Marco Mantello

Marco Mantello, Non cercare di spiegarmi la morte

Marco Mantello, Non cercare di spiegarmi la morte, Sartoria Utopia, 2017; € 22,00

 

Dalla sezione Shakespeare a Berlino

 

Gli esperti hanno scoperto una malattia
che non causa problemi al cuore
si manifesta in condizioni stabili
di benessere fisico e sanità mentale
il solo sintomo conosciuto è la felicità
ma sovente è associata con la bellezza
e un feroce desiderio di libertà
Non esiste ancora un farmaco per curarla
profilassi tastate sugli animali
confermano che ammalarsi è necessario
e che l’origine del morbo è la catarsi
Trattamenti naturali come inedia
pallidità o tenere due lacrime su un diario
non producono giovamenti a lungo termine
per questo male che è progressivo
e aumenta l’aspettativa media
di superare il centesimo anno di età
Come detto. Non esistono cure al momento
come quella del famoso professore
che parlava l’altro ieri alla tv
è una malattia che non si può curare
e si guarisce soltanto con il dolore

 

*
Il mio angelo e il tuo hanno la stessa età
lo stesso volto dell’identico avversario
le stesse barbe tagliate con un rasoio
le stesse giacche, le stesse cravatte
che camminano nude nel corridoio.
Il mio angelo e il tuo hanno un velo
a seconda degli usi e del fuso orario
e volano in terra e cadono in cielo
alla ricerca di un tempio o un bunker
dove scrivere e andare in rovina.
Ci sono due corpi almeno, che al mio
angelo e al tuo hanno tenuto testa
Non hanno spine. Non hanno lacrime né corone
e neppure i disturbi all’addome
provocati dai sacerdoti in festa
quando sfilano i coltelli dalla guaina.
Il mio angelo e il tuo hanno lo stesso nome
le stesse facce di cristo e hitler
mescolate in un unico immaginario
dove i creatori sono arrivati tardi
e tutti i giudici condannati
dai tribunali dei giudicati
Il mio angelo e il tuo sono due bastardi
e dormono ancora sotto alla stessa lapide
con gli occhi in fuori e le gambe storte
perché nessuno li ha separati mai
da questa specie di addio alla morte

 

*
Il presidente era pagato da twitter
e l’opponente da Il pranzo è servito
Il calciatore dal campionato
Il costruttore dall’edilizia
Il poliziotto dalla perizia
il premiolino dalla litania
di Loro inguardabili. E Noi che ci miglioriamo
Era questo apparato di cazzo e ano
e l’oblìo delle vacanze al mare
in quei piccoli paesini del sud
dove ciccione faceva rima con ombrellone
e pallone con sottoproletario
Era una mamma con la minuscola
l’asinello i re magi il bue
e le cene che tornavano in orario
Era uno che si credeva Napoleone
di guerra e pace volume 2
dei copia-incolla, dei Fred e Wilma
mutati in droni con la memoria
Il moralistico senso di pena
per l’uomo che invece della realtà
credeva di vivere nella Storia

Queste cose belle e preziose
esistevano come la statistica
come la punta del mio dito
come la gobba di Leopardi
come il negro di Porgy and Bess
e il suo uso dell’infinito
Esistevano. E tutti non ci credevano

 

(altro…)

La deriva del continente

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Paterson, Love Speech, 1 giugno 1998

Queste luride puttane laureate
non lasciano mai nulla al caso.
Prima ti spiegano. Poi ti perdonano
e quando te ne vai
ti fanno sanguinare il naso.
Era così che mi dicevi al parco
e che avevi una figlia addosso
e che era un fatto, era così che eri,
e ti lasciavi scorrere, fermo,
educavi le rose a intrecciarsi
per imparare l’arco
e quelle si intrecciavano, sì,
ma intorno all’osso…
Progettavamo pace perpetua
oltre che fondi comuni di investimento.
Valevano più delle nostre vite
–Te lo ricordi Paterson?
O del fatto che il capo, anzi la capa
chiedesse a noi di perquisire i fiori
per vedere se c’erano insetti dentro
per capire se erano belli fuori…
L’Europa era sparita nelle corolle
separata da Paterson e dai suoi eredi.
L’Europa aveva assunto le forme
di un monumento ai caduti in piedi.

