Marcos y Marcos

Quattordicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea

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Poesia contemporanea. Quattordicesimo quaderno italiano
Marcos y Marcos, 2019; 25 €

È l’occasione per salutare e subito amare un poeta, Paolo Steffan. I suoi “frantumi”, che io sento come frammenti, indicano «gente senza più fame», enormemente impastata di una povertà perduta che ha fatto perdere l’anima dell’origine. L’ha fatta perdere alla sua terra, e alla sua gente ha fatto perdere l’origine della sua terra. Terra-elemento, così forte nel Veneto. È un concorso di anni, certo. Il sentire lì era un altro, era il parlare ed essere (o per essere) terra.
Frammenti-frantumi, ecco. E vedo poi brillare un “posterno”, che Andrea Zanzotto aveva utilizzato in chiusura di Filò, e tutto torna.
Umberto Fiori nell’introdurlo ci dice: posizioniamoci nel ritmo che questa poesia produce, che il parlato rende possibile («un insieme vivo di parlanti» scrive Fiori, e io direi un coro di voci-frammenti-dentro il pantano); sentiamo, come il dialetto anima, sfalsa le percezioni per farle brillare appunto, come tutto muove il dialetto e disincrosta ogni forma tradizionale, pur presente, con riferimenti alti peraltro, altissimi. Già si è detto: Zanzotto, ma direi anche su tutti Eliot e il profeta Isaia.
Steffan abita molto vicino al Molinetto della Croda, a Pieve di Soligo, al Montello. Sentiamo da lì venire gli «ùltimi bòt de campane/ rento paeśi che no se cognose// pi, l’è rumegar scoazhe de na lengua/ incantada che la è drio far fanzhun (ultimi rintocchi di campane/ dentro paesi irri-// conoscibili, è rimasticare scarti di una lingua/ inceppata che si sta frantumando)».
Campane e campanili: echi ve ne sono in Steffan come in Cardelli: «là, sfrontato sicuro sull’ultima altura, ci guarda/ ma forse si cura, persiste, riposa/ il campanile appena fraterno/ quanto basta/ rivolto alla neve, forse/ ci salva».
Quanto basta. La poesia di Cardelli vuole/vorrebbe liberare, liberarlo anche e dirci: liberatevi. Al fondo della sua poesia ho sentito, o meglio è come avessi risentito da una parte Bird On The Wire di Cohen, dall’altra La libertà di Gaber. Non so, non credo possano essere questi – per lontananza generazionale – i riferimenti musicali di Cardelli; ma tant’è, sarà forse solo un mio modo di leggere.
Si sente comunque, con forza, la sua voglia di partecipare, la voglia di parlare e parlarci (anche) mediante la poesia; partecipazione, associazione, comunicazione. Stringersi intorno a idee in comune, direi; agire, “combattere” anche, per non disperdersi nel dimenticatoio che a noi sembra imporsi. Ci si ribella per vivere, sì. La “giusta posizione” allora è etica, anche nel dire quante facoltà abbia perduto la poesia stessa, dispersa la sua (perduta, appunto) funzione sociale. Etica e resurrezione è il titolo di una sezione e di una poesia. Ci sono versi qui che splendono: «Sei troppo viva, troppo vera/ eppure fantasma […] Vivo e sono pubblico: la macchina/ costruisce archi di meridiano, i corpi/ angoli sempre nuovi. Attendo/ le sterzate più brusche per voltarmi/ e riflettere, guardare/ la nuova posizione che assumi».
Trovo quindi che una forma “di preghiera”, perlomeno di invocazione, in un’accezione ampia, sia la vena più in vista in questo Quaderno. Anche per Donaera difatti, con Una Madonna che mai appare, pare corretta l’interpretazione offerta sul web da Rondoni, a proposito di un elemento “creaturale” che sostiene la sua poesia. Con forza, urto, soprattutto nella sezione Il padre. Un’ustione. (altro…)

Poesia contemporanea. Quattordicesimo quaderno italiano (Marcos y Marcos 2019)

 

È arrivato in redazione il Quattordicesimo quaderno italiano della serie Poesia contemporanea di Marcos y Marcos, con la regia di Franco Buffoni. Nei prossimi giorni ce ne occuperemo con la dovuta attenzione. Oggi di ognuno dei sette poeti raccolti nel Quaderno proproniamo la lettura di un componimento. Buona lettura. (La redazione)

