marco aragno

Su “Cancellare la città” di Marco Aragno. Note di Anna Ruotolo

Marco Aragno, Cancellare la città, Transeuropa editore, Massa 2018, € 16,90

 

A.D. 2018, 25 Settembre.

Siamo a Giugliano, enorme periferia napoletana, e i telegiornali locali e nazionali danno la notizia di un maxi rogo tossico scoppiato nel campo rom – Asi.
Dall’emittente Tele Club Italia (canale 98, ndr) arriva la telecronaca in diretta, con tanto di immagini da the day after: tra roulottes e containers sono anni che si accumulano rifiuti di ogni genere e questi, bruciando, hanno sprigionato una nube tossica visibile dall’isola di Ischia. L’odore acre ha investito le zone dell’hinterland napoletano. La voce della telecronista incalza raccontando di roghi continui lungo la circumvallazione esterna e di campi rom veri e propri ghetti, ricettacolo di rifiuti, discariche a cielo aperto a tutti gli effetti. “Qui, nelle aree intorno agli insediamenti rom, robivecchi, criminali, ditte, responsabili di opifici gettano spazzatura, elettrodomestici e scarti di lavorazione che puntualmente vengono dati alle fiamme per risparmiare i costi di smaltimento con la complicità di qualche residente del campo che a sua volta regala ferro e rame da rivendere”.

A.D. 2018, 26 Settembre.

È la data di uscita del secondo romanzo di Marco Aragno (chi lo conosce non solo nelle vesti di giornalista, quale è, sa che ha esordito in poesia a partire dal 2010 e poi ha pubblicato il suo primo romanzo, Absolute, nel 2015), per i tipi di Transeuropa: Cancellare la città.
Sembra un sogno pieno di presagi che si avvera o, meglio, sembra quasi che la storia e il romanzo di Marco Aragno abbiano superato addirittura la realtà, creandola prima ancora che accadesse e fungendo da previsione e compimento assieme.
Nella visione dell’editore Giulio Milani, poi, di fatto, realizzata in questa particolarissima collana battezzata Wildworld, gli autori avrebbero dovuto misurarsi con fatti di cronaca o attualità confezionando un romanzo distopico, surreale, onirico.
La verità è che a Marco Aragno è venuto quasi naturale, non dovendo fare altro che pescare in una memoria cementata e difficile da rimuovere, tanto incredibile quanto reale e viva, tanto inimmaginabile quanto, purtroppo, concreta.
L’argomento o, meglio, il pretesto per entrare a gamba tesa in simboli, sistemi, domande, tesi, ipotesi e poi non uscirne più, è la questione “terra dei fuochi”. L’idea a Marco Aragno nasce già nel 2015 quando scoppiò uno dei roghi più devastanti di Giugliano, ovvero il rogo al deposito “De Luca” (zona Casacelle) che per il suo impatto distruttivo ha segnato l’immaginario di tutti.
Così, a poco a poco, nasce questo romanzo, un’autofiction, come ama definirla l’autore stesso, dove il protagonista si chiama, appunto, Marco Aragno e fa il giornalista. È l’alter ego del vero Marco Aragno o forse una sua emanazione, un altro uomo possibile che avrebbe potuto esistere o uscire dalle quinte di uno scenario torbido e oscuro,così come raccontato nel romanzo. La scelta singolare, concordata con l’editore, fa sì che il tutto acquisti una singolarità ancora più spiccata tanto da iscriverlo a pieno titolo nella collana Wildworld e dargli il largo nel mondo editoriale.
Ma perché scenario “torbido e oscuro”? (altro…)

Marco Aragno, Cancellare la città

Uscito sul finire dello scorso mese di settembre, Cancellare la città è il nuovo romanzo di Marco Aragno. Vi proponiamo in lettura il primo capitolo.

La solita truffa dello specchietto

 

.  Qualcosa si era guastato nella notte.
.  Tra i caseggiati illuminati l’aria si fece densa; il buio all’orizzonte si gonfiò, come se una materia oscura premesse dall’interno, finché non esplose pulsando un bagliore rossastro.
.  Amanda vide sorgere la macchia vermiglia dell’incendio dai finestroni del bar. L’aureola di fuoco si specchiò nella sua iride azzurra, crebbe nella pupilla divorandone il colore.
.  Lo avevano fatto. Questo fu il primo pensiero che le venne in quell’istante, mentre era in piedi, schiena dritta, con gli occhi accesi dal bagliore delle fiamme. La Resit stava bruciando.
.  Sbatté le palpebre, in un gesto infantile, come a cacciare via quella visione; poi si voltò. La macchia rossa rimase impressa nella retina, naufragò sulla parete bianca della stanza, prima di sparire dal campo visivo non appena gli occhi si ricacciarono nella penombra dell’armadietto aperto.
.  In un attimo, ricordò quanto stava per fare prima che la sua attenzione venisse rapita dal bagliore alla finestra. E lo fece: si slacciò il grembiule nero con le tasche verdi, lo stirò, lo piegò in quattro e lo sistemò sullo scaffale in alto.
.  Poi affondò la mano sull’interno della mensola di mezzo e tirò fuori una Sim. La guardò come si guarda una scelta. Piccola, minuscola, apparentemente insignificante, i circuiti gialli che si intersecavano geometricamente sul riquadro di plastica. Quanto valeva? Nel locale, in quel posto anonimo, era più al sicuro che a casa. Ancora più al sicuro dopo l’ultima notte, quando qualcuno era entrato nell’appartamento mettendo tutto in subbuglio: armadi, cassetti, materasso, scrivania. Forse per recuperare quanto aveva preso. E per darle un avvertimento, certamente.
.  Si guardò intorno, rigirò quella micro-card tra l’indice e il pollice immaginando un nuovo nascondiglio. Infine aprì l’armadietto di Francesca, la collega, e occultò la Sim nell’intercapedine d’acciaio che separava i vani dell’armadio; un nascondiglio provvisorio, un posto sicuro prima di allertare i carabinieri.
.  Poi tornò al suo armadietto. Restò ferma per alcuni istanti e prese a mangiarsi l’unghia del pollice. Staccò il dito dalla bocca ed estrasse il cellulare, tolse la mascherina della batteria e tirò fuori la sua Sim. La guardò e la buttò nel taschino laterale della borsetta; quindi girò l’anta in metallo e la chiuse con un schiocco di chiave.
.  La strada era quella, ormai. Tracciata. Poteva riprendere ossigeno nei polmoni. Si voltò di nuovo alla finestra, d’istinto, per accertarsi che la realtà fosse lì nella sua evidenza: la semisfera del rogo adesso pulsava più forte di prima, aveva conquistato metà della vetrata ingoiando pezzi di buio.
.  Amanda restò con gli occhi sbarrati. Questa volta non socchiuse le palpebre e fissò l’incendio come una presenza inevitabile, uno stato di cose a cui abituarsi. Infine tirò la lampo della felpa, indossò il cappotto di panno blu e uscì dallo stanzino. (altro…)

