Marco Simonelli

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nota di Anna Maria Curci)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta). Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Marco Simonelli, Giulio Perrone editore 2017

Nel romanzo Il doppio regno, Paola Capriolo fa scrivere all’io narrante, in un diario scritto in un misterioso albergo nel quale si ritrova (accolta? prigioniera? di sé oppure di ‘altre forze’?) queste parole: «A volte scrivo poesie sulla carta da lettere dell’albergo, ma è una definizione impropria: sono quasi sempre coppie di parole che per qualche ragione mi sembrano “far rima” tra loro. L’ultima ad esempio è composta di due soli versi, il primo verso è “ferita”, il secondo “miracolo”. Sono certa che esiste una lingua nella quale si può passare dall’uno all’altro termine, con la semplice aggiunta di una lettera, tuttavia non so perché queste due parole e il loro strano legame mi appaiano così gravidi di significato.»
Questa lingua così distante eppure così vicina, “la lingua lontana” di Alessandro Brusa, nella quale la parola “ferita” si discosta dalla parola “miracolo” semplicemente in virtù dell’aggiunta di una lettera finale, è la lingua tedesca, e il prodigio, fonte di stupore, avviene con le parole “Wunde” e “Wunder“.
Perché questa premessa? Perché leggo In tagli rapidi di Alessandro Jacopo Brusa come compiuta realizzazione di una architettura poetica le cui fondamenta stanno nel cozzo e nell’incontro lacerante e prodigioso di questi due principi: il vulnus perpetrato, ripetuto, innanzitutto sul corpo, e il cammino (passo costante, incursione di ‘pontiere’) nel mondo del meraviglioso.
Lo attestano, come ben scrive Fabio Michieli nella prefazione, le antitesi ripetute, lo attestano quei versi scritti nella carne, tatuaggi e scalfitture sulla pelle, mirabili sintesi di lacerazione e intuizione («dolore scorsoio») lo attestano, ancora, quei richiami a miraggi, illuminazioni e squarci nel deserto, nonché i richiami non solo biblici, ma anche al mondo incantato eppure di primordiale crudeltà e di successiva “Zerrissenheit” – “travaglio interiore” che è stato precedentemente «lo strappo/ che tra le scapole/ toglie vertigine/ ad ogni altezza». Una antitesi-sintesi che va dalle fiabe popolari raccolte dai fratelli Grimm al pure ottocentesco e ancora modernissimo vagare senz’ombra del Peter Schlemihl («all’ombra che non ho») di Chamisso, dei cui mirabili stivali, trovati a portare conforto con l’esplorazione della natura a un’esistenza di perenne emarginazione, privata dell’ombra, si trova una chiara eco in un felice ossimoro: «ma io dormirò sereno/ perché lui mi stringe in/ distanza di sette leghe.» (altro…)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi

Esce oggi In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta) di Alessandro Brusa, la nuova raccolta di poesie del poeta bolognese. Propongo le prime tre poesie della raccolta (tratte dalla prima sessione, Il vento che insegue veloce) e alcuni passaggi dalla prefazione, che ho avuto il piacere di scrivere.
Ma prima di lasciarvi alla lettura mi preme fare due ulteriori considerazioni che non hanno trovato luogo nella prefazione. La prima considerazione è semplice: questa nuova raccolta chiude un ciclo, come dice Brusa stesso, e lascia già intravedere una nuova fase, diversa, della sua scrittura. Lo scarto con Il cobra e la farfalla prima, e con La raccolta del sale poi, è evidente poiché è chiaro che si è chiusa la fase di formazione della scrittura, mentre si è trovato il proprio segno. La seconda considerazione invece è di Marco Simonelli, che firma la postfazione, e per questo non poteva figurare nella mia prefazione. Simonelli fa subito notare che chi decide di abitare un corpo «accetta di viverlo anche in punta, vale a dire nei suoi aspetti più aguzzi e pungenti», e molto probabilmente questa poesia «nasce da un graffio, una puntura della realtà che scalfisce l’epidermide e provoca una ferita». E a dircelo, fa notare sempre Simonelli, è la poesia stessa («più Nemesi che Musa») che si pronuncia nel primo componimento. Come un poeta classico, Brusa cerca un «contatto diretto con il lettore» attraverso la poesia e il suo codice, che è codice del corpo. (fm)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta). Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Marco Simonelli, Giulio Perrone Editore, 2017

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D’uso io annuso l’aria che tira

: perché ho memoria

perché ricordo ogni emozione
.    che porti

perché scandaglio la storia
.    ed ogni tua percezione
e scatto come grilletto
.    cercando lo scontro
o cercando la fuga

.

non sono nata
.    per le cose del mondo
ma per giudicare l’ingiusto
ed il peso con cui ti stira le membra

perché sono l’emozione grezza
.    che non capirai mai
ed è per me che avrai
.    salva la vita.

.

*

Del corpo non
.    ho ragione
e del fiato corto o
.    del pelo
che cresce a dispetto

ho cercato il mio viso
per nominare la curva
.    delle spalle
e una scusa per
.    l’inclinazione del naso
o l’arco che tiene
.    l’occhio sinistro come
.    quello di mio padre

ho consumato il tempo
nella distanza di un corpo
.    che chiedeva compassione

perché appartengo alle ossa
che conoscono parola. (altro…)

TheFLR Contemporary Italian Literary Magazine

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TheFLR Contemporary Italian Literary Magazine

*

Nasce a Firenze TheFLR – The Florentine Literary Review, una rivista che mira a colmare il vuoto della scarsità di traduzioni di scrittori italiani nel mondo e di promuovere la nuova letteratura italiana fuori dalle quattro anguste mura in cui spesso è relegata.

