Marco Scalabrino

“Dià lógoi”. Recensione di Mario Bazzi

Dià logoiIl dialogo al di là e al di fuori dei codici linguistici. Il piacere del dià lógos. La conferma che quello che ognuno di noi pensa e scrive, in qualche modo, viene pensato ed espresso da altri, con altre parole. Questa la missione di Dià lógoi (Edizioni CFR di Gianmario Lucini, Sondrio, pp. 69, 10 €), un volume che raccoglie le poesie di 22 autori siciliani che si sono ispirati ai disegni del giovanissimo artista bagherese Giuseppe Alletto.
Questa speciale “orditura di segni e parole”, che si avvale anche della prefazione di Tommaso Romano e delle note esplicative di Giuseppe Alletto e di Gianmario Lucini, presenta poeti quali Biagio Accardo, Sebastiano Aglieco, Franca Alaimo, Maria Patrizia Allotta, Saragei Antonini, Anna Maria Bonfiglio, Rossella Cerniglia, Gianpaolo De Pietro, Giovanni Dino, Elio Giunta, Emanuele Insinna, Maria Antonietta La Barbera, Giuseppe La Delfa, Piero Longo, Gianmario Lucini, Francesca Luzzio, Ester Monachino, Daniela Musumeci, Nicola Romano, Tommaso Romano, Marco Scalabrino, Lina Maria Ugolini.
Gli autori, veri e propri protagonisti della letteratura contemporanea siciliana, si confrontano tra di loro in una sorta di grande gara poetica dalla quale emergono le più diverse e le più (apparentemente) inconciliabili interpretazioni dell’arte e della vita, offrendo agli autori stessi, e soprattutto ai lettori, la possibilità di intrecciare un vero e proprio “dialogo” alla pari, non solo tra pittura e letteratura, ma anche tra le diverse poetiche e i diversi stili letterari, per giungere infine alla lettura poetica dell’opera pittorica di Giuseppe Alletto, definito nella prefazione da Tommaso Romano come “un artista geniale, tanto giovane quanto straordinario come pochi se ne sono visti negli ultimi anni, autore di centellinate opere totali, dove grafite e tecniche miste compiono il miracolo dell’oltrità e della visibile perfezione”.
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Marco Scalabrino, Parleremo dell’arte che è più buona degli uomini

Parleremo dell'arte vol  1 - SAGGI_klein

Con il titolo tratto da una frase di Silvio Cucinotta, Parleremo dell’arte che è più buona degli uomini, sono stati pubblicati da CFR edizioni i due volumi che raccolgono i Saggi di poesia dialettale siciliana di Marco Scalabrino, poeta dal verso denso e fortemente evocativo ed attentissimo lettore di poesia. Attenzione e accurata ricerca guidano ciascuno di questi saggi, dodici nel primo, otto nel secondo volume, nei quali  la passione alimenta l’impulso a conoscere e il metodo di conduzione dell’indagine obbedisce a un’architettura della quale Marco Scalabrino è pienamente consapevole e che egli domina con strumenti esperti. Resta inteso, tuttavia, che di opera in divenire, di sistema volutamente aperto si tratta, da cui abbiamo tanto da imparare. (a.m.c.)

Maria Favuzza – Tinte chiare e scure sul lungo spazio di una vita

di Marco Scalabrino

Maria Favuzza nacque a Salemi (TP) il 24 dicembre 1901 e morì il 14 febbraio 1981. Il tempo nondimeno, i 30 anni trascorsi dalla sua scomparsa, non ne hanno affievolito l’affettuoso ricordo in quanti l’hanno conosciuta e amata, né ne hanno sbiadito la levatura di poeta.

