Marco Peano

Un libro al giorno #21: Marco Peano, “L’invenzione della madre” (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Emme

[…]
La prima emissione vocale dotata di senso, nel corso della vita umana, spesso è quella che serve a chiamare la madre. I neonati con un verso creano il loro mondo: utilizzano la parola chiave – depongono la prima pietra – che permette fin da subito di edificare le fondamenta dei giorni che verranno.
La lettera emme, dunque, è quella che di solito s’impara a pronunciare per prima. È quella con cui inizia anche il nome di Mattia, oltre a essere la stessa con cui inizia la parola madre, e ciò lo rassicura. Da sempre lui preferisce visualizzarla per esteso, emme: un suono dolce e lungo, una fisarmonica di quattro lettere chiusa fra elle ed enne, in quello che sembra il ventre malleabile dell’alfabeto. A volersela figurare, con quelle due m, risulta sorretta da tante gambette allineate una dopo l’altra come un esercito in marcia.
Il fatto che quella lettera sia il principio di due vocaboli così importanti garantisce, nella testa del figlio, una forma di speranza difficile da spiegare.

Ma emme – e Mattia non ci aveva mai pensato prima, davvero buffo notarlo ora – è anche la prima lettera dell’ultima fra le cose. E all’improvviso, quel tempo immobile sembra finalmente acquistare un significato. Perché disponendo le tre parole in ordine alfabetico – mettendo le cose in fila si annulla il caos – si sente protetto, perfettamente a suo agio in mezzo a madre e morte.
Non si è mai pensato minuscolo, Mattia, la sua emme ha sempre svettato su qualunque altra, ma accorgersi che le due emme che lo accerchiano sono le iniziali di parole così centrali, e ripetersi che emme (come molte lettere, se scritte per esteso) è anche un palindromo, gli infonde ancora più sicurezza: comunque la si veda, gli estremi si toccano in ogni momento.
Madre e morte saranno per sempre in contatto, e chi le tiene insieme è proprio lui – le braccia ben tese e i pugni serrati per stringerle entrambe a sé.

Un libro al giorno #21: Marco Peano, “L’invenzione della madre” (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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(foto di Gigi Corsetti)

 

Inventare per continuare a esistere

Mattia fissa il soffitto, ascolta il vento che fischia fuori. Conosce quel suono, ha imparato a decifrarne il rumore tra le foglie: è il ventre vuoto della terra che cerca la madre. Di notte le viscere del mondo si spalancano, rivelando una porzione di terreno grande esattamente quanto il corpo di lei.
Ma finché madre e figlio riescono a stare barricati lì dentro sono al sicuro, finché quella notte persiste lasciando tutte le cose addormentate – finché la tessera della videoteca, il libretto dell’automobile e tante altre cose possiedono il suo nome –, la morte non potrà arrivare a reclamarli.

(C’è chi ipotizza che il cancro possa essere originato da una cellula rimasta in qualche modo «giovane» in un organismo adulto. Come se la giovinezza tentasse di aggredire dall’interno la vecchiaia. A Mattia piacerebbe poter entrare in quella cellula della madre, e abitarci dentro, portare lì tutta quanta la sua memoria, depositarla in scatoloni pronti per essere aperti quando si cerca qualcosa da qualche parte nel tempo.)

Ogni giorno, col pensiero, Mattia inventa per sua madre nuove vite: lui che da lei è nato, lui che da lei è stato inventato, la fa costantemente rinascere perché possa continuare a esistere, almeno nell’invenzione. Perché sa bene che quando anche il padre non ci sarà più, e quando Mattia stesso non ci sarà più, nessuno potrà ricordare ciò che lei è stata.

