Margaret Lanterman

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #20

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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twin_peaks_casa_del_cane_morto

..[Episodio Diciannove – La vedova nera]
Is a dog man’s best friend? I had a dog. The dog was large. It ate my garden, all the plants, and much earth. The dog ate so much earth it died. Its body went back to the earth. I have a memory of this dog. The memory is all that I have left of my dog. He was black and white.

Un cane è il miglior amico dell’uomo? Io avevo un cane. Il cane era grosso. Mangiò il mio giardino, tutte le piante e molta terra. Il cane mangiò così tanta terra che morì. Il suo corpo ritornò alla terra. Mi ricordo di questo cane. Il ricordo è tutto ciò che mi è rimasto di questo cane. Era bianco e nero. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Questo strano e bellissimo monologo sembra il rovesciamento del famoso finale del primo canto della Terra desolata di T. S. Eliot: lì il cane, amico dell’uomo, andava tenuto lontano dal giardino, o avrebbe potuto dissotterrare il cadavere sepolto sotto la terra (il titolo del canto è proprio The burial of the dead). Cadavere simbolico, connesso ai riti della fertilità e a un risveglio della vita rifiutato attraverso la cacciata dell’animale. Cosa succede invece qui? La “casa del cane morto” è il nome di una casa abbandonata divenuta il covo di Jean Renault e centro di lavorazione e traffico della droga. Ma sotto la terra non pare esserci nessun corpo da tirare fuori, e il cane nella sua furia scavatrice ha finito per morire sotto l’impresa indigesta, dopo aver mangiato “all the plants, and much earth”. Di fatto il mistero del cadavere, che era quello di Laura, è stato risolto, illuminato, dissotterrato. Sembra quasi che le indagini girino adesso su se stesse, perché il nuovo caso che coinvolge Cooper e gli altri non regge il confronto col precedente, nella sua banale evidenza. La sensazione è che il cane inquisitore non debba tirar fuori proprio nulla, e allora finisce in un circuito autofagico, s’ingozza di terra e piante fino a strozzarsi. O forse questo cane che va a vuoto ci dice qualcos’altro, che il segreto non è sotto la terra nuda, concreta, la terra che possiamo spostare e scavare, ma altrove, lontano dalla materialità del mondo, dove non arrivano le zampe caritatevoli del cane, che è man’s best friend.
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@Andrea Accardi
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Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #16

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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norma

[Episodio Quindici – Guida con ragazza morta]
Food is interesting. For instance, why do we need to eat? Why are we never satisfied with just the right amount of food to maintain good health and proper energy? We always seem to want more and more. When eating too much, the proper balance is disturbed and ill health follows. Of course, eating too little food throws the balance off in the opposite direction and there is the ill health coming at us again. Balance is the key. Balance is the key to many things. Do we understand balance? The word balance has seven letters. Seven is difficult to balance, but not impossible if we are able to divide. There are, of course, the pros and cons of division.

Il cibo è interessante. Per esempio, perché abbiamo bisogno di mangiare? Perché non siamo mai soddisfatti con l’esatta quantità di cibo necessaria a mantenere buona salute e corretta energia? Sembriamo sempre volere di più e di più. Quando mangiamo troppo, il corretto equilibrio è turbato e la malattia sopraggiunge. Certo, mangiare troppo poco cibo sposta l’ago della bilancia nella direzione opposta e c’è la malattia che nuovamente ci colpisce. L’equilibrio è la chiave. L’equilibrio è la chiave per molte cose. Capiamo l’equilibrio? La parola “balance” ha sette lettere. Sette è difficile da bilanciare, ma non impossibile se siamo in grado di dividere. Ci sono, certo, i pro e i contro della divisione. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Perché la Signora Ceppo ci parla di cibo? Un aggancio con l’episodio potrebbe essere la visita imminente e in incognito di un critico culinario, la cui attesa inquieta Norma, proprietaria dell’RR Diner. Ma in Twin Peaks il quotidiano assume sempre proporzioni vertiginose, si carica di altri significati insondabili e oscuri, e anche in questo caso un monologo sulle abitudini alimentari e sul corretto equilibrio tra quantità e salute pare alludere ad altro. L’equilibrio non dipende soltanto dal cibo, ci sono altre inclinazioni che possono arrivare a turbarlo. Queste inclinazioni squilibrate si chiamano anche vizi? Quelli fondamentali sono davvero i vizi capitali, sette come le lettere che compongono la parola balance? In questa storia molti vizi sono in gioco, scatenati, portati alla dismisura. La capacità di bilanciarsi tra i vizi senza sprofondare in nessuno di loro è l’unica innocenza che possiamo raggiungere? Non è impossibile, if we are able to divide, ma dividere cosa? Colui che divise il cibo nella cena più famosa di ogni tempo finì male (the pros and cons della divisione e dell’innocenza). Ci sono davvero degli innocenti tra i personaggi? Senz’altro ci sono vittime, ma basta diventare vittime per essere innocenti? Basta avere delle colpe per essere colpevoli? In fondo si tratta comunque di uno squilibrio momentaneo.
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@Andrea Accardi
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Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #15

