Marguerite Duras

Riletti per voi #17: Marguerite Duras, Emily L.

L’edizione di riferimento è Feltrinelli 1987, traduzione di Laura Guarino.

 

Più che di un romanzo breve, si tratta di un racconto lungo, per il taglio obliquo e l’assoluta compattezza del tema, o per lo stesso motivo di un saggio, e in qualche modo di una lettera, per quel suo continuo tu, ma in qualche modo Emily L. è la cosa più vicina a una spiegazione di cosa sia la frizione tra la scrittura e la realtà, di come la realtà pruda sul braccio di chi scrive sia quando dona alla scrittura che quando ne riceve, di come ci voglia un minimo di disattenzione perché tutto brilli come una mina.
Così questo piccolo libello, dalla prosa paratattica e la divisione in brevi blocchi, si dipana attraverso l’intreccio di due storie d’amore sbilenche: l’una, tra l’io narrante e il tu molto più giovane, vissuta dall’interno, e l’altra, quella tra una coppia inglese che ne divide lo spazio di un bar, osservata e orecchiata. Marguerite Duras ha dichiarato che la seconda storia è stata inserita solo in un secondo momento, quando il racconto (abbastanza biografico) della scrittrice più anziana con il giovane scrittore era già compiuto. Ne viene un continuo gioco di rimandi, una specularità e un ritorno di temi che girano intorno a cosa voglia dire accogliere il reale nel pensiero e lasciare che il reale lo accolga. (altro…)

In pentola il romanzo! (di Edoardo Pisani)

Edward Morgan Foster

Se potessimo crocifiggere Borges, lo faremmo.
Roberto Bolaño

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Nel 1927, anno delle conferenze a Cambridge che comporranno il saggio Aspects of the novel, Aspetti del romanzo, Edward Morgan Forster confessa a Virginia Woolf di sentirsi impreparato, poco colto, invero non un gran lettore di romanzi e di certo non un critico, ignorando o quasi autori classici quali Defoe e restando deluso dal Gide dei Falsari e poco convinto dall’Ulisse di Joyce, in fondo soltanto un common reader, come lei, che tuttavia gli risponde di detestare i romanzi, compresi i propri, dichiarando che suonano falsi e che ormai non pensa di scriverne più, nonostante sia l’anno di Al faro, congratulandosi con lui per le conferenze riprese dal quotidiano Nation, che non avrebbe mai saputo scrivere. Di lì a un anno però Virginia Woolf pubblicherà Orlando, la biografia trasposta e romanzesca di un’impossibile Vita Sackville-West, sua musa in fuga, uomo e donna e amante inafferrabile, e quattro anni dopo sarà la volta di The Waves, Le onde, con i monologhi alternati di Bernard, Susan, Rhoda, Neville, Jinny e Louis, che ruotano intorno alla vita e alla morte, alla parola e ai sentimenti, all’amore, una polifonia di voci che si fa racconto, storia, romanzo appunto, raffrontandosi anche all’impossibilità di scrivere, di mettere letteralmente in scena, cioè sulla pagina, tutto lo scibile del sentire umano: di raccontare l’uomo.
“Quando la tempesta traversa la palude e mi raggiunge nel fosso in cui giaccio abbandonato” dice Bernard ne Le onde, “non mi servono le parole. Niente di preciso. Niente che poggi con tutti e quattro i piedi per terra. Nessuna di quelle risonanze, di quegli echi che irrompono e rintoccano di nervo in nervo e ne esce una musica sfrenata, frasi false. Ho chiuso con le frasi…”
Non mi servono le parole, dunque, né gli impasti narrativi dei romanzi tradizionali, soltanto voci e visioni e onde e movimento, soltanto stile, questo sembra dirci Virginia Woolf con Bernard che galoppa contro la morte o Clarissa Dalloway che spalanca la finestra e Septimus che si siede sul davanzale e aspetta fino all’ultimo momento prima di buttarsi di sotto, prima di uccidersi, lui che vuole vivere, lui che non vivrà. In Aspetti del romanzo Forster prende a esempio la prosa woolfiana, definendola “fantasista” e riportando un paragrafo de La macchia sul muro, un racconto del 1917; e la macchia è una chiocciola e la vita un pasticcio, scrive Forster, e così la realtà e la scrittura che la ritrae, che la contempla e la ricrea o cerca di ricrearla e la scavalca, la abbandona, la scrittura romanzesca che sfugge al mondo o lo scompone per raccontarlo, per ricrearlo, un filo ipnotico che si tesse a perpetuità, la narrazione, i pensieri e i fatti. E quindi cos’è quel segno sul muro? Un chiodo? Un buco? Un petalo di rosa? Una crepa nel legno? La narratrice divaga e si sperde nei meandri della propria immaginazione, fra pesci che nuotano controcorrente e alberi e la “sensazione intima, asciutta di essere legno”, per un attimo albero anch’essa, albero Virginia Woolf; pensa all’ordine indefinibile eppure reale di ogni cosa, della natura, della sua stessa stanza, a una tempesta e ai rami folli che cadono ovunque finché nella sua mente “tutto si muove, cade, scivola, svanisce” – e la macchia è soltanto una lumaca che striscia sul muro e la narratrice, Virginia Woolf, smette di scrivere, di osservarsi scrivere, e conclude il racconto: “Ah, il segno sul muro! Era una chiocciola.”
Scrivere è innanzitutto osservarsi, “tentare di sapere ciò che si scriverebbe se si scrivesse”, come afferma Marguerite Duras in Scrivere, ovvero interrogarsi sul senso stesso della scrittura e sul silenzio che lo circonda, che prepara il linguaggio e la realtà che lo circoscrive, che lo definisce o da cui è definito, cioè narrato. Scrivere è raccontare, certo, ma raccontare sentendo, non solo vedendo, sentendo e cogliendo le parole e il ritmo che diviene linguaggio, vita, smuovendo l’ordine naturale delle cose e frantumando la realtà e la narrazione che la intrappola, che la osserva intrappolandola. È l’abisso che ci portiamo dentro, la nostra scrittura, l’abisso fatto parola e perciò riesumato in narrazione, in linguaggio e in sentimento o in follia e in solitudine. È il nostro sfogo e la nostra condanna, una prigione. “È bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare a una folla” annotava Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere, nel 1946, quattro anni prima di suicidarsi.
Forster scrive anche de I falsari di André Gide, uscito due anni prima delle conferenze di Cambridge, romanzo composito che comprende il diario del protagonista, Édouard, alter ego dell’autore alle prese con un libro intitolato per l’appunto I falsari, storia di Bernard e Olivier e dello stesso Édouard, scrittore in erba che fa e disfà teorie sullo scrivere lungo tutto il romanzo, sul raccontare, con la narrazione che si travasa in più matrioske interlacciate l’una nell’altra e che si osserva dall’interno, che si fa dialogo, azione, racconto infine, raffrontandosi alla tirannia dell’intreccio o dei personaggi e perdendo la linearità del romanzo tradizionale, divenendo scrittura. “Quanto all’intreccio, in pentola l’intreccio!” esclama energicamente Forster in Aspetti del romanzo. “Farlo a brandelli, metterlo a bollire!” E Gide, o Édouard, si sperde nel proprio diario, nel romanzo in crisi con se stesso che deve raccontarsi, cercarsi sulla pagina, e cosa scrivere, come andare avanti, come finire e ricominciare e quindi finire di nuovo, come narrare insomma, se l’intreccio va a brandelli e i personaggi divengono reali, vivi, un capitolo via l’altro, voci autentiche che vibrano e si raccontano in una molteplicità di punti di vista, di sguardi e di parole, di linguaggio – come narrare se scrivere è perlopiù fallire, posto che di vero scrivere si tratti, posto che nel Novecento, fra capolavori troncati o interminabili e autori morti in corso d’opera e talora uccisi dall’opera stessa, o dall’impossibilità di concluderla, si possa scrivere davvero. (altro…)

