mare

In questo ricordo mi perdo

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In questo ricordo mi perdo

di Raffaele Calvanese

*

Settembre rimette a posto le cose, lo ha sempre fatto. È sempre stato così, a Settembre rimetti insieme i pezzi, ci rifletti su, dai un senso ai pensieri e forse tiri un il fiato, conti fino a dieci, e il più delle volte comincia a piangere prima d’arrivare a nove.

– Settembre rimette a posto le cose.

Lo diceva sempre Mario, il proprietario dello Shaker Bar. Lo conoscevo da quando ero piccola.

Prima, all’inizio, le cose sembravano facili. I miei d’estate mi portavano in vacanza, ci rimanevo tutta l’estate. Anche quando i miei dovevano lavorare potevo stare lì con mio fratello e con la zia di mio padre. Teneva d’occhio me e i miei cugini che abitavano di fianco a noi. In quella casa ci andavamo solo d’estate. Mio padre l’aveva comprata nello stesso condominio di sua sorella. In quel parco c’erano tante persone che venivano da casa nostra. Scauri era molto vicina, una colonia in pratica. Poco dopo essere entrati nel Lazio era come stare a Gaeta ma costava meno, e non ti confondevi con quelli che andavano a Baia Domitia. Era come stare a casa, ma con il mare. Con la pizza un po’ meno buona e col gelato che gocciolava sempre più che a casa. Non l’ho mai capito perché, ma lì il gelato era sempre più difficile da mangiare. Quando passavi il ponte eri quasi arrivata, pochi minuti ed eri lì, un paio di semafori ed eri a casa, nel parco, c’era sempre qualcuno che era già arrivato, lo trovavi già nel lì, scendevo dall’auto di corsa e lo salutavo. Sempre così, tutti gli anni.

Allo Shaker bar c’era un juke-box che suonava ininterrottamente da giugno a settembre. C’era sempre qualcuno che sceglieva  una canzone, quando non si avvicinava nessuno ci pensava Mario.

– Quando entri qui e senti il juke-box suonare avrai meno vergogna ad avvicinarti e a scegliere la prossima. Se il Juke Box fosse in silenzio nessuno avrebbe il coraggio di venire a scegliere la prima canzone.

Mio fratello e gli amici facevano un gioco idiota, mettevano la stessa canzone decine di volte di seguito, fino a che si avvicinava qualche adulto e li faceva smettere, cosa che però non succedeva sempre, quindi poteva capitare di doverti riascoltare una canzone di Luca Carboni anche venti volte. A loro magari la canzone non piaceva ma era diventata una sfida di resistenza. “Il gioco dell’estate”. Rimettere la canzone più insulsa presente nel juke-box a nastro.

Al mare venivano un sacco di famiglie di Caserta. Molti erano amici dei miei. Alcuni colleghi, altri parenti, amici di amici. Insomma, anno dopo anno ci si conosceva tutti. Era come essere in un porto franco, dove potevi essere un po’ più onesta, libera, non lo so perché, ma a me pareva che fosse così.

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Peppe Stamegna, Navigare navigare

foto gianni montieri

foto gianni montieri

Navigare, navigare

Ma quale Australia, io me ne vado a Salina. Scappo per fregare tutto questo dolore, come vent’anni fa. Penso, penso e penso, ma in realtà non vorrei avere più tutti ‘sti pensieri in testa come se fossero frasi di un libro: non devo fare come Giacomo, io devo cercare di pensare con parole che conosco fino in fondo, almeno provarci.

Il porto di Napoli stasera è tutto acceso, sembra giorno. Tante persone all’imbarco e macchine, camion e quella solita agitazione dei marinai prima di salpare che contagia i viaggiatori, e anche me, stasera. Avevo paura dell’ennesimo fallimento da condividere con Giulia, lei mi ama, io la amo, ma non c’è nessuno tra di noi a dirci che l’amore non c’entra nulla quando devi prendere una decisione: LA DECISIONE. Meglio se me ne sto da solo per qualche giorno. Dicono che pioverà stanotte, e che si alzerà il mare. Che m’importa, tanto questa nave è enorme almeno quanto il palazzone dove abito a Roma: tutte le notti insonni che ci ho passato lì dentro, ora sono niente davanti a questa notte piccola piccola piena di mare e ferro.

– Un caffè lungo, per favore.

