Marco Onofrio

Marco Onofrio, Nuvole strane (lettura di Maria Serena Felici)

Un viaggio a bordo della letteratura. Nuvole strane di Marco Onofrio

Aforismi e pensieri sono letture straordinarie, che ci aiutano a dipanare matasse apparentemente inestricabili come le varie difficoltà che il quotidiano ci prospetta; quella aforistica è una letteratura tutta da riscoprire e di questo vorrei ringraziare di cuore Marco Onofrio, che ci dona un nuovo volume di grande valore, com’è ormai sua consuetudine: Nuvole strane. Pensieri e aforismi, edito da Ensemble (2018, pp. 104, Euro 12).
Quelli che viviamo sono i tempi delle frasi con sfondo colorato su Facebook, che non hanno altro effetto che quello di sdoganare le vere massime perché privi di elaborazione; sono i tempi di Wikiquote, a cui chi soffre di egocentrismo acuto può ricorrere quando viene a mancare qualche personaggio famoso per copiare e incollare sul proprio profilo social una frase attribuita al defunto per rendergli un omaggio (non richiesto); una frase, spesso, sradicata dal suo contesto e per questo interpretabile in mille modi diversi, spesso mancando di rispetto all’autore.
Sarebbe molto importante, quindi, che, fra le nostre letture, i volumi di pensieri e aforismi comparissero con molta frequenza, poiché il rischio, che io e molti come me e più quotati di me avvertono ai nostri giorni, è che si stia perdendo il valore delle parole. Non è il topico compianto della contemporaneità, di cui a volte si abusa; gli odierni mezzi di comunicazione hanno molti aspetti positivi, ma uno di quelli negativi, e grave, è che l’estemporaneità dell’espressione, la sintesi estrema che alcune piazze richiedono, il poco tempo che si dedica alla lettura, partoriscano un gusto per l’espressione di impatto, concisa e inevitabilmente superficiale.
E dire che l’aforisma vero, di cui Marco Onofrio ci presenta oggi dei magnifici esempi, è l’esatto opposto di tutto questo: è frutto di osservazione, riflessione, indagine, studio.
Come genere letterario, nasce alle origini dell’umanità e le sue espressioni più celebri sono quelle di Ippocrate (460-377 a. C.), che raccolse nei suoi Aforismi le più importanti scoperte in campo medico; l’imperatore Marco Aurelio (121-180) ci ha lasciato i suoi splendidi Colloqui con sé stesso (ca. 168-179 d. C.), ove possiamo trovare i dubbi, le debolezze, le angosce della vita interiore di un uomo dall’apparenza impassibile; non si può non ricordare Confucio (551-479 a. C.), citato anche da chi poco conosce della cultura cinese. Nell’epoca moderna, Nietzsche (1844-1900) si è servito del genere per elaborare un’intera dottrina filosofica, (“L’aforisma” scrisse ne Il crepuscolo degli idoli (1888) “la sentenza, […] sono le forme dell’“eternità”; la mia ambizione è dire in dieci frasi quello che chiunque altro dice in un libro, – quello che chiunque altro non dice in un libro…”).
Gli Aforismi di Zürau (scritti tra il 1917 e il 1918 e pubblicati postumi nel 1946) di Franz Kafka (1883-1924), Strada a senso unico (1926-1927) di Walter Benjamin (1892-1940), L’ombra e la grazia (scritto tra il 1940 e il 1942 e pubblicato postumo nel 1947) di Simone Weil, Minima moralia (1951) di Theodor Adorno (1903-1969), sono certamente letture che, chi apprezzerà il volume di Marco Onofrio, potrà certamente riservarsi per proseguire questa fortunata scelta letteraria.
Io, come lusitanista – studiosa di culture e letterature di lingua portoghese – non posso non fare riferimento a un grande libro di pensieri che trovano una certa eco in Nuvole strane: il Libro dell’Inquietudine di Fernando Pessoa.
Il Libro dell’Inquietudine, attribuito dal grande poeta portoghese al suo semieteronimo Bernardo Soares,[1] consiste in una successione priva di filo conduttore di pensieri e, per l’appunto, aforismi. Alcuni, per la verità, eccedono la lunghezza degli aforismi, ma mantengono la natura del pensiero fluttuante. Rispetto alla scelta di scrivere un volume di aforismi, c’è da dire che essa appartiene maggiormente alla volontà degli amici di Pessoa e, in particolare, ad Adolfo Casais Monteiro: gli appunti che compongono il Libro dell’Inquietudine sono stati trovati, come tutte le poesie eteronime, in un baule nella casa dello scrittore dopo la sua morte, non erano pubblicati ma neanche riuniti in vita; alcuni sono datati, altri no, ma si capisce che la loro composizione ricopre un lasso di tempo lunghissimo. Rispetto al libro di Marco Onofrio, bisogna dire anche che i pensieri di Pessoa-Soares hanno un tenore decisamente meno ottimistico; eppure, la continuità c’è e risiede, tra gli altri aspetti, in un elemento che Marco ha considerato così importante da farne il titolo della sua opera: sono nuvole.

Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento […] Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino. […] Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mia ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso. Nuvole… che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio! Nuvole… Continuano a passare, alcune così enormi (poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccolissime, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, separate dalle altre, in un grande isolamento, fredde.

