cellule proliferano incontrollatamente in un’attività riproduttiva che come nella crescita tumorale diviene patogena e mortale». Il disagio esistenziale della Rosselli si riflette nella sua opera e sarà lei stessa a raccontare in forma di prosa poetica i suoi vent’anni di vita: il solitario arrivo a Roma, l’incontro con Rocco Scotellaro, in una relazione sempre rimasta ambiguamente in bilico tra l’amore e la grande amicizia. Poi la morte di lui e l’inizio di un periodo di oscuramento progressivo della memoria e della ragione, peregrinando fino alle campagne fangose di Matera in cerca del fantasma del perduto amico/innamorato morto. Quando Amelia Rosselli morì, l’11 febbraio 1996, gettandosi dalla finestra del suo appartamento romano di via del Corallo, si pensò che quel suicidio avesse posto termine a un lungo silenzio creativo, ulteriore dolorosa ferita in una vita segnata dalla malattia mentale. Una malattia che, come sottolinea il cugino, Aldo Rosselli, «fa parte della sua voce, della sua voce vera, della sua voce interna, ma anche esterna, quella delle sofferenze che ha affrontato nella vita». In realtà in quel periodo Amelia aveva appena ricominciato a scrivere, in inglese e in italiano, con il bilinguismo tipico della sua opera matura. Molti critici infatti, valutando la quantità di elementi di disagio, malinconia, depressione, nevrosi di cui le poesie sono colme, concordano nel sostenere che quello di Amelia Rosselli sia stato un suicidio, lentamente, gradatamente preannunciato nei suoi versi, con una particolarità ulteriore e singolare: Amelia Rosselli scelse di togliersi la vita l’11 febbraio, esattamente come la poetessa Sylvia Plath, autrice da lei tanto studiata e tradotta con passione. Sul suicidio di Silvia Plath, posto in relazione al rapporto con la madre, Amelia dice: noi possiamo anche accusare la madre, non è certo la madre che deve essere ritenuta responsabile, ma la società, una società terapeuticamente ignorante, meccanicistica e, quello che è peggio, una società incosciente nel suo matriarcato di stampo capitalistico. (altro…)

Maria Allo, Solchi. La parabola si compie nei risvegli

solchi

Maria Allo, Solchi. La parabola si compie nei risvegli, Fuori Collana, collana diretta da Fabio Michieli, L’arcolaio 2016

dalla prefazione di Anna Maria Curci

Allegoria della tensione: Solchi. La parabola si compie nei risvegli di Maria Allo

«La parabola si compie nei risvegli»: questa frase, tratta da un verso e che costituisce la seconda parte del titolo della raccolta di Maria Allo, consolida, man mano che si scorrono i componimenti qui raggruppati, il suo ruolo di punto di riferimento costante, lanterna alla lettura e, insieme, di mistero che non può e non vuole essere ridotto a una formula di spiegazione, per quanto acuta, per quanto illuminante, per quanto prossima allo stato delle cose la spiegazione possa essere. Le manifestazioni del termine parabola si articolano e si mescolano: narrazione esemplare e allegoria, curva e andamento ellittico si gettano, non di rado precipitano, tendono al compimento in quei risvegli anch’essi polisemantici. Si destano i sensi, si desta la coscienza, la rivelazione si cela e si mostra, risale in superficie, colta in un contrasto, in una effusione, in una esplosione di colore e materia.
La tensione è narrata, afferrata, attraversata; è una tensione che alimenta lo scorrere del tempo e che nutre la condizione umana, che scuote la natura, con tremende deformazioni o improvvise trasfigurazioni all’occhio attonito delle creature. Vale la pena soffermarsi, dunque, su ciascuno di questi elementi che innervano la voce poetica di Maria Allo.
La tensione è innanzitutto ricerca della luce, che, come rivela l’analisi delle occorrenze, è termine centrale, meta costantemente perseguita e perennemente insediata da un patire che assume di volta in volta le sembianze di Weltschmerz, ovvero di sofferenza che pervade il mondo intero e ogni cosa al mondo, e di affanno del singolo individuo. Si alternano così dichiarazioni come quella contenuta nel compiuto distico, composto da un endecasillabo e da un settenario, che apre e chiude il secondo componimento della raccolta – «un dolore ci sgretola la luce/ ovunque sulla terra» – al tendere i sensi anelanti, come avviene già all’inizio del quarto componimento: «Tendo orecchio ai voli che generano luce».
La prevalenza della prima persona plurale quando oggetto del dire poetico è la condizione umana si manifesta anch’essa con considerevole frequenza, soprattutto laddove l’intenzione è quella di sottolineare l’appartenenza a un comune dolere. Similitudini e metafore si susseguono, allora, per segnalare la cifra dell’esistenza terrena di tutti i viventi: «Siamo alberi anche noi/ Flussi di linfa e venature/ che il Tempo attraversa come all’inizio/ Radici e semi in attesa dei frutti,», «E noi una sola polvere», «Noi eravamo indocili radici», «Fanno di noi deserto e vuoto» o, ancora, sfruttando appieno la duplicità del termine “arsi” e l’appello ad altri contesti di riferimento, familiari a chi scrive: «Noi arsi di grafemi». (altro…)