Sento le onde sotto le gambe, mi sa che il mare si sta già incazzando. Mannaggia mi sta salendo la serpe in gola. No, non ci casco stavolta. Butta giù la saliva, su che ‘mo passa e se ne va via questa bestiaccia. Mica è la prima volta, dài. Anche se non mi capitava da tanto tempo, porca miseria. Però.

– Senta, ma che forza è ora il mare?

– Non t’ preoccupa’, nun affond’ ‘sta nav’ (hahahaha).

Sto scemo di un barista. Uno mica deve affondare con tutta la nave per cacarsi sotto. Stronzo. Tutti stronzi quando ti vedono debole, ‘ché già dalle domande che fai si capisce che ti stai affidando completamente a quello o a quelli a cui le stai rivolgendo. Non lo imparerò mai. Tanto questi se ne fottono del tuo imminente crollo, questi sentono solo gli ordini dei capi e le partite alla radio: non devo perdere tempo con persone così. Esco, ché mi manca l’aria. Cazzo che freddo qua fuori: com’è bello vedere tutti quei puntini della città sparsi nel buio, che brillano. Ci fosse Giulia, resterei abbracciato a lei per tutta la notte. Che freddo c’è stasera. Oddio mi sale tutto in gola, oddio la serpe sta salendo in gola. Scappare in Australia, ma come faccio? sono un fifone sono: dico dico, poi faccio sempre le stesse cazzate e non mantengo le promesse. Napoli già non la vedo più.

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Gli adoratori del Sole

Fotografia di Giovanna Amato

Fotografia di Giovanna Amato

Lo sbarco presso una delle comunità adiacenti alle Grandi Acque del Pianeta Azzurro ha avuto esito positivo. Da un primo rilievo, impossibile tacere un dettaglio che qualsiasi scienziato attenderebbe a riferire: la sostanziale fiducia e gentilezza degli autoctoni, già accorsi in massa per offrirmi la migliore postazione, farmi dono di ninnoli (accessori sputafiamme, coperture per estremità deambulanti) e aiutarmi con il posteggio dell’astronave.
Libero di osservare senza destare sospetto alcuno grazie al mio travestimento da palombaro, di non poco aiuto nella respirazione di un’atmosfera sì diversa da quella del nostro pianeta, posso dunque immergermi nella folla e annotare le seguenti considerazioni:

Si tratta probabilmente di una comunità molto antica, i cui esponenti più anziani porgono omaggio alle acque tramite abluzioni svolte per lo più sul limitare dell’alba. Taluni di questi esponenti entrano in contatto, tramite una cordicella, con le profondità degli abissi, imponendosi silenzio e immobilità sino a quando gli abissi in questione non dimostrino il loro favore attraverso un messaggero, chiamato il più delle volte “salpa” o “saraghetto”.
Tali abluzioni e contatti con l’acqua non sono che l’anticamera al reale rito che, una volta tornati i venerabili anziani alle loro case, sarà appannaggio dei fedeli più giovani.

Il culto più forte e diffuso, difatti, è senza dubbio quello del Sol Levato.
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Fernando Coratelli – Ritratti da spiaggia

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Ritratti da spiaggia

 

 

La vecchia anoressica

La vecchia anoressica ha un marito, una rivista, una sedia da mare, due coppe perfette di silicone all’altezza del petto ossuto e scheletrico. La vecchia anoressica vista di spalle potrebbe lasciare credere di essere una quarantenne, ma quando si gira e mostra il suo mento cadente, gli occhi gonfi e le guance raggrinzite mostra che i quaranta li ha passati da un paio di decenni tutti. La vecchia anoressica è scientifica nell’arte dell’abbronzatura con il suo minibikini: orologio alla mano espone ogni parte del corpo al sole per lo stesso minutaggio. Siede sulla seggiola da mare con una gamba arcuata e una distesa, poi inverte la posizione degli arti inferiori. Dopodiché si mette in piedi a leggere la rivista dando le spalle al sole, poi il profilo destro, infine quello sinistro. Verso ora di pranzo, mentre il resto della spiaggia a ferragosto armeggia con pietanze di tutti i generi, la vecchia anoressica richiama a sé il marito inerme sotto l’ombrellone e gli propone di mangiare. Dopo avere addentato una susina e addirittura due acini d’uva, la vecchia anoressica dà un sorso alla bottiglia d’acqua e esclama: “O dio quanto ho mangiato, sono sazia, mi sa proprio che stasera non ceno”. Il marito fa sì con la testa e prosegue a sbocconcellare il suo panino con la mortadella.

