Marco Naccarella

Logotomia – Marco Naccarella (post di natàlia castaldi)

Marco Naccarella

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Au Clarion des Chasseurs

3, Place du Tertre

Paris.

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Ore 13.38 di un qualsiasi orologio

in un’esatta inclinazione del polso

del mondo, meridiani e parallelo

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sposti il foglio, tu ci trovi parole

io trovo e svolgo te se questo potesse bastarti se

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allineando la lucidità sulla punta delle tue scarpe

alle mie, comunque non correremmo se non in cerchio

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verticale accumulo di ricordo il nostro passeggiarci dentro

acciottolio di sassi portati da un passo all’altro

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tutta questa guerra di fretta rimasta

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nelle mani della sera.

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I secondi sono virgole.

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Anemia mentale.

Maniglia di luce come atroce appoggio.

Una comune di denominatori

continua ad allevare cadaveri.

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Inizia a scarabocchiare, poi scrivere

con le mani fredde e tremolanti. Fermati

quando le mani tremeranno di nuovo.

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Dove nessuna promessa di passo, passo del gioco

s’intende, attende la morte. Noi,

tu e la noia: la parata del gioco di parole.

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La più grande prova non è il futuro stesso.

Quanto riconoscere il passato nella premura del futuro,

l’unico modo di ingannare la morte in uno spessore

di vita.

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Deboli gocce corrono sui vetri dentro.

Nubi cariche e ancora gravide

questa in una Q non è un temporale, questo

é un solo silenzio centrato riempito a bufera.

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Le unghie deboli di un occhio incarnito d’appunti

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il portarti a spasso anche quando

anche quanto

anche mai

anche nulla

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ma continuare a esercitare le tue essenze

non sottrarrebbe

libera interpretazione da assenza di idee

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non te

come

non io

dove

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il contrasto tra tempesta e follia a farfalla,

porterà ordine e polvere, entrambe conclusioni a schiaffo.

E su entrambe le mani armatura, necessarie e vuote.

Non puoi saltare o levarti dall’acqua:

pellicola.

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Quando avrai ripiegato questo foglio sul pianoforte della mia

vita mi sarò ricordato tra me e te di un cancello a cardine centrale

il peso delle parentesi in cui mi spiegasti accuratamente il significato

della musica nella tua

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testa:

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annullare inutili silenzi.

Così ora aspetti che il tarlo di questa onda in mezzo al salone venga

a nutrirsi delle tue perplessità per

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lasciarti segnare.

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Una lettera bemolle

nella musica del quadro

come i fogli, le parole ti produrranno

tagli e lacerazioni.

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Nell’avvicendarsi della pace a righe

con la guerra, della morte verticale

con la vita, dell’amore e sempre

con la sofferenza, il tutto tienilo

con un punto apolide da uno stile semplice e pulito.

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Troverai pace coeva, senza dover scostare polvere dai residui

di un oppure: ti renderai quasi famoso.

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Esiste una normale tendenza

alla deformazione dei ricordi stessi.

Messi così non sembrano rimediati.

È solo necessario nutrire periodicamente

e ragionevolmente la ragnatela della memoria.

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Gli ami degli occhi guizzano ai bordi della stanza

sono angoli, sono vortici d’immagini incoerenti

luce inconclusa di candela e luce di neon

a ricordargli che qualcosa sempre

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stride dentro i denti

parte un attorno a scolpire e

dipinge un nuovo passato.

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Lasciati sognare.

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Anche perché la vista di continuo risulta.

Punteggiata da angosce interne, accumulazioni esterne.

Molte delle cose più intense nascono

da un’aspirazione del tutto naturale.

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Versi come bambini, come l’amore.

Possiamo dargli solo i mesi di grembo, dicono le madri.

Li possiamo aspettare, tenere dentro.

Abbracciare no.

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Nascere è solo un fiato d’aria guasta. Ma diversa.

Non c’è mondo per essi. E non affezionarti ai versi.

Niente della loro vita è una parabola.

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Tu che sfinisci i tramonti

e poi riprendi a tremare

ci devi cadere

in un silenzio prima di definirlo tale.

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Lasciati remare due dita sugli occhi aperti per

avere la capacità di scrivere senza fare uso di T e di V.

E se non hai lo strumento, abbi tempo e idee da vendere.

