Marcos y Marcos

“Temporali” di Cristiano Poletti (Marcos y Marcos, 2019)

Sette anni separano Porta a ognuno (L’arcolaio 2012) da questo nuovo capitolo della poesia di Cristiano Poletti: Temporali (Marcos y Marcos 2019; collana “Le Ali” diretta da Fabio Pusterla). E in questi anni la poesia è stata centellinata, quasi custodita e protetta; rare e contate apparizioni di qualche componimento ci sono state, vero, e ci raccontavano di una fase meditata, silenziosa della poesia di Poletti. Ci raccontavano, quelle poesie, di un uomo condotto dalle vicissitudini a un completo ripensamento di sé come individuo e come poeta. I viaggi verso i luoghi del pensiero ci avevano avvisati che gli orizzonti si erano spostati, che il silenzio si era in realtà trasformato in tempeste di domande. E la poesia, questa poesia, ne è la risposta possibile.
Queste poesie sono il rombo che squassa l’animo e ne testimonia ogni tormento, l’agitazione dell’essere che agita pure le parole fino a ricomporle in versi e poesie; e nulla sa di calcolo, di mestiere. Sette anni sono serviti (non so se sono pure bastati) a dare a Cristiano Poletti la materia per ricostruire l’esistenza dalle basi; magari partendo dalle persone care, poche e fidate, gli amici che contano; magari soffrendo per quelle che sono venute a mancare e che ora si rievocano in folgoranti passaggi. Passando pure attraverso la storia; la storia che ha segnato chiunque sia nato negli anni Settanta del secolo scorso, con le sue tensioni politiche, i suoi morti, le molte contraddizioni che ancora paghiamo, e che ancora chiedono di essere chiarite. Tutto questo è qui dentro, in queste poesie, scandito per passi, passaggi delicati ma non scontati di lunghe ore di riflessioni rischiarate da una luce (magari quella «bassa, d’inverno […] dove la luce ha il suo piccolo fuoco»), dalle sue improvvise accensioni che paiono lampi.
Gli stessi lampi che chiariscono le pagine del libro di prose critiche, dei poeti (Carteggi Letterari Le Edizioni 2019), uscito lo scorso mese di marzo e che si palesa, inconsciamente certo, come immenso paratesto di questa raccolta nuova. Tutto ciò che ha portato a questo nuovo libro sta in quell’altrove, in quel limbo dove Cristiano ha condotto le sue letture e le sue riflessioni, ha meditato sull’altrui parola per ritrovare la propria, perché un poeta che parli di altri poeti sarà sempre un poeta che parla di sé; ora qui in Temporali c’è posto solo per la poesia senza la necessità di inventarsi un romanzo, senza rincorrere disperatamente il lettore da imboccare. Qui c’è solo la poesia a parlare, a farsi leggere, a stagliarsi netta sulla pagina e a consegnarci l’opera di chi ne ha cura.

Temporali è in tutte le librerie da oggi e attende solo il lettore che ha cura della Poesia.

(fm)

***

Fuga, o ritorno

Tu torni dove tornano al vento
di tutti i nostri amori le figure
e i fiori. O tu non torni,
sapranno riferire. In quale luce

tu, voce, stai avvicinandoti muta
alla fonte del fiato? Lì sei nata,
formi da poco parole e in natura
di buio cresci, e non muori o divieni,
tu taci sulla strada.

La sfiori non il vento
al limite del fiato
la voce dei tuoi giorni,
la ferma solitudine dei giorni.

(altro…)

La collaborazione, di Fabrizio Bajec

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Fabrizio Bajec, La collaborazione, Marcos y Marcos, 2018 – € 20

 