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Le cronache della Leda #18 – Finestre

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Le cronache della Leda #18 – Finestre

 

Il mare mi è sempre piaciuto, ma soltanto come una cosa da guardare da una certa distanza, come quando si indietreggia per guardare meglio un quadro, per coglierne l’insieme. Già da piccola, le volte che andavamo in Liguria a casa di una zia di mia madre, mi incantavo a guardarlo dalla finestra del salotto che dava sul lungomare. A me piaceva quel rettangolo di mare contenuto dal bianco dell’infisso, come se non fossi pronta a sopportarne l’immensità. A me non serviva tutto il mare, me ne bastava un pezzo. Andavo con le mie amichette a giocare in spiaggia e sulla sabbia, ma quando stavo lì non mi sembrava di vederlo più il mare, ero solo una bambina che giocava sulla spiaggia.

Anche negli anni successivi il mio mare è stato spesso quello della Liguria; da ragazzina prima e da sposata poi, nelle case o negli alberghi dove avremmo soggiornato, all’arrivo, sceglievo una finestra e quella, Saverio lo sapeva, diventava la mia finestra per tutta la vacanza. All’alba e al tramonto, e comunque prima che il sole calasse, me ne stavo lì e guardavo il pezzo di mare che mi ero scelta. Certe volte pioveva e lo spicchio d’acqua e di spiaggia diventavano ancora più mie. Dopo un po’ che stavo lì, in silenzio arrivava Saverio a portarmi il caffè. Questa cosa di guardare il mare dalle finestre a lui non l’ho mai spiegata ma l’aveva capita. Mi portava il caffè, restava un paio di minuti a guardare quello che vedevo io, poi mi lasciava sola col mio pezzo di mare.

Poi i treni, se si andava verso il mare, stavo attenta a scegliere il posto accanto al finestrino nella direzione giusta, quella da cui sarebbe comparso il mare. Dai treni la vista era diversa, il mare era qualcosa che passava e che poi subito ti mettevi alle spalle, il mare spariva mentre gli andavi incontro. In quei momenti forse ne ho afferrato la grandezza, la meraviglia di qualcosa che è dappertutto ma che per te sarà soltanto un pezzo. Il pezzo che puoi vedere da un buco nel muro, da uno spiraglio che lasciano due assi divelte, da una finestra.

Ho sempre cercato di ritagliarmi un pezzo di bellezza che potessi sopportare, l’impossibile. Sono sempre stata una che si è appassionata alle cause perse e ritagliare il mare dovrebbe essere la metafora da usare per raccontare le cose che non si possono raggiungere.

Io, comunque, il mare lo amo sul serio, anche adesso. In giugno, ogni anno, io e la Luisa ci andiamo, facciamo due settimane sempre nello stesso albergo. Prendiamo una camera doppia con la vista sul mare. La Luisa non brontola più come fino a pochi anni fa, ora rimane a letto quando mi alzo all’alba a guardarmi il mio mare, so che mi guarda e mi vuole così bene che finge di dormire.

Leda

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©gianni montieri

Solo 1500 N. 12 – La parte mista del tabellone

SOLO 1500 N. 12

Lungo la strada che costeggia il mare tra Porto Recanati e Numana, ci sono molti stabilimenti balneari. Tutti numerati, come da concessione, e a ogni numero segue un nome, quello scelto per il lido. I cartelli, con il numero e poi il nome, prevedono, in basso, uno spazio per eventuali inserzioni pubblicitarie. Lo spazio è equamente diviso tra denominazione lido e spot. Molti degli spazi previsti per la pubblicità sono stranamente vuoti, senza scritte. Non nel caso dello stabilimento 43 – Il Pescatore – Sexy Shop. L’abbinamento è divertente e mi ha spinto a fare alcuni ragionamenti. Immaginando il Sexy shop posto all’interno del lido, divido i bagnanti in categorie: parte alta del tabellone (fa un po’ Wimbledon lo ammetto), parte bassa e – eventuale parte mista. Come per i salvataggi, prima i vecchi e i bambini. Primo intoppo. Anziani con bambini, è facile, stanno tutti nella parte alta, ma se, ad esempio, una mattina la nonna o il nonno vanno al mare da soli, chi può escludere che non facciano un salto nella nostra parte bassa? Per cui la divisione è: bambini parte alta, nonni parte mista. I single, diciamo fra i trenta e i cinquanta, potrebbero stare nella parte mista tendendo alla parte alta, perché me li vedo entrare nel sexy shop di notte, a ombrelloni chiusi, come si suol dire. Il vero casino da mal di testa, sono i genitori quelli standard: coppia con uno/due figli. Dopo un paio d’ore di tentativi di inclusione o esclusione, li schiaffo tutti nella parte mista e me ne vado alla Bussola – Stabilimento 31. Niente spot.