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Paterson, 23 anni, studia
e nel week-end vola low-cost in Europa…

Paterson ha finito l’università
fa uno stage alla Lehmann Brothers
e per un po’ se ne va.
Mario invece rimane dov’è
con la giacca stirata.
La ragazza olandese
viene a Corfù per fine mese…
C’era l’ingresso. Senza le porte, bianco.
La prima cosa che s’illuminava
era la S di Sesso. Sulla barra degli strumenti
comparivano l’icona. E la spina nel fianco
assieme a tutti quei nomi falsi.

(di Marco Mantello)

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Module Construction Yard
Paterson, ne fai 40 lunedi prossimo

Module Costruction Yard: ai limiti
del viale, dietro la muraglia di cemento
prefabbricato, s’innalzano verso i cieli,
verso possibili lontane biosfere,
questi metalli lucidi,
fragili speranze riflesse negli occhi di chi
s’infila davanti all’ufficio Risorse Umane
e frettolosamente espia.
Ho guardato lo scintillio del sole d’agosto
sui tubi verticali, sulle giunture
dei moduli sovrapposti lungo il viale vuoto
alle 13: la profezia, il contrasto
coi vecchi capannoni attorno,
e i piazzali semivuoti. Ho visto lo sporco
depositato negli anni
e nelle vie di scolo, polveri di marmo
e altre polveri.
Subappalti. Avvicinarsi al natale

(di Gabriel Del Sarto)

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A Londra, a quarant’anni e un mese
Over the garden (Over the Counter)

La luce verso cosa la riflette. Per esempio, le piante.
Il resto passa attraverso.
La prima cosa che Paterson ha fotografato sono state le
macchie. Le fumaggini sopra le foglie. Sulla finestra il vaso
diventava sempre più piccolo, la pianta più grande.
L’umidità sul muro, il trucco lavato dal pianto.
“Vorrei portarti al Parco Keukenhof„
Distese di tulipani. Al mattino, molto presto, prima che lei
ricominciasse.
L’ingresso. Lo stabilimento. Il piano da raggiungere, la porta,
l’ordine dei gabinetti e dei poster che annunciano la ripresa
dei lavori per migliorare se stessi.
“Oppure al Castello di Sofiero„
Ci sono le più belle piante d’Europa. Varietà di rododendri
e di rose.
Da ragazzo. Con Mario, qualcuno che era morto.

Pensare a chi insegna alle rose a intrecciarsi, per imparare
l’arco.

(di Elisa Davoglio)

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La folla con un Paterson a quota 35

– uscirà nudo una mattina a fendere
la folla alla fermata di una qualunque metropolitana
– in fila le formiche invadono il terreno,
la zappa si conficca, le scompiglia
avanzano i più forti
tutto un presidio – io rimpiangevo i deboli
– ho occluso i circuiti, bruciati i ponti
strappati i by-pass, intorno c’è il deserto
nessun nemico – mi chino
– sta per i fatti suoi, quasi ringhioso,
il gatto nato bianco, quasi albino,
le zampe dietro sbilenche
si rifugia tra i pini, i peli irrigiditi
di resina la crosta, non sorride
rifugge – mio fratello ha paura
– bere di notte acqua alle pozze
incontrare allegri porcospini
spedire i minatori nel ventre delle madri,
le sciocche, povere talpe – un rospo deciduo
328
verde squillante tra i ciclamini la mattina
l’involucro, di suo, già corpo vivo
– l’istante che gli frullano
le ali, d’un colpo la tortora che
plana e la farfalla enorme
candeggia questa luce, squaglia
crema, intanto che si scollano
etichette, si arrestano i pensieri
frullano insieme tutti – senti
i respiri
– ora che il giglio più non segna i giorni
e l’ombra dello sguardo dentro il buio
è come quel portone chiuso alle spalle,
ora frantuma la linea del crinale,
la piazza vuota, la notte dei cristalli.

(di Viola Amarelli)

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Paterson, 45 anni, Tolosa
la pellicola della vita ha preso luce…

3
Un tempo amavo usando lunghe frasi quasi magiche
un tempo ragliavo come un asino
per dare lezioni al mondo
e giravo con in tasca teoremi
Un tempo non aspettavo risposte su di me
da telegiornali scemi
ma mi lasciavo alle spalle i paesi
di cui non sopportavo i programmi e le leggi
4
Hanno diramato l’identikit
barba tatuaggio capelli crespi occhi neri
un primo piano come tanti che ti ho scattato
un ritratto che profuma di Oriente
e puzza di sudore fritto
Tu non hai quell’odore
mai avuto neanche a letto
Ma adesso di sicuro
ti attribuiranno anche questo difetto
5
Il rumore del crollo
il silenzio dello stallo

(di Simone Consorti)

.