Parola e Mito in Emilio Argiroffi. Di Maria Allo

Parola e Mito in Emilio Argiroffi

di Maria Allo

Mi rifugio in te
Isola parola
Cerco la strada
Ardua sul crinale del monte…

 

Emilio Argiroffi ha riassunto nella sua poesia l’aspetto pubblico di uomo impegnato e privato del fine dicitore di versi degli amati classici. Tutta la poesia di Argiroffi è poesia di mito e di luoghi mi­tici. Perciò a volte le sue composizioni sono ripetitive, hanno il sapore delle nenie e seguono un rit­mo incalzante come se tendessero a trasferire suoni e canti della Calabria in una metafora di fatti popolari. Ciò accade perché nella dimensione epica il passaggio delle persone evocate sia e diventi il passaggio di eroi, poiché tali essi sono sia nel positivo che nel negativo, così rappresentati nel ri­cordo di chi li ha conosciuti. Quando si è finito di leggere Gli usignoli di Botonusa rimane l’eco di sillabe dolci e sospiri, unita a echi lenti, lontani aritmici: è la storia, l’epos storico che risale. Il mito roboato sonoramente da tanti verseggiatori è fatto rivivere dalle cose e dai sentimenti, rinasce con­cretamente e dolentemente nel poeta, che porta con sé secoli e secoli. Una poesia popolata di capi­telli, di luoghi archeologici, di morti del passato di canti lontani, di echi biblici. Anche in Madrigale siciliano con alfabeti e tamburi si evidenzia l‘attenzione per il mito, Epicèdio per la Signora che si allontana dedicato all’amatissima madre Caterina Olga Argiroffi Raber, in La grotta di Endimione riprende il celebre mito del giovane che, per aver mancato di rispetto ad Era, dorme un sonno perpe­tuo in una grotta visitato da Selene che di notte lo bacia.

Parmenide

Parola del dio
Sonnecchia sotto l’olivo grigio
Di pietra
Il mare è d’argento e di lavagna
E il castello d’oro
Ha merli di sasso tra le nuvole
E stanze nere nella montagna
E radici infinite
Nel golfo dalle dieci falci
A palinuro…

Questa poesia si pone in bilico fra diversi piani temporali, creando un gioco di rimandi e di richiami non solo al passato in sé, ma anche all’immaginazione del passato, alle sue figure magiche che rivi­vono nelle crepe della modernità, che riaffiorano come fantasmi ancora vivi nella nostra contempo­raneità.

… Canti
Come ritorni
D’anni dispersi
Nella pioggia stasera
A bocale

La voce della poesia, il canto del poeta non può far finta di nulla, persino la luce della luna, a Boca­le, ne è stata contaminata, anche nel ritmo. La passione è il primo motore della poesia, una passione che spesso travalica in indignazione oppure s’impenna nei toni aspri, acri del sarcasmo. E allora alla pietà per le vittime, alla solidarietà per gli oppressi, si mescola l’invettiva, lo sberleffo, il sulfureo sogghigno per i tiranni di ieri e di oggi.

A volte i pupi sembrano
Uomini vere e donne di carne
Ma solo legni tarlati
Ballano su tavole sconnesse
La storia
Del dente per dente
Orlando furioso d’amore
Galopperà sulla luna
Per raccattare sassi neri
E frammenti di fiori di latta
Smarriti da distratti pellegrini

A prima vista, ingannati o affascinati dalla fluidità, dalla sonorità e dal ritmo dei suoi versi, si po­trebbe scambiare Argiroffi per un semplice poeta lirico effusivo. Certo la grande tradizione della poesia lirica, a cominciare da quella greca che, in lui, prima ancora di una acquisizione culturale sembra essere un connotato biologico, non gli è estranea: Argiroffi è poeta colto, anche se riesce a mascherarlo con grande disinvoltura.