Marco Aragno, Absolute

absolute copertina

Marco Aragno, Absolute, Con-fine edizioni, 2015, € 12,00

Recensione di Gianluca Furnari

*

Quelle che Marco Aragno registra in tutta la sua scrittura – con coerenza di sguardo, ma senza immischiarsi, come un corrispondente straniero – sono le metastasi di un mondo che non sa più smaltire le proprie scorie, e si affanna ad ammassarle, a rimpastarle, a occultarle in discariche di frontiera. È un mondo indigesto, una giungla di leggi alla rovescia, dove le prede mettono in salvo la pelle atteggiandosi a predatori, e i predatori non sono poi così sicuri degli spazi che marcano. In Absolute questo mondo assume i connotati bruti dell’entroterra campano, una fungaia di centri commerciali, «tappata dal cemento», tagliata da «lunghi stradoni di periferia» (pp. 1-2).
Quarant’anni – e innumerevoli terremoti – separano l’epoca del racconto dalla primavera del ’75, quella che a Pasolini dettò la commossa, incantata laus Neapolis delle Lettere luterane: il capoluogo campano, «ultima metropoli plebea», «ultimo grande villaggio», accoglieva agli occhi del poeta le energie residue di una sana razza proletaria, miracolosamente immune agli scempi del «miracolo economico» («I napoletani […] in questi anni […] non sono molto cambiati. Sono rimasti gli stessi napoletani di tutta la storia»).
Neanche una memoria posticcia sopravvive, di quel «grande villaggio», nella Campania di Aragno, dove a durare è una società «mezza contadina e mezza non si sa che», convertita alle liturgie dell’immagine, del conformismo, dell’incultura. Ci si stupisce persino che gli uomini, e le cose, e i mostri di cemento che qualcuno chiama palazzi, si reggano in piedi su un palcoscenico così crepato. E, ciò che fa lo spettacolo grottesco, esiste un solo canovaccio per tutti i giovani attori: corteggiare l’autodistruzione, bere fino alla feccia, perché quel mondo già finto sembri ancora più finto, e tremi sotto lo sguardo.
Le maschere no, quelle cambiano in continuazione: c’è chi fa il camaleonte, e «si adegua ad ogni ambiente e a ogni trasformazione sociale», e chi fa l’orso e «se ne frega dei conformismi e continua ostinato a camminare col proprio passo» (p. 117).  Se la luce è giusta, poi, i camaleonti barcollano come «elefanti ubriachi pronti a stramazzare a terra» (p. 109). Ma gli orsi sono pecore nere, e rarae aves, nella fauna di Absolute: per tipi simili uscire allo scoperto, unirsi alle danze, è tutt’altro che una passeggiata. (altro…)

La poesia al tempo del vino e delle rose

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“La poesia al tempo del vino e delle rose”

al Caffè Letterario

Piazza Dante 44/45 – Napoli
ore 17,30

Rassegna a cura di Bruno Galluccio
co-organizzatrice Rosanna Bazzano

Rassegna inaugurata il 10 febbraio con un reading di Ariele D’Ambrosio, Bernardo De Luca, Costanzo Ioni, Wanda Marasco, Ketty Martino; proseguita il 24 febbraio con l’incontro con Monia Gaita.

Questi i prossimi appuntamenti:

9 marzo: Marco Aragno presenta il suo Terra di mezzo (Raffaelli), a colloquio con lui Carmen Gallo

Raffaele Rizzo presenta Il labirinto aperto (Ad est dell’equatore), a colloquio con lui Vincenzo Villarosa

.

16 marzo: Donatella Bisutti

23 marzo: Francesco Filia presenta La zona rossa (Il Laboratorio), a colloquio con lui Viola Amarelli
– letture introduttive di altri due poeti

8 aprile: Marisa Papa e Daniele Piccini

20 aprile: Giovanna Marmo e Carmen Gallo

4 maggio: Carlangelo Mauro e Alberto Di Palma

18 maggio: Mario De Santis

20 maggio: Cinzia Demi

1 giugno: Claudio Damiani e Antonietta Gnerre

15 giugno: Monica Martinelli

In date ancora da definirsi interverranno Antonella Anedda e Morten Søndergaard.

Il giorno 21 marzo si svolgerà un Poetry Slam.

In alcuni appuntamenti alla presentazione del libro si aggiungeranno letture di altri due poeti.

Il programma potrà subire alcune modifiche in itinere.

https://www.facebook.com/iltempodelvinoedellerose/

La “Terra di Mezzo” di Marco Aragno

Marco Aragno, Terra di mezzo (Raffaelli Editore)Non attendere nessun allarme
anche se sarà notte fonda
e dalle vetrate vedrai la città che brucia
fra i roghi e i fumi delle discariche.
Qui la campagna sotto casa
sanguina dai solchi
quando l’alba sbuca come un ferita
fra i cartelloni pubblicitari.
Qui le auto si riversano sui cavalcavia
come formiche dalle tane
allagate dalla pioggia.
Ma tu resta, stringiti a questa maniglia
chiudi questi palmi finché puoi.

.

.

Marco Aragno è un poeta atipico perché sa attendere! Spezza, certo, l’attesa con qualche rara e mirata anticipazione, ma comunque sa attendere. Sperimenta, semmai, nuove strade per la sua scrittura, come è stato col romanzo Absolute (2015). Sì! Marco Aragno sa attendere, ed è per questo che quando è uscito Terra di mezzo (Raffaelli Editore) io ho gioito e non poco. Perché non è un segreto che il poeta Aragno a me piaccia; l’avevo già detto al suo esordio con Zugunruhe (2010): Aragno traccia un ponte tra la sua generazione e tutta la tradizione che lo precede per la quale poesia è sia espressione artistica sia dialogo col presente, nonché riflessione critica sul presente. La maturità raggiunta con Terra di mezzo mostra la poesia di Aragno consapevole di un equilibrio raggiunto tra la fluidità del verso e l’appropriazione della lingua poetica, capace di innestare nel dettato voci di una certa colloquialità, familiarità, provenienti dal parlato, senza mai però tradursi in atteggiamento mimetico e ancor meno parodistico – aspetti, questi, fondanti della lingua di Absolute.
Ciò di cui si fa testimone la poesia di Aragno è una mutazione che dal territorio passa, per mutuazione, agli individui spaesati attraverso la poesia: quello stato di spasmodica attesa che stava alla radice di Zugunruhe, sin dalla scelta del titolo della raccolta, legato allora anche alla giovane età del poeta, si è trasformato ora in interrogativi forse destinati a non avere una risposta definitiva; ciò malgrado il poeta non rinuncia a porre domande, come pure non rinuncia a dare risposte. Eppure quell’inquietudine primigenia soggiace ancora nella vibratile forza che anima le immagini di queste poesie, che paiono ingannare per la loro compostezza, mentre invece denunciano uno straniamento generazionale che fatica a riconoscersi nei segni malati del suo tempo, nella contemporaneità malata, senza però smettere di proiettarsi verso il futuro (aspetto questo comune a un altro poeta partenopeo, Gianni Montieri): il passato è il «corpo affiorato» che si osserva «il paesaggio / avvolto in un giorno di pioggia» della prima poesia; ma ancor di più, e meglio, il “passato” di Aragno «sono le facce / scavate nelle pietra, / le impronte di umidità che sostano / sulle piastrelle della stanza. / Sono i mutamenti di luce, i passaggi / di nuvole sul parabrezza», in un continuo ma non caotico rincorrersi di immagini in cui la presenza umana è data sia dalla percezione della natura, sia dagli oggetti del progresso-regresso (come gli «scheletri di grattacieli a mezz’aria / e qualche gru sospesa nel vuoto – / là, dove un tempo avresti immaginato / un bosco, uno stormo in volo»).
(altro…)

Marco Aragno – Viaggi Binari

berlino - foto gm

Viaggi binari

 

Vanamente si cercherà di dire ciò che si vede:
ciò che si vede non sta mai in ciò che si dice.

.                                                  (Michel Foucault)

L’oltre sembra a portata di mano
nel muschio avvertito nell’aria
che le spore annidate sulle rotaie
liberano all’arrivo della pioggia;
o fra i cespugli d’oleandro
che spruzzano manciate di semi
nelle rogge, lungo le valli padane,
al passaggio veloce dell’eurostar.
Ma presto svanisce, se gli scrosci
evaporano al suolo lasciando
una distesa di gusci e batteri,
se le folate che increspano i canali
si placano addensando, fra i binari,
i fumi scuri delle fabbriche.