 

Pietro Cardelli

Aprile

Ecco il ballo, la danza a me estranea
“Guardati” non hai più inibizioni, hai finito
le scorte, le paure sottili, tutti
gli accorgimenti nascosti, appostati
negli anni, e giustamente. Non devi fare altro
“Quale il prezzo?” volevo domandarmi
e il rifugio stava nelle cose, non c’era
aprendomi al quel mondo, negandolo poi
nelle coperte di lana così tardi, nel cuscino
uno sopra l’altro: il collo preme forte,
si forma un livido nerissimo.
.                               Il prezzo c’era,
questo è i punto; accettarlo era un nuovo
gesto, la sedia che si muove, il baratro.

Hai la schiena inarcata, quasi cadi
ma c’è una forza che ti sorregge,
che non ha forme: si arrende a te
come tutti, ti riconosce nei capelli
che precipitano, nello specchio
dove rifrangi. La gravità t’impone
dei doveri, tu li rispetti, sei calma
sfioro la nevrosi.

Anche perché le immagini sono
una truffa ben architettata, e lo sanno,
sono un’impudenza, un’oppressione
senza confini. “Eccomi che mi dono a te,
guardami” e non c’è salvezza
se si riproducono così velocemente,
saltano e si ripresentano, si moltiplicano
nell’ansia, negli schermi: mi guardi,
nella cornea si pare il vuoto:
bianco-e-nero, sorriso, l’ulcera
si amplia, si diffonde: è la sottotraccia,
il destino, l’incompiuta mente.

 

Andrea Donaera

Il padre. Un’ustione.

I.

Ti immagino, ormai: e basta.
Un fumetto, colori,
cartapesta, nel presepio spento,
i miei anni, che non vengono,
tutti noi. Sei la norma,
l’amico, questi mesi.
La mia pazienza di blatta sul tuo cuscino,
che così ci immagino, ormai: e basta:
nei terrori, nei colori. (altro…)

Luigi Di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010

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Luigi Di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010, Marcos y Marcos, 2019; 20 €

La voce è tutto, è un intero destino. Massimo Cacciari, in una conferenza svoltasi a Vignola per Poesia Festival nel 2017, affermava che la poesia, se è tale, mostra l’abisso di ogni parola ed è per questo che spesso appare oscura la poesia, perché lo è necessariamente, avendo a che fare con la radice ultima della parola, che appunto è abisso. In fondo, secondo il filosofo, nessuna parola indica per davvero la cosa; la poesia mostra se stessa quindi attraverso l’enigma che il linguaggio incarna nel miracolo della voce. La voce di un poeta come Luigi Di Ruscio, nato in povertà a Fermo nel 1930, emigrato a 27 anni in Norvegia per lavorare una vita in fabbrica a Oslo, è «frontale, diretta, mirata alla esclusiva verità della propria testimonianza». Così scrive Massimo Raffaeli nell’introduzione.
È un libro importante, questo, prezioso. Un libro che fa dire: finalmente. L’edizione per la collana Le Ali di Marcos y Marcos, curata benissimo da Massimo Gezzi, vede la copertina di Luca Mengoni, splendida nel restituire il ritratto del poeta.
La voce, dunque. Dunque il corpo, e il lavoro: per Luigi Di Ruscio il lavoro è stato essere operaio. E con questo, dentro la sua speciale parabola esistenziale, diventare, essere poeta.
Franco Fortini, in “Verifica dei poteri” (esattamente in “Astuti come le colombe”) scriveva: «m’è sempre parso che la contemplazione affascinata d’una condizione operaia vista tutta nel rapporto fra uomo e macchina, e l’altra dilettazione incantata, del calarsi nella “oggettività”, fossero due tipici errori, o uno solo, del materialismo non dialettico». Nel caso di Di Ruscio, lo scrittore è l’operaio – mentre Fortini vedeva lo scrittore come l’intellettuale artefice di una praxis rivoluzionaria intesa come automutamento coincidente con il cambiamento ambientale. Operaio-scrittore, ecco: tutta la soggettività dell’autore è dentro questa relazione e nel rapporto uomo-macchina.
Dice bene Gezzi, dopo aver illustrato al meglio le modalità con cui Di Ruscio è intervenuto (riscrittura, taglio, spezzatura e asciugatura dei versi) nell’arco di più di cinquant’anni (dal 1953 fino alle ultime modificazioni intervenute nel 2010): «queste Poesie scelte sono sì un’autoantologia ma, in buona misura, sono anche un altro libro». E fa capire che si tratta qui di affrontare un viaggio. Lo dice con parole perfette: «i lettori (…) attraverseranno la rabbia, la fatica, la protesta e la fiducia testarda nella scrittura che promanano da questi versi». Quindi, se il lavoro operaio ha rappresentato la condizione fissa e immutata, l’automutamento per lui è avvenuto necessariamente con il lavoro di poeta dentro quella condizione.
È tutto un atto di esistenza-resistenza, titanico, quello che Di Ruscio ha testimoniato con la scrittura, con la sua voce.
La forza è tutta nel dato materiale. Stupisce – veramente – come sia stato questo a nutrire per intero la sua poesia, istruendone i contenuti e dettandone il ritmo. Come indica giustamente Raffaeli: è una poesia (fortunatamente, aggiungo io) in controtempo.
Ecco un testo del 1966, eccezionale per intensità di ritmo, stile, visione. Ricorda il grande Pavese. Sono versi che sentiamo ancora vicini e attuali, proprio perché in controtempo, così arcaici, archetipici, primari:

Mangia in estate pomidori in inverno patate
conosce la carne alle feste comandate
o quando mietono o battono
i porci li para tirando pietre precise sulle groppe
correndo sul campo dei foraggi
scopre i nidi degli uccelli e delle serpi
mette i lacci sui fossi per gli uccelli assetati
alla sera sta silenzioso con gli occhi pieni di sonno
sente i discorsi dei grandi
e certi pensieri li fissa nel cervello
l’ulivo è come l’uomo
soffre il caldo in estate e in inverno la tramontana
e pensa metà nel sonno all’uomo e all’ulivo
all’olio che sta tra le parti del pomodoro
in cui inzuppa la mollica del pane
scacciando le mosche stancamente perché è l’ora del sonno
appoggia sulla coscia della madre la testa
dove ora le mosche possono fermarsi
non hanno più la mano veloce che le prende a volo
e gli stacca le ali per farle continuare a vivere
come un verme che la gallina becca. (altro…)

Le “anime perse” di Umberto Piersanti

Umberto Piersanti
Anime perse
Marcos y Marcos, 2018

Tra Dante e De Andrè! Tra le “anime perse” del sommo poeta e le “anime salve” del sommo cantautore, il passo è per me breve, inaspettatamente breve: perché, malgrado la condanna alla reclusione, le anime raccontate da Umberto Piersanti in questo ciclo di racconti, in questo girone di reietti, hanno la luce dell’attesa della salvezza, o l’illusione della salvezza perché, “in fondo”, sono stati sopraffatti dagli eventi della vita che non hanno saputo dominare, o dalla loro stessa vita che non hanno saputo dominare, perché vivere è fatica, e se si è deboli, ovvero se non si riesce a contenere il senso di afflizione che porta il vivere a una continua autocommiserazione, ebbene, il passo da vittima a carnefice è davvero breve. E allora ecco che Piersanti dà voce a una piccola Spoon River di casi umani – diremmo con terminologia da cronaca spiccia di questi tempi – non ancora raggiunti dalla morte (tolte le eccezioni dello zingaro spavaldo e della giovane Luisa che s’affaccia alla finestra), ma che hanno provocato morte e miseria umana attorno a sé stessi. E dal narrare partecipe, ma non travolto dalle storie, di Piersanti affiora un universo oscuro della mente umana che si rende agli occhi del lettore immediata fotografia della contemporaneità; una contemporaneità che, come dicevo poco fa, è diventata anche cronaca spiccia e quindi è stata abbassata a grottesca rappresentazione di fatti sui quali straparlare in salotti televisivi, senza realmente riflettere. Mentre ciò che Piersanti invita a fare è proprio riflettere sugl’individui, come fecero prima di lui Dante e De Andrè (e in mezzo a questi due estremi, tutta la letteratura universale), e sulle loro vite; vite che, come quella di Rosaria non sono mai state «una linea, una prospettiva, un cammino indirizzato a un qualche fine: no, le loro vite sono state un aggirarsi in tondo, una serie di cerchi concentrici spesso sghembi e lunatici, intercalati tra di loro; vite dove l’assoluta libertà si confondeva con l’assurdo e il non senso.» (altro…)