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

fussli

[Episodio quattordici – Anime solitarie]
A poem as lovely as a tree:

As the night wind blows, the boughs move to and fro
The rustling, the magic rustling that brings on the dark dream
The dream of suffering and pain
Pain for the victim, pain for the inflicter of pain
A circle of pain, a circle of suffering
Woe to the ones who behold the pale horse

Una poesia adorabile come un albero:

Mentre il vento delle notti soffia, i rami sbattono avanti e indietro
lo stormire, il magico stormire che genera il sogno oscuro
il sogno di sofferenza e pena
pena per la vittima, pena per il boia
un circolo di pena, un circolo di sofferenza
dolore per quelli che vedono il cavallo pallido

(trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

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Per la prima volta la Signora Ceppo si esprime in versi as lovely as a tree (e per Margaret  il legno è residuo dell’amore, e quindi la sua stessa poesia non potrà che parlare d’amore, ma in modo altrettanto residuale, raccontando cosa lo ha distrutto e portandone in salvo una reliquia). Twin Peaks è una città tra le foreste, circondata dal magic rustling degli alberi, una magia oscura che genera sofferenza e dolore per tutti, anche per chi quel dolore lo ha provocato fin dall’inizio. Sarà proprio così, la storia procede sempre più rapida verso la straziante soluzione del mistero. L’agente Cooper va alla Roadhouse in compagnia della Signora Ceppo, e lì avviene una seconda apparizione del Gigante, che gli annuncia che it’s happening again. Nell’apparizione precedente lo stesso Gigante aveva parlato molto più per enigmi, tra le altre cose di un hungry horse dove il violento Leo sarebbe stato chiuso in passato. Siamo ancora in una fase della storia nella quale il surreale della mente e il soprannaturale si confondono, ma anche quando quest’ultimo prevarrà esplicitamente la sensazione sarà sempre quella di una rappresentazione iperbolica della nostra interiorità misteriosa, abissale, spaventosa. Lo stesso pale horse della poesia sembra evocare l’inquietante cavallo di Füssli, che spia il sonno inquieto simile a una morte scomposta di una ragazza su cui poggia un piccolo mostro grottesco. Perfino le tende presenti nel quadro sembrano tornare in Twin Peaks, nell’episodio del nano ballerino. Quella tela si chiama proprio The Nightmare, un’opera straordinaria, adorabile come un albero.

@Andrea Accardi

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #14

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

bob

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[Episodio Tredici – Demoni]
Sometimes we want to hide from ourselves – we do not want to be us – it is too difficult to be us. It is at these times that we turn to drugs or alcohol or behavior to help us forget that we are ourselves. This of course is only a temporary solution to a problem which is going to keep returning, and sometimes these temporary solutions are worse for us than the original problem. Yes, it is a dilemma. Is there an answer? Of course there is; as a wise person said with a smile: “The answer is within the question.”

Qualche volta ci vogliamo nascondere da noi stessi – non vogliamo essere noi – è troppo difficile essere noi. Sono i momenti in cui ricorriamo a droghe o alcol o comportamenti che ci aiutino a dimenticare che siamo noi stessi. Questa è certo soltanto una soluzione temporanea a un problema che tornerà a presentarsi, e a volte queste soluzioni temporanee sono peggiori per noi del problema originale. Sì, è un dilemma. C’è una risposta? Certo che c’è: come una persona saggia ha detto con un sorriso: “La risposta è dentro la domanda.” (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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La cosa più difficile è accettare quello che siamo? Forse sì, se è vero che di continuo proviamo a essere altri, con espedienti di ogni tipo, a volte solo recitando. Queste forme nuove che assumiamo possono confonderci ancora più del male di partenza, perché aggiungono un disagio che non è nemmeno il nostro, un dolore freddo e inabitabile, irriconoscibile. Ma provare a essere altri presuppone che si sappia cosa si è davvero, ed è quello the original problem, il vero dilemma: l’illusione di essere ourselves, e invece non essere mai esattamente, mai soltanto noi stessi. Nell’episodio in cui si comincia a parlare di demoni malvagi, dello spaventoso e repellente Bob che disturba fin dall’inizio sogni e visioni dei protagonisti, Margaret sembra dire: il demone è nell’uomo come la risposta nella domanda. Le nostre domande sono già indirizzate dalla risposta, i nostri errori dal guaio che arriverà; i nostri demoni dagli angeli che siamo e non volevamo essere.
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@Andrea Accardi