di Vincenzo Bagnoli

Opera molto particolare, per come si presenta, per le ragioni formali che la sostengono, per la sua genesi e il taglio, La collaborazione di Fabrizio Bajec è sicuramente una delle novità più significative nel panorama poetico italiano dell’ultimo anno; ma a guardare bene, di là dalle polemiche e prese di posizione contingenti, si potrebbe anzi considerarla uno dei momenti più significativi di una tendenza che comincia a delinearsi.
La sua particolarità principale, almeno la più immediatamente evidente, è l’avere al suo centro, non come argomento esclusivo ma come uno degli aspetti di ciò che viene visto e descritto, quello che è diventato un vero tabù della poesia italiana: la politica. Preciso subito, a scanso di equivoci, che non si tratta di poesia militante come la si intendeva negli anni Settanta: è molto diversa dalla poesia operaia tanto di un Brugnaro quanto di un Di Ruscio; anche se per certi versi potrebbe esserne considerata un equivalente nelle mutate condizioni del contesto odierno. Ma soprattutto non è accostabile a quella poesia che reclama per sé un ruolo “politico” compiendo una scelta tematica e di registro. Siamo lontanissimi dalla poesia slogan o “di denuncia”, che eredita tic linguistici e limiti stilistici di fasi storiche passate: quella poesia che, detto francamente, era divenuta di maniera, risultando una piatta oleografia stucchevole, dal sapore fortemente retorico e alla fine si è ridotta a niente più che una delle etichette merceologiche che infestano i generi della contemporaneità. Qui abbiamo invece una scrittura nettamente più complessa, articolata e ricca, capace di includere il discorso sulla sfera politica dell’agire umano in una rappresentazione più ampia e sfaccettata, di servirsene come una delle chiavi di lettura della realtà, delle ragioni del disagio: non è quindi un timbro predominante, un a priori programmatico, ma una serie di armoniche fatte risuonare dentro registri sinfonici che coinvolgono l’esperienza dell’umanità contemporanea, non è un obiettivo fine a sé stesso, ma ambisce a dare un’immagine e una interpretazione della complessità dell’oggi.
La realtà che viviamo contiene, nella fluidità dell’anything goes, nella ciclicità scorrevole di produzione e consumo incessante, anche attriti, sempre più evidenti, o per lo meno sempre più stridenti: sono elementi graffianti, schegge di vetro dentro il pastoso amalgama del “massaggio” mediale, della retorica dello spettacolo, ciò che resta di un discorso sociale andato in frantumi, ma che continua pure a riguardare nella sua concretezza dura, aspramente materica, le vite di tutti noi. La retorica capitalista della competizione e i suoi correlati, la retorica dell’homo homini lupus, e anche la retorica della fine, coprono ma svelano la ruvida scabrosità di un potere che si esercita – con violenza – su tutti noi; e insieme a questo la dimensione materiale di una precarietà che riguarda nei risvolti quotidiani e concreti – duramente concreti – strati sempre più vasti della popolazione quanto più si abbassa la classe di età.
Questa è la dimensione della collaborazione, parola chiave degli ultimi decenni, che ha sostituito impiego, lavoro: e che contiene in sé gli echi sinistri della collaborazione con il potere più abietto, quello che in Italia si chiama collaborazionismo. L’equivalenza dei due termini è più immediata in francese, e infatti la raccolta nasce in quella lingua. Questa è un’altra peculiarità: l’autore è bilingue,  è nato e cresciuto in Francia, esordisce nei Quaderni di poesia contemporanea di Franco Buffoni nel 2004, poi pubblica altri libri in Italia (con Transeuropa e Fermenti, per esempio), ma parallelamente fa uscire anche raccolte in francese in Francia, Svizzera e Belgio. È un autore che, oltre a coniugare nella prassi due lingue, si occupa anche di traduzione e traduttologia, ma che è versato in altri linguaggi (il teatro, nello specifico, con opere portate in scena in Italia e Belgio). Nella sua dimensione che qui ci interessa, quella del linguaggio, dimostra quindi una vocazione alla dialogicità, al confronto, alla creolizzazione: nella raccolta ci sono le due lingue italiana e francese in dialogo, così come entra in gioco la prassi di traduttore (per esempio in alcune scelte metriche), ma anche di autore di teatro. E a interagire, soprattutto, sono il linguaggio della quotidianità e la rappresentazione mediale di questa, la sua dimensione anche ideologica, calate in un confronto serrato. La stessa struttura, dicevo all’inizio, è esemplificativa di questa peculiarità: la raccolta è composta di quattro parti molto diverse fra loro, che mettono in campo registri e risorse stilistiche le più varie (metrica liberata, endecasillabi, versi lunghi, narrativi, ai confini della prosa ritmata, poemetto) e tecniche di montaggio altrettanto composite, imperniate tutte sul dialogo fra diversi registri, diversi discorsi, diversi linguaggi: Il mondo come impresa e sublimazione, Noi, Il quadro e e Felicità familiare. Sono titoli che già dicono molto di ciò che ci si può aspettare: le falle del sistema, gli attriti in cui siamo immersi, le vite degli altri, la continuità biologica. (altro…)

I poeti della domenica #378: Fabio Pusterla, “Eccomi qua nel buio”

 

Eccomi qua nel buio
ed è lontano
il trotto dei cavalli, il passaggio
di corpi e luci e sagome sull’acqua.
Lontano il fuoco, le voci.
Eccomi nella torba.