“Cenere, o terra” di Fabio Pusterla

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Fabio Pusterla, Cenere, o terra, Marcos y Marcos 2018, € 20

Come la libellula domina la copertina di Argéman, la precedente raccolta di Fabio Pusterla uscita nel 2014, così la rondine domina quella di Cenere, o terra. È una rondine che punta verso il basso (nella bellissima copertina) e ci si chiede se per schiantarsi o per risalire. Sarà per risalire, e per pensarlo al poeta è necessario qualcosa di più di un’invocazione (com’era stato con la libellula, in Congedo, la poesia conclusiva di Argéman).
È una preghiera esplicita stavolta, una richiesta d’aiuto. Ecco il primo testo di questo nuovo libro:

Verso la chiazza di luce sul fondo
verso il riflesso del sole
con la memoria dell’ombra
con la speranza del mare.

Per l’acqua e per i prati
per la mano del vento il mio volo gaudioso
per tutte le cose precarie che splendono miti
per tutte le cose del mondo. So solo
volare impazzita rischiare
un viaggio.

E tu aiutami aria
sostienimi vento dell’Ovest
aspettami mare.

La rondine prega l’aria, la prega di aiutarla a risalire, invoca il suo sostegno per un’avventura che avverte rischiosa. Solo grazie al vento, il vento di questo nostro Occidente quindi, potrà farlo. E il mare (cioè l’estensione della nostra vita, di tutte le esistenze, “tutto il possibile” come scrisse Vittorio Sereni) è lì in attesa, potrà e dovrà aspettarla, perché anche in questo approdo si affermi l’accento della verità. Dunque accade qui quello è accaduto in Congedo, negli ultimi tre versi («Dopo, tocca ogni cosa/ sillaba bene il suo nome/ e falla vera»), ma detto ora con un grado più alto di consapevolezza. L’affermazione infatti sembra scintillare, come portasse in sé, del volo, il passaggio da ipotesi a tesi, da invocazione a preghiera, passasse davvero da qualcosa di ancora incerto alla certezza, come tra poco vedremo.
E se la libellula in Cenere, o terra ricompare in una delle prime poesie, Verso lo Zebio, e in una delle ultime, Al vento di Focara, la preghiera della rondine riemerge nel libro in modo singolare, spinta dentro la materia dei ghiacciai: riappare nel colore del ghiaccio accanto all’Ela-Loch, il foro che caratterizza il Piz Ela, nei Grigioni («e se c’è vento sembra pulsare/ di una luce sua misteriosa/ forse memoria del mare/ o illusione») e si ripete – si direbbe in forma di canto – sul bordo di un altro ghiacciaio (Am Gletscherrand, ripreso da un verso del poeta e bracconiere svizzero Felix Kamil).
Tornando al testo di questa poesia iniziale, vien difficile non pensare ancora a Sereni, adesso in modo più compiuto: pensare di rimando a quelle «toppe solari» protagoniste de La spiaggia, il testo che chiude Gli strumenti umani. Desiderosa di arrivare su quel tratto di spiaggia prima sconosciuto, per vedere «quelle/ toppe d’inesistenza, calce o cenere/ pronte a farsi movimento e luce», sembra proprio la rondine “liberata” dal poeta. A differenza di Sereni, tuttavia, Pusterla non associa quelle macchie luminose, quei riflessi, ai morti. E se Sereni poi è investito dalla forza del mare, al mare Pusterla chiede pazienza; dal mare la sua rondine è attesa, con la sua vivacità, nella sua vita viaggiante. (altro…)

Su “Anime perse” di Umberto Piersanti, con una Nota (di R. Canaletti)

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Anime perse
Marcos y Marcos, 2018

di Riccardo Canaletti

 

 