Non ti servirà un collo lungo per copiare

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la torre di Babele, l’allegoria biblica della rovina,

del fallimento, della punizione dell’orgoglio della ragione.

Nell’essenza di una dimora vedrai le cose camminare.

O cadere in questa reazione a catena, endotermica e interiore,

in cui resteranno particelle trasformate in credenti a confronto

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il  più miserabile degli errori è mentire a sé stessi.

Il più desolante è crederci. Il passaggio successivo: giustificarlo

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al buio, le parole perdute forse si nutrono di grammatiche nomadi.

Dimentica tutto. Su appunti per sempre immobili.

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Inizia scrivendo e andando con disinvoltura per la tangente.

Anche fuori dal foglio, scoprirai l’arte perdendoti. E le regole

in arte, vengono all’ultimo momento, ignorandole o scoprendole

Dopo averle applicate.

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Talvolta, travolta. Avvolto

ti accorgerai di non poter più scrivere, ma vivere ciò che hai scritto.

Lasciandoti dove puoi nascere in un punto, e morire di continuo.

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Adesso spostiamoci, come su una giostra.

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Prendere le parole e vestirsene avvertendosi: “maneggiare con cura”.

In dosi eccessive risultano letali. Violente, raffinate, gratuite.

Guardare e non toccare ogni giorno

faranno succedere qualcosa mentre la paranoia t’indurrà a riprodurre

il mondo vegetale. O essere fiore.

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Vuoi scrivere?

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Procurati qualcosa d’interrotto

nella mente, nell’anche della notte, nella vita delle dita.

Appoggia un bicchiere senza fiotti sui pensieri compiuti

scritti fino a quel momento. Stancamente rami

i pieni, il vuoto e il niente insegneranno. La deformazione

della maledetta realtà. E abbracciane la seduzione.

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O fuggi, scappa, violentati per tornare verso l’ebbrezza della tragedia

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in un secondo. È necessario costruire

un mondo

a parte per evitare qualsiasi tipo di giudizio

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non sporcarti con la voce degli altri

quando

è necessario coltivare dentro vermi. Nel sentirsi limo

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la sovrapposizione non è un segno di spreco per caso,

fatto da un incapace o da un impotente. Quanto

un gesto custodito, degradato dalla luce, amplificato e seviziato

dalla depressione. E nessuno deve accorgersene.

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Voglio il foglio. Volgi il foglio in sezione.

Cogline interdetto il profilo, e dove il taglio

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delle sillabe in rilievo

premi

nel disegnare con un compasso di braccia appese

spezza, sciogli, destruttura il copione.

Scindi, secondo caratteri digitali e personalità.

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Mentre aspetto ancora una volta qui

la contrapposizione tra uomo e poeta

che celi tra un letto di ferro,

battuto e la cera della tua pelle

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e dove anche la mente di una sola ragione vincente

é un bozzolo capace

di tessere trame di seta e fili conduttori

di saliva elettricità.

Dare un significato alle assurdità con un movimento

simile a quello delle radici.

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Quando accartocciato

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ancora come sempre

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non so cosa

però

io non so cosa

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scrivere con una piuma bagnata.

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La distruzione come genesi del divenire.

In ogni direzione evolversi morso e preda

affidando sé stessi già preparati al sapore aspro di una fine,

scoprire quando un istante possa non essere silenzio

mentre il destino esplode riportandoti destino.

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Sono solo. E non sono armato.

Non sei solo. E sei amato.

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Sono le incertezze che non traduco

a rendermi forte

io non aspetto

nulla

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ma non toccatelo quel nulla, perché ha già toccato voi.

Ferito sul corpo e nella visione, come vetro piegato dal dolore,

o libro appena chiuso dall’ultimo foglio, raglio e raggio dell’autunno, piano

tragitto al termine della voce.

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Cibandosi attraverso un orecchio. Cibarsi di orecchie. Incidersi con un orecchio.

Provare a ruotare una W, una M ed una E.

Disegnare con le forbici un tre lungo un occhio.

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Piango. Mi serve per tornare tremando.

Quanti modi conosci per isolarsi comunicando?

Questo. Un viaggio di sola andata senza spostamento

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mentre tutti questi giorni trascorreranno

bendati di un accurato, velluto rivoluzionario

.

pronto a partorire una dolce

difficoltà che ti somigli.

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Marco Naccarella