proSabato: Marguerite Duras, ‘Tra tutte le città’

proSabato: Marguerite Duras, Tra tutte le città

Tra tutte le città amo proprio quelle, quelle che assomigliano a Sarzana, a Marina di Carrara, a Aden e a certe città della Corsica, Bonifacio, Pontevecchio, Tolone anche, città senza alberi (anche Firenze, la cosa più sorprendente è che a Firenze non c’è un albero), città dalle piazze assolate, e che, da mezzogiorno alle tre, si svuotano, chiudono tutto, sono completamente morte. In genere queste città sono sporche, puzzano di cipolla, di sterco di cavallo, e dato che sono sul mare, di pesce. Le case sono vecchie, mal costruite, povere, piene di gente, negli ingressi e nei corridoi c’è odor di muffa, non ci sono giardini, sulla piazza c’è una fontana dalla quale esce un esile filo d’acqua. Rare le vetrine, che s’incastrano tra le finestre, e mettono in mostra pantofole, caramelle, cartoline, camici da lavoro. Tutto crolla in queste città, il fondo stradale è dissestato, lo spazzino dorme da l’una alle tre, e ce n’è uno solo perché il comune è povero, e nei canaletti di scolo galleggiano i rifiuti. Queste città sono spazzate dal vento di mare che si alza intorno alle tre di pomeriggio e allora sulle piazze deserte si levano nuvole di polvere, e la polvere di queste città è fine, salata, sa di urina, c n’è dappertutto, le siepi di bosso del giardino del parroco (le uniche piante della città) ne sono coperte, e i bambini ne hanno i piedi incipriati.
…..Quando a fine agosto piove, queste città profumano come nessun’altra, la polvere di cinque mesi d’estate, di marciumi di ogni sorta, si gonfia e emana i suoi sentori di carni bagnate. Non sono fatte per piacere, queste città, sono mercati dove vengono ad approvvigionarsi le campagne circostanti. Nei loro dintorni gironzolano venditori ambulanti, cinema itineranti. Queste città sono per me le più erotiche del mondo. Città d’ombra, di sole. Contrasto d’ombra. L’ombra è erotica.