Nuvole… mi interrogo e mi disconosco. […] Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.[2]

Non sfuggiranno le attinenze con l’aforisma 44 di Marco Onofrio, che dice: “Il cuore non smette di battere, anche se gli ordino di farlo. Continua, va per conto suo. Ma quando sarà sua l’iniziativa, allo stesso modo, non potrò impedire che si fermi”.[3] Oltre, naturalmente, ai pensieri che aprono il libro, dove le nuvole passano nel cielo della mente. “Guardare le nuvole per ore” scrive Marco “spiarle, studiarle – non certo per capire che tempo farà. Lasciare invece che l’anima, allentate le catene della materia, si lasci cadere nell’abisso del cielo, immemore patria, e obbedisca tutta al suo richiamo, al naturale impulso dell’etereo informe mutamento. Fissare il cielo oltre lo sguardo, uscire senza tempo […]. Ecco le nuvole che inerti vagano, si fanno e si disfanno senza posa, ignare che quaggiù c’è chi le osserva. Gonfie, barocche, ricciute… cicciose, morbide, turrite… sfrangiate, splendide, fumanti… nel soffio dell’azzurro che le porta. E all’improvviso capisci che le nuvole cono i tuoi pensieri, e in quei bordi luminosi leggi tutta la storia della tua vita e la vita misteriosa dei giorni che devi ancora attraversare […]”.[4]
Il topos della nuvole percorre la letteratura mondiale attraverso i secoli e la sua simbologia è sempre legata al campo del pensiero, della filosofia, del tempo umano della riflessione. (altro…)

Cristina Polli, Tutto e ogni singola cosa (rec. di Patrizia Sardisco)

Su Tutto e ogni singola cosa di Cristina Polli

Riprendo alcuni versi molto cari ad Anna Maria Curci, autrice della curatissima e ispirata Prefazione a Tutto e ogni singola cosa di Cristina Polli (EdiLet, 2017; Postfazione a cura di Marco Onofrio), versi nei quali Rose Ausländer pone la parola come luogo, come terra nel cui tessuto materno stabilire la propria patria: «La mia patria è morta/ l’hanno sepolta/ nel fuoco// Io vivo/ nella mia madreterra/ la parola» (traduzione di Anna Maria Curci).
Riprendo questi versi per sostenere l’ipotesi che se davvero la parola può essere eletta a patria da parte di un poeta, la sua poesia allora può esserne la casa, l’abitazione, dimora-monumento nella costruzione e decostruzione operata da logos e pathos per sinergie e per scontri, per attriti e per nuove ricomposizioni.
«Genero metafore di pietra» è il verso con cui ci viene incontro il libro di Cristina Polli, un verso (una poesia!) di austera, imponente bellezza, dal cui peso e dal cui vincolo sarà impossibile sottrarsi, tutta l’opera ne è percorsa come da un’eco argentea e tagliente. Chiave ermeneutica delle pagine a venire, questo primo componimento-pietra sostanzia “a spigolo vivo” le fondamenta e il perimetro della fortezza-poesia, lo svettare delle sue pareti ripide e inespugnabili, la sua essenza di nucleo fortificato e fatalmente protetto entro cui poter prendere sicura dimora e del quale poter decidere i gradi di pervietà. Parole come “roccaforti”, “torre d’avorio”, “fortezza”, “arroccata”, squadrano da ogni lato, nel volgere di pochi versi, una costruzione poetica che non lascia spazio ad equivoci quanto a fattura e destinazione d’uso.
In  questa fortezza, «In un tempo sospeso sull’essere/ la poesia accorda il suo suono».
In questo arrocco, da questo riparo, provveduto a «deporre/ le armi del giorno», la voce poetica potrà lavorare sui nodi di ore e dolori, e levare il suo “canto di perdono”.
Dalle ringhiere/balaustre di questa “torre d’avorio”, l’io poetico potrà esporsi alle interrogazioni dei marosi che recano “echi di schiume/lontane” riaffioranti, di “notturne voci d’eterno sciabordio”. Guadagnata altezza e distanza, lo sguardo potrà sorvolare l’abisso e spingersi “oltre”: l’occorrenza di quest’avverbio/preposizione, utilizzato anche nella sua forma sostantivata, autorizza a ipotizzare un’aspirazione di superamento, un profondo desiderio (ricorrenti e ritmanti sono i “vorrei” e gli “ho bisogno”) di oltre-passare una condizione di blocco legata a una separazione che ha pietrificato l’io lirico, condannandolo, si direbbe, a una generatività a sua volta litica: ecco dunque che quell’altura e quella roccaforte, dalle quali osservare «l’orizzonte che si compie da solo» come un destino, sembrano configurare una Stonehenge del teatro interno e della voce, un “incavo d’aria” silenzioso in cui la “luce incunea l’oscurità”, in un respiro di pieno e di vuoto da cui si vedono una spiaggia deserta e, più in là, un mare di metallo. È uno spazio sacrale, sacrificale, che lo stesso io lirico sembra aver concorso a creare, un circolo di pietre inespugnabile, ineffabile, misterico, che serba il suo segreto “nel buio degli archetipi” e di cui “l’assorta fatica” sopravvive nelle meditazioni, insieme al dolore e al senso di una stanchezza vana: «Noi, Sisifo assorto in trasporti di pietre» mette in scena una noità dolorosa e dilatoria dell’Incontro, fino alla sua insensata e rovinosa, difensiva interdizione.
Se mi è concesso l’azzardo, oso affermare che si avverte l’incombenza di un convitato di pietra, tra le ombre di queste pietre-metafore, tra queste presenze di assenze che tornano a farsi dire e a farsi voce e nome: c’è un’assenza a lungo abitata come un destino tra i destini, ed è “lago inesplorato”, un “lago d’alba”, una presenza femminile che si vedrebbe incorniciata dentro “un anello incrinato” della catena, posto che si avesse voglia di portare “la catena agli occhi”. (altro…)