Fa buio sul tuo viso, fissi gli eventi
che il sole transitato fra le nubi
mostra sui vetri del finestrino.
Cerchi di capire quale sia il punto
che divide il prima dal dopo,
i nomi e i ricordi da attraversare
per trattenere almeno un barlume
della luce che il tempo cattura.
Entri nel tunnel, il treno affonda
nel ventre della roccia; sulle pareti
scavate nel fondo del traforo
sfilano a tratti le sagome affacciate
dalle celle degli scompartimenti.
Ti risvegli altrove, sei in autostrada,
nel cono d’ombra in cui guardavi
sfrecciare i camion all’imbocco
della galleria, i viaggi dell’infanzia
persi sul sedile, le auto inghiottite
dentro il buio della montagna;
quando sbuchi alla luce ti ritrovi
nel cuore di neve dell’Appennino,
dove qualche capriolo spunta
al passaggio silenzioso dell’eurostar
e un masso rotola dalla scarpata
rompendo in cerchi il paesaggio
riflesso in una pozza d’acqua.
Adesso sei alla fine dell’estate
passeggi sulla spiaggia e ascolti
le grida, gli scafi all’orizzonte
sollevati dalle forti mareggiate,
la ragazza in costume che saluta
sbiadendo ai bordi del lungomare.
Si fa notte, gli occhi si riaprono
sui paesi dei monti abruzzesi
che brillano come torce sulla pietra.
Rivedi i vicoli, i ceri che illuminano
le croci confitte lungo i sentieri,
il cielo che sputa pioggia e fango
e inonda stalle, vecchi poderi
dove i vitelli nascono gridando
come cristi inchiodati alle pareti.

Ora ti fermi, fissi la linea azzurra
del mare di Taranto, il molo
brulicante di gru che scaricano
container da ogni parte del pianeta
e il movimento incessante
dei pescherecci che annodano
le gomene alle bitte, intrecciando
generazioni con generazioni
dentro un’illusione di continuità.
Ma tutto ciò che vedi, le dita
inargentate dalle squame, le reti
tese per catturare altre vite
esistono per poco, nel frangente
in cui convergono gli sguardi.
Così, mentre i vagoni rallentano
la corsa, ed il nome di ogni cosa
sembra spegnersi con la luce
di questo viaggio, pensi al riscatto
dei giorni vissuti senza presagi,
ai pesci che guizzano, ignari della fine,
nell’acqua tiepida e indifferente.

***
@Marco Aragno (poemetto pubblicato su Atelier n. 70 – giugno 2013)

Marco Aragno – Masseria Campanile

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Masseria Campanile, le terre della vergogna

Masseria Campanile somiglia ad un paradiso decaduto. A poche decine di metri c’è il frastuono della circumvallazione esterna. I grossi camion sfrecciano sobbalzando sulle buche della superstrada che collega la fascia costiera all’hinterland napoletano. Il profumo di campagna nella stradina sterrata che conduce al rudere, di fianco a una casa di riposo, si confonde con i gas di scarico. Resistono fazzoletti di terra dove si coltivano prugne, vecchi pini di mare che sfilano all’orizzonte. Cento metri più giù il sentiero s’interrompe affacciandosi sull’alveo di un vecchio fiume. Laddove scorreva un torrente, ora compaiono rifiuti ingombranti rotolati lungo la scarpata. Una sedia posizionata sul ciglione ospita un guardiano fantasma. A quel punto non resta che sollevare lo sguardo per capire cosa sia successo, frugare fra gli indizi del presente: sulla sinistra balza agli occhi un rigonfiamento di terra grande quanto un campo di calcio su cui si muovono le ruspe dell’Arpac. Cinque o sei metri di terreno che stanno risputando fuori i veleni del passato, restituendo alla luce l’inferno nascosto delle eco-mafie. Ti basta poco per immaginare il viavai di camion che portava dal Nord fusti tossici fra gli anni ’90 e i duemila. Come i cumuli di terra ammonticchiati dalle escavatrici. Strati di amianto, residui ospedalieri, bave di fango. Ti smarrisci subito nel loro colore scuro, sinistro. Dentro è stipata la notte di questa terra. E più si scava, più c’è notte fonda in quei 15 metri. Il terriccio con cui è stata ricoperta l’ex cava, attiva fino agli anni ’80,  si sbriciola sotto le scarpe. La garza stesa sul bubbone è troppo fragile. E a nasconderlo non è bastato un pescheto, come quello che Google Maps ha immortalato qualche anno fa. Pesche sopra un’ex discarica, destinate ai mercati della frutta rionale, alle tavole di tutti i giorni. La bellezza che copre la vergogna. Così mentre le ruspe continuano a scavare, con i carabinieri che camminano nervosamente avanti e indietro, la preghiera più grande è che un guasto improvviso impedisca a quelle macchine infernali di continuare. Perché ogni volta che addentano la terra è un colpo allo stomaco. Una ferita. Ogni volta è sangue che sprizza appena provi a toccarla.

***
© Marco Aragno

Marco Aragno – Terra di mezzo (poesie inedite)

biennale arte - foto gm

*

Ci sarebbe bastata una radice
offerta al nostro passaggio
da un muro che costeggia la casa,
una radice emersa dal tufo
dal buio della pietra
per legare il presente col passato.
L’avresti piantata in giardino
sotto un mattone sberciato
perché l’edificio crescesse in altezza
e reggesse all’urto dei venti
che lo scuotevano in profondità.
Invece hai scelto il mare
per prendere il largo, tagliare
la schiuma degli oceani,
lottare contro la forza delle correnti
che spezzano il fianco delle navi
e stravolgono le rotte
fino a togliere dal cuore e dalla mente
il ricordo delle sponde
dei tesori che brillano sui fondali
negli occhi muti dei pesci.

*

Camminiamo su questa piana
spoglia di case e ricordi
vergine di frutti
avvolta dal miracolo del muschio.
Il verde scricchiola sotto i piedi
copre ossa, strati fossili
d’altre vite sepolte negli anni
che a volte riemergono come fantasmi
nelle nebbie del mattino
al suono leggero del tuo passo.

*

Esondazione


Mentre avanzi fra le alghe
avvisti l’albero ritorto
che riaffiora dalla schiuma del lago;
l’uccello dai colori primitivi
staziona sull’estremità
prima di volare basso, radente
dentro un cielo disceso nella ruggine.

La madre che percorre la riva
setaccia il suolo, estrae bacche e fiori
per i figli portati via dalla corrente.
Tu spogli la vista
ti abitui alla nuova luce che colpisce
la retina e imprime
il fondo limaccioso nella mente.

*

Non attendere nessun allarme
anche se sarà notte fonda
e dalle vetrate vedrai la città che brucia
coi roghi, i fumi delle discariche.
Qui la campagna sotto casa
sanguina dai solchi
quando l’alba sbuca come una ferita
fra i cartelloni pubblicitari.
Le auto si riversano sui cavalcavia
come formiche dalle tane
allagate dalla pioggia.
Ma tu resta, stringiti a questa maniglia
chiudi questi palmi finché puoi.

*

Le lettere sono illeggibili al sole,
gli alfabeti deformi.
Quelli seduti sui gradini del porto
sbarcati da continenti lontani
già parlano lingue che non conosci.
Tu raccogli i volumi intatti, le pagine
scampate all’incendio
fa’ che sotto una lampada fioca
distingua ancora il mio nome dal tuo.