Ogni uscita conterrà sei racconti e due poesie di altrettanti autori italiani, un tema conduttore. Un illustratore emergente darà coerenza tematica e grafica all’intero numero. Il formato sarà ad alta leggibilità. Ma soprattutto – questa la novità – ogni numero sarà completamente bilingue.

L’editore è la rivista The Florentine, 11 anni di esperienza editoriale alle spalle, con un pubblico internazionale appassionato di tutto ciò che riguarda l’Italia. L’idea è dello scrittore e critico fiorentino Alessandro Raveggi , che si è costituito intorno un Consiglio Editoriale di giovani critici, narratori, editori, poeti, operatori culturali che gravitano nell’area toscana: Luca Baldoni, Martino Baldi, Diego Bertelli, Raoul Bruni, Silvia Costantino, Giuseppe Girimonti Greco, Paolo Maccari, Daniele Pasquini, Vanni Santoni, Niccolò Scaffai.

Il tema del primo numero della rivista è il concetto di “invasione”, per ricordare una massiccia inondazione: quest’anno infatti cade il 50° anniversario dell’alluvione che nel 1966 sconvolse Firenze. Ma sopra la superficie (dell’acqua) e oltre, il concetto sarà esteso anche a temi quali il flusso del turismo, l’“invasione” di migranti ed immigrati, il viavai continuo tra culture e linguaggi differenti e altre possibili connotazioni. Gli autori ospitati a declinare il tema in questa prima uscita sono i narratori Luciano Funetta, Alessandro Leogrande, Luca Ricci, Elisa Ruotolo, Filippo Tuena ed Elena Varvello e i poeti Mariagiorgia Ulbar e Marco Simonelli.

Sulla piattaforma di crowdfunding, su cui la rivista è stata lanciata, è stato raggiunto il 95% delle sottoscrizioni a pochi giorni dal temine della raccolta. C’è ancora qualche giorno per garantirsi in anteprima la rivista, sia in versione digitale sia in versione cartacea, e per supportare il progetto, facendogli raggiungere un 100% di copertura economica che sarebbe veramente un risultato da cui partire con grande entusiasmo.

Vai al CROWDFUNDING

Il pianto dell’aragosta di Marco Simonelli

Il pianto dell'aragosta Marco Simonelli

 

L’aragosta va bollita viva.
Stordita dall’ossigeno boccheggia
Sul marmo di cucina.

Oscillano le antenne e dalla cappa
La luce la proietta in ombre lunghe,
due lance un tempo organi

di senso e di difesa.
Teoricamente si può anche
ucciderla con una coltellata:

assesti un colpo secco,
la  lama deve entrare nella testa,
però bisogna essere precisi

è facile che soffra anche di più.
Si dice che al contatto con la morte
emetta un grido, strilli,

un pianto disperato disperato, stile supplica.
Ma si tratta solamente del vapore,
che schizza, fuoco fatuo

tra polpa e carapace.

.

Con Il pianto dell’aragosta, Edizioni d’if (2015), Marco Simonelli arriva a una piena e completa maturità espressiva, che consiste in un equilibrio tra la forma poetica e ciò che essa intende dire. In questo libro l’immaginario che definisce e ossessiona la voce di Simonelli trova un suo assetto definitivo e maturo, in cui la matrice pop che ha caratterizzato la sua scrittura, pur rimanendo coerente con la sua impostazione e con la sua ispirazione originaria, diventa qualcosa di più penetrante e complesso. Lo sguardo si fa più ampio, abbraccia, con toni e sfumature diverse, nei dettagli, negli sguardi, nei non detti, nei dialoghi accennati, nei gesti minimi l’intera commedia umana della vita. Nelle più o meno lunghe ballate di quest’opera il verso si distende in un andamento piano, apparentemente discorsivo e conciliate, in cui il dettato poetico non rinuncia a una rielaborazione originale della tradizione che è presente nella versificazione e nella stessa prosodia, con un uso dell’aggettivazione alto, spesso con un posizionamento non da parlato comune. La voce si distende in una cantabilità tenue che si fa tutt’uno con una leggibilità quasi da narrativa, che incatena il lettore e lo porta con sé alla conclusione della poesia, storia, microstoria, situazione, quadro che in essa si mostra, in attesa di una minima rivelazione.
Nella poesia di Simonelli non ci sono le grandi verità che si rivelano, ma microepifanie per lo più dal carattere negativo e raggelante. La vita è vista nella sua apparente normalità, noia, vuoto ripetersi di situazioni ed eventi, tra riti stanchi di feste estive, convivenze alla fine, in crisi o che hanno perso il loro slancio. In Simonelli vi è uno sguardo raggelato da short story americana, ma con una coloritura tipicamente nostrana, il suo dettato rende in forma poetica quel retrogusto agro, amaro della migliore commedia cinematografica all’italiana: il lato oscuro, mai troppo nascosto, della provincia italiana con i suoi antichi  e moderni tic, con i suoi desideri, magari espressi da un refrain da canzonetta estiva, contraddittori e vani.
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PAESAGGI DI POESIA 2016 – SETTIMA EDIZIONE

PAESAGGI DI POESIA 2016 – SETTIMA EDIZIONE

a cura di Sergio Rotino, con la collaborazione di Luciano Mazziotta

BOLOGNA, Ibs.it bookshop, piazza dei Martiri, 5 – Libreria Trame, via Goito 3/C

Modo ipofrigio, 2015 Stefania De Salvador Tecnica mista su tavola di legno, 60x40

Modo ipofrigio, 2015
Stefania De Salvador
Tecnica mista su tavola di legno, 60×40

 

 

Settima edizione consecutiva per Paesaggi di poesia, rassegna di incontri e dialoghi con alcuni dei nomi più interessanti del panorama poetico italiano ed europeo.
Organizzata a Bologna da Sergio Rotino,  principalmente negli spazi di Ibs.it bookshop ma anche in quelli di Libreria Trame, in questo settimo anno la rassegna si avvale dei suggerimenti di Luciano Mazziotta, giovane critico e poeta.