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #13

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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harold smith

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[Episodio dodici – La maledizione dell’orchidea]
Sometimes nature plays tricks on us and we imagine we are something other than what we truly are. Is this a key to life in general? Or the case of the two-headed schizophrenic? Both heads thought the other was following itself. Finally, when one head wasn’t looking, the other shot the other right between the eyes, and, of course, killed himself.

 
Qualche volta la natura ci gioca brutti scherzi e noi immaginiamo di essere qualcos’altro rispetto a quello che siamo veramente. Questa è una chiave per la vita in generale? O il caso dello schizofrenico a due teste? Ogni testa pensava che l’altra la stesse seguendo. Alla fine, mentre una testa non guardava, l’altra colpì l’altra proprio in mezzo agli occhi, e ovviamente uccise se stessa. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Si ritorna al tema dell’ambiguità, della doppiezza, ma stavolta ricorrendo addirittura all’etichetta clinica della schizofrenia (peraltro usata in modo impreciso, qui come nel senso comune). Viviamo come se fossimo two-headed, ma sono due parti della mente in conflitto tra loro, si guardano con sospetto e possono arrivare a sfidarsi. Naturalmente lo scontro avrà soltanto perdenti, nel collasso le due parti si ritrovano riunite. Cosa c’entra questo con Harold Smith? Il ragazzo agorafobico e coltivatore di orchidee, mite all’apparenza, è in realtà carico di un’aggressività pronta a esplodere se tradito. Era solo il confidente o anche l’amante di Laura? E si sta innamorando di Donna? L’orchidea ha una bellezza inquietante, sessualizzata fin dal nome, ma per amare davvero bisogna uscire dalla serra: una testa di Harold guarda fuori, l’altra non perde di vista i fiori. In questo episodio altri personaggi affrontano le conseguenze del conflitto tra le loro due teste, e finiranno presto per colpirsi da soli quando meno se lo aspettano. Pur nel nostro equilibrio che prevalentemente funziona, anche noi siamo seguiti da una parte che spia l’altra, e talvolta la parte che spiava prende il comando e l’altra le va dietro astiosa. Quest’alternanza è a key to life in general? Forse, ma una testa nasconde la chiave, l’altra sa dov’è la porta.
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@Andrea Accardi
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Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #7

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

waldo

 

[Episodio sei- Tempo di realizzazione]

Beauty is in the eye of the beholder. Yet there are those who open many eyes. Eyes are the mirror of the soul, someone has said. So we look closely at the eyes to see the nature of the soul. Sometimes when we see the eyes, those horrible times when we see the eyes, eyes that…that have no soul. Then we know a darkness, then we wonder. Where is the beauty? There is none if the eyes are soulless. 

La bellezza è negli occhi di chi guarda. Eppure ci sono quelli che aprono molti occhi. Gli occhi sono lo specchio dell’anima, come ha detto qualcuno. Così noi guardiamo gli occhi da vicino per vedere la natura dell’anima. A volte quando vediamo gli occhi, quei terribili momenti in cui vediamo gli occhi, occhi che… non hanno anima, allora conosciamo l’oscurità, allora ci interroghiamo. Dov’è la bellezza? Non c’è, se gli occhi sono senz’anima. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