Gianni Montieri

qui i link ai tre numeri precedenti:

n. 11  n. 10 n. 9

Solo 1500 N. 8 – Gli aerei con lo striscione in coda

SOLO 1500 N. 8 – Gli aerei con lo striscione in coda

Il bambino in riva al mare che tiene la mano all’uomo stempiato, sono io. La bimba riccioluta, e un po’ più piccola, che tiene l’altra mano, è mia sorella. Tutti e due indichiamo con la mano libera verso il cielo. Nel cielo blu sopra il mare, vola un piccolo aereo. Legato alla coda dell’aereo, con quelle che a noi sembrano corde, c’è uno striscione con una scritta grande, rossa. Chiediamo a mio padre: “Cos’è quello?” Mio padre, sorridendo, ci risponde che quello striscione è una reclame, e alla domanda successiva (i bambini sono così): “Che cos’è la reclame?” Risponde che è la maniera di far sapere a tutti che un prodotto esiste. Mio padre non disse “E’ una maniera per far conoscere un prodotto”, e non disse nemmeno “E’il modo per dimostrare che un prodotto sia migliore di un altro”. Forse, per due bambini, quella era una cosa bella. La scena, voglio dire. L’aereo basso sopra il mare, lo striscione colorato, la scritta che dice a tutti, semplicemente, che una cosa esiste. Poi negli anni lo sappiamo come è andata. La pubblicità è diventata una tecnica, una giungla, una lotta. E’ psicologia. Lo era, probabilmente, anche  agli inizi degli anni settanta, ma noi non lo sapevamo e, forse, nemmeno mio padre lo credeva. Non ho più pensato a questa storia fino a qualche giorno fa. Luglio, un altro mare, un altro tempo, passa basso un piccolo aereo con una scritta slovena sullo striscione. Succede che di nuovo qualcuno punta il dito e dice: guarda. E si torna indietro alla reclame, a un vecchio lido, a un ricordo.

@ Gianni Montieri

qui i link agli ultimi 3 numeri

N. 5  N.6  N. 7

Matteo Telara – La colpa fu…

[Un vecchio frammento, tratto dal pamphlet “Come una supposta al punto” (Edizioni Clandestine, 2003) per la sezione Surf]