La formula è però rimasta invariata.
Infatti nell’arco di quattro mesi, da febbraio a maggio, verranno ospitati negli spazi delle due librerie 16 incontri con 18 poeti per un totale di 19 titoli. Gli autori provengono da tutta Italia (Lombardia, Sicilia, Campania, Marche, Veneto, Lazio, Emilia, Toscana), dall’Irlanda (Afric Mc Glinchey) e dal mondo anglosassone in generale.
La discrepanza fra numero di titoli e quantità di autori è dovuta alla creazione di DUE, un ramo della rassegna in cui due poeti dialogheranno l’uno sul volume dell’altro, e viceversa, in uno scambio di presentazioni. Oppure un poeta presenterà due suoi volumi, usciti in contemporanea. Oppure ancora due poeti parleranno del libro scritto a quattro mani, ma separatamente.

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“Palinsesti” di Marco Simonelli: Finzione su realtà

di Luciano Mazziotta

[Ho scritto questa sorta di “recensione” su Palinsesti di Marco Simonelli nel 2009, a due anni, del resto, dall’uscita del libro. So bene che oggi avrei detto qualcosa di diverso, come sono consapevole del fatto che lo stesso Marco avrebbe scritto il suo libro in modo differente: lo testimoniano gli ultimi testi e le ultime raccolte del poeta, nelle quali realtà e ipermoderno, illusione scenico-televisiva e psicosi dell’io si sovrappongono in modo sempre più caotico. Nonostante tutto ho voluto riproporre questo libro, sia perché lo trovo ancora unico nel suo genere, sia perché continuo a considerarlo necessario nell’ambito della poetica del suo autore e delle poetiche che si stanno affacciando nel nuovo secolo. lm ]

palinsesti

“La vita è costosa
oppure è vero che vivere costa?
Si faccia una domanda, si dia una risposta”

Marzulliana, Marco Simonelli

.

Palinsesto (dal greco palin e psaw) significa “raschiato di nuovo”. È un termine tecnico della filologia che serve ad indicare i codices rescripti, ovvero quei codici già utilizzati, sui quali veniva passata una spugna inumidita per cancellare la precedente scrittura, ormai ritenuta inutile, e rendere il foglio nuovamente pulito e pronto per accogliere un nuovo testo. Il termine è passato negli ultimi anni ad indicare l’insieme delle trasmissioni televisive programmate da un’emittente per un determinato periodo. Questo passaggio di significati implica un primo raschiamento, una prima riscrittura o meglio una risemantizzazione del termine posto al servizio dei nuovi media che, a partire dagli anni ottanta, hanno influenzato gli atteggiamenti, i comportamenti e, molto più in generale, le vite di tutti noi.
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Janice Kulik Keefer – Riflessioni ucraine

keefer

Janice Kulik Keefer, poeta, narratrice e critica letteraria, nasce a Toronto il 2 giugno 1952  da genitori di origine ucraina. Dopo gli studi universitari, completati in Inghilterra e Francia, vive a Toronto. Ha insegnato letteratura inglese e scrittura creativa all’Università di Guelph. È autrice di quattro raccolte di poesia: White of the Lesser Angels (1986), Marrying the Sea (1998), Midnight Stroll (2007) e Foreign Relations (2010; frutto di una collaborazione con la pittrice, anch’essa di origini ucraine, Natalka Husar). La scrittrice è spesso tornata, soprattutto nella più recente produzione, a riflettere sulla propria identità culturale, legata alle origini ucraine della famiglia. Numerosi i riconoscimenti ottenuti, sia in patria che all’estero. Un’ampia raccolta di traduzioni italiane dei suoi testi, a cura di Valentina Morana, è apparsa su ‘Poesia’ (n° 248, aprile 2010).

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La lingua delle Pinne.

283744_10150919441022471_579849696_nSophie Curzon arriva dall’Australia, amante della lingua e della cultura italiana. Nel corso della sua formazione ha scelto di fare dell’italiano la sua lingua poetica. Per realizzare questo suo obiettivo-sogno ha chiesto “aiuto” ad Elisa Biagini decidendo così di trasferirsi temporaneamente in Italia e farsi seguire nella realizzazione di questo progetto che si è poi concretizzato nella pubblicazione del suo primo testo. Ho incontrato Sophie a casa di Elisa e sono rimasto colpito dalla lucidità con cui necessariamente affronta il testo scritto e lo scambio critico in una lingua che non è la sua. A fine maggio Sophie ha presentato a Firenze il suo testo e Marco Simonelli, poeta e traduttore, che con Sophie e me ha seguito una parte di questo “cammino di formazione”, ha introdotto la presentazione del libro. Ho chiesto a Marco di “girarmi” il suo testo e ritengo sia importante riportarlo così come è.