Accanto alle citazioni antiche come il frag. 105 di Saffo

Saffo_frammento

[trad. di Salvatore Quasimodo:

Come la mela dolce rosseggia sull’alto del ramo,
alta sul ramo più alto: la scordarono i coglitori.
No, certo non la scordarono: non poterono raggiungerla.]

o Pianto de la  madonna  de la Passione del Figliolo Jesu Cristo di Iacopone da Todi, o anche Emiky Dickinson 1862, lettera ai coniugi Holland, Argiroffi pone il frasario quotidiano con il suo linguaggio retto e colloquiale, accanto ai personaggi del mito pone quello dei fumetti, della cronaca, come l’appello al Governatore dello Stato dell’Indiana del poeta spagnolo Rafael Alberti, poeta dell’impegno civile, simbolo dell’antifranchismo per chiedere la grazia per Paula Cooper, la sedi­cenne di colore condannata alla sedia elettrica per omicidio.

Alberti_testo

Ma il poeta vuole andare oltre il quotidiano, oltre l’effimero del tempo, vuole spezzare la catena dei morti, senza tuttavia che in ciò vi sia un approdo stancamente religioso, dove le morti avrebbero una spiegazione scontata e ritualistica. Tutto questo testimonia il coraggio di chi guarda la realtà senza gli infingimenti retorici delle convenzioni chiesastiche. Argiroffi non ama gli uomini politici, pur essendo egli uno di loro. E ciò appare una contraddizione perché a leggere i suoi versi, gli uomini politici non amano la poesia. Ma egli non è soltanto un uomo politico, è soprattutto un poeta. «Non so che effetto hanno avuto i suoi discorsi sui senatori dell’emiciclo di Palazzo Madama, ma sono certo che se egli avesse parlato in versi, ne avrebbe scosso almeno l’apatia», dice di lui Antonio Spi­nosa.  Prendendo avvio da motivazioni percettive, il polo tematico si configura come punto di riferimento di un procedere della rimembranza sul filo della gradualità di significati che hanno il lo­ro significante nella duplice sfera del privato e dell’inconscio collettivo. Il linguaggio estremamente colloquiale che Argiroffi utilizza lungo l’intero arco dell’avventura poetica esprime una significa­zione in bilico, a metà strada, e in termini di forte efficacia espressiva tra rimembranza, si diceva, e realtà: ne consegue una forte tensione spirituale verso le vittime della Storia, e al con­tempo una im­plicita condanna del protagonismo della storia stessa.

Non una lacrima si vide
Nel mare
Il dolore è chiuso
Nello scrigno di pietra.

È come un lavacro primitivo, nelle turbolenti acque di un fiume in piena. E c’è di tutto in quelle ac­que: ciuffi di erba strappata ai margini, fiori morti, tronchi d’albero. Poeta della parola e dell’immagine, trasferiva nei disegni le impressioni della realtà coniugando in modo sorprendente nei suoi versi splendide metafore con temi sociali. Argiroffi, come dice Dario Bellezza, appartiene a un tipo di cultura in cui la diversità e l’emarginazione non solo sono un fatto sociale ma anche un fatto sacrale, poiché il profondo ideale di questo poeta va ravvisato nell’adattarsi alla classe sacra del povero, inserirsi nel suo essere, dove sposando il partito della diversità viene considerato come primogenito l’uomo del negativo.

«In realtà io ho lavorato per lunghi anni in un posto della terra tuttora condannato alle stigmate e al­le violenze dell’ancestrale, dove bisogna piegare le presunzioni accademiche a uno spessore etnico dell’ambiente nel quale vanno inventate operazioni d’intervento tanto lontane dalle grammatiche della scienza da obbligare a ruoli sciamanitici».

Argiroffi era poeta e medico, aveva costruito la sua vocazione sociale e il suo impegno civile a fian­co delle raccoglitrici di ulive della Piana, a fianco dei poveri e aveva collocato tali casi a fianco dei diseredati del Sud America, aveva elevato a misura universale i dati della sua esperienza quotidiana, così come Pirandello coniugava i casi della Sicilia con la dimensione europea di Bonn.  Come l’esistenza di Orfeo è popolata di belve, di serpenti, di leoni, così lo è anche la poesia di Argiroffi. E del resto una delle sue precedenti raccolte, non poteva avere titolo più esplicito, mi riferisco a I grandi serpenti miei amici. I serpenti sono ancora nel mito del tulipano e ne sono i protagonisti.
Da I grandi serpenti miei amici, che fu la prima raccolta poetica, a Le stanze del Minotauro, fino al­le ultime raccolte, egli ha trasferito nella parola il barocco quasi sfinito e struggente della sua origi­ne siciliana, il senso della morte che nel barocco si annida nella dimensione europea. Ne I grandi serpenti esiste qualcosa d’altro: una dimensione asiatica, il mito non solo greco ma indoeuropeo, come ne Le stanze del Minotauro. Sono le due raccolte che amo di più. Il rapporto col mito è lì in­tenso e carico di allusivi significati, indaga nell’inconscio individuale e collettivo, giunge nel sotto­suolo per riemergere nella realtà putrefatta a tratti ma rinnovata da quel sentimento civile che era il Leitmotiv preciso del riscatto individuale e collettivo.