Marco Onofrio, EMPORIUM

 

Marco Onofrio, EMPORIUM. Poemetto di civile indignazione. Introduzione di Eugenio Ragni, Prefazione di Aldo Onorati, EdiLet, Edilazio Letteraria 2008

Il fagocitante magazzino della sopravvivenza – vivere sopra, vivere sopraffacendo –  elevato a immenso e smodato mercimonio, spaccio di un “Westworld” che, come nella serie televisiva statunitense, mutila, fraziona, smonta e rimonta rigurgiti di esotico per rivenderli a caro prezzo a benestanti in cerca di emozioni forti e bramosi di pagare per pratiche incontrollate (ma davvero incontrollate?) di vizi capitali,  spelonca di miasmi e bottega-fogna a cielo aperto, spalanca porte, vetrine e fauci maleodoranti e insaziabili, affonda artigli sempre unti, pronta a stritolare qualsiasi volontà (velleità?) di umana emancipazione: benvenuti, mesdames et messieurs, nell’EMPORIUM di Marco Onofrio.
Dalla «civile indignazione» dell’autore scaturisce un’opera che coniuga il pungolo di un Morality Play nella disputa drammatica tra profitto e valore, calcolo e gratuità, con la precisione complessa di una poesia che colpisce a ritmo serrato il bersaglio.
Del Morality Play ha il vigore del colpo sferrato ai vizi (il Vice del Morality Play) nelle loro multiformi, sformate e deformate apparizioni, così come la vertiginosa commistione di registri.
Oltre alle variazioni nei registri, tra elevazioni ardite e altrettanto arditi abbassamenti, Emporium palesa una commistione di scelte lessicali, non disgiunte dalle fonti letterarie (che spaziano nei secoli e nelle latitudini) e riferimenti di varia provenienza, che affiancano ambiti spesso molto distanti tra loro.

Boom. È il ritmo. Dentro.
È bello e orrendo al tempo stesso.
Tintinnante, petulante, puntinato:
catapletto, ridondante, rumoroso:
strascicante di ferraglia arroventata
come un raid di stuka in volo, persuasi
allo sterminio su Guernica
lo stormo più compatto ed uncinato
che ulula e forsenna giù in picchiata.
Buca! Eureka! Centro!
La cassiera, muta e indaffarata.
Come l’inizio di “Money”
dei Pink Floyd
(The dark side of the moon)
mixato con il coro del Nabucco
concorde, modulato, progrediente –
mentre sono i Lloyd, loro
che fanno ogni minuto affari d’oro (altro…)

Raffaelo Utzeri, Crisi e Parola

Raffaello Utzeri, Crisi e Parola. Composizioni metroritmiche. Postfazione e intervista all’Autore di Marco Onofrio, EdiLet 2018

«Trasportare senso, liberarlo da una cattività babilonese che appare permanente, trasbordarlo oltre le cortine del fumo soporifero e mendace, spacciato, quest’ultimo, per “sentimento popolare”, è attività che pone chi la esercita in una condizione di passeur,  di chi organizza trasporti di clandestini oltre confine.»: ciò che ho affermato in riferimento al mio intendere l’esercizio della scrittura può, anzi dovrebbe essere esteso al libro intorno al quale mi accingo a esporre considerazioni e impressioni di lettura.
In Crisi e Parola il passatore, Raffaello Utzeri, si avvale di una forma di sapienza ricca di predicati, a cominciare da quello legato al significato originario del verbo latino sapio. La Parola che ricerca e che trova, che coniuga per rispondere alla Crisi, è innanzitutto parola che va percepita, gustata nella sua corporeità, nei suoi patimenti (Le nostre algie), nelle sue molteplici dimensioni sensoriali. Bene fa Marco Onofrio, nell’intervista, a parlare di “sapori-saperi” della lingua.
La sapienza della parola di Raffaello Utzeri è anche spiccata sapienza compositiva. Il poeta si presenta come “compositore verbale” e introduce i propri testi come “composizioni metroritmiche”. La composizione riguarda sia la costruzione di un continuum, l’evidenziazione di un filo conduttore in testi raggruppati a mo’ di poemetto – Parodia della crisi, Cantata popolare per i 50 anni di Carbonia, Per Elettra, Ave Agave sono solo alcuni titoli – sia la tecnica della “eco a capo”, vale a dire della rima che ‘aggetta’ sull’inizio del verso successivo: «Speculatori dello yen/ iene tra dollari e sterline,/ le linee della vostra crescita/ mescita tra profitti e tassi/ bassi dell’interesse in calo/ colano alla virtuale poppa,/ coppa di economie travolte/ tre volte in morte a tante vite.» (Il gran coniglio).
La sapienza della parola si presenta, inoltre, come sapienza del gioco, cosicché la poesia si intende come creazione di un homo sapiens che è anche homo ludens, come sottolinea l’autore nell’ampia, illuminante intervista a Marco Onofrio.
Passeur, passatore nell’accezione sopra indicata del termine, Raffaele Utzeri si conferma anche nella versione, altissima per resa, impeccabile nella metrica in endecasillabi, di dodici sonetti di Shakespeare tratti dal volume dei Sonetti pubblicati, sempre nella sua traduzione e sempre per i tipi della casa editrice EdiLet, nel 2009. Un intermezzo, questo Incontro con William Shakespeare, che restituisce sonora la stupefacente attualità dei sonetti shakespeariani.
La raffinatezza e il divertissement elevato a potenza che vengono sprigionati dai componimenti nulla tolgono al vigore della resistenza a brutture e storture, alla vibrante restituzione storica, all’equilibrio tra lirismo e drammaticità raggiunto nel “teatro interiore” (formula coniata dall’autore) al carattere creativamente sovversivo di una parola poetica tra le più lucide e più compiute di questi tempi.