(jacopo ninni)

pinneSophie Curzon-Siggers
Autoritratto con le pinne
Firenze, Gazebo, 2013
***
Sophie è una giovanissima scrittrice australiana che ha deciso di usare la sua seconda lingua, l’italiano, per esprimersi in versi. Qualche tempo fa le ho chiesto: “come mai hai deciso di scrivere in italiano?” Lei mi ha risposto: “È l’italiano che ha scelto me.” Più tardi mi ha inviato una sua nota di poetica in cui dichiara di aver iniziato recentemente a sognare in italiano. Per un poeta la scelta della lingua è fondamentale: nella storia della poesia del Novecento italiano abbiamo avuto un poeta come Amelia Rosselli che grazie al suo trilinguismo ha contribuito non poco ad esplorare le possibilità espressive di questa lingua. Per un poeta, la lingua è sempre una terra straniera, una terra sconosciuta, da esplorare e da mappare, forse un luogo da colonizzare, un luogo in cui insediarsi, conquistandolo centimetro dopo centimetro, verso dopo verso. Entrando più nello specifico del testo: che cos’è l’autoritratto del titolo? Per realizzare un autoritratto è necessario uno specchio che riproponga un’immagine del soggetto che desidera ritrarsi – e sono portato a credere che in questo caso lo specchio che Sophie usa sia proprio la lingua italiana, una lingua essenzialmente liquida. Mi chiedo se la superficie in cui Sophie si specchia non sia tanto quella di uno specchio da parete quanto quella di uno specchio d’acqua: nel suo ritrarsi infatti Sophie non si limita a fotografare i lineamenti che vede ma riesce a percepire ciò che si rivela dietro la sua stessa immagine, proprio come quando ci guardiamo in una pozza e siamo in grado di vedere sia noi stessi sia il fondo di quella pozza, sia il cielo dietro di noi. In uno dei versi più belli di questa compagine Sophie si definisce “palombaro della lingua”.

Cosa sono invece le pinne? Le pinne ci parlano di una creatura acquatica e se è proprio questa creatura colei che si raffigura è lecito supporre che sia una creatura anfibia. E difatti la voce che parla in queste poesie si muove in più elementi subendo ogni volta un processo di metamorfosi e trasformazione (in alcuni casi di ibridazione e/o fusione fra soggetto ed elementi)

prendo il treno,

tutte le sedie diventano

frasi (prime parole)

facciamo la rosa dei venti noi stessi (rosa dei venti)

se una mette la bimba nell’acqua termale

tutti i giorni, quella compie 18 anni e le spuntano le pinne. (autoritratto con le pinne)

Con questi testi Sophie sembra suggerirci che all’interno del viaggio di esplorazione della lingua non è tanto il poeta che si appropria degli elementi (storia, paesaggio, risorse naturali) quanto gli elementi che colonizzano spontaneamente scrittura e identità poetante, rendendole altro.

 C’è un dato biografico molto interessante che l’autrice condivide con noi: in passato ha avuto esperienza di oratrice pedagogica e al liceo voleva fare la pastora. Io non so in che accezione sia da leggersi il termine pastora: potrei immaginarmi una situazione bucolica e agreste e pensare alle pecore oppure sfruttare la metafora religiosa e immaginare una folla di fedeli, una congregazione che si riunisce e si riconosce tramite un rito di condivisione. Qualsiasi accezione io possa scegliere non posso che identificare la pastora come colei che scrive e le pecore e i fedeli come le parole (sempre a rischio di dispersione e di perdita di senso). Poesia può essere anche questo: la cura e la responsabilità di un gregge di sillabe da guidare e da cui essere guidati. Nell’organizzare i suoi discorsi, l’oratore richiama a sé le parole (e i significati e i suoni che esse comportano) conducendole nell’organizzazione (in un gregge) di un discorso. L’oratore lascia che le parole si nutrano di senso in pascoli erbosi.

Vorrei concludere questo intervento con l’analisi di una poesia. È l’ultimo movimento di una suite che si intitola “alcune lettere pasquali da un’australiana all’Italia” e si trova a pagina 20. È l’ultima di 4 poesie che si scostano leggermente dalla matrice figurale dell’intero lavoro: se in tutta la raccolta il procedimento metaforico scatta ibridando la realtà e contaminandola, nel descriverla, con elementi stranianti, in questa zona lo sguardo sembra insistere sul territorio e la difficoltà antropologica di accettare la differenza come valore. È un testo nettissimo che scaturisce dall’osservazione e da una riflessione storica elementare e tuttavia affascinante. Lo leggo:

nel reame del Papa

si compra il pane e un buon vino

nel giorno di cui morì Gesù sulla Croce

eppure da noi, non si fa niente

a causa delle chiusure –

per legge, è una giornata sacra

e stiamo ancora pentendoci,

un paese di immigrati

da carceri e campi profughi.

Alla base di questa poesia c’è la risemantizzazione di due luoghi comuni: l’Italia come “reame del Papa” e l’Australia come colonia penale del vecchio mondo europeo. Usufruire dei luoghi comuni per un poeta è un’operazione delicatissima: è facile scadere nella banalità o scivolare sia nel politically correct sia in involontarie dichiarazioni offensive. Qui mi pare invece che l’operazione di commistione del luogo comune produca un ampio risultato sul termine della riflessione; il punto di collisione e incontro è il concetto di sacro: se da una parte “si compra il pane e il buon vino”, dall’altra i negozi rimangono chiusi in una declinazione del sacro che è pentimento e espiazione. Ad una prima lettura sembra di trovarsi davanti ad una contrapposizione fra un’impostazione cattolica e una calvinista. Ma nell’economia delle quattro lettere pasquali il dato saliente è un rapporto ironico col concetto stesso di religione e differenza: “se incontrassi Dio per la strada/ gli rivolgeresti la forma di cortesia?/ e sarebbe la cortesia di Lei oppure di Voi”? si chiede l’autrice in un dubbio grammaticale che è contemporaneamente una critica e una dichiarazione di buon senso. E chi preferisce declinare il sacro (qualunque cosa sia) col pentimento piuttosto che col pane e il vino? Ciò che rimane da questa precisa dissezione è “un paese di immigrati/ da carceri e campi profughi” ma non sappiamo più se stiamo parlando dell’Australia colonia penale o dell’Italia che vede Sophie oggi. E in questo dubbio non possiamo che identificarci noi lettori, ibride creature umane che sviluppano le pinne per sopravvivere, come “immigrati” e “profughi” in una mappa di trasformazioni.