Figlio
Decidi di andar via
Lo so
Ma non dimenticare il pane
Da spezzare all’ingresso
E il vino non scordare
Da versare
Un sorso per la vita nuova

La memoria poetica di Argiroffi segna la fine di un’epoca, di una civiltà e, in questo crollo, anche le categorie di ordine, di bellezza, di memoria sono destinate a bruciare e a dissolversi, come ne I po­meriggi d’inverno:

I pomeriggi d’inverno

Nella pianura
Ad ascoltare il fiato
Dei simulacri d’argilla
Che affiorano dalla città sepolta
Sotto la foresta
D’argento e di pece degli olivi
Il tempo è bianco di nebbie
Tutto si è spento
Negli abissi
Il fragore di scudi
I tamburi che calarono
Lungo la via sacra del crinale
Il tinnare dei timpani d’epizefiri
Le tube di guerra
Gli zoccoli dei cavalli d’arabia
Il cozzare di daghe
Il vociare accaldato
Dei mercanti d’oriente
Il bramito dei cervi reali
Il chiocciare dei tacchini selvatici
Il grugnito dei cinghiali
L’ululato dei lupi di roghùdi
Le invocazioni d’aiuto dei bimbi sepolti…

Parlando di morte, il poeta celebra la vita, descrivendo la strage di Punta Stilo fa intuire un acuto struggimento per albe bagnate o per paesaggi assolati.
Se questo è il timbro, la temperatura della sua poesia, essa si materializza in costruzioni verbali spesso ardite, qualche volta addirittura spericolate. Queste composizioni sono tagliate per lo più in strofe brevi che si inseguono, s’incalzano con un ritmo ossessivo, che può rastremarsi nella secca scansione di singoli vocaboli, ma per riprendere subito dopo il suo andamento vorticoso, incalzante, e in questo delirio verbale s’insinuano metafore scintillanti, echi di varie culture.La solarità della poesia rispondeva all’elemento greco della sua condizione di poeta, l’oscurità del mito asiatico alla dimensione globale mediterranea della sua natura.
La grazia della sua poesia, come dice Roberto Pazzi, è sospesa fra una tensione pedagogica di natu­ra morale e una resa dell’incanto della bellezza di natura estetizzante.
E nei versi d’amore, Valpadana e Io ti amo, la rutilante ricchezza delle immagini e delle metafore sul filo di un retrogusto dannunziano.

Io ti amo

Dunque
Il pensiero
Turgido penetrante

Cigolante
Gòmena di filibuste
Nelle nebbie

Sulla tolda
Il trinchetto
L’olandese vola
Nei venti della fantasia

Turgidi capezzoli di polene
Fendono ignoti oceani

Il desiderio
Rotola dalla montagna

Ma tu t’arrovelli
Sui minacciosi scheletri
Serrati nel tabernacolo
Dei comandamenti

E la mia carne
Grida…

Si direbbe che in Argiroffi convivano due anime: una solare, mediterranea; l’altra lunare e notturna. Lo sforzo costante e spasmodico era quello di riportare tale contraddizione nella lingua e nella paro­la, e di renderla feconda. La poesia di Argiroffi non è poesia regionale, ma piuttosto universale. E proprio questa sua universalità induce il poeta a immergersi sul terreno affascinante della magia e della speranza.

L’angelo necessario

E verrà l’angelo
Perché egli è necessario
Perché l’angelo è già qui
Dentro di noi

Basterà che ciascuno
Spieghi le ali
Con un gesto d’amore
Con una parola
Con un sorriso…

© Maria Allo

Emilio Argiroffi (Mandanici, 1922 – Taurianova, 28 maggio 1998) è stato un medico, poli­tico e poeta italiano. Senatore del Partito Comunista Italiano per tre legislature; relatore del­la legge sull’inquinamento da rumore e sulla istituzione de­gli asili nido; sindaco di Tauria­nova dal 1993 al 1997. Autore di numerose raccolte di poesie; premiato al Premio Stre­ga; vincitore di numerose rassegne regionali e nazionali.