La colpa fu di mio padre, signori della giuria. Non si tratta della solita giustificazione di comodo, ma della sacrosanta verità.
Mi portò al cinema a vedere un film che avrò avuto sì e no dodici anni.
Un mercoledì da leoni.
Usciti dal cinema dissi:
“Voglio farlo anch’io.”
Mio padre sorrise.
“Certo” rispose.
I genitori si dimenticano di essere stati bambini. Dimenticano che alle volte i bambini sono più seri degli americani. I bambini non scherzano, se dicono una cosa è perché la stanno veramente pensando, è perché hanno veramente intenzione di farla.
Il giorno dopo presi la tavola da stiro di mia madre e me la portai al mare.
Affondammo entrambi.
Quella santa donna non l’ha ancora digerita: doveva tenerci parecchio a quella tavola da stiro, cristo santo.
Mio padre capì che non c’era più niente da fare. LA PRIMA GRANDE SVOLTA DELLA MIA VITA si era appena verificata, tanto valeva trovarmi una tavola decente.
Erano gli anni ottanta, i surf pochi e quasi tutti d’importazione, ma rintracciai un tipo che mi diede una mano a comprarne una.
Fu una Blade. La mia prima tavola.
Una via di mezzo tra un pattino e una chiatta, una tavola italiana con un nome in inglese.
Chiesi cosa significava e mi risposero: “lama.”
Fu con quella lama che tagliai le mie prime onde, e furono onde magiche, interminabili, onde morbide come cuscini, calde come coperte, e materne.
Non era un gioco. Entravo in mare con una corda legata alla caviglia ed erano dolori. Cadere significava zoppicare per giorni, ma non potevo certo starmene fuori a guardare.
I ragazzini non hanno quasi mai paura.
Vivono sul limite. La loro sì che è una vita spericolata. Pensano svelti e sbagliano svelti, ma sono svelti a riprovare.
I ragazzini amano gli skateboard e sognano avventure, mica come noi.
La mia prima cicatrice mi diede l’ebrezza della mia prima sbornia.
Il surf ti si scrive sul corpo.
Tatuaggi naturali.
Molto più significativi di quelli che ci si fanno dipingere addosso da qualche rincoglionito dentro sgabuzzini che odorano di ospedale: il surf è fatto di cicatrici che portano con sé l’odore del salmastro e che non basterà un inverno intero a far rimarginare.
Il surf è fatto di storie, e di racconti, e di fuochi accesi a notte fonda sulla spiaggia. Fuochi che bruciano lenti e che sanno di musiche distanti.
È fatto di silenzi, il surf.
Vendetti la Blade un paio d’anni più tardi, non ricordo né a chi né per quanto, so solo che non la rividi più.
Erano arrivate le tavole americane, sapete com’è. Gli anni della Rusty e della Town and Country: beato chi ce le aveva.
Si parlava dell’oceano come della luna, e quando qualcuno tornava da un viaggio era tutta una vertigine di racconti e di gesti, e per una strana forma di rispetto o riverenza gli lasciavi prendere onde che senza dubbio erano destinate a te.
Oggi senti i ragazzini di quattordici anni raccontare delle Hawaii come se stessero parlando di Viareggio.
Non c’è più poesia in mare, oggi.
Gli inverni erano freddi, le mute pesante, i surfisti pochi. Dal porto le persone ci guardavano come se avessero avuto un palo congelato in culo: avevano più freddo loro di noi, potete giurarci.
Gli amici mi prendevano per scemo.
“Non siamo mica in California” frase tipo del lunedì mattina a scuola.
Non me la sono mai presa. In fondo non potevano capire: ero in classe e annusavo il salmastro nell’aria altro che California.
Qualche volta arrivava la Capitaneria di Porto a cercare di raddrizzarci: fare surf significava fare qualcosa di illegale, infrangere la legge.
Dura lex sed lex direbbe il mio avvocato.
Ed era così.
Era chiaro a tutti che un surfista non era ‘ben inserito nella struttura sociale’, e che quindi ‘andava tenuto d’occhio.’ Gente che si butta in mare a gennaio per prendere le onde “è gente che non ha tutte le rotelle a posto”, gente che oggi è qui e domani chissà, “stanno stuprando bambine ai giardinetti pubblici.”
Il surfista è portato naturalmente ad amare le cose più che a odiarle, ma provate a spiegarlo a chi veste un’uniforme e vi rideranno in faccia. Poi vi chiederanno i documenti.
Oggi non siamo più ritratti come criminali pericolosi ma è probabile che qualcuno ai giardinetti pubblici ogni tanto ci vada: i tempi stanno veramente cambiando forse.
Quelli della Capitaneria li chiamavamo i C.P. Era una specie di guardie e ladri, una sfida che stuzzicava l’intelligenza, anche se di Einstein in mare non ne ho mai visti molti.
Una volta arrestarono due dei nostri e fu quasi una rivoluzione. Se lo racconti adesso sembra che stai parlando del medioevo: cristo santo, ho solo venticinque anni!
I personaggi che venivano in acqua allora la gente di oggi se li sogna. Non era una moda, era un istinto.
Il surf.
Una volta un tizio si cagò in mano e lanciò lo stronzo in faccia al tipo che lo aveva fatto incazzare: scene così in mare non se ne vedono più purtroppo.
Nell’autunno del ’94 lasciai la spiaggia.
Fu una vigliaccata, lo so.
Ma allora sognavo di diventare QUALCUNO, sognavo il cinema, la città, e sognavo di vivere da solo: mi ero rotto dei genitori e compagnia bella.
Presi e me ne andai via.
Volevo fare il regista, pensate un po’.
Partii per l’università pensando che sarei tornato di tanto in tanto per fare surf e non capii che ci sono cose nella vita alle quali o ci si dedica anima e corpo o è meglio lasciare perdere.
Alla fine lasciai perdere. Proprio così.
Vivere in città è adatto a gente che in città c’è nata e ci ha vissuto. Andatelo a chiedere a chi è nato sul mare cosa ne pensa di una città sperduta tra chilometri e chilometri di terraferma; ci si può stare un mese o un anno, ci si può stare anche una vita intera, ma ci si sta male.
Inutile.
Si annega tra rimpianti che non sanno neanche un po’ di salsedine tra gente che quando gli parli non ha la più pallida idea di quello che stai dicendo. Ci sto morendo, io, in questa città di merda.
La colpa fu di mio padre, e questo già lo sapete.
Ma prima o poi anch’io finirò l’università.
Pagherò il conto e uscirò dalla porta principale, tutto qua.
A chi mi chiede cosa farò da grande rispondo: prenderò le onde, farò surf.
Ed è così che andranno le cose.