ms. 23.5.2013

Azzurra D’agostino e Marco Simonelli (anteprima XI quaderno Marcos y marcos)

AZZURRA D’AGOSTINO

Questo inverno indifendibile
questo lungo inverno e chi lo abita
si confondono nel niente della neve
o sui segni che il tronco della betulla
mostra nella luce più corta dell’anno.

È l’estrema notte, l’aspra notte impronunciabile
impigliata nei ricami del gelo che decifriamo
a stento. Il sambuco e l’agrifoglio, vedili, come sfondano
di verde il vetro della nebbia il segreto del sopportare
anzi: del portare l’austerità del freddo a linfe morbide
trasformando quel poco d’alba in frutti carnosi.

Quanta sete tra i nostri simili, che lunga malattia
ci affligge – questo è chiaro nel vedere come sta
composta la zolla riversa, il passero arruffato annodato
al ramo spoglio, il vaglio delle ore che fa il gatto alla finestra.

*

Come molto più grande sembra la montagna
con l’accenno di neve che appena, sulle coste,
la rivela. Uno scoglio immenso solo di poco
invecchiato, un broglio di nuvole intorno, l’inverno
che scivola nel buco della bocca fino al cuore
ma non lo gela. Non si è al sicuro lo stesso qui
da noi, anche se resta casa la casa e albero l’albero
anche se distinguiamo ancora i confini delle cose
il secco delle rose dal ginepro aspro e dal fango.
A pensarci, niente è un sollievo: non lo è il bianco
né la luce, né il cielo che rispunta chiaro e poi s’allunga.
Quanta bellezza in questo silenzio, che solitudine
immensa nella distanza, nella remotissima presenza
che fa di noi un altro qualunque e non lo consola.

*

Si sposta l’ombra che dev’esserci di luna che l’albero torto sembra
che la insegua mentre di notte sento le ghiande
cadere sul tetto di lamiera quasi uno sgocciolare
dei suoi pensieri, un lasciarsi andare nel mondo così
in un silenzio che non lo sente nessuno ed è bello
credere di entrare io nel buio della sua solitudine
o lui nel segreto della mia, tre rimbalzi e via,
dall’albero il frutto è in terra passando per le pieghe
del mio orecchio fino al cuore, essere in due
e sapersi come uno, il volo breve che parla di stagioni,
tempi, conoscere il seccarsi nell’umido della linfa,
l’indovinare il destino, essere vivi quando essere vivi
è capirsi.

*

L’Appennino e la primavera

Ora che ha smesso di piovere
anche noi siamo soli. Il temporale
lascia resti potenti: frane, piene,
alberi divelti, crolli, fango, gemme.
Ha sede nel sistema nervoso centrale,
dicono, l’odore dei boschi e le rondini
così distinguono la salsedine dai pini
dalle polveri africane. Diecimila chilometri
per tornare qui, ancora, gruppi piccoli
su cui buttare uno sguardo distratto.
Più sotto si inciampa in qualche albero
in fiore, in animali che alla luce dei fari
pestano cogli zoccoli l’asfalto solo un salto
e via, risucchiati da campi che sappiamo
appena misurare. Aironi che vanno o restano,
e anche i pesci che muoiono o vivono, istrici,
lupi, le malattie delle querce, delle api.
Dall’altra valle un cane abbaia
la nebbia scopre i sassi, un grumo di case
un campanile, una curva, un’erba rampicante
una goccia sulle foglie che scivola e poi cade.

*

Sta per arrivare la stagione dei canti notturni.
Di là, dietro, c’è un pino dove si nascondono gli uccelli
e nel buio costruiscono cattedrali nell’aria. Quasi
non lo si crede vero. Avevamo anche pensato cose
irreali, l’idea dei nemici, una rivolta confusa, astratta.
Uniformi che non conosciamo, parole d’ordine
irrequiete, calcoli. Ma questo non ci riguarda davvero.
La foglia descrive l’aria, un peso enorme che leggi
spiegano con esattezza. L’aria parla del buio
dove sta la radice, un nero di terra che fa con la luce
boschi, spianate d’ossigeno che crediamo per noi.
Sempre amavamo l’idea di avere tutto. Di saperlo.
Ma sulla terra frana un cielo di polveri, i dispersi
non li amiamo per davvero, ci punge la colpa, ma solo
davanti al cane che ci chiama, a volte, ci pieghiamo.

*

Lago di Suviana

Una passeggiata poco prima di buio, fiori che non si sfanno
nella pineta scricchiolante e un bacino
d’acqua scura dove tremola il doppio del mondo.
Nei tuffi del cane, nei bastoni levati per gioco,
gente coi piedi a bagno, pescatori,
un ragazzino nel silenzio delle fronde.
Così è questo, l’altro volto del male
un tempo breve, un sollievo elementare.