Rosanna Sanfilippo, nel suo intervento Gli scrittori di Salemi, nelle circostanze del convegno Poesia, narrativa, saggistica in provincia di Trapani organizzato dall’I.S.S.P.E., Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici, presieduto da Dino Grammatico, convegno svoltosi a Erice (TP) il 10 giugno 2001, la omaggiava in questi termini: “La sua è una poesia semplice e immediata. Sentimenti e figure di vita paesana e familiare vengono raccontati rendendo partecipe il lettore di ogni più piccolo gesto rituale.” Ma già nel 1976, a riconoscimento della validità del suo dettato, Gioacchino Aldo Ruggieri l’aveva inclusa nella raccolta di poesia dialettale inedita o poco nota dell’Ottocento e Novecento da lui curata e titolata Amore di Sicilia, assieme con nomi all’epoca quotati quali: Emanuele Angileri, Liborio Dia, i Fratelli Giangrasso, Mariano Lamartina e altri. E nel medesimo anno 1976 aveva visto la luce a Palermo la sua silloge Poesie, dalla prefazione della quale traiamo: “I suoi versi esprimono la rievocazione nostalgica di un mondo che ha cambiato volto, dove non c’è più posto per gli ingenui incanti che una volta consolavano le esistenze semplici e affaticate.”

Impiegata presso l’Ufficio Registro di Salemi, Maria Favuzza seppe dotarsi dei mezzi linguistici e culturali atti ad esprimere in un buon italiano la propria Weltanschauung. Ebbene, perché il dialetto? La risposta credo sia semplicemente perché “quell’arcobaleno di ricordi, variegato di tinte chiare e scure sul lungo spazio di una vita”, quelle poesie, nate col deliberato proposito di fissare esperienze e sensazioni, sono state concepite giusto così, sono state scritte in siciliano perché il suo sentire era siciliano, i suoi pensieri nascevano in siciliano, il suo animo era convintamente siciliano. E pertanto la sua predilezione del dialetto è da stimare una opzione pienamente responsabile.

Muddicheddi, la sua opera più apprezzabile sia per la quantità che per la qualità dei contributi e dei temi, della quale per stralci discorreremo, pubblicata nel 1985, risulta essere un libro postumo. Un omaggio, vedremo, doveroso quanto meritato. Il titolo, di primo acchito, parrebbe discendere dall’omonimo brevissimo testo a pagina 75, nell’accezione di briciole, piccolissime dosi di checchessia; ma esso, invero, ritengo abbia inteso delineare l’atmosfera di grazia minuta che regola l’antologia nella sua globalità. Sostenuto dalla famiglia dell’autrice, la quale ne ha evidentemente voluto rispettare la volontà: “Non strappate il mio mondo fatto di carta. Ogni parola, purificata nel silenzio, allontana ogni colpa, diventa fiore azzurro bagnato di cielo”, Muddicheddi, con prefazione di Calogero Conforto, è stato stampato, a cura del Circolo di Cultura Buoni Amici di Salemi, dalla Cored Edizioni di Mazara del Vallo.

Il libro si apre con il componimento A Salemi, nove quartine di endecasillabi con rime alternate abab. Un idilliaco messaggio d’amore e di appartenenza alla sua città: muntagnedda duci / c’hai l’aria frisca … chi porta … ciavuru d’erva, menta, alufareddi … [e] lu celu assunnateddu lu talia. Un testo manifestamente tenero, in ciò assecondato da un copioso ricorso a diminutivi e a vezzeggiativi, peraltro largamente diffusi in tutta la sua produzione. E con questa connotazione di intimità, di benevolenza, di riservatezza dalle quali scaturiscono, i versi ci vengono offerti dall’autrice, ancorché l’ortografia, con qualche particolarità di cui tra poco diremo, esibisce sostanziali accuratezza e coerenza; fattori questi che consentono loro di aggirare le insidiose secche del vernacolo.

Il tema, benché con un taglio più squisitamente storico, è ripreso nel testo dal titolo Lu me paisi: Scunfittu e assicutatu lu Burbuni, / la prima dittatura pruclamata / di Garibaldi assemi a li Picciotti, / Salemi, frac e tuba, l’ha firmata.