© Anna Maria Curci

 

 

In limine

Con chi sa opporre insieme a noi
contro lo scatto del fucile
lo scatto della penna a sfera.

CIMENTI VANI

Esco, e m’inurbo
curvo qui tra i cementi,
cimenti vani o grattacieli,
e c’è lì la savana
vana delle baracche;
accolte da bitumi
tumidi sull’asfalto
si esaltano vetture bracche
che agitando nel folto
code di fiumi
vanno all’assalto
di metalliche vacche
neri branchi delle utilitarie:
arie in liuti di motori
monotonali, un’ode
lode a meccanici odii amori,
orifici a sussulti
di pompe di alimentazione
tantazione a risucchi
succhi di chimica minzione
da iniettori congiunti,
unti da muchi
buchi e snodi di giunti,
sunti di sintomi
intimi da silenziatori
o ritardi da turbo
rubati ad accelerazioni.

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Cristina Polli, Tutto e ogni singola cosa

Cristina Polli, Tutto e ogni singola cosa. Prefazione di Anna Maria Curci. Postfazione di Marco Onofrio, EdiLet, Edilazio Letteraria 2017

Un canto dalle sponde. La poesia di Cristina Polli

Il mito di Ulisse, che continua a essere fonte pressoché inesauribile di ispirazione e variazioni sul tema, non ci tramanda la figura di una figlia, una sorella di Telemaco che vivesse in modo diverso dal fratello Telemaco l’assenza del padre, di una donna che opponesse un’alternativa, mite e consa­pevole della propria mitezza controcorrente, ai principi di rivalsa e di rivendicazione di diritti af­fermati per nascita e per stirpe, di una donna che, allo stesso tempo, desse voce, non tessendo tele da disfare e ricominciare come la madre Penelope, all’attesa e alla ricerca. Leggendo le poesie di Cristina Polli, qui riunite nella sua raccolta d’esordio, sembra invece di ascoltare la voce di quella figlia di Ulisse di cui non troviamo testimonianze nei testi antichi e tuttora attuali dell’odissea degli umani. Un canto dalle sponde, con lo sguardo rivolto in più direzioni e che trae note originali dall’incontro tra l’osservazione attenta, del grande così come del piccolo, e la meditazione che sgorga da una consuetudine, da una vera e propria cura introspettiva.
Che cosa resta della guerra permanente, della guerra combattuta “tutti i giorni” – qui e altrove i rife­rimenti intertestuali alla poesia di Ingeborg Bachmann si affollano – e di quella guerra sfiancante che domina storia e immaginario, o meglio la storia dell’immaginario, la guerra di Troia? Una me­moria che si scopre dilaniata e che, tuttavia, non rinuncia al suo esercizio, attraverso la parola poeti­ca. La pietra tagliente, la pietra sbriciolata, la polvere e il “canto oltre la polvere” (Bachmann), sili­ce, sale e sabbia sono figure ricorrenti nella poesia di Cristina Polli, fonte copiosa di metafore: «Ge­nero metafore di pietra/ roccaforti a spigolo vivo, oltre» (Metafore di pietra); «Polvere il mio respi­ro/ Polvere i giorni/ Ho grani di silice tra le dita» (Polvere e sabbia); «Per dire la parola/ Prima di essere sassi» (Prima di essere sassi).
Del padre tanto a lungo assente, il ‘canto dalle sponde’ di Cristina Polli propone un versante inedito, malinconico e resistente a qualsiasi tentativo di portarne in superficie, esaurendole in gesti divulga­tivi, tutte le (insondabili) profondità: «Mio padre aveva gli occhi verde bosco/ E gli gravava sui trat­ti un’inquietudine perenne.» (Mio padre aveva gli occhi verde bosco). Nella trasfigurazione della memoria, il tono cromatico dell’iride giunge come un «desiderio taciuto».
Del padre a lungo atteso, ancora, vengono rievocati gli incontri. Attenzione, però: il punto di vista non è quello dell’instancabile esploratore, dello scaltro conquistatore, bensì quello di chi accoglie il naufrago, di chi opta per la sospensione e sospende il tempo della storia generatrice di guerre, sbri­ciolatrice indifferente di destini individuali. Nausicaa propone un tempo alternativo alla macina, una sosta. Anch’essa avrà fine, tuttavia. L’ultimo verso che ripropone il primo, come avviene spes­so tra i componimenti poetici qui proposti, rivela il testo come ronde. Come in Girotondo di In­geborg Bachmann, nella raccolta Il tempo prorogato, non è mai contemplato il trionfo di chi ama. L’amore trionfa, per così dire, in solitaria, e tende la mano alla fine, alla morte, quasi a rievo­care una danza macabra: «E sarai il mio dolore d’abbandono/ Se approdi naufrago alla mia riva» (Nausicaaa).
Immaginiamo, leggendo queste poesie di Cristina Polli, che la figlia di Ulisse abbia raffor­zato la sua intelligenza dell’attesa con l’osservazione dei giochi dei bambini. La consuetudine che all’autrice proviene dalla scelta professionale (Cristina Polli insegna nella scuola primaria) conferi­sce valore di massima universale alle meditazioni che sgorgano dall’osservazione di corse, drammi, ripicche e riconciliazioni in giardino. L’osservatorio diventa altresì un luogo di nuove combinazioni linguistiche: «I bambini svariano corse festose»; l’enjambement, qui, è mimesi del chinarsi del gli­cine sull’universo assorto, slanciato e accaldato, non reso in una finta innocenza, ma restituito nel fervore della scoperta: «Pochi alberi in fiore e i grappoli/ Pendenti del glicine ascoltano/ Risa e voci e curvano/ Le fronde su drammi/ Di ingenui ripicche e segreti/ Svelati agli insetti/ Rapiti tra l’erba.» (In giardino). (altro…)