*

Nota

Azzurra D’Agostino ha pubblicato le raccolte poetiche D’in nci’un là (I Quaderni del Battello Ebbro, 2003), Con ordine (Lietocolle, 2005); D’aria sottile (Transeuropa, 2011). Suoi racconti e interventi critici sono stati pubblicati su varie riviste e antologie (tra cui Nuovi Argomenti vol. 51 – Mondadori, Almanacco dello specchio 2009 – Mondadori, Bloggirls – Mondadori, Best off 2006 – minimum fax e In un gorgo di fedeltà, interviste a venti poeti italiani- Il ponte del sale). È giornalista pubblicista e scrive per il teatro.

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MARCO SIMONELLI

Pretty Picture

Si sciolsero i Soft Cell nel millenovecentottantaquattro
e questo è confermabile, lo dice wikipedia, è un fatto vero
come è vero che il synth-pop negli anni ‘80 contendeva
le vette d’ hit-parade ad internazionali megalomani melodici
ed è vero come è vera la tequila, il lemon soda, il tuo bicchiere
uno schermo di ghiaccio, di bottiglia da cui mi vedi a tratti
come dietro al vetro zigrinato di una doccia con qualcuno –
ed è vero come è vero che accendo una sigaretta dietro l’altra
solamente quando percepisco nell’ambiente un’insolita tensione.

Ed è vero come è vero che Marc Almond si chiede con Sex Dwarf
se non sia carino veramente, con zuccherini e poi con spezie varie
attirare un bambolotto, un tipo truzzo, un tizio danzereccio
in una vita scandalosamente piena di vizio abbacinato
come è vero che nell’ottantaquattro avevo solamente cinque anni
e davvero pensavo che da grande in una discoteca succedessero
le cose che un bambino non dovrebbe certamente mai vedere
ma ero un tipo attento e interessato, divoravo conoscenze
e inoltre ballare mi piaceva, soprattutto poi davanti ai grandi.

E questa non è altro che una prova schiacciante e non so bene
se per l’accusa oppure la difesa ma rimane comunque un fatto vero,
una foto sfocata che ti ritorna in mente come alla radio un ritornello –
e se adesso so con sicurezza ciò che si dice in giro degli uomini bassini
è solo perché anch’io sbiadendo m’ingiallisco e poi passo di moda
come Marc Almond che adesso canta le canzoni di Jacques Brel
e tuttavia rimane un fascinoso cinquantenne, e la tequila è lì
che mi separa da te, da qualcun altro, in una discoteca di vaniglia
dove conta solamente la presenza, qualunque cosa accada.

Epicedio

All’ombra dei fanciulli che bulli ci fiorivano dappresso
abbuiati dai Cure e dai Bauhaus, soundtrack dei giorni insieme
se n’andava la speme a farsi benedire. Soffrire non serviva:
lasciva quella morte c’attirava, e bastava ascoltarla
commerciale in cassette duplicate, lasciarla musicale
che fosse look per intellettualoidi liceali e depressi come noi.

La tua professoressa di latino t’incrinava il destino con i tre.
Io e te eravamo gli scemi del villaggio.
Nel paesaggio due semi intestarditi insieme impollinati
e l’unico sbocciare fu solo nei capelli colorati,
fu solamente nelle pelli bianche; in due su un motorino
o al giardino dove fumavamo, facendo sega a scuola.

Adesso vola solamente il ricordare, per te che stai col Corvo,
le fasce stile Brandon Lee del non sopravvissuto, stormi d’uccelli neri,
che ieri c’era da mandare a mente quel brano dei Sepolcri che non so.
Ma oggi no: ti porto in lutto dark, con thanatos e con eros,
metamorfosi d’Ovidio, compagno adolescente.
In modo differente ci trasformammo in niente.

Spiaggia libera

Viale dei Tigli, la variante Aurelia srotola la strada: siamo nello sciame,
magliette, ciabatte, stampate fantasie multicolori, un fluorescente
succhiare di Calippo per la strada; domenica, c’è il sole, tutti quanti
quantificano all’aria la pelle nuda ancora da ustionare.

Passeremo svoltando la pineta, sicuri di trovarti ancora lì.
Il tuo tipo è uno che respira: una faccia da schiaffi, tatuato,
efebico oppure ipertricotico, lo strepitoso fascino
dell’ultracinquantenne in piena forma. E dopo le dune l’orizzonte.

Sei fissa in una fascia Gucci bianca intera, sei Liz Taylor,
la Circe più abbronzata e bionda tinta della costa.
Anna, minaccia ancora la nostra ingenuità. Hai quarant’anni.
Distesa sul tuo telo rosa fuxia circòndati di giovani,

più giovane tu di quella giovane che vinse l’anno scorso
lo sponsorizzato concorso di Miss Trans.
Stenderemo intorno al tuo gli asciugamani, riprenderai la storia
di un autunno che chirurgicamente tu non senti:

ricevi a casa adesso, eppure nei dintorni ci passi volentieri,
saluti le tue amiche, ci racconti di un’età lontana quando eri
a Livorno ragazzino e non ancora Towanda la Guerriera.
E poi siliconati impianti e mai avvenute evirazioni.

Quando dalla base americana sfrecciavano le reclute
i rangers, per te tutti marines: tutta salute all’epoca del dollaro!
Limpidi guanti: l’Aurelia a Migliarino, Marina di Vecchiano.
Avevi una roulotte. Passavi avanti a tutte per un salario serio.

Adesso puoi permetterti di scegliere: estrogeni, lunga transizione –
l’hai letto sul tuo corpo che l’uomo da solo si spaventa.
I tuoi contanti dentro al portafoglio proteggono il domani
dall’incerto precariato. L’hai sudato, questo apprendistato.