L’argomento tuttavia non è, per Maria Favuzza, di quelli che si esauriscono sbrigativamente; ed ecco un terzo componimento, Cena di San Giuseppi, viene indirizzato a Salemi, lu caru me paisi, colto stavolta all’insegna del fervore religioso, della devozione spirituale che si combina alla larga adesione popolare. E Maria Favuzza allestisce una minuziosa e baluginante descrizione della Cena di San Giuseppe, celebrazione che si svolge nel giorno della festa del santo il 19 marzo e che lei rende dinamica, icastica ai nostri occhi, ben oltre qualsivoglia depliant turistico: cena di fidi, oduri, / grazii. Di fulcluri tramannatu, / di genti timurata.

I testi immediatamente successivi a quello d’apertura investono subito il nucleo dei motivi che più hanno fatto vibrare le sue corde: gli affetti e il focolare domestico, la “roba”, il lavoro e tutto quanto a questi mondi collegato.

Naca, cucchiaru, piattera, luma, campana … e poi tazzi, bucala, cicari, bicchiera, ‘nciratina … gli oggetti della vita familiare, la “misura” della ordinaria esistenza. Realtà dura, Setti rispiri dintra na casuzza / si spartinu lu lettu / e lu panuzzu, che è sì povertà ma anche dignità, che sa coniugare la drastica pratica quotidiana con un atteggiamento di fiducia nel futuro, nella quale la natura, con il suo variegato campionario di flora e di agenti naturali: nuvole, vento, cielo …, domina e il sole, astro che vi primeggia, nel suo vessillo di luce, di calore, di vita rischiara, riscalda, rincuora. Habitat che mi fa sovvenire un altro autore a me caro, Francesco Leone da Castellammare del Golfo (TP), nei metri del quale, come in Maria Favuzza, si ravvisano, in tutta la loro spietata crudezza, i tratti eloquenti di un sofferto vissuto, specie negli anni tra le due guerre, marchiato da “miseria, disoccupazione, emigrazione”; tempi angariusi quando, annota Francesco Leone, il pranzo consisteva di un peri di brocculu e pampini, taddi e civu di lu trunzu p’aumintari la dota. E, malgrado la vita era na giostra chi stenta a girari, dintra la casa, ridinu li cosi, annea la pasta e nta lu vugghiu abballa, c’è ciavuru di sarsa e finucchieddu.

Lo sguardo di Maria Favuzza avvolge carezzevole, elenca, nomina quelle cose, la sua penna le ferma, le scrive, le imprime sulla carta, nella volontà, nella responsabilità di perpetuarle, più che per sé per gli altri, per quelli che verranno dopo, per coloro che a quel contesto storico, sociale, culturale non sono appartenuti o sono appartenuti solo di striscio, e non avranno perciò modo di conoscerlo, di viverlo tranne che ripercorrendolo nel verbo immortale del poeta (“può morire Giove – Carducci docet – ma l’inno del poeta resta”).

E, dicevamo poc’anzi, il lavoro, in un’epoca in cui le macchine erano un miraggio e l’uomo svolgeva le proprie occupazioni, che connaturate alla oggettività rurale del territorio e del tempo erano principalmente quelle dei campi, con il solo ausilio degli animali; uno per tutti lu sciccareddu di la senia, remissivo, pasinziusu, cu l’occhi binnati, che un giro dopo l’altro sciogghi na canzuna a lu silenziu di la sira.

In tale clima, lirico quanto realistico, nostalgico quanto attento alla ineluttabilità del mondo in travolgente evoluzione, concreto quanto orientato alle istanze dello spirito, si innesta il recupero di un lessico svigorito o di imminente declino: iffula (matassa), caiuna (dirupi), pilusci (pellicce), chiumazza (materassi), ragnola (grandine), balacu (violacciocca), sciavateddri (mufuletti), sagnaturi (mattarello), ammartucata (debilitata), mirriuni (fazzoletto annodato alla nuca), trubeli (tovaglia da tavola).