Marco Onofrio, Diario di un padre innamorato

Marco Onofrio, Diario di un padre innamorato, Roma, Città Nuova, 2016, pp. 88, € 8,00

di Ugo Gentile

Diario di un padre innamorato di Marco Onofrio, edito lo scorso luglio da Città Nuova, è un libro breve e fulminante che dovrebbe avere la più ampia diffusione, e il successo che merita,  per i valori universali di cui sa farsi veicolo, sintesi, robusta incarnazione narrativa. Un uomo quarantenne diventa padre e, trasformato per sempre dalle emozioni provate, decide di rivivere e sublimare la sua esperienza in una specie di “parto simbolico”: la paternità consapevole dà vita a una “lettera aperta” destinata alla memoria della figlia; memoria futura, ovviamente, dato che essendo piccina non è ancora in grado di leggere la trascrizione poetica che il papà, perdutamente innamorato, ha compiuto del suo venire al mondo – fatto naturale ma non per questo meno prodigioso –, dalla scintilla del concepimento alla storia quotidiana dei primi tre anni. Il miracolo della nascita di un nuovo essere consente allo sguardo umanissimo del padre di slargare gli orli del mistero, penetrando negli abissi dell’universo. Il racconto fornisce così, in filigrana, “occasione” di un dialogo metafisico con il Vuoto da cui tutto origina e a cui tutto fa ritorno; infatti le riflessioni a cui la paternità costringe, per così dire, l’autore pongono su un piano di equivalenza simbolica i due momenti cruciali, iniziale e conclusivo, della vita. La nascita è opposta e complementare alla morte: in entrambi i casi ruota la “porta girevole” del mistero in cui siamo immersi e di cui siamo impastati, a diversi gradi di coscienza. Ecco perché questo padre-poeta, così dolorosamente consapevole della propria gioia, ha il sacro terrore del parto, cui preferisce non assistere: «L’infermiera indicò un’incubatrice mobile al centro del corridoio. Il cuore mi scoppiava, ero come in trance. Ripercorsi tutta la mia vita, in quei pochi passi verso te». Onofrio sfonda la quarta parete della scrittura e parla con una sincerità tale da non consentirgli di eludere i limiti, le paure, le preoccupazioni e le ombre interiori, prima durante e dopo il “lieto evento”. Eppure la genitorialità trova le sue strade per rivelarsi – anche dal punto di vista paterno – un’esperienza spirituale bellissima, che mette in contatto con le sorgenti invisibili della creazione e cambia per sempre lo sguardo. Il padre rinasce insieme alla creatura che nasce: raccoglie tutto il suo passato di uomo e lo proietta in avanti per imparare ad «essere futuro» favorendo quello della figlia. L’amore oblativo del genitore si traduce in «transito di luce». Egli, così, rinnova la sua fede nella vita. Il dono della paternità, vissuta tanto intensamente, è lievito di una stupenda trasformazione: apre alla scoperta della scintilla divina che abita in ognuno di noi. Con questo «amore impossibile da dire» Onofrio accende il fuoco delle pagine, dando vita a un racconto dolcissimo e struggente, che commuove senza mai smielare poiché sorretto dalla forza stessa della sua poesia.