Gli uomini sono come dei gattini, non devi accarezzarli contropelo
si rischia il graffio, un taglio involontario e curati di te
e solo dopo curati di loro: passa i polpastrelli dietro al collo,
le loro fusa spasmi, un lamentarsi al caldo del sudore.

A mezzogiorno pranzi col ghiacciolo, dagli ambulanti compri
braccialetti di filo colorato, ad ogni nodo un desiderio:
gli amici, dimagrire, i conoscenti: pochi ma leali.
Verrai da noi a cena. Arriverai col sugo per la pasta.

All’una un’altra lucky strike, assisti alla sfilata:
abbronzàti si scrutano bagnandosi i piedi alla battigia,
l’incendio dei costumi. Sono mimmi
nei giorni di vacanza, non sai se in salvo o in saldo.

Da quando l’hai rivisto non fai che ripensarci.
Ricordi come pianse quando seppe; il suo corpo tremava,
scoraggiato ti disse che eri bella come una regina.
Si guardava peloso il ventre piatto. Gli estrogeni erano impossibili.

La resina s’appiccica sui corpi, è stato come un pianto.
Li vedi ritornare, riconsideri il sorriso, il pomeriggio
scroscia in chiacchiericcio, sei raggiante, la tua socialità
dimentica imprevisti e probabili armatori vedovi da poco.

L’amore equo e solidale lo impareremo dopo.
Diana cacciatrice: sei come Salomè con il battista,
l’esperienza ti ha insegnato a fischiare agli stalloni
come fossi un camionista.

Adesso ti slanci, una corsa di cerbiatto e spruzzi il mare
le onde che affronti in pieno petto ti spostano il costume,
mostri il seno e per pudore abbassiamo tutti gli occhi,
e tu ci guardi come quelli che restano all’asciutto.

MARCO SIMONELLI è nato nel 1979 a Firenze, dove vive. Lavora come traduttore. Ha pubblicato Memorie di un casamento ferroviere del ‘66 (Florence Art, 1998), Sesto Sebastian – Trittico per scampata peste (Lietocolle, 2004), Palinsesti (Zona, 2007) e Will – 24 sonetti (d’If, 2009). Per Black Sun Productions ha scritto i testi di Hotel Oriente (anarcocks.com, 2011)

Firenze Mare – di Marco Simonelli

È Natale

.

Il clima di festa ci ha separati.

La mamma in visone contempla

ceramiche e vasi di vetro smaltati.

Altrove mio padre rimira

cravatte sgargianti.

.

È stato un momento, uno dei tanti,

un attimo afflitto distratto.

Mi sono fermato davanti all’orsetto

più candido e bianco di tutta la Standa.

.

Aveva quegli occhi da bravo bambino

gli stessi di quel Coccolino

che dall’anno scorso non dorme con me.

 .

Me l’aveva preso la mamma

col concorso a punti dell’ammorbidente

ma era ridotto un cencio indecente:

non era più adatto a un bambino grande.

. 

Non ho pannolino,

indosso mutande.

. 

Scosso da un pianto convulso a sussulti:

mi fanno paura gli adulti, i più alti.

Non sanno il valore dei nostri balocchi,

invecchiano e muoiono e pensano ai soldi

ti lasciano solo, ti fanno sentire un inetto.

Ma un orsacchiotto è per sempre

riempie il contatto d’affetto

con te firma un patto

per l’eternità.

. 

Un orsacchiotto non è

come mamma e papà.

.

È stato un momento, un pianto, un lamento

doveva accadere.

Mi ha ritrovato un magazziniere.

*

Leptocephalus brevirostris

.

Quando, venendo dal capoluogo sfrecci lungo la Firenze-Mare

lo vedi chiaramente azzurro nella valle dal cavalcavia;

dopo la galleria ti salta addosso al parabrezza

e per un attimo ci credi, che sia davvero il mare.

Sul lago, Puccini passò la sua vecchiaia.

.

Accadde quando ancora l’epoca rampante riscopriva

i piatti regionali con la degustazione d’un gourmet,

cibo povero di quando la famiglia non poteva

permettersi la carne ad ogni pasto.

Dice l’Artusi che i cuccioli d’anguilla

sono foglie d’oleandro trasparenti come il vetro:

la borsa spermatica del maschio è simile all’ovario della femmina

e migrano nei laghi per una metamorfosi.

Aspirano l’h anche quaggiù, le chiamano “le ciehe”.

.

Da giorni ne parlavano, gli adulti,

scambiandosi al telefono un codice segreto;

ce l’avrebbe fatta, dunque, il pesciaiolo – quel pirata –

a procurare l’illegale bottino d’ambizione

e poco male se quel fiero pasto costava allora

poco meno d’un milione: le anguille appena nate

sono prelibate.

.

Mio padre sul cancello coi contanti

aspettava il pusher pesciaiolo

con l’ansia d’un drogato in astinenza.

In un sacchetto d’acqua, brulicanti,

molli e trasparenti s’agitavano a migliaia – girini ancora vivi –

guidate da un interno istinto inutile oramai,

proprio come spermatiche creature che già sanno

dove andare per trasformarsi in altro.

.

Sul setaccio schizzarono frenetiche,

inquieti murenoidi all’oscuro della situazione.

Mia madre versò una goccia d’acqua

sull’enorme padella prestata da un’amica:

sfrigolando evaporò dopo un momento.

.

Sui crostini fatte pappa, nella pasta lunga come condimento

insieme a poca scorza dell’arancia e poi limone:

durante la cottura quell’agonia dell’olio caldo le tramuta,

sbiancandole le allunga e a colpo d’occhio non sapresti

distinguere le larve da un piatto di bavette.