Ci sono delle immagini ricorrenti nella poesia di Maria Favuzza: lu patri [chi] torna versu sira, lu cani [chi] abbaia, la pasta stisa a li canni, a comprova che questi frangenti attenevano a quel vivere, al vivere suo e a quello dei suoi coevi. La figura sociale del padre, peraltro, è ben assidua nella sua produzione al pari della figura della madre. Quanto a questa, la quale tinia d’occhiu lu porcu, li addrini, / lu furmentu, il fare la calza con gli aghi, busi [chi] chiacchiarianu … agghiuttinu cuttuni e fanno crescere la quasetta, non ne allevia la pena allorquando, come spesso avveniva e tuttora avviene alle nostre latitudini, lei vede il proprio figlio andare via, emigrare in cerca di fortuna. Quel cammino della speranza piuttosto, quella “fuga” in terra straniera, quell’andare senza turnari chiù, è da lei percepito col dolore di chi sente lacerare la propria persona e diviene lamentu longu, senza na palora, chiantu / chi si sicca nta la manu.

Ma il suo è un caleidoscopio riccamente mutevole: una affascinante, femminile, riedizione mitologica della Sicilia, in base alla quale essa ha avuto origine da uno scialle che la luna avia supra li spaddi e che un ventu vagabbunnu … c’un sciusciu fece cadere sul mari cristallinu dispiegandolo a forma di tri pizzi arriccamati; lu trangulu, da tranguliari nella nozione di scuotere con forza, scrollare, traballare, il tipico movimento che accompagna, all’armonia delle cianciani e delle canzuni, il passo del carretto, trufeu anticu, tirato dal cavallo impennacchiato e condotto dal carritteri cu la zotta ‘manu; la malinconica percezione, non esente da una vena di rimpianto, di un mondo agreste che non è più: lu trappitu, la mola, l’aratu, li vamperi, la rasula, lu tripporu … li casi di lu feu petra su petra / caderu a pezzi, ‘mmezzu la campagna, e di esso, chi di biancu vistia amuri e cori, sulu lu riordu tampasia.

Quanto detto parrebbe a sufficienza promuovere la poesia di Maria Favuzza, ma … “È la forma – sostiene Attila József – che fa l’arte, benché il carattere artistico essa lo riceva dal significato, dal contenuto”.

E allora sfogliamo insieme alcune delle formulazioni della sua poesia: l’immagine graffiante di la terra [chi] vugghi / di caluri e ciàvuru; l’illustrazione dei giochi innocenti dell’infanzia, fatti di poco, quando non addirittura di nulla e, cosa più di ogni altra, condotti all’aria aperta: na nuvula … cuntenta chi na petra … po dari tanta gioia ad un nuccenti … na stidda … caduta di lu celu … fatta di lanna lustra di pignata; il quadro immaginifico per cui, partendo da spunti esili che le virtù del poeta elevano a dignità d’arte, nta na stratuzza funna e silinziusa, il sole scende ammirato a giocare con un gruppo di ragazzi.

Un componimento, Nta na stratuzza, di grande perizia, da leggere con dedizione, con coinvolgimento, con riguardo alle scansioni, al fine di ammirarne la tensione lirica, la meraviglia della invenzione e della icona. Un entusiasta elogio a uno tra i testi migliori della crestomazia al quale nella sua interezza vi rimandiamo e di cui, solo a mo’ di assaggio, si riporta una quartina: Nta na stratuzza funna e silinziusa, / c’è sciamu di picciotti ed alligria; / lu suli scinni a fari assemi un gniocu, / s’assetta a lu bastiuni e li talia.