Tra i testimoni c’è un uccello, una Gracula religiosa appartenente a Jacques Renault, che fa il croupier al One Eyed Jack, casinò-casino subito dopo il confine canadese. L’uccello si chiama Waldo ed è in grado di riprodurre le voci. Non conta dunque ciò che ha visto quella sera nella casa nel bosco, ma ciò che ha sentito. In una storia in cui nulla è come appare, lo sguardo risulta continuamente umiliato. Lo stesso One Eyed Jack, “Jack con un occhio solo”, è la raffigurazione icastica di questa umiliazione, una carta da gioco ferita. Cooper e lo sceriffo andranno a indagare sotto copertura proprio lì. La perfetta somiglianza di Maddy Ferguson con sua cugina Laura Palmer ingannerà invece il Dottor Jacoby. Ma il problema non sono i modi, innumerevoli a Twin Peaks, in cui lo sguardo viene ingannato. La vera vertigine nasce da vicino, quando troviamo no soul dietro gli occhi dell’altro. Questa oscurità può avere facili nomi, come crudeltà o pazzia. Soprattutto però è la fine di ogni speranza, dell’illusione che dietro travestimenti, doppiezze, scambi, inganni e malefici potesse comunque e nonostante tutto nascondersi ancora uno scampolo di bellezza. E se non la troviamo negli altri, può davvero esistere in noi? Twin Peaks parla anche di questo, dell’assenza di significato che dagli occhi degli altri passa ai nostri: per questo gli occhi possono fare paura.

@ Andrea Accardi

CIÒ CHE DISSE IL LEGNO: TWIN PEAKS ATTRAVERSO I MONOLOGHI DELLA SIGNORA CEPPO #3

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

nano twin peaks

[Episodio due: Lo Zen o l’arte di catturare un killer]

Sometime ideas, like men, jump up and say “hello”. They introduce themselves, these ideas, with words. Are they words? These ideas speak so strangely. All that we see in this world is based on someone’s ideas. Some ideas are destructive, some are constructive. Some ideas can arrive in the form of a dream. I can say it again. Some ideas arrive in the form of a dream.
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Qualche volta le idee, come le persone, saltano fuori e dicono “ciao”. Queste idee si annunciano con parole. Sono esse stesse parole? Queste idee parlano in modo così strano. Tutto quello che vediamo in questo mondo è basato sulle idee di qualcuno. Alcune idee sono distruttive, altre costruttive. Alcune idee possono arrivare sotto forma di sogno. Posso ripeterlo. Alcune idee arrivano sotto forma di sogno. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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L’agente Cooper avrà le rivelazioni decisive per la sua indagine durante uno strano sogno fatto di tendaggi rossi, un nano ballerino e Laura Palmer ancora viva. Quel sogno sarà però compreso poco a poco, e per folgorazioni improvvise. Le idee nascoste al suo interno speak so strangely, com’è sempre nei sogni, che per dire hanno bisogno di nascondere, ma qui c’è di più: il sogno svelerà infatti cose che Cooper non poteva nemmeno inconsciamente sapere, e il surreale della mente sfocia così nel paranormale. Da Freud si passa insomma a Jung. Nello stesso episodio giunge a Twin Peaks Albert Rosenfield, agente dell’FBI dai modi bruschi e con una fiducia assoluta nel metodi scientifici. Cooper invece segue (anche) altre vie, che gli arrivano dalla spiritualità orientale, dal Tibet, e lo portano a usare tecniche strampalate ma straordinariamente efficaci (come il lancio di sassi contro una bottiglia per stabilire il grado di coinvolgimento di ogni sospettato). Prolungando la casistica della doppiezza fin qui stilata, ho però la sensazione che l’opposizione tra Occidente e Oriente sia solo un pretesto, e quello stesso soprannaturale sembra in fondo l’iperbole di aspetti reali della nostra vita psichica. Il vero confronto è piuttosto tra logica lineare, razionale, controllata, e logica altra, quella dell’intuito, dei presentimenti, dei sogni. Il sorriso di Cooper è anche un sorriso di gratitudine per tutte le volte che le idee, senza neppure averle cercate, saltano fuori e ci dicono: “Hello!“.
 
@ Andrea Accardi
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CIÒ CHE DISSE IL LEGNO: TWIN PEAKS ATTRAVERSO I MONOLOGHI DELLA SIGNORA CEPPO #2

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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cooper

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[Episodio uno: Tracce verso il nulla]

I carry a log…yes. Is it funny to you? It is not to me. Behind all things are reasons. Reasons can even explain the absurd. Do we have the time to learn the reasons behind the human being’s varied behavior? I think not. Some take the time. Are they called detectives? Watch…and see what life teaches.