©Ugo Gentile

***

Tre brani dal libro:

Fu tua madre a darmi l’annuncio, prima ancora di esserne cosciente. Ti vidi arrivare dentro lo splendore nuovo dei suoi occhi: mi ricambiavano la certezza che eri già tra noi, che ti stavi agglutinando. Un corpuscolo follicolare  che si sviluppava, dentro la sua nicchia cosmica, avvolto dal tepore della vita: giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto. Era già disceso l’angelo tra noi. La sua presenza ectoplasmatica si era misteriosamente sovrapposta al liquido impuro delle nostre iridi. La sua ala ci aveva silenziosamente sfiorato la fronte, come in un cenno di assenso, con la forza di un segno liberatorio.

*

Nascesti alle 9 e 50 minuti. E tua madre poté subito vedere il tuo bellissimo volto, roseo e rotondo, trafitto dagli occhietti luminosi. Lei aveva percepito con tenerezza indicibile il “crac” liquido del tuo emergere alla luce. E poi, dopo qualche istante, il suono del primissimo vagito. E ora, lì sul fianco, la smorfia quasi sorridente del tuo pianto. Il tuo primo assaggio del pianeta: aria, spazio, materia, luce. Ti avvolgeva – con il trauma del suo impatto bruciante – il guscio della nostra condizione. Quasi una nuova placenta, il cristallo fragile del mondo.

*

Ricordo benissimo la prima volta che hai visto il mare. Era un giorno di fine giugno, verso le otto di mattina. Ti portavo in braccio, scendendo dall’albergo sulla spiaggia. Eri tutta abbandonata alla mia spalla destra, con gli occhi socchiusi ma sveglia. A un tratto li apristi per guardare nella direzione da cui proveniva lo scroscio delle onde e lo schiamazzo gaio dei bagnanti. E sorpresi il tuo sguardo che s’illuminava di stupore, mentre indicavi la distesa azzurra. E poi vidi affiorare sulle tue labbra dolcissime la gioia di un sorriso confidente. Quello era il mare, amore mio, quello era il mondo. Ah, se potessi avere nei miei occhi almeno un brivido di quello sguardo! E abitare la metà di quel sorriso!

 

Marco Onofrio, Energie

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Marco Onofrio, Energie – Frammenti e racconti, Roma, EdiLet, 2016, pp. 211

di Dante Maffia

Marco Onofrio è una sorpresa continua, ma non ci si deve meravigliare, perché la scrittura nasce dalla vita e dalla scrittura stessa e si amplia, si moltiplica, si apre a trecentosessanta gradi avida di tutto, desiderosa di entrare in ogni mistero, di svelare il senso della vita, della morte e dell’amore. Cari lettori, diffidate di quegli scrittori stitici, come diceva Aldo Palazzeschi, che stanno tutto il giorno, e alcuni anche la notte, ad aspettare l’ispirazione portata da una falena, l’input suggerito da un refolo di vento o dal fiato guasto del lavandino… Chi è scrittore è onnivoro, sempre teso alla luce e alle ombre, sempre pronto ad acciuffare ciò che arriva dalla profondità del buio per vedere se è possibile dipanare la matassa del mistero in agguato nei posti più impensabili. Chi è scrittore, e Marco Onofrio lo ha già dimostrato con opere di critica, di saggistica, di narrativa e di poesia, è in eterno combattimento con se stesso e con il mondo non per il gusto di essere in guerra, ma perché il movimento ha fauci ingorde… E questo libro, Energie, nasce a Marco proprio dal movimento, inteso nella sua più specifica e bizzarra efficacia. Non è poesia, non è narrativa, non è saggistica, non è elzeviro, non è annotazione storiografica, non è commento… Dunque? Evidente, è vita, nel suo ingorgarsi ed evolversi, nel suo farsi e disfarsi, nel suo cercare adesione e nel suo rigettare i luoghi comuni, le abrasioni di sempre, quelle malattie ormai endemiche del letterato italiano che, nonostante scrittori come Pirandello, Zavattini, Flaiano, Mastronardi, Celati, Ceronetti, Landolfi, Bonaviri, Consolo, Ripellino, Emilio Villa, sono rimaste a trionfare. Ecco dunque delle Energie, cioè rigurgiti, ribellioni, viaggi sterminati nel quotidiano, coincidenze col vuoto e col nulla, dimostrazioni simboliche della realtà colte nel loro farsi e nel loro disfarsi, nel cammino violento per appropriarsi di una direttiva che, ahimè, non esiste in realtà, perché tutto è energia che si forma e si spande e solo la finzione (Borges) rende visibile. (altro…)

Luciano Nota, La luce delle crepe

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Luciano Nota, La luce delle crepe, EdiLet, EdiLazio Letteraria 2016

Lettura di Anna Maria Curci

Ogni volta che la poesia di Luciano Nota mi viene incontro, che sia attraverso la pagina stampata, che scaturisca da un momento vissuto insieme (come per Pignola), o che la sua voce risuoni in un messaggio a me inviato, mi siedo idealmente sul ciglio erboso di una ripida discesa a valle. L’associazione spontanea è indubbiamente per me, che ho avuto la ventura di conoscere quei luoghi, con i pendii che si offrono allo sguardo di chi percorre una delle strade che si diramano dai fianchi e dalle spalle di Accettura, paese natale del poeta. A tale spontanea associazione, tuttavia, si aggiunge quella suggerita dal collocarsi stesso della poesia di Luciano Nota «dazwischen», (per dirla con le parole della scrittrice Alev Tekinay), «nel mezzo», «tra» un elemento «e» un altro. Entità diverse, certo, combinazioni inattese, ma solo apparentemente irragionevoli. Una ratio qui c’è, eccome, ma è la pura ragion d’essere della poesia che lancia ponti temerari, come sottolineava l’autore stesso nella sua precedente raccolta, Tra cielo e volto.