E per arrotondare questa rapida rassegna: lu pani [chi] ogni simana ‘n casa si facia. Una festa di gioia e di bontà da seguire passo passo, in cui, nelle circostanze delle festività: Natali, Pasqua, Carnalivari che nel corso dell’anno si susseguono, si imbandiva lu tavuleri con ficusicchi, sfinci, cucciddati, tagghiarini, stufatu … e leggendo e vedendo, e calandoci senza resistenza in quell’ologramma, ne seguiamo e apprendiamo il procedimento di preparazione, ne percepiamo la fragranza, ci sale l’acquolina in bocca, sentiamo e cantiamo, stando a ridosso del forno, la supplica che accompagna il culto con l’invocazione dei santi Antonu, Zita, Sidoru, Antuninu, Ati e Nicola. Ma il rito è propizio per manifestare agli altri, alla “vicina incinta”, alla cummari c’avia figghi, attorno al pane, ai cuddrureddra, sciavateddri, miliddri … quei sentimenti di solidarietà, amicizia, calore umano che contrassegnavano la fetta più sana delle nostre comunità; Curcatu lu silenziu supra un ciuri / svigghiava na nuttata di suspiri, / svigghiava na nuttata di duluri / e larmi, persi mmezzu a tanti spini; lu sicchiu pinnìa / supra lu puzzu … stancu di li scinnuti e l’acchianati. Seducente il fotogramma lu sicchiu … stancu di li scinnuti e l’acchianati, come se fosse il secchio – ve lo figurate! – a dovere autonomamente procedere su e giù per il pozzo e non già il volere dell’uomo ad obbligarlo a forza a quell’andirivieni, non fosse viceversa l’uomo a provare quella spossatezza che, magari a causa delle condizioni di canicola estiva, tale attività determina.

E arriviamo, zoomando tra le pagine sia di Muddicheddi che di Poesie, agli esiti più allettanti e a qualche peculiarità.

Lu celu / cadutu nta na zotta chi spicchia. Sorprendente affinità con la soluzione alla quale pervenne Nino Orsini (del quale si è discorso): Na zotta d’acqua … [è] sbalancu di celu a li me’ pedi. Indice esplicito che taluni artisti, nel loro individuale iter di ricerca – non mi risulta difatti, dalla mia frequentazione letteraria di Nino Orsini, che quest’ultimo e Maria Favuzza si conoscessero o conoscessero i rispettivi materiali – approdano, per maturazione artistica non dissociata dall’umore dei tempi, a risultati innegabilmente simili.

Pinzeri virdi, scruscinu l’anni e comu chiummu pìsanu. Pinzeri virdi, parafrasando una memorabile frase, è “un piccolo passo per l’uomo, ma un grande passo per la poesia dialettale siciliana”. Una, tra virgolette, rivoluzione legata sì alla fase della realizzazione, della scrittura, della traduzione del concetto in superficie vergata, ma che è compiuta già prima, e più, nel medesimo istante del concepimento dell’inconsueto accostamento tra pinzeri e virdi, nella specialità del timbro, nella suggestione, nella rigenerata energia che dalla aggregazione tra pinzeri + virdi si statuisce. Locuzioni autenticamente siciliane, efficaci ideazioni, sublimazione del frasario usuale investono la concreta esecuzione del suo dettato: na casa / ntilarata di lacrimi e di risa; lu ventu arruzzulìa la megghiu vita / dintra ‘na lanna vecchia ammattucata; scinnia la luna cu scarpi di sita; trova lu ventu mazzi di risati; la primavera dormi tra li ciuri.

La luna a la finestra di lu celu / spampina leggi veli di palluri. Molti incipit di Maria Favuzza sono incisivi sotto il profilo dell’estro, del richiamo fonico ed emotivo, della enunciazione innovativa della cifra poetica. C’è una felice combinazione, che di certo non poteva essere casuale, un mix avvincente che nel trapanese ne fanno per l’epoca un raro archetipo di autore incline a destreggiarsi fra la solidità della tradizione, fatta di rime, prevalente uso dell’endecasillabo, valori che pescano (bene) nel solco e nella saggezza della poesia popolare, e lo spirito, l’attitudine a innestare in quel solco le piantine, le cui forme, colori, odori nuovi, daranno frutti nuovi. La suddivisione, ovviamente, non è così netta e le due anime convivono fianco a fianco nella stessa cartella, si ammiccano a distanza nella stessa selezione, coesistono scambievolmente tollerandosi: in sintesi, tradizione e formalizzazioni liriche avanzate che si frappongono.