Il mare sopra l’acacia ha un accompagnamento.
Sono in treno per andare in uno dei centri del gruppo Athena. Come incalza il mare. Non posso immaginare il muro d’acacia, il verde tribolante degli orti, un verde e un rosso costretti a crescere. Ma passerà poco prima del mio arrivo. Conoscerò “Franco”, il pescatore, la seconda anima persa. Franco che ha picchiato la moglie; l’ha quasi ammazzata. Franco me lo vedrò davanti, questo è certo.
Gli occhi contengono innominabili misteri, ma il cuore, il cuore niente. E non c’è un cuore, c’è solo ciò che rimane in quelle pagine, in quei ritagli insufficienti per un’intera vita. Eppure è come se lo conoscessi già.
Una ragazza mi sorride, e che bel sorriso, che sguardo provocante. Lì, dove il tempo sembra rispettare una regola monastica, non potrei mai baciarla. Forse non potrei nemmeno guardarla così, ché si preoccuperebbero tutti, primo tra i tanti “Lorenzo” che mi porterebbe a coltivare i pomodori. Ma anche io, di pomodori, “non so un cazzo”. Sono anch’io, seppur solo per elezione, uomo di mare, proprio come Franco.

Leggendo Piersanti si ha l’impressione che ogni parola sia leggera, che appartenga al pensiero più che alla pagina.  E come staccare certe parole, mi dico, da chi le dice. In questi diciotto racconti Piersanti non può sottrarsi al lavoro di una narrazione fuori da sé, dove a parlare sono personaggi lontanissimi dall’autore. Lontanissimi ma non alieni dal mondo, anzi immersi nel quotidiano. Perché quel “ti voglio ammazzare” balena in testa, almeno una volta nella vita, anche se detto con superficialità. Quale la differenza tra noi e loro, allora? Il coraggio loro? La coscienza nostra? Wilde dice che coscienza è “un altro nome per la codardia”. E allora? La risposta si perde, come deve accadere. Ma la domanda persiste, quali i motivi, quali le differenze, quali le logiche. Piersanti però non giudica, agisce nella storia con la letteratura, senza il taglio sociologico, o da cronista (che in quest’epoca è sinonimo di giustizialista). No, non ci sono manette. C’è una storia raccontata senza orientare il lettore verso una parte, che sia quella delle vittima o meno. La voce di Piersanti tace, fiorisce solo nella capacità linguistica di adattare il registro, la forma e la grammatica al tono dei personaggi reali. Ecco che il linguaggio si fa incredibilmente moderno, basso spesso, ma senza strafare, senza diventare caricatura di se stesso, iperrealista, parodistico. C’è quel modus oraziano che viene dall’esperienza, dalla profonda conoscenza della parola, degli ambienti della parola, che sono anche questi luoghi dove le anime perse si fermano per un po’. Delle soste di riscatto, che non vengono ad assumere nessuna forma consolatoria o pietistica, ma che conservano quella pietas classica che è il senso di partecipazione, la misura dello sguardo sugli eventi. Il limite del giudizio è il limite dell’umanità, che non può essere superato. (altro…)

Variazioni sulla cenere, di Fabio Pusterla

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Fabio Pusterla, Variazioni sulla cenere, Amos Edizioni, 2017, € 12,00

Diciannove poesie, divise in due sezioni: le dodici variazioni di Cenere, o terra e i sette movimenti di Brasé. Pubblicate a settembre del 2017 per le bellissime edizioni Amos, nella collana A27, le Variazioni sono dominate dal tema del fuoco («c’è brace, brace sotto questa cenere», p. 39). Ed è l’esperienza di vita a esserne il motore. Pusterla scrive in perfetta sintonia di mente e cuore, cerca ancora e trova – molto felicemente – parole scolpite nella compresenza di asprezza e luce, per riprendere il titolo di una precedente sua plaquette, uscita per Coup d’idée nel 2015.
«Cenere, o terra che secca si cavi / d’un color fòra col suo vestimento»: Dante, nel Purgatorio, per descrivere la veste dell’angelo sceglie questa metafora. Pusterla se ne innamora, colpito dall’emistichio iniziale, quel Cenere, o terra tanto potentemente smosso dalla virgola incastonata lì in mezzo. Parole che, isolate, assumono nella sua mente nuovi significati, che conducono ai quattro elementi: abbiamo il fuoco quindi, e la terra; poi ci sarà l’aria, ci sarà l’acqua. Queste dodici poesie, infatti, si legano in modo molto stretto ai quattordici frammenti usciti qualche tempo prima, nel marzo del 2016, per le altrettanto splendide edizioni di Carteggi Letterari: gli Ultimi cenni del custode delle acque.
Prestiamo orecchio in particolare all’inizio del quinto frammento di questi Cenni: «Non ti basta, lo so. Vorresti altro. / Non ti basta, fiume, il mio ascolto, / né ora per te è il momento di ascoltare». Sono i versi che ci introducono in Libellula gentile, il documentario che Francesco Ferri ha realizzato su di lui e sulla (non solo sua) poesia. Versi che all’inizio del film ci portano sulle acque dell’Adda, là dove tutto il “racconto” è partito, tra Canonica e Vaprio, tra le province di Bergamo e Milano, seguendo la suggestione offerta in quel periodo dalla “Casa del custode delle acque”.
Come e quanto compiutamente si comporranno alla fine i quattro elementi lo vedremo nel libro intitolato proprio Cenere, o terra, in uscita per Marcos y Marcos a settembre.
Per le Variazioni, il poeta, un po’ alla maniera dell’OuLiPo francese, ha scelto una contrainte, o meglio una serie di condizioni che si è voluto imporre per creare, per arrivare a risultato. Dodici sono le lettere che compongono “cenere, o terra”, dodici le poesie; dalla prima alla sesta di queste poesie la posizione dell’emistichio dantesco scende dal primo al sesto verso per poi risalire dalla settima alla dodicesima, fino a ritrovarsi nuovamente al primo verso nell’ultimo componimento. (altro…)