*

Il mio passato sono le facce
scavate nella pietra,
le impronte d’umidità che sostano
sulle piastrelle della stanza.
Sono i mutamenti di luce, i passaggi
di nuvole sul parabrezza.

Oggi il cielo è gonfio di pioggia.
Vedo le macchine bloccate
lungo la tangenziale.
Oltre il lampeggiante ci attendono
paesaggi, case abbarbicate
e lo sfrecciare muto in galleria.

*

Girini

Che siano trasmissioni neuronali
finissime brulicanti cellule
moltiplicate in acque verginali
che un altro universo serba per noi.

Laggiù passeremo per il viaggio
ma diverranno suono, crepitio appena
di suole immerse in uno stagno.

Dimentichi ci asciugheremo al sole
con i gomiti curvi nella terra
respirando dell’erba l’amarezza.

*

Muro

Il bimbo puntella il muro da ogni lato
lo sogna ogni notte, lo fa suo
lo trasforma in estensione della vita.

La mamma impasta mattoni d’argilla
sussurra di guardarsi le spalle
dagli zingari che rapiscono nel sonno
dai ladri acquattati in mezzo ai campi
fra fiori dai profumi sconosciuti.

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© Marco Aragno

Marco Aragno – La bellezza che resiste

Castelvolturno foto di Marco AragnoQuesta domenica sono andato per l’ennesima volta a Castelvolturno. Faccio lo stesso giro da anni. Parto dal Lago Patria, oggi stranamente mosso, e poi mi fermo al Villaggio Coppola. Due o tre chilometri di litorale, colorati da mandrie di bufale, distese di campagna, scheletri di cemento, prostitute nigeriane ed hotel stonacati. Invece di arrivare al lungomare, percorrendo strade spazzate dalla sabbia, ho preferito addentrarmi in una zona meno conosciuta, una macchia di verde che si estende attorno al Resort della squadra del Napoli. Per arrivarci bisogna oltrepassare la banchina di un vecchio cantiere navale, ora chiuso, che affaccia su una darsena solcata da una manciata di barche; poi imboccare una stradina di terra e sabbia costeggiando oleandri e dune punteggiate da fiori selvatici di cui non conosco i nomi. castelvolturno 2 -foto marco aragnoMentre compio questo tragitto a piedi, noto pochissima gente. Un paio di ragazzi seduti sulla banchina che sfidano le acque con una canna da pesca. Un vecchio pescatore che sistema le reti su una bagnarola mangiata dal sale. Nessun altro.  Arrivato in fondo, dopo una furiosa lotta ingaggiata contro il vento, giungo sulla spiaggia. La bellezza viene interrotta da piccole discariche a cielo aperto, copertoni accatastati, rimasugli di plastica mossi pigramente dalla risacca. L’incanto qui convive con la puzza di fogna e morte. Una lotta darwiniana fra l’uomo e la natura che si rinnova sempre, ogni giorno, nel silenzio di tutti quelli che transitano distrattamente con le loro auto sulla strada provinciale a due passi da qui. Ma basta guardare alle tue spalle, all’enorme pineta cresciuta nel sedimento dei millenni, per renderti conto di quanto sia effimera la nostra presenza in questi luoghi, di quanto sia breve lo sfregio impresso sulla bellezza di queste dune affacciate sull’immenso mare aperto.

Marco Aragno

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Marco Aragno: Joia

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Analisi mondane di uno studente fuori corso

 

 “Dio promette la vita eterna” disse Eldritch. “Io posso fare di meglio; posso metterla in commercio”

(P. Dick)

Negli anni universitari, con maggiore frequenza nel periodo che va dal 2007 al 2010, ho trascorso la maggioranza dei miei weekend nelle discoteche. Per assecondare le mie attitudini artistiche avrei preferito bazzicare musei e teatri. Tuttavia, in mancanza di alternative, e spinto dall’urgenza di allentare i freni inibitori con l’altro sesso, mi decisi ad investire tempo e danaro nei locali della movida partenopea.

Dei giorni di cui si componeva il weekend il sabato era quello che trascorrevo a casa. Il venerdì era invece destinato a iniziative di basso profilo, come puntatine ai baretti di Piazza San Pasquale o bevute di gruppo nelle birrerie di Piazza del Gesù. Alcuni studenti universitari usavano anticipare l’arrivo del weekend al giovedì, organizzando apposite serate riservate ai colleghi di facoltà. Ma nonostante le parentesi infrasettimanali la domenica si candidava a diventare il momento clou del weekend.  Di regola, a destinare l’ultimo giorno della settimana a finalità ricreative erano per lo più studenti, non potendo i lavoratori dipendenti, fossero essi pubblici o privati, permettersi nottate insonni e alzate di gomito senza che ciò compromettesse le prestazioni lavorative del lunedì. Questa situazione concedeva agli studenti il vantaggio di ritagliarsi un momento di svago del tutto “esclusivo”, giacché, rispetto alle serate del sabato, frequentate da individui di bassa estrazione sociale e da soggetti con spiccata attitudine alla rissa, gli eventi domenicali offrivano un target più elevato.

Venendo a me, la domenica era scandita secondo un programma fisso. Dopo i rituali di vestizione nella mia stanza, scendevo di casa per ritrovarmi col resto della comitiva presso un bar dei dintorni. Quindi sorseggiavo un aperitivo e facevo un po’ di conversazione con gli altri per rinsaldare lo spirito di gruppo. Dopodiché si scatenava il toto-sondaggio su quale dei locali della zona presentasse le migliori credenziali per diventare meta della serata. Ad orientare la decisione era la disponibilità del portafoglio e la presenza di un “pr” che offrisse maggiori garanzie di ingresso. Di solito però, dopo eventuali telefonate di ricognizione, la scelta ricadeva quasi sempre sul “Joia”.

Il santuario della movida napoletana, il cui culto era alimentato da foto, link e altre mitologie internettiane, sorgeva sulla strada provinciale che collega Giugliano a Sant’Antimo, facilmente raggiungibile dal capoluogo mediante l’asse di supporto (meglio noto, nella vulgata automobilistica, come Asse Mediano). Le serate al Joia erano di solito annunciate sulla home page di facebook da stati del tipo “serata joiosa”, “joia di vivere”, “toda joia”, e altre frasi che potessero implicare, anche indirettamente, il nome del locale. L’orgoglio con cui taluni pubblicizzavano la propria partecipazione all’evento, o certificavano la propria presenza mediante tag o foto caricate in istantanea sulla rete, è sufficiente a farvi capire quanto il “Joia” costituisse un’imperdibile occasione di gratificazione sociale.

Ad ogni modo anche chi non avesse letto facebook era in grado di percepire la frenesia della serata poco prima del suo inizio. Quando mi avvicinavo all’ingresso, venivo accolto da capannelli di ragazzi ingiacchettati e bellissime ragazze scosciate, che si aprivano in due ali di folla per consentire il transito degli autoveicoli. Ma motivo di ingorghi e rallentamenti, oltre all’estasi di quella visione, era quasi sempre il rebus del parcheggio, poiché quello interno era riservato al personale e ai macchinoni di lusso come Porsche Cayenne, Ferrari o Audi A5. Così, dopo vane contrattazioni con i piantoni fermi fuori al cancello, chi disponeva di un’utilitaria di produzione sud-orientale come la mia era condannato a peregrinare lungo la strada alla ricerca di un posto. Questa discriminazione a danno di alcune auto era motivata dalla volontà dei gestori del “Joia” di difendere il locale da tutto ciò che potesse minacciarne l’immagine chic. La noia maggiore, ad ogni modo, non era tanto quella di lasciare la propria auto incustodita sopra un marciapiede, quanto quella di scontrarsi con un consorzio di parcheggiatori abusivi che di notte si appropriava di spazi pubblici cedendone la disponibilità solo in cambio di una tangente. Ero così obbligato a versare nelle casse del consorzio un contributo ‘’a piacere’’ di non meno di tre euro. E, se provavo ad eludere il pagamento del balzello, o a versare meno di quanto richiesto, le rimostranze dell’esattore potevano diventare particolarmente fastidiose, fino a degenerare in ritorsioni e minacce.