Porto un ceppo con me…sì. Lo trovate divertente? Io no. Dietro ogni cosa ci sono delle ragioni. Le ragioni possono spiegare perfino l’assurdo. Abbiamo il tempo di imparare le ragioni dietro il comportamento variegato dell’essere umano? Penso di no. Alcuni questo tempo se lo prendono. Si chiamano detective? Diamo un’occhiata…e vediamo cosa insegna la vita. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

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Il ceppo della Signora Ceppo è il segno di un lutto, e al tempo stesso un’illusione di sopravvivenza. Non si ride che amaramente della presunta follia di una vedova, come non si rideva senza compassione della vecchia pirandelliana. Quel misto di sad funny che è l’impasto di Twin Peaks nasce quindi dalla capacità di trovare reasons dietro ogni cosa, anche la più strana e bizzarra, oltre l’apparente absurd dei comportamenti umani. Ci vuole però tempo, occorre raccogliere indizi, decifrare segni, mettersi al posto degli altri. È un compito da psicanalisti, e da detective. A Twin Peaks indagano in tanti, quasi tutti sono sulle tracce di qualcosa, ma le tracce si confondono, si perdono nel nulla. Serve un vero detective, e il detective arriva da fuori: Dale Cooper, agente dell’FBI. Anche lui ha una facciata di bizzarria, sorride trasognato se il caffè lo convince, registra di continuo la propria voce rivolgendosi a una misteriosa Diane. Eppure queste stranezze non lo rendono meno lucido, competente, rassicurante. Life teaches che c’è sempre qualche ragione nell’assurdità e un po’ di assurdo nella ragionevolezza. Questo gli psicanalisti e i detective lo sanno, e dopo averlo scoperto in se stessi lo cercano negli altri.

@ Andrea Accardi

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #1

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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signora ceppo

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[Episodio Pilota: Passaggio a Nord-Ovest]

Welcome to Twin Peaks. My name is Margaret Lanterman. I live in Twin Peaks. I am known as the log lady. There is a story behind that. There are many stories in Twin Peaks. Some of them are sad, some funny. Some are stories of madness, of violence. Some are ordinary. Yet they all have about them a sense of mystery. The mystery of life, sometimes the mystery of death. The mystery of the woods, the woods surrounding Twin Peaks. To introduce this story let me just say it encompasses the all. It is beyond the fire. Though few would know that meaning. It is a story of many but it begins with one and I knew her. The one leading to the many is Laura Palmer. Laura is the one.

Benvenuti a Twin Peaks. Il mio nome è Margaret Lanterman. Vivo a Twin Peaks. Sono conosciuta come la Signora Ceppo. C’è una storia dietro questo nome. Ci sono molte storie a Twin Peaks. Alcune sono tristi, altre divertenti. Alcune sono storie di pazzia, di violenza. Altre sono storie comuni. Tutte hanno però intorno un alone di mistero. Il mistero della vita, talvolta il mistero della morte. Il mistero dei boschi, dei boschi che circondano Twin Peaks. Per introdurre questa storia lasciatemi dire che racchiude ogni cosa. È al di là del fuoco. Anche se pochi ne saprebbero il significato. È una storia di molti ma comincia con una persona e io la conoscevo. Quella persona che porta ai molti è Laura Palmer. Laura è quella persona. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

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La signora Ceppo ci introduce dentro Twin Peaks, e attraverso il suo primo monologo Lynch descrive nascostamente la struttura dell’opera e formula una dichiarazione di poetica. Ci dice che sono tante storie insieme, che è una storia con tanti personaggi, ma che tutto comincia da Laura Palmer, ed è grazie a lei se le tante storie e i tanti che le vivono restano in qualche modo uniti. Quando si scoprirà il mistero dell’omicidio di Laura, tutte le vicende collaterali, che fino a quel momento convergevano per forza centripeta verso l’episodio principale, si ritrovano a essere disordinatamente liberate, la trama diventa gratuita e convulsa, la tensione crolla per risalire in parte solo dopo molti episodi. Perché poi si parla di fuoco? Dal punto di vista di un ceppo (e dei boschi) è la minaccia per eccellenza, ma lo sarà per tutti i protagonisti: “fuoco cammina con me” è la frase che ricorre fin dall’inizio, scritta col sangue in un biglietto sul luogo dell’omicidio, recitata dall’uomo con un braccio solo nel sogno dell’agente Cooper; in un incendio è morto il marito della Signora Ceppo, che ha poi sbarrato il camino di casa; e altro ancora. Il fuoco segna il passaggio dalla vita alla morte, e in assoluto il superamento di un limite. Questa storia racchiude tutto perché ha superato i limiti e riunito ciò che non stava insieme. Come l’umorismo lynchiano, mescolanza di sad funnymadness ordinary, la cui doppiezza è simboleggiata dalle stesse cime gemelle che fanno da sfondo e da titolo.

@ Andrea Accardi