proSabato: Umberto Piersanti, Cinquantuno («I fascisti, ci sono fascisti a filologia moderna!»)

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Cinquantuno

«I fascisti, ci sono i fascisti a filologia moderna!»
Era una mattina con manifestazione contro l’America, tanto per cambiare, e dal Rettorato e da palazzo Vecchiotti dove aveva sede al primo piano filologia moderna, gli studenti si accalcavano stretti tra il palazzo Ducale da una parte, palazzo Petrangolini e la chiesa di San Domenico dall’altra, giù fino a piazza Rinascimento. E il cielo era chiaro, l’aria tiepida d’un autunno inoltrato che stentava a diventare inverno: un mattino come gli altri con manifestazione e cappuccino, chiacchiere al Cortegiano e passeggiate per il Pincio.
I fascisti erano quattro: tre ragazzi nuovi della zona, ma già noti per le bastonate date a qualcuno dei nostri all’uscita delle discoteche e da altre parti e Loru il sardo, quello dal coltello, che metteva paura a tutti. Loru non faceva lettere, ma farmacia: magari stava con gli altri tre solo per proteggerli. Questi dovevano passare per forza in mezzo alla manifestazione, dovevano fare un esame di linguistica col professor Forlini.
Gli studenti erano tanti: i tre si strinsero dietro Loru che, tirato fuori il coltello, camminava piano all’indietro per raggiungere la porta. I più vicini cominciarono a sferrare calci, tenendosi però lontani da quel coltello, ma Loru, questa volta, doveva avere paura anche lui: teneva il coltello fisso davanti senza mai uno scatto verso gli avversari: solo qualche irrisione e minaccia com’era il suo solito, volto contratto e agli altri dietro dovevano tremare le gambe. Raggiunto il portone, lo rinchiusero subito: e quelli a gridare e a calciarci contro.
Gianni si fece largo e la sua voce era proprio potente: «Compagni, quattro picchiatori fascisti si sono rifugiati nell’istituto. Forlini gli deve intimare di uscire e noi puniremo come si deve la loro provocazione. Sapevano che c’era una manifestazione per il Vietnam e sono venuti apposta, per provocarci: ma gli è andata male».
«Oggi ritorneranno a casa tutti in orizzontale» urlò uno dalla corporatura esile e dal volto gentile.
Andrea era lì in mezzo, ma solo per curiosità: le aggressioni a lui non piacevano proprio, la caccia all’uomo lo disgustava sempre, da qualsiasi parte fosse fatta.
Uscì il professor Forlini, un bell’uomo tra i quaranta e i cinquanta, capelli bruni e lunghi, quasi un accenno da capellone e giacca verde chiaro su calzoni sportivi, ma di buon taglio.
«Ragazzi, devono solo fare l’esame: io sono antifascista più di voi e vengo da famiglia antifascista: ma questi sono esami, solo esami, e si debbono svolgere nel modo più calmo possibile».
«Sono picchiatori, picchiatori fascisti, e la debbono pagare!»
«Questo è il momento degli esami: potrete saldare i conti con loro in un’altra occasione».
«Non ce ne frega niente se è il momento degli esami, questa volta non ce li lasciamo sfuggire: Forlini, falli uscire e basta. È meglio per te» chi aveva parlato era uno cupo, col cappuccio dell’eskimo tirato quasi sopra gli occhi.
«Ho fatto tutto il possibile: io non c’entro, me ne vado. Ripeto, io non c’entro niente con tutto quello che succede da adesso in poi. Ho il diritto di andarmene, sono stato minacciato». (altro…)