Maria Allo, poesie da “Al dio dei ritorni” e un inedito

Etna dal mare - Foto di Maria Allo

Etna dal mare – Foto di Maria Allo

Maria Allo, poesie da Al dio dei ritorni e un inedito

«Nel giorno del perdono / oso invocarti / sulla sponda del torrente in secca / tra le rovine di una terra che trama / a ridurci rovi».  Una trattazione del tema dei nostoi, allegoria dell’esistenza come perenne viaggio, originale e, allo stesso tempo, non ignara del “grande carico” (per dirla con il titolo di una lirica di Ingeborg Bachmann) della poesia che ci precede: tutto questo si fa incontro a chi legge Al dio dei ritorni di Maria Allo. Segue, chi legge, il moto di chi sempre parte – “Si parte” è uno degli incipit programmatici che ricorrono e si avvicendano nella raccolta -, il gesto di chi tende le mani a una riva anelata e insidiosa, all’approdo che può farsi orrido scoglio, al promontorio che può squassare e squassarsi, rotolando «limo di lava dissidente», al tratto di costa familiare che può rivelarsi «sponda / della solitudine».
Nella molteplicità di toni e sfumature, di elementi-simbolo,  in una tavolozza che non disdegna di accogliere il livido – limaccioso e minaccioso – accanto al nitido, al brillante, al saturo, nell’intenzionale duplicità di valenza delle immagini, resta ben riconoscibile la vocazione dei poeti, che nel loro errare si confermano, con un ossimoro significativo, «custodi del vagare», rivendicano l’autenticità delle loro visioni e rinnovano, come nell’inedito qui presentato, la loro invocazione.  (Anna Maria Curci)

 

Quando tornerai
con la tua lira
a tessere arabeschi
muterai le carni
di tutti i destini
non informe intreccio
di sviliti mondi
non rullo di tamburi
ma ciò che sgorga
dal silenzio
specchio
di ogni verità
quando verrai
o dio dei ritorni
mi coprirò di rugiada
e forse morirò
per ogni possibile resurrezione.

(p. 15)

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Reloaded (riproposte estive) #9: La Sicilia surreale di Bartolo Cattafi – di Maria Allo

Cattafi sullo Stretto di Messina. Fotografia di Walter Mori per "Epoca", 1972

Cattafi sullo Stretto di Messina. Fotografia di Walter Mori per “Epoca”, 1972

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

LA SICILIA SURREALE DI BARTOLO CATTAFI

di Maria Allo

«La  poesia è per Cattafi il solo, l’unico modo di stare al mondo»
(Carlo Bo)

.

Ho scoperto la voce di Cattafi  leggendo i poeti del Gruppo ’63 (Pagliarani, Giuliani, Balestrini, Porta e Sanguineti) a proposito di crisi della poesia testimoniata da poeti come Risi, Penna, Spaziani, Cattafi e Caproni, ma tra i fatidici Sessanta e Settanta, anni di grandi dibattiti, Cattafi è uno dei poeti più taciturni. Cattafi visse e produsse in un momento quindi di sperimentalismo, in un periodo nuovo e di fermento dal punto di vista letterario, ma il suo essere cittadino libero ovunque e insieme la sua forte “sicilianità” accompagnata alla consapevolezza della sua crisi e del continuo conflitto con la parola, nonostante la sua produzione in versi si fosse ormai concretamente attestata, nulla avrà da spartire con la poesia dal 1964. Negli otto anni che seguono, infatti, Cattafi non scriverà più un verso. Eppure resta, tra le personalità poetiche  del nostro tempo, una delle più imponenti.  Il suo canto appare modulato su una lingua preziosa, una continua fluttuazione tra il protagonista lirico e la realtà circostante, sofferta interiorizzazione dei miti del paesaggio siciliano, sentito come parte decisiva dell’anima. Sono forse proprio questi due aspetti che lo rendono un personaggio davvero anomalo nel nostro panorama letterario. Il suo rapporto con il reale resta fondamentalmente teso ad  assorbirne tutti gli stimoli e le sensazioni e, sul piano dei contenuti,  la poesia ne privilegia le dimensioni surrealistiche, un surrealismo del sangue, nato con lui, con i suoi odori e antichi sapori e con

(altro…)

Emilio Argiroffi, poeta corale e visionario – di Maria Allo

Emilio Argiroffi . Foto di Marcellino Radogna

Emilio Argiroffi . Foto di Marcellino Radogna

 

Emilio Argiroffi, poeta corale e visionario

di Maria Allo

 

Risalire la fiumara del nuovo cammino
l’aspra fiumara del destino

E. Argiroffi

 