Dopo lo scontro con i parcheggiatori, giungeva finalmente il momento della verità. Dentro o fuori? La tensione che si respirava nella fila era altissima. La maggior parte dei ragazzi si fingeva disinvolta. Tutti sapevano che un cenno di nervosismo, un gesto inconsulto, un tono di voce troppo alto avrebbero potuto significare la peggiore delle umiliazioni: l’esclusione dal locale. A volte l’esclusione non dipendeva dalla condotta mostrata in quegli istanti, bensì da fattori incalcolabili, come un giudizio negativo sull’abbigliamento, un andamento poco opportuno, la presenza di una ragazza dall’aspetto sgradevole. L’accesso al locale era subordinato alla decisione dei selezionatori, che come giudici kafkiani decidevano le sorti della serata sillabando poche parole. Se non era “prego”, sarebbero state: “da questa parte”. Per chi osava contestare la sentenza scattavano procedure di allontanamento coatto eseguite da altissimi body guard. Viceversa, chi superava la selezione, scioglieva l’ansia nell’ebbrezza narcisistica di calpestare il red carpet che conduceva alle porte di ingresso.

Volenti o nolenti, dunque, a un numero cospicuo di ventenni veniva negato l’accesso all’evento. Gli esclusi dal Joia, condannati all’invisibilità, rappresentavano i nuovi vinti debordiani. L’unica possibilità di riammissione era affidata a disperate telefonate al proprio “pr”, che svolgeva la funzione di intermediario fra il regno dell’umano e le autorità del locale. Ma quasi sempre il “pr” non godeva di molto credito, e difficilmente sarebbe riuscito ad ottenere concessioni da parte del selector che avesse decretato l’espulsione di un invitato della sua lista.

Trattamento differenziato spettava invece a chi avesse avuto la disponibilità economica per prenotare un tavolo. Non avrebbe incontrato noie all’ingresso e avrebbe avuto il privilegio di fare una fila meno selettiva. In più, ad accoglierlo all’interno, ci sarebbero state delle accompagnatrici dai tubini striminziti, che spuntavano all’orizzonte ancheggiando su altissimi tacchi a spillo. La bellezza fuori dall’ordinario, simbolo di un desiderio inaccessibile, era una prerogativa di buona parte delle frequentatrici del Joia, non solo delle stangone addette ai tavoli. Quando entravo, avevo l’impressione che gli esemplari più belli del jet-set locale, per lo più studentesse, fotomodelle o semplici mantenute, si fossero date appuntamento ogni domenica per riprodurre un festino di Palazzo Grazioli. Sfilate di moda e set televisivi, con molta probabilità, avevano ispirato il loro portamento, giacché ogni gesto, dal modo di aprire la borsetta Louis Vuitton a quello di sorridere, era meditato, prima di essere offerto all’obiettivo di una telecamera tanto inesistente quanto necessaria.

Anche i ragazzi curavano con severità la propria immagine. Durante la serata mi aggiravo fra faccioni lampadati, sopracciglia sottilissime, capelli lunghi e laccati, pettorali glabri esplosi da camice slim-fit. Comprendevo in quei momenti a cosa avesse portato la liberalizzazione dei costumi sessuali dal ’68 in poi. Dopo cinquant’anni di cerette e saloni di bellezza, eravamo diventati tutti femmine.

Decisamente più definita, rispetto ai generi sessuali, era la planimetria del locale. La pista da ballo era posizionata sulla sinistra, sotto la postazione del deejay; quattro pedane erano invece destinate ai tavoli, di cui tre si sviluppavano lateralmente ed una al centro. Quest’ultima, la più prestigiosa, a differenza di quanto possiate immaginare, non era sopraelevata. Era invece scavata in un semicerchio a mo’ di anfiteatro greco-romano, tale da garantire agli occupanti una posizione “scenografica”, decisamente migliore di quella che avrebbe potuto offrire una pedana rialzata. Poiché la maggiore visibilità aveva un costo, l’unico criterio di accesso era economico. L’area di prestigio era riservata ai soli clienti che fossero disposti a sborsare un supplemento rispetto ai prezzi praticati per gli altri tavoli: per esempio 200 euro, anziché 150, per una bottiglia di vodka Absolute; oppure 500, anziché 400, per una bottiglia di vodka Belvedere da un litro e mezzo. I più sfacciati, per lo più giovani camorristi imborghesiti, parvenus arricchitisi col mattone, o calciatori del Napoli in libera uscita, sfidavano il sentimento di pubblica decenza sborsando 400 euro per meno di un litro di champagne Krug. Tutti prodotti che in un supermercato avreste pagato dai 50 ai 150 euro, ma che, per un inspiegabile fenomeno inflazionistico, subivano, al Joia come in altri club, un rincaro del 200 %.

Altro dettaglio non trascurabile è che le bottiglie non sempre venivano consumate. Alle volte erano acquistate con l’unico scopo di fornire una dimostrazione di potere economico. Visti i prezzi, infatti, il loro acquisto si tramutava in un surplus di prestigio. Ciò innescava un’autentica competizione fra i tavoli, da cui usciva vincitore chi fosse disposto a versare finissimo champagne sulla moquette del locale senza gridare allo spreco.

Molto pittoresche erano le modalità di trasporto. Le bottiglie erano porte su un vassoio incoronato da un  kit di bengala. Alla vodka si accompagnavano massicce scorte di analcolici, come Red Bull o Lemon Soda, destinate alla preparazione dei drink. In altri locali come il Follja, i bottiglioni più costosi, come Clicquot o Belvedere, venivano trasportati su vassoi dalle forme bizzarre, per esempio gabbie tempestate di luci o campane di vetro, ed esposte, a mo’ di biblico vitello d’oro, dal cameriere incaricato del trasporto. In questo modo i ragazzi sparpagliati in pista potevano immortalare con i videofonini il trionfo dello spreco. Se poi i clienti che usufruivano del servizio erano anche di bell’aspetto, non c’era niente che potesse ostacolare la loro ascesa ai vertici di quel microcosmo sociale. Bellezza e ricchezza erano i valori assoluti su cui si reggeva l’ethos del “Joia”. Una volta abolita ogni forma di comunicazione verbale, tutto ciò che conta era l’immagine.

Sulla base di queste premesse, non faticherete ad immaginare i tentativi di approccio con l’altro sesso in cui si producevano i ragazzi più brutti. Nonostante gli accorgimenti di tipo estetico, come un naso rifatto o un vestito particolarmente costoso, gli sventurati a cui fosse toccato in sorte un aspetto sgradevole erano condannati a subire rifiuti stizziti e risatine di scherno da parte di ragazze insensibili a qualsiasi tipo di complimento. L’unica speranza di riscatto sociale era ostentare ricchezza, nonché circondarsi di compagni avvenenti che facilitassero l’approccio con le ragazze. Ma i sentimenti di amicizia, in quelle circostanze, potevano essere messi da parte. Anche gli amici più comprensivi, infatti, non si facevano scrupolo di isolare lo sventurato compagno pur di soddisfare il proprio istinto predatorio. A quel punto, i più brutti non avevano alternative se non masturbarsi nei bagni del retro, oppure, nel dopo serata, ottenere una prestazione sessuale a pagamento da una prostituta di colore di Castelvolturno.