Tempu di Natali. Questo componimento a pagina 55 di Muddicheddi è altresì compreso, in una stesura diversa, nel più lungo e articolato componimento racchiuso nel volume Poesie dal titolo Li ficusicchi, del quale è la sezione conclusiva; come ne fosse un estratto, spicchio pregevole tanto da emanciparsi e da spiccare il volo in solitaria.

Il titolo, Rapi la finistredda, che apre la raccolta Poesie, del 1976, Maria Favuzza perciò in vita, ci induce a una aggiuntiva riflessione riguardo alla dd, che costituisce uno fra i suoni caratteristici del dialetto siciliano (si veda, in tema, un precedente capitolo di questo volume). Il segno, registriamo, è reso sia con dd: finistredda, stiddi, capiddi, eccetera, che con ddr: aneddri, picciriddra, vaneddra, cuteddru, sintomo che una scelta non venne fatta.

La poesia di Maria Favuzza trapela della identità dell’autrice: semplice, radicata nel proprio territorio, dignitosa, e il linguaggio, ancorché guarnito dalla creatività, dal talento, dal “mestiere” di cui il poeta è detentore, distilla pulsioni, vicende, inquietudini del suo tempo e della sua gente. Nell’avanzare del progresso tecnologico, aggeggi moderni … chi fannu li sirvizza, che ci trova impreparati, ci destabilizza, ci crea ansia per il futuro, la casa nun mi pari chiù la stissa … a bidiri li mura cu fili e buttuna, in contrapposizione a una condizione sociale vieppiù imperante di solitudine e prostrazione, eu sempri a lu scuru ammartucata, Maria Favuzza si fa portavoce dello status di una generazione, delle vicissitudini, del costume, dei trasalimenti di una civiltà al tramonto e, nel clima rarefatto della rievocazione, la salva dall’oblio.

Si avverte una grazia tutta femminile nel dettato, un garbo remoto, di quando in quando una vena crepuscolare, vita passeggera, / gemma chi di biddizza si cumpiaci, / rosa chi ciurisci / e ridi allera … tu sicca mori … e ti sperdi lu ventu / c’un suspiru, lu tempu pilligrinu / fa di lu ventu un chiantu, l’urtimu cappottu / chiusu cu lu buttuni di la cruci, un tocco ognora rispettoso della “materia” che lei va a trattare, maneggiare, strutturare, perché, lei presagisce, essa è materia fragile, preziosa, materia che il tempo renderà unica, irripetibile.

(da: Marco Scalabrino, Parleremo dell’arte che è più buona degli uomini. Saggi di poesia dialettale siciliana – Vol. II, CFR edizioni, Rende 2013, pp. 169-176)

Maria Favuzza

Maria Favuzza

Poesie di Maria Favuzza

Nta na stratuzza

Nta na stratuzza funna e silinziusa
c’è sciamu di picciotti ed alligria
lu suli scinni a fari assemi un gniocu,
s’assetta a lu bastiuni e li talia.
Un picciriddu, lu chiù granniceddu,
porta comu un tesoru un aquiluni,
tanti culura appisi a un pizziteddu
agghiummuniatu di russu cuttuni.
Lu celu di la strata è troppu nicu
pi putiri iucari cu la stidda.
Lu sciamu sturdi, na porta si ‘rapi,
affaccia cu la scupa la za Pidda
e manna li picciotti chiù luntanu.

Ridi lu munnu di cori cuntenti.
L’occhi lucenti, li facci addumati,
curri un canuzzu, abbaia pi nenti,
va appressu a li picciotti scarmanati
chi vannu versu fora lu paisi.

Ora lu suli tuttu sta curcatu
supra lu virdi c’abbrazza la chiana.
Vola la stidda, lu lazzu camina,
mmenzu lu celu c’è un ciuri c’acchiana.