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Infanzia Paterson: 2 giorni, dall’analista
dopo un week-end a Granada

Sono nato come tutti gli altri:
in sala parto di anonimo ospedale
– sturato l’utero con una ventosa –
non mi hanno conservato il cordone ombelicale.
Perché costava un pacco e mamma e babbo,
pur volendo per il loro figlio il meglio,
pagavano due mutui trentennali
di bilocali ai confini dell’Impero:
niente da fare per le staminali,
ma un giorno sarei stato il re del caseggiato
e avrei affittato a caro prezzo a sei cinesi
e ad una banda di senegalesi che mi hanno,
col sudore della fronte, di fatto finanziato
viaggi, studi, il master di sei mesi alla Bocconi
e il fumo che compravo a Capodanno.
Allattato da mamma-biberon
– nei Settanta era il boom del latte artificiale –
non me la sono poi passata tanto male,
anche se la mancata suzione della tetta
è stata causa della mia disfatta
con Carla e con le donne in generale
di questi amori liquidi che vivo
(l’ho letto venerdì sull’Internazionale
sulla rubrica psico-comportamentale
che sfogliavo sul volo di Easy Jet
per raggiungere a Granada Hyun-Shik
dolce orientale conosciuta in chat).
La mia infanzia l’ho trascorsa nell’ovatta
della doppietta Ciocorì più Atari,
che mi hanno reso un riformato a vita
impreparato al collasso dello Stato
e delle istituzioni, al crack globale
che nelle notti insonni sogno di sanare
mandando Space Invaders sopra il Quirinale
o l’uomo tigre a Bruxelles, parlamentare,
io, Imperatore della “Dinastia del Poi”,
io, Paterson, come tutti voi.

(di Francesca Genti)

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Paterson, 17 anni in piazza
a Castellammare di Stabia
cera persa

Lo sussurravo tra me e me quando poi mi accucciavo sul selciato la sera, quanto eri stronza, quanto eri capace di rovesciare tutto facendo finta di fare un giorno l’infermiera, l’altro l’insegnante, l’altro la pioggerellina, non so, buona a nulla / capace di tutto. Pregavo comunque tutto continuasse così, indefinita la norma, in questo paese senza senso, in questa direzione qui, random, sottraendo, facendo mancare, rubando, allontanandosi, facendo così la più grossa delle presunte stronzate, il fottersene, anzi, di più, non solo fottersene, ma fare l’esatto contrario, fingere, perdere ogni morale. Voglia di rubare.

(di Albert Samson)

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Paterson viaggia in un’Europa che non fa altro che commemorare se stessa, le sue radici illuministe, le sue tragedie e le sue guerre otto-novecentesche, la sua civiltà esportata nel mondo. Sul piano lavorativo è stato per tutta la vita un funzionario del Regno dei Mezzi. Ha trascorso il suo tempo in uffici
e vacanze a Corfù, e targhe della Lehmann Brothers vendute all’asta. Ha avuto un uomo a Tolosa, ha scopato con un’olandese a Corfù, e ha trascorso un’infanzia serena a ciocorì e latte in polvere in qualche anfratto di Italia. Oggi Paterson è un ultracentenario che ama viaggiare per un continente alla deriva.

(dalla Postfazione del curatore Marco Mantello)

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La deriva
del continente
Viola Amarelli, Simone Consorti,
Elisa Davoglio, Gabriel Del Sarto,
Francesca Genti, Marco Mantello,
Albert Samson

Transeuropa – Nuova poetica – 2014

Marco Mantello – poesie

berlino 2011 -foto gm

berlino 2011 -foto gm

 

All´entrata Roma sud dell´ateneo
che ci passano tante magliette
c´è una camera ardente
l´apriranno alle sette

Ogni giorno lo stesso corteo
sotto agli occhi divertiti dell´agente
Vedi il padre, l´amico, il parente
stare in bilico lí sulle porte

E di fronte all´edicola verde
dove cambia colore il tuo viso
resta come una linea mediana
tra la vita e la morte

il confine diventa preciso

.

Conoscenza della transitorietà

Si era messo il baffo finto
e una cuffia sui capelli
se ne stava davanti allo specchio
e dopo aver sorriso
come ridono tutti i pischelli
si accorse che era vecchio
All´inizio soltanto perplesso
alla fine con occhi di pianto
a fissare quell´altro se stesso
che era vero altrettanto
con il viso del padre riflesso
e uno sguardo piuttosto severo
il figliolo e quell´altro se stesso

.