O forse dovrei dire
che io sono il lontano
trottare dei cavalli, io il passaggio
di umani nella neve, di barche traballanti sulle onde.
Ciò che resta del fuoco, delle voci.
Goccia nella caverna, muschio
sopra la roccia. Traccia, graffito,
immagine slavata.

 

da Bocksten, Marcos y Marcos, 1989 (2003)

I poeti della domenica #377: Fabio Pusterla, “E c’era solo acqua, e riquadri di terra”

E c’era solo acqua, e riquadri di terra:
acqua piatta, solo a tratti increspata
da lontanissimi miti, avventure,
e terra scura, crosta
profonda, dura,
con sotto qualcosa pulsante,
forse maleodorante, forse no.
Alcuni hanno scelto il mare, il suo rollio.
Altri coltivano segale, radici,
e danzano la notte attorno ai fuochi.
Io scavo, scavo, non so perché.

da Bocksten, Marcos y Marcos, 1989 (2003)

Libellula gentile. Fabio Pusterla il lavoro del poeta

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È uscito ieri per Marcos y Marcos Libellula gentile, libro+film a cura di Cristiano Poletti.

Dal volo della libellula in chiusura di Argéman (2014) alla Preghiera della rondine che apre Cenere, o terra (2018): nel libro si racconta il lungo rapporto di Fabio Pusterla con Marcos y Marcos e, dentro questo arco di tempo, il lavoro del poeta in un periodo particolare, lo spazio di passaggio tra due libri. Tre anni di lavorazione (2015-2017) per il documentario che Francesco Ferri ha dedicato al lavoro, alla vita, alla poetica non solo di Pusterla: è un film sul mestiere di scrivere, un processo così difficile da restituire, sulla poesia.

“Ho deciso di puntare sulla vicinanza e sull’empatia… quello che rimarrà è la testimonianza di una relazione, di un corpo a corpo”, ha raccontato Ferri.

Il film inizia con le acque dell’Adda e termina con il ghiacciaio del Morteratsch, in Svizzera. Dentro, gli incontri, la scuola, la casa e i taccuini, lo studio di Pusterla. E ancora, l’emozionante incontro con Philippe Jaccottet, e la visita alla casa che fu di Maria Corti.

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La gentilezza, e l’amicizia.
Il film è anche la storia di un’amicizia, di come due sguardi, quello del regista e quello del poeta, si sono avvicinati.

Racconta Ferri: “intraprendendo questo viaggio nella poesia scopro che bisogna abituarsi all’idea di non sapere, e che ammettere di essere ignoranti è la condizione essenziale di partenza: la parola poetica ha in qualche modo il potere di riappacificarci con questa desolante condizione e di estendere questo “non so” in territori di noi stessi che prima ignoravamo. Ho scoperto che leggere la poesia mi dà gioia, non un semplice piacere, ma una sorta di riconciliazione con gli altri. Dire con il creato sarebbe troppo? Sembrerà esagerata come affermazione, ma da quando leggo poesia sento di essere in qualche modo una persona migliore, più gentile con gli altri. Perché forse è proprio la gentilezza, sottolineata anche nel titolo, la misura di un atteggiamento empatico con l’altro verso cui la poesia tende. Il picco più alto che l’essere umano possa raggiungere”.

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“Stento a chiamare lavoro vero e proprio quella serie di operazioni microscopiche e silenziose che uno compie dialogando con se stesso, in ciò favorito dal caso, stimolato da un incontro fortuito, da un volto, da un gesto, da un suono, da una rivelazione improvvisa che muova da un oggetto magari passato inosservato in precedenza, e perché no? da una lettura (di una riga piuttosto che di un capitolo, di una pagina aperta a caso piuttosto che di un libro intero)”
Vittorio Sereni

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“Parlare dunque è difficile. / Se è cercare… cercare che cosa? / Una fedeltà a quei soli momenti, alle sole cose / che scendono in fondo a noi stessi, che ci sfuggono… ”
Philippe Jaccottet

 

Per i testi estratti e in foto © Marcos y Marcos

Quattordicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea

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Poesia contemporanea. Quattordicesimo quaderno italiano
Marcos y Marcos, 2019; 25 €