Con il volume La luce delle crepe, Luciano Nota arricchisce di un elemento strutturale la sua costruzione poetica: al posizionarsi ‘in bilico’, ‘sul limitare’ si aggiunge dunque la capacità di scorgere la luce tra i varchi, il bagliore inviato attraverso le crepe, la disposizione (sorprendente qui la vicinanza a un motivo importante nel romanzo di Ingeborg Bachmann, Malina) a farsi crepa. L’invito ad ascoltare seduti sul ciglio si amplifica, o meglio, diviene più preciso – sotto questo profilo il talento nella scelta rigorosa e spiazzante dei binomi trionfanti nel verso breve si manifesta qui ulteriormente affinato e cresciuto – ad aguzzare la vista, a predisporla all’incanto attraverso una costrizione-concentrazione volontaria, coraggiosa e tenace al punto di irradiamento ‘scomodo’ (la gola angusta, “la via stretta”). Coraggiosa, questa volontaria costrizione, perché richiede il prezzo salato dell’esclusione, della messa al bando, dell’essere additati dal sociale consorzio. Mentre si fa professione di fede e insieme esortazione al volo, nonostante, la verità dell’incanto si configura così nella diceria dei molti come Delirio: «È un fatto magnifico./ La bacchetta non serve./ Dovreste solo alzare/ con un colpo esemplare / la mente/ e correre, scansare,/ colpire col minimo/ pieno dell’esistenza/ gli scritti rigati/ sul niente./ E credere all’incanto,/ al mito realizzato/ dell’uomo capace di/ avere deliri,/ e volare.»

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Luciano Nota, La luce delle crepe

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Luciano Nota, La luce delle crepe. Prefazione di Dante Maffia. Postfazione di Marco Onofrio,  EdiLet 2016

Recensione di Paolo Ruffilli

Scrivendo della poesia di Luciano Nota, sottolineavo già in passato il richiamo a una forza primigenia, a una “naturalezza” del profondo, voce archetipica e delle origini, ispirazione autentica, a marcare in modo originale la vocazione dell’autore. Quella notazione critica mi pare confermata con ancor maggiore evidenza nella nuova raccolta appena pubblicata, La luce delle crepe (EdiLet, 2016), che fa dire a Marco Onofrio nella postfazione al libro che «Nota è uno degli autori più sinceri e solidi della poesia italiana contemporanea.»
La luce delle crepe attesta in tutte le poesie che compongono la raccolta una grande forza espressiva, tanto più incisiva perché giocata senza enfasi e senza forzature, in levare e facendo ricorso a un tono colloquiale molto coinvolgente. E il fatto direi fondamentale è che la misura è una qualità innata in Nota, anche se indubbiamente hanno esercitato la loro influenza i molti “classici antichi e moderni” evocati da Dante Maffia nella sua acuta prefazione.
La presenza della natura continua ad avere una potenza fondante in tutti gli aspetti della vita, dal primo decisivo marchio delle origini e della formazione («La mia terra è ciò che incide / duramente il dorso / e nel petto si stagna. / E non sarà mai spina, / ma cima») a ogni altra occasione in cui capita di aderirvi per una ricarica vitale («Acqua e terra sotto i piedi. / Mi stendo per sentirne l’essenza») e fino alla magia che avvolge sulla scena naturale i corpi degli amanti («Ammaliati. Morire d’amore / al centro di un querceto. / Gonfiarci nel caldo fardello. / Cercarci, rifarci dove prima eravamo, / dove il bosco si apriva / al linguaggio delle malve. / E le querce non parlavano, / spiavano»).
Rivolgendosi a un “tu”, sempre evocato con discrezione ma con pungente acribìa, Nota svolge il filo del discorso sui sentimenti intrecciati dentro l’esperienza esaltante e insieme inquietante dell’amore. È «forse perché assuefatto / ai più aguzzi disinganni» che continua «a filare il manto / delle più ardue condizioni.» Ed è (senza forse) perché è poeta e non si priva dell’incanto che continua «a sostenere / il fabbisogno delle larve.» Fatto sta che proprio l’essere poeta gli consente di parlare in modo fulminante e convincente dell’amore, per quel suo riuscire a mettere sotto cristallo senza spegnerla perfino la passione: «Vorrei evitare il dopo, / il dolce stilnovo / con tutte le sue affezioni. / Ti vedo / esteso, acuto, in gioco, / orientato al fuoco / sul drappo verde del divano.» (altro…)

Massimo Pacetti, Racconti impertinenti

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Massimo Pacetti, Racconti impertinenti, EdiLet 2016 (Collana Hemingway, diretta da Marco Onofrio)