Dice di lui Maria Luisa Spaziani: «uomo politico inesauribile parlatore, brillante narratore conviviale, amante delle sorprese e dei paradossi, e lettore raffinato di quanto di meglio vi sia da leggere.»
Avevo poco più di vent’anni quando conobbi personalmente Emilio Argiroffi, in occasione del Premio Casentino, a Poppi (Arezzo), presieduto da Carlo Bo.
Ricordo che appresi delle sue origini siciliane e ne fui piacevolmente sorpresa soprattutto quando scoprii di conoscere un suo cugino omonimo, di Mandanici (Messina).
Ebbi la fortuna di entrare in amicizia con lui, stabilimmo anche un rapporto epistolare e in quel periodo incominciai a raccogliere segretamente i miei versi in un fascicoletto. Da allora divenne il mio maestro, ricco di insegnamenti e di umanità. Custodisco gelosamente le copie omaggio delle sue pubblicazioni con la dedica dalla grafia svolazzante, decisamente fuori moda nell’era digitale, a metà fra il segno e la scrittura, il graffito, il disegno e la secentesca missiva e mi lascio contagiare ancora, come allora, dal magma incandescente dei suoi versi.
Un percorso di vita emblematico quello di Emilio Argiroffi, cuore di cantastorie, dalla ricchissima produzione in versi all’impegno civile, una delle figure più alte della poesia italiana della seconda metà del  Novecento.
Siciliano dagli echi tomasiani per nascita (Mandanici, 2 Settembre 1922) e derivazione etnica, inseguito da rovelli mitteleuropei per parte di madre, calabrese per adozione rivoluzionaria (Taurianova, 28 Maggio 1998). Si trasferì in Calabria nel 1949. Umanista, poeta, pittore, autore di numerose raccolte di poesie per le quali ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti, fu anche finalista al Premio Viareggio con la silloge I grandi serpenti miei amici (Casa del libro); medico molto amato e apprezzato, soprattutto dalla povera gente, dai braccianti agricoli, per i quali c’era sempre. Ha curato la regia di venti brevi documentari sui paesi della provincia reggina. Senatore del Partito Comunista Italiano per tre legislature, fu relatore della legge sull’inquinamento da rumore e sulla istituzione degli asili nido  pubblici, strumento importante, questo, che consentì a milioni di italiani di poter garantire un’educazione pubblica ai propri figli – nell’Italia di quel periodo erano in pochi a poter permettersi di dare istruzione ai propri bimbi. Argiroffi fu sindaco di Taurianova dal 1993 al 1997. Tutti, anche gli avversari politici, riconoscevano l’estensione della sua cultura, la consistenza umana dei suoi contenuti, la determinazione con cui si dedicava alle battaglie per l’affermazione dei diritti umani, per il riscatto del mezzogiorno e per affrancare l’uomo dalla misera e dalle dittature.
Come disse Giuseppe Neri, nella prefazione di una sezione della silloge Gli usignoli di Botonusa, una poesia come quella di Argiroffi non genera dal nulla, ma ha dietro di sé l’esperienza di Majakoswki, di Paul Éluard e delle avanguardie storiche che seppero infondere nuova linfa, nuova vitalità a un discorso consunto.
Da I grandi serpenti miei amici, che fu la prima raccolta poetica, a Le stanze del Minotauro, fino alle ultime raccolte, egli ha trasferito nella parola il barocco quasi sfinito e struggente della sua origine siciliana, il senso della morte che nel barocco si annida nella dimensione europea.
Ne I grandi serpenti esiste qualcosa d’altro: una dimensione asiatica, il mito non solo greco, ma indoeuropeo, come ne Le stanze del Minotauro. Il rapporto col mito è lì intenso e carico di allusivi significati, indaga nell’inconscio individuale e collettivo, giunge nel sottosuolo per riemergere nella realtà putrefatta a tratti ma rinnovata da quel sentimento civile che era il leit-motiv preciso del riscatto individuale e collettivo.
Alla fine del suo viaggio ne Le azzurre sorgenti dell’Acheronte, poema postumo, summa poetica della sua ricca produzione in versi, con introduzione di Walter Mauro, Argiroffi ammette che la ricerca della verità è irraggiungibile perché la mente è corrosa dal dubbio, dall’eterno divenire, dall’ansia del divino. La vita non è altro che un andirivieni nella ricerca delle verità.
Ma «ciò che conta, in definitiva, è ritrovare in sé il canto degli usignoli, come accade a me di udire sui fitti rovi del piccolo torrente di Botonusa. Forse ciascuno di noi li ha ascoltati, almeno una volta, altrimenti – io credo – prima o poi li ascolterà, quando meno se lo aspetta» (E. A.).
Nelle sue liriche, come in un gioco di luci e di  ombre, rivivono infatti miti capaci di intercettare la voce degli umili e degli oppressi, dei dimenticati, così come la dimensione onirica che s’intreccia al realismo degli aspetti viscerali della vita e dell’uomo, in una perfetta sintesi dove parola e impegno civile furono un tutt’uno.