È l’occasione per salutare e subito amare un poeta, Paolo Steffan. I suoi “frantumi”, che io sento come frammenti, indicano «gente senza più fame», enormemente impastata di una povertà perduta che ha fatto perdere l’anima dell’origine. L’ha fatta perdere alla sua terra, e alla sua gente ha fatto perdere l’origine della sua terra. Terra-elemento, così forte nel Veneto. È un concorso di anni, certo. Il sentire lì era un altro, era il parlare ed essere (o per essere) terra.
Frammenti-frantumi, ecco. E vedo poi brillare un “posterno”, che Andrea Zanzotto aveva utilizzato in chiusura di Filò, e tutto torna.
Umberto Fiori nell’introdurlo ci dice: posizioniamoci nel ritmo che questa poesia produce, che il parlato rende possibile («un insieme vivo di parlanti» scrive Fiori, e io direi un coro di voci-frammenti-dentro il pantano); sentiamo, come il dialetto anima, sfalsa le percezioni per farle brillare appunto, come tutto muove il dialetto e disincrosta ogni forma tradizionale, pur presente, con riferimenti alti peraltro, altissimi. Già si è detto: Zanzotto, ma direi anche su tutti Eliot e il profeta Isaia.
Steffan abita molto vicino al Molinetto della Croda, a Pieve di Soligo, al Montello. Sentiamo da lì venire gli «ùltimi bòt de campane/ rento paeśi che no se cognose// pi, l’è rumegar scoazhe de na lengua/ incantada che la è drio far fanzhun (ultimi rintocchi di campane/ dentro paesi irri-// conoscibili, è rimasticare scarti di una lingua/ inceppata che si sta frantumando)».
Campane e campanili: echi ve ne sono in Steffan come in Cardelli: «là, sfrontato sicuro sull’ultima altura, ci guarda/ ma forse si cura, persiste, riposa/ il campanile appena fraterno/ quanto basta/ rivolto alla neve, forse/ ci salva».
Quanto basta. La poesia di Cardelli vuole/vorrebbe liberare, liberarlo anche e dirci: liberatevi. Al fondo della sua poesia ho sentito, o meglio è come avessi risentito da una parte Bird On The Wire di Cohen, dall’altra La libertà di Gaber. Non so, non credo possano essere questi – per lontananza generazionale – i riferimenti musicali di Cardelli; ma tant’è, sarà forse solo un mio modo di leggere.
Si sente comunque, con forza, la sua voglia di partecipare, la voglia di parlare e parlarci (anche) mediante la poesia; partecipazione, associazione, comunicazione. Stringersi intorno a idee in comune, direi; agire, “combattere” anche, per non disperdersi nel dimenticatoio che a noi sembra imporsi. Ci si ribella per vivere, sì. La “giusta posizione” allora è etica, anche nel dire quante facoltà abbia perduto la poesia stessa, dispersa la sua (perduta, appunto) funzione sociale. Etica e resurrezione è il titolo di una sezione e di una poesia. Ci sono versi qui che splendono: «Sei troppo viva, troppo vera/ eppure fantasma […] Vivo e sono pubblico: la macchina/ costruisce archi di meridiano, i corpi/ angoli sempre nuovi. Attendo/ le sterzate più brusche per voltarmi/ e riflettere, guardare/ la nuova posizione che assumi».
Trovo quindi che una forma “di preghiera”, perlomeno di invocazione, in un’accezione ampia, sia la vena più in vista in questo Quaderno. Anche per Donaera difatti, con Una Madonna che mai appare, pare corretta l’interpretazione offerta sul web da Rondoni, a proposito di un elemento “creaturale” che sostiene la sua poesia. Con forza, urto, soprattutto nella sezione Il padre. Un’ustione. (altro…)

Poesia contemporanea. Quattordicesimo quaderno italiano (Marcos y Marcos 2019)

 

È arrivato in redazione il Quattordicesimo quaderno italiano della serie Poesia contemporanea di Marcos y Marcos, con la regia di Franco Buffoni. Nei prossimi giorni ce ne occuperemo con la dovuta attenzione. Oggi di ognuno dei sette poeti raccolti nel Quaderno proproniamo la lettura di un componimento. Buona lettura. (La redazione)

 

Pietro Cardelli

Aprile

Ecco il ballo, la danza a me estranea
“Guardati” non hai più inibizioni, hai finito
le scorte, le paure sottili, tutti
gli accorgimenti nascosti, appostati
negli anni, e giustamente. Non devi fare altro
“Quale il prezzo?” volevo domandarmi
e il rifugio stava nelle cose, non c’era
aprendomi al quel mondo, negandolo poi
nelle coperte di lana così tardi, nel cuscino
uno sopra l’altro: il collo preme forte,
si forma un livido nerissimo.
.                               Il prezzo c’era,
questo è i punto; accettarlo era un nuovo
gesto, la sedia che si muove, il baratro.