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© Marguerite Duras, in Quaderni di guerra e altri testi, trad. it. di Laura Frausin Guarino, Milano, Feltrinelli, 2008 [Cahiers de la guerre et autres textes, P.O.L. éditeur/Imec éditeur, 2006]

Il testo proposto viene dalla sezione Ricordi d’Italia del Quaderno beige. Tutti i quaderni del volume sono stati redatti dal 1943 al 1949.

Su “Testi segreti” di Marguerite Duras. Con un’intervista a Rosella Postorino

Testi-segreti-poetarum

Marguerite Duras, Testi segreti, Trieste, Nonostante edizioni, traduzione di Rosella Postorino, pp. 126, € 15,00

Ferma, intransigente, severa e irriducibile: se si guardano i tanti filmati con le interviste e i racconti che Marguerite Duras ha rilasciato durante gli ultimi anni quindici anni della sua vita si possono forse cogliere alcuni aspetti caratteriali − e formali − molto presenti anche nelle sue opere, dagli anni Settanta in poi, o anche da prima. È tuttavia da quel momento che la sola resistenza ammessa da Duras sarà quella nei confronti della scrittura e del cinema, che molto hanno a che fare con la voce e con la sua “fragilità” o la sua “vitalità”.
Un esempio da cui partire può essere il cortometraggio del 1979, Les mains négatives (da vedere qui, dove sono riportati anche il testo e una breve contestualizzazione), in cui le immagini di Parigi − all’imbrunire, poi all’alba e di prima mattina − fanno da collante fra la voce narrante e la musica di un violino (strumento melodico, come la voce) che stride. Il violino e la voce fuoricampo − così Duras la pretende − sembrano lavorare con l’immagine, condurla; non vi è, dunque, un primato di tipo filmico-narrativo ma un evidente primato vocale-narrativo e musicale, e c’è una scelta: quella di utilizzare la stessa voce dell’autrice, due volte presente. Anche qui, come durante le apparizioni pubbliche, la voce è tenace, e la sua tenacia è spinta dalla forza dell’amore che lei stessa sta narrando: «Tout s’écrase/ Je t’aime plus loin que toi/ J’aimerais quiconque entendra que je crie que je t’aime/ Trente mille ans/ J’appelle/ J’appelle celui qui me répondra/ Je veux t’aimer je t’aime/ Depuis trente mille ans je crie devant la mer le/ Spectre blanc/ Je suis celui qui criait qu’il t’aimait, toi».
L’implacabilità della voce di Duras (autrice) è uno dei nodi presenti anche in Testi segreti, volume ripubblicato quest’anno per i tipi di Nonostante edizioni (nel 1987 usciva per Feltrinelli) e che include anche la prosa La puttana della costa normanna. La traduzione è di Rosella Postorino che firma anche un saggio su Duras, come già aveva fatto per il precedente volume tradotto per la stessa casa editrice, il romanzo del 1958 Moderato cantabile (uscito nello stesso anno per Einaudi, nell”86 per Feltrinelli), e che risponde oggi qui a qualche domanda sulla scrittura dell’autrice francese. (altro…)

Pillole da Mantova #4 – (vite di altri)

Il sabato, a Festivaletteratura, è un pieno di eventi straordinari; è la giornata che attira più pubblico. Il weekend è il tempo giusto per concedersi un po’ di bellezza qui a Mantova, un bicchiere di vino, del buon cibo, e un po’ di cultura. Son così tanti gli appuntamenti del penultimo giorno che, per seguirli tutti, si corre di luogo in luogo ‘pensando con i piedi’, recitando dentro di noi una sorta di ‘grazie senza fine’: quale straordinaria occasione è, infatti, immergersi nell’opera di autori che hanno toccato la nostra esperienza di lettori, di affamati divoratori di poesie e romanzi, per amplificare il senso della lettura? Soprattutto credo sia necessario porre l’attenzione sul tema dell’ascolto e sulla parola che si fa corpo (di cui avrò modo di parlare anche nei prossimi giorni, in ripresa e a supporto di questa tesi). Ed è proprio questo il punto del post di oggi: la fame di trame, di storie; la fame di voce. La fame di ‘parole’ non mi rende personalmente mai sazia sin dalla prima esperienza al Festival, dieci anni fa appunto. Avevo compreso che uno dei quid di Festivaletteratura è la possibilità di rendere due volte fisica l’esperienza della lettura. Mi diverte sempre molto assistere ad eventi in cui gli autori divagano aggiungendo al loro libro quella dose di aneddotica che ci fa entrare nelle loro vite, ma mi sorprende soprattutto poter ascoltare la loro voce, entrare nelle vite dei loro personaggi attraverso il loro linguaggio di tutti i giorni. Oppure entrare nel loro laboratorio, nella loro ricerca attorno ad una figura. Una chiave d’accesso ‘altra’ e, in alcuni casi, fondamentale.

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