 

Il sorriso era ben disteso
come quello di un santo
che ti ama senza pietà.
Se non era cosciente di amare
voleva dire che la sua paralisi
doveva essere permanente
e che il ghigno, lo sbuffo, lo sbrego
non potevano esprimere niente
non arroganza, né intelligenza
con quell´aria che passava dalla bocca
e mutava di colpo in fiato
il sorriso non si era salvato.

.

L´uccisione di Isacco R.

Vorrei essere un fabbro ferraio
per forgiare catene ed un paio
di lame affilate e colpire
tutto questo pollame e la tua
svogliatissima prosa volgare
Vorrei prendere e considerare
l´assoluta mancanza di prove
come un film con effetto speciale
dove tu l´antagonista
hai vissuto bevendo cicuta
hai voluto soltanto la pace
educando tuo figlio nel nome
di una legge che mi è sconosciuta
Ma dove io senza una terra,
terrorista e mi dispiace
se ogni tanto facevo a parole
perché ritornasse la guerra
e questo lo chiamo dolore.
La mia bocca non è sulla scia
di una stella che brilla a ponente
Per uccidere il mio presidente
come Davide miro a Golia
all´altezza del cranio ma piano
Perché cazzo il mio paese
sembra come un gigante
sulle spalle di un nano
e adesso io, da israeliano

.

 

Il cenacolo si svolse in un salotto
Quella massa di bare con foto
digiunò fino alle otto
poi arrivarono le cameriere
e versarono la pace universale
in un calice rimasto vuoto
I divani parevano rami secchi
e la padrona di casa
sparava acuti dal deretano
Quando lessi a voce alta “Il cimitero”
si svegliarono due tizi in dialisi
e una donna bellissima (chiaramente in nero)
mi strappò le parole di mano
con un bacio che durò trent´anni

.

 

Le vetrine

È probabile
che nelle vetrine del duemila
e cento uno o giù di lì
al posto dei soldatini di piombo
con la baionetta, il cappellaccio
e le mani che gli scoppiano in diretta
ci sarà uno del mio stabile
Camicia aperta a mo´di straccio
la schiena magra e la maglietta
dei Dead Boys prima del laccio
L´avvocato trasformato per la notte
l´ingegnere volontario nell´Angola
ed un mucchio di ragazze danzatrici
per le quali fare a botte e andare a scuola
Nelle vetrine del duemila e cento uno
ci saranno i miei amici

.

 

Le classi sociali

Hanno fatto la Luiss negli ottanta
perché costa denaro al paese
Abitavano in molti al Prenestino,
al Tiburtino, a Piazza Zama
e da quando guadagnano bene
sono i massimi esperti di un vino
comperato col loro stesso sangue

I laureati in legge, a luglio
rimanevano tutti in città.
Un´estate, due estati il concorso statale
il senato o la banca centrale.
A studiare studiavano in gregge
E poi, ogni sabato mattina
finivano tutti così, a bocca aperta
davanti a un ufficio postale:

“Li hai presi i soldi?“
“Li ho presi i soldi, si, scendo a Natale“.
Anche oggi organizzano feste
dove portano bambini appena nati
perché i vivi si sono sposati
con donne a metà
fra una notte a Milano
e un risveglio campano

Provengono dal sud
dallo stesso paese dei magistrati
e le carni sono fuse al piombo

Anche la lingua, le orecchie, gli ani
Alle volte le bocche dei cani
brillano: e tutti li credono umani.
Le ragazze che a testa rasata
vassoiano nei pub sono robot
e si fanno pagare a nottata
per mentire sulla propria identità
o sul numero di esami che gli manca…
Alcuni si organizzano in città
ma non hanno che polvere bianca
e una gran dimestichezza
con lo stato di ubriachezza

.

 

Quando vede il suo negozio di vestiti
apparire fra un foglio di via
ed il cuore tricolore
dell´omino sul cartello elettorale
si comincia finalmente a innamorare.
Ora posa davanti alla cassa
la borsetta e si sfila il cappotto
disinnesca l´allarme e si gira
a raccogliere cartacce da là sotto
Gradualmente la saracinesca
dà l´immagine completa degli interni
C´è una lapide a forma di insegna
e un terribile odore di vermi.
Quando vedo il suo negozio di vestiti
con il nome del parente fondatore
dieci lettere incassate nel soffitto
quattro chiodi che brillano al sole
Penso è strano che fai vivere tua figlia
chiusa dentro la cappella di famiglia.