Hai la schiena inarcata, quasi cadi
ma c’è una forza che ti sorregge,
che non ha forme: si arrende a te
come tutti, ti riconosce nei capelli
che precipitano, nello specchio
dove rifrangi. La gravità t’impone
dei doveri, tu li rispetti, sei calma
sfioro la nevrosi.

Anche perché le immagini sono
una truffa ben architettata, e lo sanno,
sono un’impudenza, un’oppressione
senza confini. “Eccomi che mi dono a te,
guardami” e non c’è salvezza
se si riproducono così velocemente,
saltano e si ripresentano, si moltiplicano
nell’ansia, negli schermi: mi guardi,
nella cornea si pare il vuoto:
bianco-e-nero, sorriso, l’ulcera
si amplia, si diffonde: è la sottotraccia,
il destino, l’incompiuta mente.

 

Andrea Donaera

Il padre. Un’ustione.

I.

Ti immagino, ormai: e basta.
Un fumetto, colori,
cartapesta, nel presepio spento,
i miei anni, che non vengono,
tutti noi. Sei la norma,
l’amico, questi mesi.
La mia pazienza di blatta sul tuo cuscino,
che così ci immagino, ormai: e basta:
nei terrori, nei colori. (altro…)

Luigi Di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010

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Luigi Di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010, Marcos y Marcos, 2019; 20 €

La voce è tutto, è un intero destino. Massimo Cacciari, in una conferenza svoltasi a Vignola per Poesia Festival nel 2017, affermava che la poesia, se è tale, mostra l’abisso di ogni parola ed è per questo che spesso appare oscura la poesia, perché lo è necessariamente, avendo a che fare con la radice ultima della parola, che appunto è abisso. In fondo, secondo il filosofo, nessuna parola indica per davvero la cosa; la poesia mostra se stessa quindi attraverso l’enigma che il linguaggio incarna nel miracolo della voce. La voce di un poeta come Luigi Di Ruscio, nato in povertà a Fermo nel 1930, emigrato a 27 anni in Norvegia per lavorare una vita in fabbrica a Oslo, è «frontale, diretta, mirata alla esclusiva verità della propria testimonianza». Così scrive Massimo Raffaeli nell’introduzione.
È un libro importante, questo, prezioso. Un libro che fa dire: finalmente. L’edizione per la collana Le Ali di Marcos y Marcos, curata benissimo da Massimo Gezzi, vede la copertina di Luca Mengoni, splendida nel restituire il ritratto del poeta.
La voce, dunque. Dunque il corpo, e il lavoro: per Luigi Di Ruscio il lavoro è stato essere operaio. E con questo, dentro la sua speciale parabola esistenziale, diventare, essere poeta.
Franco Fortini, in “Verifica dei poteri” (esattamente in “Astuti come le colombe”) scriveva: «m’è sempre parso che la contemplazione affascinata d’una condizione operaia vista tutta nel rapporto fra uomo e macchina, e l’altra dilettazione incantata, del calarsi nella “oggettività”, fossero due tipici errori, o uno solo, del materialismo non dialettico». Nel caso di Di Ruscio, lo scrittore è l’operaio – mentre Fortini vedeva lo scrittore come l’intellettuale artefice di una praxis rivoluzionaria intesa come automutamento coincidente con il cambiamento ambientale. Operaio-scrittore, ecco: tutta la soggettività dell’autore è dentro questa relazione e nel rapporto uomo-macchina.
Dice bene Gezzi, dopo aver illustrato al meglio le modalità con cui Di Ruscio è intervenuto (riscrittura, taglio, spezzatura e asciugatura dei versi) nell’arco di più di cinquant’anni (dal 1953 fino alle ultime modificazioni intervenute nel 2010): «queste Poesie scelte sono sì un’autoantologia ma, in buona misura, sono anche un altro libro». E fa capire che si tratta qui di affrontare un viaggio. Lo dice con parole perfette: «i lettori (…) attraverseranno la rabbia, la fatica, la protesta e la fiducia testarda nella scrittura che promanano da questi versi». Quindi, se il lavoro operaio ha rappresentato la condizione fissa e immutata, l’automutamento per lui è avvenuto necessariamente con il lavoro di poeta dentro quella condizione.
È tutto un atto di esistenza-resistenza, titanico, quello che Di Ruscio ha testimoniato con la scrittura, con la sua voce.
La forza è tutta nel dato materiale. Stupisce – veramente – come sia stato questo a nutrire per intero la sua poesia, istruendone i contenuti e dettandone il ritmo. Come indica giustamente Raffaeli: è una poesia (fortunatamente, aggiungo io) in controtempo.
Ecco un testo del 1966, eccezionale per intensità di ritmo, stile, visione. Ricorda il grande Pavese. Sono versi che sentiamo ancora vicini e attuali, proprio perché in controtempo, così arcaici, archetipici, primari:

Mangia in estate pomidori in inverno patate
conosce la carne alle feste comandate
o quando mietono o battono
i porci li para tirando pietre precise sulle groppe
correndo sul campo dei foraggi
scopre i nidi degli uccelli e delle serpi
mette i lacci sui fossi per gli uccelli assetati
alla sera sta silenzioso con gli occhi pieni di sonno
sente i discorsi dei grandi
e certi pensieri li fissa nel cervello
l’ulivo è come l’uomo
soffre il caldo in estate e in inverno la tramontana
e pensa metà nel sonno all’uomo e all’ulivo
all’olio che sta tra le parti del pomodoro
in cui inzuppa la mollica del pane
scacciando le mosche stancamente perché è l’ora del sonno
appoggia sulla coscia della madre la testa
dove ora le mosche possono fermarsi
non hanno più la mano veloce che le prende a volo
e gli stacca le ali per farle continuare a vivere
come un verme che la gallina becca. (altro…)

Le “anime perse” di Umberto Piersanti

Umberto Piersanti
Anime perse
Marcos y Marcos, 2018

Tra Dante e De Andrè! Tra le “anime perse” del sommo poeta e le “anime salve” del sommo cantautore, il passo è per me breve, inaspettatamente breve: perché, malgrado la condanna alla reclusione, le anime raccontate da Umberto Piersanti in questo ciclo di racconti, in questo girone di reietti, hanno la luce dell’attesa della salvezza, o l’illusione della salvezza perché, “in fondo”, sono stati sopraffatti dagli eventi della vita che non hanno saputo dominare, o dalla loro stessa vita che non hanno saputo dominare, perché vivere è fatica, e se si è deboli, ovvero se non si riesce a contenere il senso di afflizione che porta il vivere a una continua autocommiserazione, ebbene, il passo da vittima a carnefice è davvero breve. E allora ecco che Piersanti dà voce a una piccola Spoon River di casi umani – diremmo con terminologia da cronaca spiccia di questi tempi – non ancora raggiunti dalla morte (tolte le eccezioni dello zingaro spavaldo e della giovane Luisa che s’affaccia alla finestra), ma che hanno provocato morte e miseria umana attorno a sé stessi. E dal narrare partecipe, ma non travolto dalle storie, di Piersanti affiora un universo oscuro della mente umana che si rende agli occhi del lettore immediata fotografia della contemporaneità; una contemporaneità che, come dicevo poco fa, è diventata anche cronaca spiccia e quindi è stata abbassata a grottesca rappresentazione di fatti sui quali straparlare in salotti televisivi, senza realmente riflettere. Mentre ciò che Piersanti invita a fare è proprio riflettere sugl’individui, come fecero prima di lui Dante e De Andrè (e in mezzo a questi due estremi, tutta la letteratura universale), e sulle loro vite; vite che, come quella di Rosaria non sono mai state «una linea, una prospettiva, un cammino indirizzato a un qualche fine: no, le loro vite sono state un aggirarsi in tondo, una serie di cerchi concentrici spesso sghembi e lunatici, intercalati tra di loro; vite dove l’assoluta libertà si confondeva con l’assurdo e il non senso.» (altro…)

“Cenere, o terra” di Fabio Pusterla

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Fabio Pusterla, Cenere, o terra, Marcos y Marcos 2018, € 20

Come la libellula domina la copertina di Argéman, la precedente raccolta di Fabio Pusterla uscita nel 2014, così la rondine domina quella di Cenere, o terra. È una rondine che punta verso il basso (nella bellissima copertina) e ci si chiede se per schiantarsi o per risalire. Sarà per risalire, e per pensarlo al poeta è necessario qualcosa di più di un’invocazione (com’era stato con la libellula, in Congedo, la poesia conclusiva di Argéman).
È una preghiera esplicita stavolta, una richiesta d’aiuto. Ecco il primo testo di questo nuovo libro:

Verso la chiazza di luce sul fondo
verso il riflesso del sole
con la memoria dell’ombra
con la speranza del mare.