Mi rifugio in te
Isola parola
Cerco la strada
Ardua sul crinale del monte
[…]

Quando si è finito di leggere Gli usignoli di Botonusa rimane l’eco di sillabe dolci e sospiri, unita a echi lenti, lontani aritmici: è la storia, l’epos storico che risale. Il mito roboato sonoramente da tanti verseggiatori è fatto rivivere dalle cose e dai sentimenti, rinasce concretamente e dolentemente nel poeta, che porta con sé secoli e secoli (A. Piromalli).
Le Pescatrici del Piano delle Fosse di Argiroffi, pubblicato postumo da Città del Sole, arricchito da un dvd-documentario sul poeta, realizzato dal giornalista televisivo Paolo Bolano, colloca l’uomo, il poeta e la sua opera su un livello più generale e universale di valori condivisi, elevandoli a esempio di integrità morale e impegno civile. Si rivela ancora vivo e attuale in quanto il poeta urla e denuncia i mali di questo e di tutti i precedenti secoli, e indignato leva la propria voce a sostegno di tutti coloro che attualmente, come qualche anno fa nel mondo descritto dal poeta italiano, rimangono muti e ignorati, battuti e beati martiri del nuovo sistema.
Tutta l’opera di Emilio Argiroffi è costruita su uno stile libero, senza punteggiatura, con l’uso della maiuscola all’inizio di ogni verso e la minuscola dei nomi propri. Il linguaggio poetico, calibrato nell’uso dei termini, con ripetuti enjambement, è talvolta più narrativo quando vengono affrontate tematiche scottanti o evocati personaggi di un certo rilievo.

[…] la vendetta non ha compagni di strada
nel duro inverno d’aspromonte
la pietra rotola rossa
di braci infinite
nel mare viola di stesicoro
che lambisce radici di meli cidoni
e d’uve mantoniche
e quiete onde
tiepide di scirocchi
dove si specchiano
i rami grevi dei frutti
dei grandi olivi grecanici
[…] casolari
dove si consumarono
infinite generazioni di sofferenze
partenze […] per sorde megalopoli di ferro
dalle quali non si torna
[…] in un presente
figlio bastardo di un passato
abitato da serpentila vendetta
non ha compagni di strada.

Ne Gli usignoli di Botonusa il polo tematico della memoria, prendendo avvio da motivazioni percettive si configura come punto di riferimento di un procedere della rimembranza sul filo della gradualità di significati che hanno il loro significante nella duplice sfera del privato e dell’inconscio collettivo. Il linguaggio estremamente colloquiale che Argiroffi utilizza lungo l’intero arco dell’avventura poetica esprime una significazione in bilico, a metà strada, e in termini di forte efficacia espressiva, tra rimembranza, si diceva, e realtà: ne consegue una forte tensione spirituale verso le vittime della Storia, e al contempo una implicita condanna del protagonismo della storia stessa (Walter Mauro).
A pagina 29 della straordinaria silloge Gli usignoli di Botonusa e incastonata come una gemma rossa di passione e di sangue, si trova questa poesia dal titolo inquietante, Il grido della vendetta, che può essere considerata la sintesi delle varie tematiche di cui si nutre l’intera opera di Argiroffi: la bellezza aspra e dolce del mitico mare viola di Stesicoro, che accarezza le brune rocce aspromontane come se volesse levigarne le asperità e scoprirne il mistero, i venti del deserto che corrono sulla “sua” piana ricca di ulivi grecanici dove ogni suono e parola che giunge da tempi sconosciuti e remoti dove l’ululato del lupo, il sibilo del serpente incontrano la voce del mare.
Poesia corale dei protagonisti della storia, poesia degli ultimi e delle vittime, ma anche quella del Poeta Veggente il cui sguardo oltrepassa il presente della  storia e lo ripercorre su binari paralleli.
È così che il Poeta sente e vede la sua terra di adozione, quella che ha scelto per vivere e lavorare, la piccola comunità di Taurianova che guarda al mare degli eroi antichi che vi approdarono e di quelli moderni che per fame e disperazione ne fuggirono.
In altro luogo (p. 295 de La grotta di Endimione) dirà:

questa Taurianova
risorta su ceneri e suoni millenari
tra fanghi e rovi impigliati di cento miti
di mille melodie di usignoli
[…] signora dell’antico fiume
dove s’immerse oreste il matricida
[…] dove omero ancora risuona
nelle parole dei vinti
[…] Taurianova signora della piana
è terra di pallade atena
fu qui ch’ella colpiva il suolo con la lancia
ad ogni colpo sorgeva l’ulivo
il grande ulivo gigante
[…] qui fu toante
sposo della regina ipsìpile
qui visse ifigenia
sacerdotessa di artemide […].

Le sue liriche non hanno i toni giambici di Archiloco di Paro, ma quasi quelli della ballata, vibranti tutti di un pathos profondo che dà al verso un andamento spondaico e spesso “colloquiale”,  nonostante la finalità palese di un’accorata denuncia.
A pagina 34 de Gli usignoli di Botonusa si legge:

figli dell’uomo
lasciate che vi chieda
che ne sarà dei bambini
essi sono muti nel dolore
nessuno è più solo di loro
nel mondo in cui viviamo
nel deserto dei mondi
voi che cosa avete fatto
cosa state facendo
perché il loro cuore
non sia trafitto ancora
essi non chiesero di nascere
non chiesero ad alcuno di morire
tendete la mano a uno di loro
a uno soltanto
vi imploro
a uno soltanto.