Difficoltà di approccio potevano però ostacolare anche le iniziative dei maschi più piacenti. D’altronde, nel “mercato aperto” generato dalla liberalizzazione sessuale, disporre di una vagina equivale a possedere una posizione di privilegio. Significa non partecipare alle spese della serata; farsi offrire da bere; selezionare il maschio più avvenente. In un regime femminocentrico come questo, dove il potere di scelta delle ragazze è assoluto, il belloccio del “Joia” era disposto ad accontentarsi, extrema ratio, anche di una cozza pur di non andare in bianco. Mentre, di contro, il disagio per tipi come me, che non brillavano in bellezza né in ricchezza, poteva diventare insostenibile. Non a caso il “Joia” è il locale in cui ho rimorchiato di meno e speso di più. La mia utilità marginale, si potrebbe dire, è stata prossima allo zero.

La fase conclusiva della serata non offriva momenti significativi, se non il fastidio di ritornare a casa piuttosto alticci. Infatti l’alcool assunto in quelle ore era troppo per essere smaltito in fretta. Perciò, in preda alla cosiddetta “fame chimica”, i giovani clienti del “Joia” erano soliti rimpinzarsi con cornetti caldi e pizzette al forno per recuperare un po’ di lucidità. Non di rado, per riprendersi completamente dallo stato di intontimento, si procuravano una dose di cocaina in una delle piazze di spaccio situate in periferia. Le “botte” venivano poi consumate in gruppo all’interno dell’auto, o, in circostanze migliori, in un appartamento.

Tuttavia, nonostante le possibili varianti di cui poteva arricchirsi il dopo serata, l’impressione era che, uscendo dal Joia, non si ritornasse alla vera vita, ma che fosse la vera vita ad essersi interrotta. Non a caso, sui profili di facebook, non comparivano foto diverse da quelle che ritraevano i ragazzi all’interno dei locali. Come se le esperienze destinate ad arricchire la loro memoria virtuale si limitassero alle ore trascorse sotto l’effetto dell’alcool. A ulteriore conferma di questa lettura, nel corso della settimana, oggetto di dibattito diventavano i momenti più salienti della serata, come gli aneddoti sulle ragazze o i pettegolezzi sull’abbigliamento esibito. Dopodiché, a ridosso del weekend, cominciava nuovamente la mobilitazione per l’evento successivo. Ciò costringeva i ragazzi ad approntare piccole forme di risparmio per far fronte alla nuova serata. Infatti, siccome l’esborso medio per ciascuno di loro era di circa 50/60 euro a sera, il giovane, se non era di famiglia benestante, avrebbe dovuto rinunciare a molti altri svaghi pur di non essere escluso da un altro evento “joioso”. Nei casi estremi, come è stato accertato dalla magistratura, arrivava financo a rubare.

Tutto ciò sembra molto triste. Ma questa, ad ogni modo, è solo la mia esperienza.

 

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(c) Marco Aragno

Marco Aragno – un lago senza Patria

lago patria (foto di marco aragno)

La bolla di schiuma aggrappata agli scogli si gonfia e si sgonfia ad ogni ondata. Mentre la fisso, penso che il cuore del lago Patria somigli a questo. Quando sollevo lo sguardo poco più in alto, la luce del sole filtra a tratti dalle nuvole scintillando sulla superficie. Il colore dell’acqua è argenteo, livido ed irreale, cede alle tonalità del marrone. All’orizzonte si intravede il Domitia Village, l’ecomostro messo su dai Casalesi con la complicità delle istituzioni. In mezzo al lago, i remi di quattro vogatori che picchiano pigramente sulle onde imprimendo un ritmo a questa domenica. Una domenica uguale alle altre, che si ripete da decenni, immune dal tempo, in quest’angolo disteso sul confine fra Giugliano e Castelvolturno.

 Il resto dell’umanità è altrove, imprigionato nelle scatole dei centri commerciali allestiti per lo shopping natalizio. A salvare il lago dall’ennesimo oblio, ci sono io, mio padre, e due turisti dall’aspetto teutonico che percorrono spaesati la circumlago. Sfogliano una guida: forse sono alla ricerca della Tomba di Scipione, nascosta poco lontano da qui fra cemento e mucchi di erbacce, o di qualsiasi altra traccia di storia che dia loro la dimensione di questi luoghi. Quando provano a chiedere informazioni, si imbattono in una coppietta di fedifraghi appostata con l’auto. Oltre a loro, alle mie spalle, un bar deserto e due ragazzi in tuta che fanno footing lottando contro la forza del vento.

Il resto del mondo se l’è portato l’esondazione, l’ultima delle tante, che ha travolto gli argini e ha frantumato il battistrada della carreggiata, trascinato alghe e foglie da quest’altra parte di mondo. Un paio di teli aranciati e un segnale di pericolo arrugginito segnalano che qualcosa deve essere successo, da queste parti. Che le istituzioni sanno di questo posto. Sanno forse dell’altro lago di melma e fango che ha invaso i campi limitrofi come una palude, o dei mucchi di eternit che costeggiano le stradine interpoderali a pochi passi dagli allevamenti di bufale. Non sanno però degli stormi di poiane che si librano in cielo, delle staccionate che ti catapultano in un tempo remoto, delle anatre selvatiche che fendono l’acqua. No, non sanno della bellezza che resiste. Nonostante tutto.

La natura e l’uomo qui hanno divorziato da tempo. Mentre esco dalla circumlago, con l’auto che somiglia ad una zattera galleggiante, guardo le mandrie di bufale che brucano l’erba, ignare dei guasti che le circondano. Mi viene da sognare un futuro pacificato, dove città e natura tornino a vivere in simbiosi. Senza conflitti, devastazioni di guerre per cui non ho nessuna colpa. Se non quella dei miei padri. Sogno famiglie venute a fare un picnic, manifestazioni sportive di vela, turisti, pesci che guizzano dall’acqua, distese di verde e agriturismi gestiti da giovani imprenditori. Ma sogno, lo so. Ed è l’unica cosa che mi resta.

Marco Aragno: Tropicana, una cosa divertente che non farò mai più

Tropicana, una cosa divertente che non farò mai più

Anche io, come migliaia di altri miei coetanei, sono stato al Tropicana di Mykonos. Per ben due volte: nell’estate del 2007 e in quella del 2009. Anche io non ho potuto resistere alla tentazione di sperimentare in prima persona tutto ciò che si raccontava a proposito di quel luogo che ha colonizzato l’immaginario vacanziero di un’intera generazione. Sesso in spiaggia, fiumi di alcool e un senso di diffusa spensieratezza erano gli ingredienti con cui i fortunati testimoni di quella vacanza condivano le loro narrazioni una volta fatto ritorno in madrepatria. Stremato da un inverno di isolamento universitario, Mykonos era la meta ideale per un impacciato studente come me, avvezzo più alla lettura di libri e quotidiani che non agli happy hour.