 

Matteo Telara nasce a Viareggio nel 1975 ma cresce a Marina di Carrara. Dopo gli studi classici, si laurea in Lettere Moderne a Firenze, con tesi di ricerca sull’opera del cineasta Luigi Faccini.
Estratti della sua tesi di Laurea sono stati pubblicati nel volume Io e Marina (Edizioni Ippogrifo, 2005).
Ha pubblicato un pamphlet giovanile dal titolo Come una supposta al punto (Edizioni Clandestine, 2002) e un romanzo/flusso di coscienza sul surf dal titolo Totem (Edizioni Clandestine, 2003).
È stato editor di questa case editrice dalla fine del 2002 all’inizio del 2004.
Viaggiatore instancabile e surfista, ha passato gran parte della sua vita in giro per il pianeta e ha svolto i più svariati mestieri.
Dal 2007 al 2010 è stato insegnante di italiano e membro del comitato Dante Alighieri per la Società Dante Alighieri di Auckland, in Nuova Zelanda, dove ha vissuto a partire dalla fine del 2005.
Fa parte del collettivo iQuindici (www.iquindici.org), lettori volontari nati in seno all’esperienza della Wu Ming Foundation.

circoscriverle

pierre marcel

le parole

limitarle

sull’uscio

lasciarle

come ghirlande in mare aperto

celebrando un lutto

per qualcosa che non ha nome.

Naufragando nel suono

delle voci cercando la sponda

nell’ onda della vocali ci siamo

persi    il mondo

ci siamo staccati da noi stessi

e ancora stiamo nell’arca

di un alfabeto scomposto

che non contiene

se non  questa perdita.

.

f.f. – inedito 2010

In direzione dell’acqua.

Ci spostavamo verso la vita.

Ricordo che  cercammo per giorni e giorni.

Era buio,  la notte dentro quella sabbia

non cedeva mai di un passo il nostro cammino.

– Noi siamo il mare.

Ripetavamo spesso

– Noi siamo il mare.

Come onde che dicono  e ripetono il loro nome alla terra   mute

noi lo dicevamo a noi stesse.

Noi eravamo un mare.

Una lunga carovana di ombre     date

disseminate in giorni senza fine

tuniche che hanno lasciato il corpo tra i campi

e come  lievissime tracce  si disperdono

come semi     in  sentieri senza orme

turbolenze  in raccolti d’aria    segni  diari degli uccelli

e più in basso ascoltando le vibrazioni che  assalivano le piante

dai piedi       attraversando anche  il nostro corpo

riconoscevamo

dalle tante nostre paure   le voci della terra

parole dimenticate   da troppo tempo   devastate frantumate

dall’ignoranza degli uomini.

Avevamo lasciato le nostre case  di notte

in una notte che durava ormai da mesi    da anni   addirittura da secoli.

Indossavamo lunghe vesti nere

noi eravamo sconosciute   a noi stesse

le une addossate alle altre quasi a formare un  corpo solo

di frammenti . Non  era facile per noi così rapprese vedere

la compagna     madre    amica      sorella

ma dal profondo l’una con l’altra     noi

ci sentivamo una sola frontiera e da quella

cresciuto nel buio nascevamo    ora per ora   un corpo   il nostro

che con fatica tentava di mostrarsi

tentava di affacciarsi al nostro sguardo impaurito e sottomesso

ma non aveva ancora  luce sufficiente.

Una specie di follia ci teneva sveglie

i sensi tesi protesi a sentire anche il più lieve fruscio di una veste

un battito    il respiro di una fonte.

Il vento     era l’abito comune  e  la casa

da giorni       ci portava con sé impetuoso e forte

Noi    un popolo in lutto

ci sentivamo una parete   su cui segnare un cielo  terso

una fuga di valli e lune     morbide  mattine    oasi d’estate

gigli densi di bianco  e  scritture di pollini    un mare di colombe fattisi volo

dentro le onde.    E fu così      che avvenne

che finalmente raggiungemmo   il cielo

in un liquido tramonto valicando l’infiammata

montagna della nostra costernazione

là       come  grida di uccelli       noi

liberi  azzurri sul limite di un orizzonte    finalmente nostro.

.

f.f.