.
Nota.
Le poesie L’uccisione di Isacco R. e Il sorriso era ben disteso sono inedite. Le altre poesie uscite originariamente su Standards (Zona, 2006), sono state riviste da Marco Mantello. La prima poesia, pubblicata in Standards fu pubblicata anche su Storie e Nuovi Argomenti in una versione più ampia.

 

Altre poesie di Marco Mantello pubblicate nel 2012

 

Marco Mantello, Poesie

 

Si formano dal nulla le formiche
te le trovi dentro il pane
sbriciolarsi in file storte
sono lunghe settimane.

La zanzara tigre è destinata
a governare il pianeta
nasce sotto alle piante
e se la schiacci :

lei ricresce perché
di radici ne ha tante.
Il vermetti del parquet, poveracci
affogano nel sapone liquido :

i ragnetti solo zampe e muretti
vanno in giro coperti di stracci
tranne uno che è timido.
Quelli rossi impazziscono

nel marmo del balcone
quelli grandi te li porti sul palmo
e la mano fa il resto.
Poi ci sarebbero anche

una falena distesa
sul pavimento della cucina
l’elitra sfinita di una mosca
che ha visto la luce ed è partita

la mia faccia senza occhiali
con un pettine in tasca:
siamo qui, tutti assieme
nella nostra casa

se non sbattono le porte
ci ascoltiamo

.

 

Quando le parole
brillano come posate
sopra i tavoli di un ristorante
e sono sempre le due e un quarto
e là fuori, invariabilmente,
splende il sole
se non è proprio un infarto
sono comunque problemi di cuore.
La morale impersonata
da una dieta universale
da una porta spalancata
osserva che al mondo si muore
più di fame che di amore
E adesso iniziamo a mangiare

.

.

Rocco ’78

Cara Lucia
ho paura che i migliori agenti
della polizia
un bel giorno mi bussino in casa
e mi portino via .

ho paura che ‘I migliori anni
della mia vita’
sia l’insegna di un disco pub
ho paura di uscire per strada
con la A di Anarchia
e un profilo troppo medio-orientale
per fissare così a lungo la gente
stare in posa e squillare .

ho paura delle rime con rosa. .

Cara Lucia
ho paura dei tuoi ‘Come mai’
e dei centri di prima accoglienza
ho paura dei tabaccai,
delle palestre e dei rasoi
ho paura di quelli
che ti danno del noi .

ho paura di mia nonna
e del sangue che dice di vedere
su quella faccia di bronzo
che ha la madonna .

ho paura della luce, certe sere. .

Cara Lucia
ho paura delle finestre spalancate
e dell’altezza degli italiani
ho paura che le nuove ginestre
non le pianti facilmente in città
ho paura che dovunque io vada
ci sia il mare: eccolo qua!.

Ho paura che il codice della strada
ci farà morire in pace dentro un letto
ho paura dei ‘Si consiglia di’
dei ‘Rispettate il’
stampati su un nerissimo pannello
dal lunedi al venerdi
e mai rivendicati .

ho paura delle croci dei crociati
delle ostie circolari
e di cosa ci mettono dentro
ho paura che il nostro
sia un amore di centro .

E poi, cara Lucia
se domani prenderò una pistola
per portarmela a scuola
ho paura che i migliori agenti della
polizia
verranno pure a casa tua
a cercare questa poesia. .

Perciò sciacquati la bocca .

e leggimi con attenzione
perchè tu sei la sola
in grado di provare
che quel giorno stavamo da te: .

io con le dita incrociate
fino all’ultimo minuto
tu con le labbra sbiancate
a gridare il contrario di aiuto.

.

:

Una vecchia e il suo pezzo di ferro
camminavano in mezzo alla strada
Le sue gambe giuravano il falso
ogni volta che il passo mancava. :

Lo studente saliva le scale
con un’aria un po’ troppo severa
Le sue mani stringevano il ferro
era quasi venuta la sera

.

.

Due giorni al cimitero

-primo giorno

C’era scritto all’ingresso:
-Bitte warten- ma io
sono entrato lo stesso. .

C’erano vecchie dappertutto
sulle panche in mezzo al prato
ogni posto era occupato.
Erano vecchie, dopotutto. .