Na nuvula di velu e di puntina
tratteni un angileddu chi la chiama.

In una stradina profonda e silenziosa / c’è sciame di ragazzi ed allegria; / 

il sole scende a fare assieme un gioco, / siede sul parapetto e li osserva. /

 

Un ragazzino, il più grandicello, / porta come un tesoro un aquilone, /

tanti colori appesi a un pezzettino / raffazzonato di rosso cotone. /

 

Il cielo della strada è troppo piccolo / per potere giocare con la stella. /

Lo sciame sbanda, una porta si apre, /

s’affaccia con la scopa la zia Pidda / e manda i ragazzi più lontano. /

 

Ride il mondo a cuore pieno. / Gli occhi lucenti, le guance arrossate, /

corre un cagnolino, abbaia per niente, / va appresso ai ragazzi scalmanati /

chi si dirigono verso l’uscita del paese. /

 

Ora il sole tutto s’è coricato / sopra il verde che abbraccia la pianura. /

Vola la stella, il laccio s’allunga, / in mezzo al cielo c’è un fiore che sale. /

 

Una nuvola di velo e di merletto / trattiene un angioletto che la chiama. 

Na notti di chiummu

Na notti di chiummu
stizziata di stiddi
tampasia pi li strati.

Nsunnatu lu silenziu
tagghia feddi scurusi di vaneddi.

Spiranzi allicinuti nta lu cori,
di ddi pinzeri virdi,
s’annacanu a lu ventu
supra ‘ntinni d’affetti.

Occhi luntani vardanu
lu tettu di na casa
‘ntilarta di lacrimi e di risa.

‘Nnuccenza viva, estati trapassata.
Lu ventu arruzzulia la megghiu vita
dintra na lanna vecchia ammattucata.

Scruscinu l’anni e comu chiummu pisanu
le peni e li pinzeri.

Una notte di piombo

Una notte di piombo
punteggiata di stelle
s’attarda per le strade.

Assonnato il silenzio
taglia fette buie di stradine. 

Speranze rinsecchite dentro il cuore,
di quei pensieri verdi, 
dondolano al vento
sopra antenne di affetti. 

Occhi lontani guardano
 il tetto di una casa 
intelaiata di lacrime e di risa.

Innocenza viva, estate trapassata.
Il vento fa ruzzolare la vita migliore
dentro una vecchia latta malandata.

Rumoreggiano gli anni e come piombo pesano
le pene e i pensieri.

La casuzza di li setti ciati

Setti rispiri dintra na casuzza
si spartinu lu lettu
e lu panuzzu.
Lu cagnuleddu curri,
fa lu iocu
assemi a li mizzuddi
e allera lu silenziu di la strata.

Lu suli ucchiulia
ncapu la porta.
La corda e la furcina
sta a lu muru.
La matri stenni robbi
mentri l’aria
di nuvuli lu suli fa chiù scuru.

Poi un scrusciri di piatta
e cucchiareddi,
un sbattiri di robbi
ammazzuniati.

Sette respiri dentro una casetta
dividono il pane
e il giaciglio.
Il cagnolino corre,
improvvisa un gioco
insieme ai gemelli
e a Peppino
e rallegra il silenzio della strada.

Il sole fa capolino
sopra la porta.
La corda e la forcina
stanno a muro.
La madre stende i panni
mentre l’aria
di nuvole il sole fa più scuro.

Un rumore poi di piatti
e cucchiaini,
uno sbattere di panni
affastellati.

La luna

La luna a la finestra di lu celu
spampina leggi veli di palluri
cu sentimentu e nova fantasia
upra la terra carrica di ciuri.

Passa lu ventu e ridi a li iardina,
lassa vasuna e pollini d’amuri,
na nuvula vattia li gemmi novi,
l’arba li vesti di sita e culuri.

Cuntenta l’irvicedda annaculia.
Si specchia a lu canali e fa tuletta.
Lu pussaru nuveddu sta ammucciatu,
prova lu versu, adaciu lu gurgheggia
p’un fari arruspigghiari lu so amuri.