Ricordo che per raggiungere la spiaggia del Tropicana Club è necessario percorrere uno snodo di salite e discese, per lo più in curva, attraversando lande di color marrone punteggiate da ciuffi di macchia mediterranea e mulini bianchi a strapiombo sul mare. Il paesaggio è reso ancora più suggestivo da un vento fortissimo, che fischia fra le rocce dando vita ad un’insolita sinfonia naturale. All’orizzonte, fra una salita e l’altra, si spalanca a squarci biancoazzurri il mare Egeo, ingrossato dagli imperterriti soffi del divino Eolo. Tuttavia neanche l’incanto del luogo può farti sbagliare strada. Se vuoi trovare il Tropicana, basta seguire l’orda di motorini lanciati a folle velocità che strombazzano in un clima di euforia collettiva. Un esercito di liceali reduci dall’esame di maturità e matricole universitarie provenienti da ogni angolo d’Europa sbarcano a luglio e agosto in questo piccolo paese dei balocchi, confezionato ad arte per la gioventù desiderosa di trasgressioni a base di sesso e alcool.

A guardarla ora, si capisce quanto siano lontani i tempi in cui Mykonos era una destinazione semisconosciuta per villeggianti amanti dell’avventura e omosessuali in cerca di vacanze appartate. L’isola delle Cicladi oggi è diventata una meta del turismo di massa. I voli di linea per il piccolo aeroporto locale sono numerosi, così come le tratte in nave dall’Italia. Gli hotel sono spuntati come funghi e le agenzie di viaggio traboccano di brochure e depliant dalle offerte vantaggiose. La crisi che ha condotto la Grecia ad un passo dal default non sembra aver toccato quest’oasi del divertimento.

Col mio cinquantino affittato per 20 euro al giorno, giungo a destinazione. L’entrata del locale, sormontata da un cartellone rosso con una scritta blu, è circondata da una marea di scooter accatastati l’uno sull’altro. Un gruppo di connazionali mi dice che furti di caschi e teli da mare sono all’ordine del giorno. Per questo provvedo subito a nascondere il casco sotto la sella e a infilare l’asciugamano nello zaino.

Dopo aver varcato la soglia di ingresso, affondo i piedi nella sabbia. I bassi sparati ad alto volume dai woofer sono tanto forti da far sobbalzare i granelli sopra le caviglie. Mi volto lento come un plantigrado alla mia destra e, fra gli ultimi bagliori del crepuscolo, vengo travolto da una visione epifanica: glutei abbronzati, testosteronici corpi sudati e bottiglie di vino sollevate al ritmo di musica house. Dopo alcuni secondi di stordimento, mi rendo conto di essere entrato in una zona franca, dove i ruoli sociali e le regole della convivenza civile che secoli di società borghese hanno costruito sono magicamente azzerati.

Al centro della pista, sotto teli ocra che ondeggiano al vento, la leggenda di cui ho sentito soltanto parlare in rete si incarna nel corpo glabro e snello del guru del divertimento ellenico targato made in italy. Direttamente dalla sonnacchiosa Basilicata, Sasà Mikonos ha fatto la sua fortuna come speaker per discoteche italiane ed estere: un’autorità della movida estiva. L’iconografia tradizionale diffusa su internet lo raffigura mentre balla sopra un tavolo, con uno slip sottile dalla strana forma di una proboscide e la testa rasata simile a quella di un monaco zen. La rappresentazione internettiana corrisponde alla scena che si staglia davanti ai miei occhi. Stuoli di ragazze in costume danzano vorticosamente ai piedi del Priapo come delle menadi che aspettano di sfiorare il suo fallo leggendario. Il mito diffuso sulle dimensioni del suo pene si autoalimenta ogni qual volta lo si vede in giro in compagnia di ragazze diverse: alcune si limitano ad avvicinarlo per strappargli una foto da mostrare su facebook; altre chiedono il suo numero di telefono confidando nella possibilità di un appuntamento in cui saggiare le sue doti sessuali. Ma il ruolo di Sasà Mikonos non è solo scenografico nell’isola del divertimento. Mentre balla, il profeta del berlusconismo vacanziero in terra greca impartisce da un microfono veri e propri dettami di piacere con cui educa orde di villeggianti alla libertà dei costumi. Il suo repertorio di massime spazia dalle preferenze personali in tema di donne ai suggerimenti più intimi sul kamasutra. “Amo le donne dal clitoride sporgente”, oppure – nei momenti di maggiore ispirazione – “il mio angolo di cielo è un triangolo di pelo”.Ad ogni frase, tutti saltano sillabando il suo nome. Il mantra sottinteso è sempre lo stesso: divertimento senza freni.

Ebbene, non c’è divertimento senza alcool al Tropicana. Per questo punto dritto verso uno dei due punti di rifornimento alcolico messi a disposizione dagli oscuri organizzatori del mio svago pomeridiano. Si tratta di un minimarket allestito all’interno del locale (l’altro punto è il bar, che però è specializzato solo nella preparazione di cocktail). Dopo essermi destreggiato fra schiene bagnate e magliette zuppe di sudore, entro all’interno del market e passo in rassegna gli scaffali. C’è di tutto: dalla birra ai distillati, dallo spumante ai vini. La scelta della bevanda dipende dal cielo del paradiso a cui ciascun avventore del locale vuole ascendere. Ad ogni gradazione alcolica corrisponde un grado di beatitudine. Il prodotto più venduto però non ha un titolo alcolmetrico particolarmente elevato: si tratta di una semplice bottiglia di vino bianco da un litro e mezzo alla modica cifra di dieci euro. Intorno vedo tanti ragazzi scolarsela nel giro di pochi minuti. “Prendila e ti salirà subito la capata”, mi assicura un ragazzo napoletano in bermuda mentre stringe la bottiglia fra le mani. La ‘capata’ di cui parla è quella sensazione di improvviso intontimento che ti ‘sale’ magicamente dallo stomaco alla testa quando assumi l’alcool con una certa rapidità. Il vino ‘Tropicana’, a quanto pare, è dotato di qualche particolare proprietà alcolica capace di procurarti questa forma di sballo (sarà forse per via della composizione chimica dell’uva di queste parti; oppure sarà merito del processo di decantazione. Sta di fatto che il risultato adrenalinico è assicurato).

Con la mia bottiglia stretta fra le dita, esco dal market e scruto attentamente il formicaio di villeggianti che balla in preda ad una convulsione collettiva. I gruppi più folti di danzatori si accalcano sopra due tavoli posizionati al centro della pista. Tutti gli altri ballano senza fissa dimora, muovendosi in circolo lungo l’intero perimetro del locale (che ha, per estremi, una piscina da un lato e la spiaggia libera dall’altro). Il ricambio di danzatori fra i tavoli e il resto della pista è continuo. Di solito i gruppi stanziali sono formati da comitive di ragazze, che per una strana forma di solidarietà femminile tendono a restare più compatte, mentre i maschi preferiscono girovagare da soli per perlustrare la pista in cerca di facili prede. Ma al Tropicana non è raro vedere ragazze più intraprendenti che girano senza scorta per esporsi volontariamente ai tentativi di adescamento dei maschi, oppure per agire di propria iniziativa selezionando i partner che sono di loro gradimento prima che siano questi a farsi avanti.

Anche se la miopia annebbia le mie capacità di avvistamento, cerco subito di individuare tutti i possibili obiettivi di genere femminile che possono essere alla mia portata. In particolare, facendo ricorso alla mia esperienza maturata nei locali notturni, osservo i movimenti del ballo per sondare il grado di disinibizione delle mie prede. Poi osservo il loro livello di avvenenza per valutare le mie possibilità di successo (non mi considero né bello né particolarmente brutto, al punto che, disinibito dall’alcool e mascherato dall’abbronzatura, posso aspirare ad una partner di bellezza media; ad ogni modo non posso escludere nella fase di adescamento l’entrata in gioco di altri fattori, come la simpatia e la sfrontatezza, tali da permettermi di conquistare prede più avvenenti).