Tranne forse per quegli occhi, minuscoli puntini

ad un’ estremità dello spaghetto, neri come

se la luce in un istante fosse implosa.

.

Non era pepe ma uno sguardo

che non implora più. 

*

Epicedio

.

All’ombra dei fanciulli che bulli ci fiorivano dappresso

abbuiati dai Cure e dai Bauhaus, soundtrack dei giorni insieme

se n’andava la speme a farsi benedire. Soffrire non serviva:

lasciva quella morte c’attirava, e bastava ascoltarla

commerciale in cassette duplicate, lasciarla musicale

che fosse look per intellettualoidi liceali e depressi come noi.

.

La tua professoressa di latino t’incrinava il destino con i tre.

Io e te eravamo gli scemi del villaggio.

Nel paesaggio due semi intestarditi insieme impollinati

e l’unico sbocciare fu solo nei capelli colorati,

fu solamente nelle pelli bianche; in due su un motorino

o al giardino dove fumavamo, facendo sega a scuola.

.

Adesso vola solamente il ricordare, per te che stai col Corvo,

le fasce stile Brandon Lee del non sopravvissuto, stormi d’uccelli neri,

che ieri c’era da mandare a mente quel brano dei Sepolcri che non so.

Ma oggi no: ti porto in lutto dark, con thanatos e con eros,

metamorfosi d’Ovidio, compagno adolescente.

In modo differente ci trasformammo in niente.

Spiaggia Libera

.

La variante Aurelia srotola la strada: siamo nello sciame,

magliette, ciabatte, stampate fantasie multicolori, un fluorescente

succhiare di Calippo; domenica, c’è il sole, tutti quanti

quantificano all’aria la pelle nuda ancora da ustionare.

.

Passeremo svoltando la pineta, sicuri di trovarti ancora lì.

Il tuo tipo è uno che respira: una faccia da schiaffi, tatuato,

efebico oppure ipertricotico, lo strepitoso fascino

dell’ultracinquantenne in piena forma. E dopo le dune l’orizzonte.

.

Sei fissa in una fascia Gucci bianca intera, sei Liz Taylor,

la Circe più abbronzata e bionda tinta della costa.

Anna, minaccia ancora la nostra ingenuità. Hai quarant’anni.

Distesa sul tuo telo rosa fuxia circòndati di giovani,

.

più giovane tu di quella giovane che vinse l’anno scorso

lo sponsorizzato concorso di Miss Trans.

Stenderemo intorno al tuo gli asciugamani, riprenderai la storia

di un autunno che chirurgicamente tu non senti:

.

ricevi a casa adesso, eppure nei dintorni ci passi volentieri,

saluti le tue amiche, ci racconti di un’età lontana quando eri

a Livorno ragazzino e non ancora Towanda la Guerriera.

E poi siliconati impianti e mai avvenute evirazioni.

.

Quando dalla base americana sfrecciavano le reclute

i rangers, per te tutti marines: tutta salute all’epoca del dollaro!

Limpidi guanti: l’Aurelia a Migliarino, Marina di Vecchiano.

Avevi una roulotte. Passavi avanti a tutte per un salario serio.

.

Adesso puoi permetterti di scegliere: estrogeni, lunga transizione –

l’hai letto sul tuo corpo che l’uomo da solo si spaventa.

I tuoi contanti dentro al portafoglio proteggono il domani

dall’incerto precariato. L’hai sudato, questo apprendistato.

.

Gli uomini sono come dei gattini, non devi accarezzarli contropelo

si rischia il graffio, un taglio involontario e curati di te

e solo dopo curati di loro: passa i polpastrelli dietro al collo,

le loro fusa spasmi, un lamentarsi al caldo del sudore.

.

A mezzogiorno pranzi col ghiacciolo, dagli ambulanti compri

braccialetti di filo colorato, ad ogni nodo un desiderio:

gli amici, dimagrire, i conoscenti: pochi ma leali.

Verrai da noi a cena. Arriverai col sugo per la pasta. 

.

All’una un’altra lucky strike, assisti alla sfilata:

abbronzati si scrutano bagnandosi i piedi alla battigia,

l’incendio dei costumi. Sono mimmi

nei giorni di vacanza, non sai se in salvo o in saldo.

.

Da quando l’hai rivisto non fai che ripensarci.

Ricordi come pianse quando seppe; il suo corpo tremava

scoraggiato ti disse che eri bella come una regina,

Si guardava peloso il ventre piatto. Gli estrogeni erano impossibili.

.

La resina s’appiccica sui corpi, è stato come un pianto

Li vedi ritornare, riconsideri il sorriso, il pomeriggio

scroscia in chiacchiericcio, sei raggiante, la tua socialità

dimentica imprevisti e probabili armatori vedovi da poco.

.

L’amore equo e solidale lo impareremo dopo.

Diana cacciatrice: sei come Salomè con il battista,

l’esperienza ti ha insegnato a fischiare agli stalloni

come fossi un camionista.

.

Adesso ti slanci, una corsa di cerbiatto e spruzzi il mare

le onde che affronti in pieno petto ti spostano il costume,

mostri il seno e per pudore abbassiamo tutti gli occhi,

e tu ci guardi come quelli che restano all’asciutto.

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Marco Simonelli

Marco Simonelli è nato nel 1979, a Firenze, dove vive. Lavora come traduttore. Ha pubblicato il racconto in versi Memorie di un casamento ferroviere del ‘66 (1998), il poemetto drammatico Sesto Sebastian – Trittico per scampata peste (2004), Palinsesti (2007) e Will-24 sonetti (2009). www.marcosimonelli.net