Un libro al giorno #21: Marco Peano, “L’invenzione della madre” (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Guida alla morte in provincia

[…]

   Incapace di smarcarsi dalla condizione di figlio, l’occasione buona poteva essere un master nella più prestigiosa scuola di cinema a livello nazionale. Ma continuava a procrastinare il test d’ammissione: la sua ragazza cosa avrebbe pensato del fatto che si dovesse trasferire a ottocento chilometri di distanza? E i soldi dove li avrebbe trovati? In ogni caso, prima avrebbe dovuto mettere la parola «fine» a quella maledetta tesi. La malattia della madre è ora la scusa perfetta per rimandare ancora.
Da qualche tempo ha trovato rifugio ad appena tre chilometri da lì, nel paese accanto, in una videoteca in cui lavora come commesso. Certo, adesso che le videocassette sembrano condannate all’antiquariato è a tutti gli effetti un controsenso chiamare videoteca quel negozio di dvd.
Del resto anche commesso è un termine difficile da maneggiare, e fa sorridere Mattia ogni volta che lo pronuncia – non può impedirsi di ripensare a quel film di successo di una decina d’anni prima –, è un termine che gli suona molto meglio al femminile.
La verità è che a lui non interessa granché il suo lavoro.
Se ne sta seduto tutto il giorno su uno sgabello, sfogliando riviste che parlano delle ultime novità. Sempre seduto sullo stesso sgabello, guarda con scarsa attenzione un film dopo l’altro nella tv grande, poggiata sul bancone. La gente entra ed esce dal negozio, gli fa domande di vario tipo, i clienti scherzano con lui e lui scherza con loro.
A Mattia piace anche annoiarsi, in negozio. Sa che lì non potrà starci per sempre, sa che è solo una pausa nella sua esistenza: un modo codardo di prendere altro tempo. Riempire il tempo di nulla è comunque vivere.

(La parola vivere ora gli sembra più preziosa che mai, desidera mettersela in bocca e impastarla di saliva, sminuzzarla coi denti per poi deglutirla, farla sua, ingoiarla e assorbirla – non restituirla più al mondo.)

Gabriele Di Fronzo, Il grande animale

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Gabriele Di Fronzo, Il Grande animale, Nottetempo, 2016, € 12,00, ebook € 6,49

di Mario De Santis

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Superata qualche perplessità per la troppo ingombrante memoria de L’imbalsamatore, nel film omonimo di Matteo  Garrone, e la quasi ovvia comparazione tra la storia personale del protagonista (rimasto solo, giovane, con un padre ora ammalato gravemente) e il suo lavoro di manipolatore di cadaveri animali; superata la perplessità sul titolo, coerente, ma che troppo mi porta a pensare a Philip Roth, anch’esso ingombrante, de L’animale morente si entra in un ottimo esordio nella narrativa italiana.
È quello di Gabriele Di Fronzo con Il grande animale, che ha il suo pregio generale nel fatto che rende coerente, col procedere della storia, la forma della scrittura adottata, specie nella parte finale, con il suo contenuto narrato, con l’impianto allegorico del testo. Di Fronzo si attiene a quel postulato ispiratore dell’incipit che il suo protagonista pronuncia: svuotare.
«Ho fatto esperienza che qualunque cosa non si voglia perdere va innanzitutto vuotata, bisogna fare spazio, sgomberare, portare via quello che c’era in precedenza, occorre sempre togliere: solo così, ciò che altrimenti subito scomparirebbe, rimarrà nostro per sempre.» È una regola del tassidermista. dichiarata subito dal protagonista, che si può ben applicare anche allo scrittore Di Fronzo, esemplare piuttosto originale nella fauna dei trentenni di questi anni ’10 del XXI secolo. Schiere italiane, postume più che le altre, col loro perenne accudire un altro grande animale morente da sempre, il romanzo.
La storia de Il grande animale è presto detta ed è una storia di lutto per un genitore –  esperienza determinante, quindi universale, ma che abbiamo visto spesso negli ultimi tempi trasformata in romanzo.
Francesco Colloneve, imbalsamatore, finito a fare un mestiere così particolare forse nella  giostra della precarietà,  ha un padre che si ammala e lui, figlio unico, se ne occuperà, non essendoci più una madre. E questo confronto ravvicinato prima con la malattia e poi con la debolezza paterna rimette sul piatto la loro storia e la memoria di un rapporto a due, l’intreccio,  le colpe, le mancanze. Ne inverte i rapporti di forza, scivolando verso il punto finale.

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