Per l’acqua e per i prati
per la mano del vento il mio volo gaudioso
per tutte le cose precarie che splendono miti
per tutte le cose del mondo. So solo
volare impazzita rischiare
un viaggio.

E tu aiutami aria
sostienimi vento dell’Ovest
aspettami mare.

La rondine prega l’aria, la prega di aiutarla a risalire, invoca il suo sostegno per un’avventura che avverte rischiosa. Solo grazie al vento, il vento di questo nostro Occidente quindi, potrà farlo. E il mare (cioè l’estensione della nostra vita, di tutte le esistenze, “tutto il possibile” come scrisse Vittorio Sereni) è lì in attesa, potrà e dovrà aspettarla, perché anche in questo approdo si affermi l’accento della verità. Dunque accade qui quello è accaduto in Congedo, negli ultimi tre versi («Dopo, tocca ogni cosa/ sillaba bene il suo nome/ e falla vera»), ma detto ora con un grado più alto di consapevolezza. L’affermazione infatti sembra scintillare, come portasse in sé, del volo, il passaggio da ipotesi a tesi, da invocazione a preghiera, passasse davvero da qualcosa di ancora incerto alla certezza, come tra poco vedremo.
E se la libellula in Cenere, o terra ricompare in una delle prime poesie, Verso lo Zebio, e in una delle ultime, Al vento di Focara, la preghiera della rondine riemerge nel libro in modo singolare, spinta dentro la materia dei ghiacciai: riappare nel colore del ghiaccio accanto all’Ela-Loch, il foro che caratterizza il Piz Ela, nei Grigioni («e se c’è vento sembra pulsare/ di una luce sua misteriosa/ forse memoria del mare/ o illusione») e si ripete – si direbbe in forma di canto – sul bordo di un altro ghiacciaio (Am Gletscherrand, ripreso da un verso del poeta e bracconiere svizzero Felix Kamil).
Tornando al testo di questa poesia iniziale, vien difficile non pensare ancora a Sereni, adesso in modo più compiuto: pensare di rimando a quelle «toppe solari» protagoniste de La spiaggia, il testo che chiude Gli strumenti umani. Desiderosa di arrivare su quel tratto di spiaggia prima sconosciuto, per vedere «quelle/ toppe d’inesistenza, calce o cenere/ pronte a farsi movimento e luce», sembra proprio la rondine “liberata” dal poeta. A differenza di Sereni, tuttavia, Pusterla non associa quelle macchie luminose, quei riflessi, ai morti. E se Sereni poi è investito dalla forza del mare, al mare Pusterla chiede pazienza; dal mare la sua rondine è attesa, con la sua vivacità, nella sua vita viaggiante. (altro…)

Su “Anime perse” di Umberto Piersanti, con una Nota (di R. Canaletti)

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Anime perse
Marcos y Marcos, 2018

di Riccardo Canaletti

 

 

Il mare sopra l’acacia ha un accompagnamento.
Sono in treno per andare in uno dei centri del gruppo Athena. Come incalza il mare. Non posso immaginare il muro d’acacia, il verde tribolante degli orti, un verde e un rosso costretti a crescere. Ma passerà poco prima del mio arrivo. Conoscerò “Franco”, il pescatore, la seconda anima persa. Franco che ha picchiato la moglie; l’ha quasi ammazzata. Franco me lo vedrò davanti, questo è certo.
Gli occhi contengono innominabili misteri, ma il cuore, il cuore niente. E non c’è un cuore, c’è solo ciò che rimane in quelle pagine, in quei ritagli insufficienti per un’intera vita. Eppure è come se lo conoscessi già.
Una ragazza mi sorride, e che bel sorriso, che sguardo provocante. Lì, dove il tempo sembra rispettare una regola monastica, non potrei mai baciarla. Forse non potrei nemmeno guardarla così, ché si preoccuperebbero tutti, primo tra i tanti “Lorenzo” che mi porterebbe a coltivare i pomodori. Ma anche io, di pomodori, “non so un cazzo”. Sono anch’io, seppur solo per elezione, uomo di mare, proprio come Franco.