Al termine di una prima ricognizione, vengo attirato dalla presenza di alcune ragazze che ballano sul bancone del bar. Ma non faccio in tempo a poggiare l’infradito destro sul bordo del bancone che un energumeno con una maglietta con su scritto ‘Staff’ mi spinge all’indietro: mi ringhia che possono salire solo esseri umani di genere femminile. Dalla prescrizione imposta ai maschi, mi pare di capire che i gestori del locale vogliono che in rete e in tv circolino soprattutto foto e video di ragazze. Una scelta di marketing per salvaguardare l’immagine del Tropicana fuori dai confini nazionali.

Tuttavia, nonostante il breve scontro con l’autorità costituita, non mi demoralizzo: in pista ci sono gli altri due tavoli dove si ammucchiano ragazzi e ragazze. Una selva di braccia e gambe dove il mio desiderio di contatto fisico non è limitato da alcuna norma o divieto. Così, preso dalla ‘capata’, salgo sul tavolo sfruttando un varco aperto. Mi rendo subito conto che i millimetri quadrati a disposizione per ballare sono troppo pochi. Quindi mi addentro in profondità e mi incuneo come una sottiletta fra addominali a tartaruga e gambe maschili ricoperte di peli fino a guadagnare l’altra sponda del tavolo. Sul bordo, di fronte a me, in un ritaglio di spazio miracolosamente sgombro, mi ritrovo il sedere di una ragazza bruna che ondeggia oscenamente. Dopo un attimo di esitazione, mi avvicino sempre più. Poi comincio a strusciare il mio costume sui suoi glutei. Dal fatto che non si allontani e non scosti il suo sedere in segno di fastidio deduco che ci sta. Lo sfregamento che ho intrapreso diventa più continuo e ritmato. Il ballo si trasforma lentamente nella simulazione di un rapporto anale e la ragazza comincia ad emettere un gridolino di piacere inarcando la schiena. Dall’intonazione degli ‘aah!’ sembra italiana, anche se non ci metterei la mano sul fuoco (in fondo è un’ esclamazione universale proferita durante i rapporti sessuali consumati in tutte le lingue mondo e le variazioni di inflessione di paese in paese saranno così minime da risultare impercettibili anche ad un orecchio esperto). In controluce, mentre insisto nella danza erotica fino a raggiungere la vertigine di un orgasmo virtuale, una leggera lanugine che noto sulle sue spalle abbronzate accentua la sensazione di ritrovarmi in un luogo di promiscuità animale. Mi sento come uno di quei primati che si accoppiano nei documentari per rassicurare i telespettatori sul fatto che fare sesso è una cosa diffusa anche al di fuori del genere umano.

E, proprio come accade nei documentari, il successo del mio accoppiamento viene minacciato dalla presenza di altri maschi. Una vaga sensazione di accerchiamento comincia ad impadronirsi di me. Alle mie spalle un ragazzo balla con finta disinvoltura lanciando di tanto in tanto uno sguardo verso di me e verso le altre coppie che si sono formate intorno. Sta impalato lì, animato da una strana impazienza, come se aspettasse il momento giusto per sostituire qualcuno di noi. A quel punto, per respingere l’avanzata di altri pretendenti e ufficializzare la sua scelta, la brunetta che è in mia compagnia si gira di colpo. E trascorsi pochi secondi di straordinario silenzio a suggello del rituale di accoppiamento, spalanca le labbra e tende la sua lingua verso di me. Non mi resta che chiudere gli occhi e perdermi in un naufragio di saliva. In quell’istante mi sembra di stare da solo: la mia lingua avvitata alla sua e la musica in sottofondo. In realtà sto sopra un tavolo di tre metri quadrati carico come un carro bestiame a baciare una ragazza sconosciuta, forse straniera e per giunta ubriaca, con la bocca impastata di vino greco scadente acquistato a dieci euro sullo scaffale di un minimarket. A quanto pare, però, una situazione del genere al Tropicana rappresenta la normalità. In un solo pomeriggio, fra le nebbie del vino, ti può capitare di infoltire il tuo carnet con baci di ragazze diverse. A volte durano un attimo, prima che la tua partner venga inghiottita dalla folla o tirata per le mani da qualche altro primate agguerrito.

Dopo un bacio, se sei abbastanza tenace quanto fortunato, puoi ottenere un rapporto sessuale completo. Nei bagni non è raro imbattersi in coppie in fase di copula. Tuttavia il luogo riservato agli accoppiamenti è di fronte al locale, dove sui lettini posizionati a ridosso della spiaggia si consumano decine di amplessi. Una situazione tutto sommato ordinaria, se non fosse che la penombra serale in cui sei immerso con la tua partner può essere bruscamente illuminata da torce elettriche e videofonini. Alcuni voyeur si aggirano fra le coppie in intimità per riprendere dal vivo le scene hard. Ciò che un tempo era un romantico rapporto sessuale sul bagnasciuga, diventa così una sorta di reality per spettatori guardoni. Il Tropicana, ai tempi del Grande Fratello, è anche questo. Ma la cosa che più mi stupisce è sapere che alcuni ragazzi hanno perso la verginità in questo modo. “La prima volta è stato qui al Tropicana”, mi confessa una diciottenne di Brescia con cui mi intrattengo a parlare al bar. “E’ stato l’anno scorso. L’ho fatto sul tavolo centrale davanti a tutti”. Angela – la chiameremo così perché ha la pelle candida, gli occhi chiari e una vaga aura da dama del Trecento  – non è l’unica ad essere venuta qui per il secondo anno di seguito. Al Tropicana capita di incontrare ragazzi che sono tornati per la terza o quarta volta. In Europa, dopo Ibiza, non c’è un posto migliore di questo per lo sballo vacanziero. “Ma a Ibiza ci si va anche per drogarsi – sottolinea un altro ragazzo con cui scambio un paio di battute -. Invece a Mykonos si viene principalmente per le femmine”. Che, a suo dire, sono abbondanti e sessualmente disponibili come in pochi altri centri di villeggiatura del Vecchio Continente.

Quando finisce l’aperitivo, poco prima di mezzanotte, la folla comincia a disperdersi in tanti rivoli che raggiungono lentamente l’uscita. Una volta che l’alcool in circolo esaurisce i suoi effetti e riprendo un po’ di lucidità, ho la sensazione che la mia serata sia stata una lunga e divertente amnesia condivisa con altri coetanei. I ricordi sono pochi e confusi. La memoria rimossa. L’alcool che ho avuto in corpo mi impedisce di formare delle immagini connesse. Uscito dalla dimensione dell’oblio autoindotto, la prima visione che mi si para davanti sono le bottiglie di vino e di birra impilate nei cestini o sparse alla rinfusa sulla sabbia. Sono decine e decine. Come le vittime dello sballo. Alcuni ragazzi restano riversi a terra e privi di coscienza; altri svuotano le proprie vesciche sul bagnasciuga; altri ancora stanno piegati ad osservare la pozza del loro vomito in preda ad una crisi di identità.

I restanti – vale a dire quelli miracolosamente sopravvissuti alla libagione – saltano in sella agli scooter e schizzano via dileguandosi oltre la salita. Per loro la giornata non termina qui. Dopo una cena frugale ed una doccia, saranno abbastanza ricaricati di energie per calcare le piste da ballo di un altro locale. Semmai del bellissimo Cavo Paradiso, una terrazza ventosa a strapiombo sul mare dove suonano i deejay più famosi del mondo. In quell’occasione, altro alcool circolerà nei corpi di ventenni vogliosi di esperienze, altri amplessi verranno consumati sulla sabbia. Sarà un’altra notte lunghissima, a Mykonos. E buia. Una di quelle notti che non finisce più.

 Marco Aragno