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I poeti della domenica #298: Dacia Maraini, Se amando troppo

se amando troppo

se amando troppo
si finisce
per non amare affatto
io dico che
l’amore è un’amara finzione
quegli occhi a vela
che vanno e vanno
su onde di latte
cosa si nasconde mio dio
dietro quelle palpebre azzurre
un pensiero di fuga
un progetto di sfida
una decisione di possesso?
la nave dalle vele nere
gira ora verso occidente
corre su onde di schiuma
fra ricci di neve
e gabbiani affamati
so già che su quel ponte lascerò una scarpa, un dente
e buona parte di me

In viaggiando con passo di volpe, Milano, Rizzoli, 1991. 

I poeti della domenica #50. Dacia Maraini, Teatro in cantina

maraini-poetarum

TEATRO IN CANTINA

Quante giornate passate al chiuso
seduta su una panca magra e sbilenca
dentro un cappotto troppo corto,
col copione fra le dita intirizzite
a ripetere e fare ripetere
le parole del mistero e della finzione!
Quanti pomeriggi bui davanti a una
stufa a gas, i capelli pieni di polvere,
i piedi ghiacciati, a ripetere e
fare ripetere le parole della rovina!
Ci interrompevano per uscire, infreddati,
ridendo, entravano nella pizzeria accanto,
compravano pezzi di pollo fritto,
bevevano il vino in bicchieri di carta cerata
e dopo venti minuti, mezz’ora eravamo
di nuovo al lavoro, il gas intanto era finito,
si sentiva un rumore di topi dietro il tramezzo.
Quante ore ho passato a ripetere e
fare ripetere le parole dell’incombenza!
Si potesse imparare cosa si fa
mentre lo si fa, con lucidità e certezza!
Si potesse capire di che malattia
siamo malati e perché moriamo,
pur stando bene, dentro sacchi di plastica
trasparente, simili a delle patate o
a dei sedani che marciscono sul banco
di un negozio deserto, sotto un sole stregato.
I temi della morte e dell’onore sono
perduti, le grandi visioni storiche
sono diventate presuntuose e ridicole,
non ci restano che strozzate storie particolari,
la comicità come un limone che si ficca
in bocca al maiale, agro e pallido.
Ogni disperazione è riso e il ridere
fa disperare. Quante giornate passate
a ripetere e fare ripetere con appassionata
noia le parole euforiche di un destino
artificiale! Quante giornate stolte,
quante ore dolorose in cui ho dovuto
battermi con fantasmi orgogliosi e crudeli!
Quante giornate nere di vecchiaia precoce!
Ho perduto mille volte il coraggio e
mille volte l’ho ritrovato, di notte,
in mezzo a sogni furfanteschi e giulivi.
Quante volte mi sono cadute le palpebre
dentro il palmo delle mani annerite,
e sono diventata miope a furia di scrutare
il vuoto in cerca di un segno di ambigua certezza,
dentro gli occhi angelicati dei miei
cerimoniosi attori incapaci di scandalo e d’amore.

Giugno 1970

Dacia Maraini, Teatro in cantina, in Fare teatro, materiali, testi, interviste, Milano, Bompiani, 1974.