La luna alla finestra del cielo
dispiega leggeri veli di pallore
con sentimento e nuova fantasia
sopra la terra carica di fiori.

Passa il vento e ride ai giardini,
lascia baci e pollini d’amore,
una nuvola tiene a battesimo le nuove gemme,
l’alba le veste di seta e di colore.

Contenta l’erbetta si dondola.
Si specchia nel canale e fa toeletta.
Il giovane passero sta nascosto,
prova il verso, lo gorgheggia piano
per non fare svegliare il suo amore.

Stisu è un tappitu

Stisu è un tappitu
di culura sicchi
chi lu ventu iucannu
rufulia.

Chiovinu ‘n terra
pampini ngialluti
vasati di lu suli
e alitia
un ciauru
e un lamentu di culura.

O riordu di vita passeggera,
gemma chi di biddizza si cumpiaci,
o rosa chi ciurisci
e ridi allera
pi triunfari
nta li megghiu vasi,

tu sicca mori
senza mai tuccata
e ti sperdi a lu ventu
c’un suspiru.

Steso è un tappeto
di colori secchi
che il vento giocando
fa vorticare.

Piovono a terra
foglie ingiallite
baciate dal sole
e si spande
un profumo
e un lamento di colori.

O ricordo di vita passeggera,
gemma che di bellezza si compiace,
o rosa che fiorisce
e ride allegra
per trionfare
nei più bei vasi,

tu appassisci e muori
mai toccata
e ti disperdi al vento
con un sospiro.

Lu strascicu

Lu tempu comu zingaru
strascina nta lu trainu
risati e chiantu.

Supra la terra frisca,
supra la terra amara
abbucca e poi si susi.

Ma rosi e spini strazza,
senza sapiri dunni,
senza sapiri quannu,
senza sapiri comu
putia scansarli ancora.

Talia li rosi morti,
li spini nta la terra,
lu strascicu d’un trainu
appisu a lu distinu
mentri camina stancu.

Lu tempu pilligrinu
fa di lu ventu un chiantu.

Il tempo come zingaro
trascina nel suo carro
risate e pianto.

Sopra la terra fresca,
sopra la terra amara
cade e poi si rialza.

Ma rose e spine strappa,
senza sapere dove,
senza sapere quando,
senza sapere come
poteva scansarle ancora.

Guarda le rose morte,
le spine nella terra,
lo strascico di un carro
appeso al destino
mentre cammina stanco.

Il tempo pellegrino
fa del vento un pianto.


Cadia na stizza d’acqua

Cadia na stizza d’acqua ad allammicu
davanti lu palluri di la luna.
Nta lu silenziu lu sicchiu pinnia
supra lu puzzu, allatu a li limuna,
stancu di li scinnuti e l’acchianati
talia ‘n celu, comu pi circari.

Gimia lu pernu e puru la catina
appisa all’arcu chi paria d’argentu.
Li chiuppa attintavanu sigreti
tistiannu a li discursa di lu ventu
chi spittinava rosi arraccicati
supra lu tettu vasciu di li casi.

Curcatu lu silenziu supra un ciuri
svigghiava na nuttata di suspiri,
svigghiava na nuttata di duluri
e larmi, persi mmezzu a tanti spini.

Cadeva una pioggerella a stillicidio
davanti al pallore della luna.
Nel silenzio il secchio pendeva
sopra il pozzo, accanto ai limoni,
stanco delle discese e delle salite
guarda al cielo, come per cercare.

Gemeva il perno e pure la catena
appesa all’arco che sembrava d’argento.
I pioppi ascoltavano segreti
ammiccando ai discorsi del vento
che spettinava rose abbarbicate
opra il tetto basso delle case.

Coricato il silenzio sopra un fiore
svegliava una nottata di sospiri,
svegliava una nottata di dolore
e lacrime, perse in mezzo a tante spine.