I poeti delle domenica #219: Stefano Raimondi, Le luci delle case

Le luci delle case

Le luci delle case fanno sera
dalle finestre. Non tutto
mi rimane qui, quando fumo
prima di dormire e non so
da che parte vada l’odore
del pigiama, la cenere, il respiro:
quello che porto dentro
che lascio fuori, tra un costato
di balconi e di cortili.

 

da © Stefano Raimondi, Il cane di Giacometti, Marcos y Marcos, 2017

 

I poeti della domenica #218: Maria Borio, Senza un disinvolto piacere

Senza un disinvolto piacere
ti accorgi che il corpo
ha un’altra lingua
e ogni parola
è un inverno teso.
Ciò che cova la magnolia
è lo stormo in attesa
di cibo, tutta la luce
che in un giorno sorpassa
predatori e prede.
Tu non dirmi “col tempo”,
non ho avuto, non ho dato,
confluenze e scarti
ci hanno pagato ogni incontro.
La tua esperienza e i miei occhi
sono un proiettile nel tempo.

.

© Maria Borio, in Dodicesimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2015

Capire di cosa viviamo: Suite Etnapolis

..

Il poema Suite Etnapolis di Antonio Lanza si autopresenta nelle sue ultimissime battute come “un esteso epos di racconti”, dove le storie dei personaggi si combinano fra loro nell’arco dei sette giorni della settimana, intervallate dalla voce di un io lirico sopraelevato, lo stesso che prende la parola per chiudere l’opera. Se Vincenzo Frungillo dovesse immaginare una prosecuzione ideale del suo nuovo saggio sulla scrittura poematica degli ultimi anni (Il luogo delle forze, Carteggi letterari, 2017) non potrebbe ignorare questo impressionante esperimento riuscito, ancora largamente inedito, apparso in quattro sezioni (Domenica, Lunedì, Martedì, Mercoledì) nel Tredicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2017, qui d’ora in poi Tqi) e in precedenza nel primo Quadernetto di poesia contemporanea 4×10 (Algra Editore, 2015).Cos’è Etnapolis? Un grande centro commerciale, realmente esistente, alle porte di Catania e a trenta chilometri dal vulcano: già l’individuazione del referente come materia di poesia preannuncia lapilli di frizione stilistica, residui di lirismo antico dentro un pathos da marketing. All’interno di Etnapolis seguiamo le vicende di alcuni suoi impiegati, persone normali con problemi e incombenze normali, amori infelici, licenziamenti, figli in arrivo, al limite lutti. Il tutto puntualmente esasperato da una focalizzazione che passa da Laura di Lovable, “serena dopo un fidanzamento rotto” (Tqi, p. 111) ma presto vittima di stalking, a Nuccio, malinconica guardia giurata; da Vanessa di Father & Son, giovane mamma ingrassata e depressa, ad Alfredo, barista che invece sta per diventare ansiosamente padre; e altri ancora. La lingua di Lanza procede così per strappi, interferenze, improvvisi cambi di voce, pluristilistica e politonale, e pure unificata dalla struttura, resa ipermercato di sé stessa. (altro…)

I poeti della domenica #200: Cristina Alziati, È salita sui prati, ti diranno

È salita sui prati, ti diranno
che è morta, non dispera.
A volte se ne va per la sassaia
di versi accartocciati, lungo un greto
bianchissimo, che acceca.
Osserva rotolare dentro l’acqua
mille tracce, di quanto non annota
e scorda. Quando si incagliano in un’ansa
prende uno stecco e le sospinge un poco.
Tuffa a caso le mani.
Fa conca con i palmi, chiude gli occhi, beve.

da Cristina Alziati, Come non piangenti, Marcos y Marcos, Milano 2011