Leggendo Piersanti si ha l’impressione che ogni parola sia leggera, che appartenga al pensiero più che alla pagina.  E come staccare certe parole, mi dico, da chi le dice. In questi diciotto racconti Piersanti non può sottrarsi al lavoro di una narrazione fuori da sé, dove a parlare sono personaggi lontanissimi dall’autore. Lontanissimi ma non alieni dal mondo, anzi immersi nel quotidiano. Perché quel “ti voglio ammazzare” balena in testa, almeno una volta nella vita, anche se detto con superficialità. Quale la differenza tra noi e loro, allora? Il coraggio loro? La coscienza nostra? Wilde dice che coscienza è “un altro nome per la codardia”. E allora? La risposta si perde, come deve accadere. Ma la domanda persiste, quali i motivi, quali le differenze, quali le logiche. Piersanti però non giudica, agisce nella storia con la letteratura, senza il taglio sociologico, o da cronista (che in quest’epoca è sinonimo di giustizialista). No, non ci sono manette. C’è una storia raccontata senza orientare il lettore verso una parte, che sia quella delle vittima o meno. La voce di Piersanti tace, fiorisce solo nella capacità linguistica di adattare il registro, la forma e la grammatica al tono dei personaggi reali. Ecco che il linguaggio si fa incredibilmente moderno, basso spesso, ma senza strafare, senza diventare caricatura di se stesso, iperrealista, parodistico. C’è quel modus oraziano che viene dall’esperienza, dalla profonda conoscenza della parola, degli ambienti della parola, che sono anche questi luoghi dove le anime perse si fermano per un po’. Delle soste di riscatto, che non vengono ad assumere nessuna forma consolatoria o pietistica, ma che conservano quella pietas classica che è il senso di partecipazione, la misura dello sguardo sugli eventi. Il limite del giudizio è il limite dell’umanità, che non può essere superato. (altro…)

Variazioni sulla cenere, di Fabio Pusterla

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Fabio Pusterla, Variazioni sulla cenere, Amos Edizioni, 2017, € 12,00

Diciannove poesie, divise in due sezioni: le dodici variazioni di Cenere, o terra e i sette movimenti di Brasé. Pubblicate a settembre del 2017 per le bellissime edizioni Amos, nella collana A27, le Variazioni sono dominate dal tema del fuoco («c’è brace, brace sotto questa cenere», p. 39). Ed è l’esperienza di vita a esserne il motore. Pusterla scrive in perfetta sintonia di mente e cuore, cerca ancora e trova – molto felicemente – parole scolpite nella compresenza di asprezza e luce, per riprendere il titolo di una precedente sua plaquette, uscita per Coup d’idée nel 2015.
«Cenere, o terra che secca si cavi / d’un color fòra col suo vestimento»: Dante, nel Purgatorio, per descrivere la veste dell’angelo sceglie questa metafora. Pusterla se ne innamora, colpito dall’emistichio iniziale, quel Cenere, o terra tanto potentemente smosso dalla virgola incastonata lì in mezzo. Parole che, isolate, assumono nella sua mente nuovi significati, che conducono ai quattro elementi: abbiamo il fuoco quindi, e la terra; poi ci sarà l’aria, ci sarà l’acqua. Queste dodici poesie, infatti, si legano in modo molto stretto ai quattordici frammenti usciti qualche tempo prima, nel marzo del 2016, per le altrettanto splendide edizioni di Carteggi Letterari: gli Ultimi cenni del custode delle acque.
Prestiamo orecchio in particolare all’inizio del quinto frammento di questi Cenni: «Non ti basta, lo so. Vorresti altro. / Non ti basta, fiume, il mio ascolto, / né ora per te è il momento di ascoltare». Sono i versi che ci introducono in Libellula gentile, il documentario che Francesco Ferri ha realizzato su di lui e sulla (non solo sua) poesia. Versi che all’inizio del film ci portano sulle acque dell’Adda, là dove tutto il “racconto” è partito, tra Canonica e Vaprio, tra le province di Bergamo e Milano, seguendo la suggestione offerta in quel periodo dalla “Casa del custode delle acque”.
Come e quanto compiutamente si comporranno alla fine i quattro elementi lo vedremo nel libro intitolato proprio Cenere, o terra, in uscita per Marcos y Marcos a settembre.
Per le Variazioni, il poeta, un po’ alla maniera dell’OuLiPo francese, ha scelto una contrainte, o meglio una serie di condizioni che si è voluto imporre per creare, per arrivare a risultato. Dodici sono le lettere che compongono “cenere, o terra”, dodici le poesie; dalla prima alla sesta di queste poesie la posizione dell’emistichio dantesco scende dal primo al sesto verso per poi risalire dalla settima alla dodicesima, fino a ritrovarsi nuovamente al primo verso nell’ultimo componimento. (altro…)