Perché sono davvero impertinenti i racconti di Massimo Pacetti, riuniti nel volume pubblicato da EdiLet? Perché scansano con abilità i limiti imposti da definizioni che provano ad arginare generi e tipologie, e dunque se ne infischiano di rispettare suddivisioni in tematiche, ma, al contempo, le uniscono, le mettono in dialogo l’una con l’altra.
Curiosi e impetuosi, portano non tanto «il sole nero della Malinconia», come faceva El Desdichado di Gérard de Nerval, quanto piuttosto i raggi chiari dell’inattualità, o, per essere più precisi, di ciò che viene marchiato come inattuale da chi si adopera – scempio, questo sì, attualissimo e perdurante – a coprire di menzogne la realtà, a insabbiarla, a imbellettarla, sempre a fini predatori.
Impertinenti, nel senso di un percorso alternativo o addirittura capovolto, sicuramente ribelle, rispetto alla scia, al binario, alla traiettoria lineare, è l’ordine di apparizione dei racconti, sicché è proprio l’ultimo, Le ronde, a svelare il passo, a indicare la rotta.
Di una rotta dell’inattualità si tratta, una rotta profetica, come avviene per molti testi letterari di grande rilevanza, ché qui ad agire è l’intuizione, guardare dentro e in profondità, scorgere prima degli altri, attraversare con lo sguardo. Ad essere attraversata è l’esistenza dell’individuo nella storia, il suo esserne parte, la sua scelta di esserne travolto oppure, con una resistenza consapevole, sbrigativamente tacciata come impertinenza, di cercare, sempre, la verità. Per illuminare questo aspetto centrale parto, appunto, dal racconto Le ronde, che va indietro nel passato dell’io narrante, precisamente a quarantacinque anni fa, nella «vecchia caserma di Artegna», con le montagne della Carnia sullo sfondo. Non è un deserto dei tartari, è un paesaggio di frontiera, tuttavia, a ridosso di quella cortina di ferro che solo ai perenni narcotizzati può apparire un’entità museale, un’etichetta da riservare ai manuali scolastici. «Sono crollati i muri di vergogna? / Di altre cortine di ferro il contagio / si è sparso, il ghigno mescola le carte.», scrivevo qualche anno fa. Nelle pagine di Le ronde, tra ventenni in mimetica ai tempi della guerra fredda, tra il calore dato da sorsi di grappa condivisa a est e a ovest, leggo e trovo conferma:

I nostri vent’anni hanno il profumo della grappa e dei monti nelle notti di pioggia. A ovest e a est.
E ora che i capelli si sono colorati di bianco come i picchi della Carnia, gli occhi hanno visto la verità. Che un’altra storia è stata scritta, e non è quella che aveva portato fra le vette e i dirupi del confine orientale i ragazzi a vent’anni. E la cortina di ferro si è dissolta, e il confine orientale, e il confine occidentale, sono parole che si sono perdute nel vento, e abbiamo paura di voltarci indietro.
Credevamo che i nemici fossero davanti a noi e, con tristezza, abbassiamo lo sguardo per non vedere quel tradimento dell’esistenza, quella menzogna infernale: i nemici erano fra di noi.
A est e a ovest.
Come sempre.
Una dura sconfitta, una pesante lezione, che non abbiamo ancora imparato.

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Premio letterario “L’albero di rose” – I edizione

Accettura, Festa del Maggio

Accettura, Festa del Maggio

Il Comune di Accettura, il Maggio di Accettura, la presenza di Èrato presentano la I edizione del Premio Letterario “L’albero di rose” dedicato alla Festa del Maggio di Accettura.

Qui per scaricare il bando.

Qui per scaricare la scheda di partecipazione al premio.

 

“Tra cielo e volto” di Luciano Nota, letto da Marco Onofrio

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“Tra cielo e volto” di Luciano Nota, letto da Marco Onofrio

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PRINCIPIO

Sono Adamo.
Non ho ombra che mi veli.
Non t’intralci la mia naturalezza.
Accomodati.

Così comincia, e non per caso, la silloge poetica Tra cielo e volto (Edizioni del Leone, 2012, pp. 80, € 10), di Luciano Nota. Il poeta lucano esplicita, fin dalla soglia del libro, l’ideale che aggancia il suo sguardo, a mo’ di stella polare, stanandolo – per intenzione profonda e contraria – da una predisposizione tutt’altro che “chiara”, anzi: proclive a una cifra ellittica, obliqua e starei per dire enigmatica, nella scelta delle immagini e nella cucitura delle singole parole. Ci s’intenda: nessun tipo di arzigogolo alterato (se non, forse, laddove cerca o impone da fuori alcuni “effetti” di meccanica musicale), ma la misteriosa complessità delle cose semplici, tanto più indecifrabili quanto più essenziali. Nota indica subito il percorso che lo vede protendersi alla dimensione adamitica della “naturalezza”, assunta come idea classica di giusta armonia, di aderenza d’ogni cosa al Logos interno, e quindi di fedeltà a una dinamica più o meno spontanea di rivelazione del noumeno, nella scorza aperta della superficie; ma lo fa prendendo la rincorsa da un terreno franoso e infido di ombre, di inquietudini, di incertezze, di dolore macerato nella coscienza del tempo, nella ferita dell’imperfezione.
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