Così alla fine mi sono detto
si, insomma, ho camminato.
E mentre pensavo
che certo in Germania .

è diversa la vita .

una vecchia di quelle mi ha chiesto
se sapevo per caso
dove diavolo fosse finita:
si era persa e da un po’ .

non riusciva a trovare l’uscita.

.

-secondo giorno

Alla fine ci sono tornato.
Per guardare certe lapidi marroni
per sapere che era il 1700
per vedere bene quelle.

che portavano le croci
e le altre con segni più strani
per distinguere i morti buoni
da quelli umani. .

Era un prato e
c’era tutto.
Anche il fiore calpestato .

e i bambini cosa-mangi
concimavano pezzi di terra
mentre quelli perché piangi
perdevano l’ultima guerra .

dietro un albero spezzato.
C’era tutto. Proprio tutto
su quel prato

.

.

In un plastico a grandezza naturale
c’è una bara con dentro un paese.
Vedi case, il campanile
e la piazza principale
vuota come la testa di un morto. :

Un’intera collina che brucia
a cielo aperto e bocca chiusa
fa da camera ardente
alla bara con dentro il paese. .

A restare dalla sera alla mattina
è arrivata tantissima gente
chi da dietro, chi davanti
questa bara con dentro il paese
e tutti i suoi abitanti. .

Sono ancora persone reali
provenienti da grandi città
o i riflessi dei loro diari
che lo vegliano pieni di odio .

quel paese che dentro la bara
si rianima a ridosso
della faccia di un padre padrone
deceduto la stessa mattina
che bruciarono casa e collina. .

L’hanno esposto nel salone principale
col rosario intrecciato alle dita
e le donne piangevano prima
che qualcuno dicesse. E’ la vita.

.

.

Ho sposato un ingegnere dell’Alenia
l’altro ieri spedisce mia figlia
a studiare alla Pina Mastai
strasicuro che il mondo di massa
sia un gran mucchio di ermellini
che divorano la mia carcassa
ogni volta che la veno ai pellicciai. .

Ci dovrebbero fare un’inchiesta
sulle scuole cattoliche a Roma
tolleranza per i simboli fascisti
attaccati agli zaini e gli occhiali
riflettevano frati trappisti. .

Nella chiesa di San Bellarmino
si diventa necrologi sui giornali
di marina e fanteria.
Cappellani che trincano vino
ora sbarrano le porte dell’ingresso
ti rispondono male in latino. .

Fra le macchine accostate sull’arteria
e le croci seppellite sottoterra
recitiamo con la musica nel sangue
le preghiere per la guerra

.

.

(The watchman on his beat)

Deve essere una specie
di terza via
fra la luce ed il buio .

Forse esiste una ragione
che matura a intermittenza
che compare e scompare
senza fare tendenza .

sono mesi che un guasto
non mi lascia illuminare a sufficienza
e da ieri ci sono rimasto
con quella specie di balbettio
che mi fa tremare pure i motorini..

Non riescono più a rimanere
fermi sotto la cappa di luce
i contorni di questi burini
hanno forma di voce, latrati
che nessuna faccia mai conoscerà. .

Fossi stato un’ insegna
fossi nato a New York
tutto quanto normale.
Ma qui a Roma, nel viale
dove manca perfino la notte. .

E c’è pure questo qua,
sotto di me, che disegna
col bermuda militare
mezzo braccio colorato
il cappuccio e intorno al collo .

porta come un lucchetto dorato:
ogni sera sta lì ad aspettare
che le scritte diventino asciutte.
E che io, a intermittenza
mai che possa inquadrargliele tutte .

senza farlo sparire o che so
dargli un’ombra e fissare sul muro
il momento che resta da solo
con tutti i suoi ‘Beh, vaffanculo’.

 .

.

Marco Mantello è nato a Roma nel 1972. Suoi racconti, saggi, interviste, poesie, sono apparsi su ‘Liberazione’, ‘Nuovi argomenti’, ‘Storie’, ‘Una Città’ e sul sito web ‘Nazione indiana’. Nel 2006 ha pubblicato la raccolta di poesie Standards, ed. Zona. E’ presente nell’antologia di scrittori italiani Italville, New Italian Writing, Toronto, 2005. Ha pubblicato il romanzo La rabbia, Transeuropa edizioni, 2011.  A ottobre uscirà per i tipi della Camera verde Il sangue dei vincitori, poema sull’egemonia della destra in Italia, e alcune poesie d’amore.