Versi di protesta che poi si fa accorata preghiera d’amore, perché per il Poeta solo l’amore può salvare gli innocenti, i senza-voce, da un futuro di sopraffazione e di aberrazione. Per dire infine che la sorte dei diseredati di Taurianova e di tutto lo “zoccolo aspromontano” non motivò soltanto l’azione politica di questo moderno aedo loricato, immenso come un Aiace forte e leale che non lotta per sé, bensì per il bene degli altri, ma costituì la fonte primaria della sua poesia, il cui principale merito è quello di avere effettuato coi suoi splendidi versi la compenetrazione profonda del suo pragmatismo socio-politico nel mondo fantastico, mitico e solo apparentemente lontano del dolore umano. Il linguaggio colto, l’alta ispirazione, la potente immaginazione e la finalità umanitaria fanno della poesia di Emilio Argiroffi quanto di meglio sia stato scritto dal decadentismo in poi.

Non una lacrima si vide
Nel mare
Il dolore è chiuso
Nello scrigno di pietra
[ …]

Dice Nantas Salvalaggio «È come un lavacro primitivo, nelle turbolenti acque di un fiume in piena. E c’è di tutto in quelle acque: ciuffi di erba strappata ai margini, fiori morti, tronchi d’albero.»

Nell’autunno del golfo
Quanti azzurri
Giulia
E le parole d’Ovidio.

La solarità della poesia rispondeva all’elemento greco della sua condizione di poeta, l’oscurità del mito asiatico alla dimensione globale mediterranea della sua natura.

Siamo giunti alla meta
che ricercavamo
La città segreta
nelle grotte che nessuno
esplorò
[…]
Abbiamo concluso
il lungo viaggio nell’erta fiumara […].
Io non morrò
Tiranno
Io sono ancora il dubbio e la giustizia
sorgo dalla mia cenere
Il cuore di cantastorie si è fermato, ma non la sua parola.

(da: “Le azzurre sorgenti dell’Acheronte”, Città del Sole Edizioni)

 

© Maria Allo

 

Stato di edizione delle opere

È stata pubblicata postuma nel 2007 dal Rhegium Iulii, noto e attivo circolo culturale di Reggio Calabria, l’ultima fatica letteraria di Emilio Argiroffi, intitolata Le azzurre sorgenti dell’Acheronte, Città del Sole Edizioni  e, prima della scomparsa della sorella Maria, anche un Compendio delle opere letterarie di Emilio Argiroffi.
A Palmi, presso la Casa della Cultura “Repaci” si è tenuta lo scorso gennaio la cerimonia di consegna delle opere di Argiroffi il cui valore economico supera il milione di euro fra dipinti, statue, specchi e oltre duemila volumi risalenti al 1500 e al 1700, opere che, per volontà della sorella Maria recentemente scomparsa, saranno a disposizione della collettività.

http://www.ilgiornaledellapianadigioiatauro.it/Taurianova%20-%20Emilio%20Argiroffi%20nell’Olimpo%20della%20grande%20Poesia%2002.htm

 

Bibliografia

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Opere di Emilio Argiroffi

I grandi serpenti miei amici, Reggio Emilia; Roma: Casa del libro,  1981

Epicèdio per la signora che si allontana – trilogia poetica / Emilio Argiroffi, Rosarno – Centro studi medmei 1985

Il cimento della parola sconosciuta, Ediz.Laruffa, Reggio Calabria

Gli usignoli di Botonusa, Soveria Mannelli: Rubbettino, stampa 1991

Trenodia per la morte di Abele, ovvero Alò qui Marcinelle, Reggio Calabria:  Laruffa, stampa 1996

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Testo monografico

Emilio Argiroffi, Le azzurre sorgenti dell’Acheronte, a cura del Rhegium Julii, Ravagnese: Città del Sole, stampa 2006

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Saggistica

Madrigale siciliano con alfabeti e tamburi, Reggio Calabria 1998. Con dedica a Leonida Rèpaci

Compendio delle opere letterarie di Emilio Argiroffi,  Isabella Loschiavo

1968-83 N.400 interventi parlamentari (Disegni di Legge, discorsi in aula e in commissione igiene e sanità, pubblicati negli atti del Senato e nelle edizioni del gruppo senatoriale P.C.I.

Emilio Argiroffi, da una lettera del 1992

Emilio Argiroffi, da una lettera del 1992