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Eduardo Galeano – Un ricordo partendo da Splendori e miserie del gioco del calcio

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Eduardo Galeano: Montevideo, 3 settembre 1940 – Montevideo, 13 aprile 2015

La copertina arancione, un po’ sbiadita, sdrucita. Lo comprai su una bancarella in via Filzi, a Milano. Era parecchio usato, ma a pensarci bene quel libro aveva più senso un po’ rovinato che nuovo, aveva più senso, così come ha senso un campo di calcio massacrato dopo una partita vera. Quel libro era come le scarpette sporche di fango quando ritornavi a casa e avevi giocato, sognando chissà cosa, dentro la pioggia. Quel libro era Splendori e miserie del gioco del calcio di Eduardo Galeano. Dire che ho amato quel libro sarebbe riduttivo, non spiegherebbe il miracolo della grande letteratura applicata al calcio, dell’ampia visione delle cose mischiata al sogno. Galeano sapeva rappresentare la prospettiva che sul calcio hanno i bambini. L’allegria, la spensieratezza, la fantasia, la magia e il sogno. E poi sapeva di quello sport raccontare la malinconia, la solitudine, l’amarezza. Lo stupore che tutti accomuna e che accompagna sia la vittoria che la sconfitta. Galeano era dell’Uruguay, uno dei posti che da sempre mi attira e che non ho ancora visitato. L’Uruguay suo e di Mario Benedetti. L’Uruguay che ancora tormenta i ricordi calcistici dei brasiliani. L’Uruguay piccolo e indispensabile. Galeano è stato un grande scrittore e non solo scrittore di calcio, ma credo che la sua essenza e la sua penna magica abbiano trovato la massima espressione proprio in quel libro che trovai su una bancarella, abbandonato da chissà chi. Eduardo Galeano è morto oggi, nel giorno in cui se ne è andato pure Günter Grass, un altro grande della letteratura. Eppure a me è per Galeano che viene da piangere. (gianni montieri)

Da Splendori e miseri del gioco del calcio, trad. di Pier Paolo Marchetti. Sperling e Kupfer editori.

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Zamora

Debuttò in prima divisione a sedici anni, quando portava ancora i pantaloni corti. Per giocare nello stadio dell’Español a Barcellona, si mise una maglia inglese a collo alto e un cappello duro come un casco che doveva ripararlo dal sole e dai calci. Correva l’anno 1917, e le cariche erano ancora da cavalleria. Ricardo Zamora aveva scelto un lavoro ad alto rischio. L’unico che correva più rischi del portere era l’arbitro, allora chiamato el Nazareno, che era esposto alle vendette del pubblico negli stadi che non avevano fossato né recinto. A ogni gol si interrompeva lungamente la partita, perché la gente si riversava in campo per abbracciare o picchiare qualcuno.Con gli stessi indumenti di quella prima volta, la figura di Zamora divenne famosa nel corso degli anni. Era il terrore degli attaccanti. Se lo guardavano negli occhi erano perduti: con Zamora in porta, lo specchio si rimpiccioliva e i pali si allontanavano fino a perdersi di vista. Lo chiamavano el Divino. Per vent’anni fu il miglior portiere del mondo. Gli piaceva il cognac e fumava tre pacchetti di sigarette al giorno e qualche sigaro.

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Giancarlo Liviano D’Arcangelo – Gloria agli eroi del mondo di sogno

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Giancarlo Liviano D’Arcangelo – Gloria agli eroi del mondo di sogno – Il Saggiatore, 2014 – € 16,00 – ebook € 10,99

Non c’era alcuna differenza sostanziale per me, se ci rifletto bene, tra Camelot e l’Old Trafford di Manchester.

Prendiamo la seguente formazione: Dasaev – Briegel –Cabrini – Passarella – Butcher – Scirea – Matthäus, Platini, Hugo Sánchez, Maradona, Rummenigge. Allenatore Lobanovskij.

E contrapponiamola alla Grande Ungheria (la squadra più forte di sempre? Se non lo è, poco ci manca): Grosics, Buzánsky, Lantos, Bozkis, Lóránt, Zakariás, Czibor, Kocsis, Hideguti, Puskás, Budai, (Tóth). Allenatore Sebes.

Facciamo sì che le due squadre (la prima è Il Resto del Mondo 1985, secondo l’autore) si affrontino tutti i pomeriggi, in un regno chiamato Futbolandia (come il sogno del libro di Valdano), in un mondo che è uno stadio. Uno stadio (denominato Maracanà, si capisce) costruito da un bambino. I calciatori sono gli omini della Playmobil, l’erba è un pezzo di moquette ritagliata – dal salotto – di nascosto, gli spalti sono costruiti con i libri, con i volumi delle enciclopedie (non riesco a immaginarne un uso migliore). Qui comincia il mondo del sogno, fatto di partite infinite, ripetute per centinaia di pomeriggi, e di gol impossibili. E quindi indimenticabili. Siamo nella prima parte del libro di Giancarlo Liviano D’Arcangelo, e avremo già riportato indietro il nostro orologio del tempo, a quando i bambini, sui tappeti, nelle camerette, eravamo noi. Quando la nostra fantasia si liberava e applicavamo al calcio tutto quello che eravamo in grado di sognare. Il calcio era il sogno e l’estensione di un sogno. Era la magia. Le piccole camerette, i salotti, i corridoi diventavano i luoghi dove riprodurre e, soprattutto, amplificare quello che vedevamo in Tv. Prima ancora che potessimo cominciare a scendere in strada, a giocare col pallone, inventavamo il calcio tra la scrivania e l’armadio.

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Gianni Montieri – Il calcio a modo mio (due prose)

Sampa foto di gianni montieri

Sampa foto di gianni montieri

Queste due prose sono state pubblicate in origine sul sito ALLULTIMOSTADIO

 

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Ci piaceva il calcio e questo era tutto

Ci piaceva il calcio e questo era tutto. Non importava che ci fosse pioggia o sole o neve. Una volta, mi ricordo, giocammo una partita a calcetto il 23 dicembre, mentre cominciava a nevicare. Dieci tizi felici che correvano in pantaloncini in mezzo al bianco, tutti sprovvisti di catene per tornare a casa dopo, tutti che se ne fottevano. Quando mi domandano cos’è il calcio per me penso a quel 23 dicembre, quella è una delle risposte.

Una delle più grandi umiliazioni della mia vita l’ho avuta a 14 anni, giocavamo la domenica mattina in un posto che si chiamava “abbasc’ ‘a scesa”. Partivamo da casa con le tute e le scarpette. Quella volta perdemmo, c’era un mio amico, che era bravissimo, mi sentii in dovere di chiedergli scusa per un gol sbagliato. Lui mi guardò e disse: «Vuje nun sapite proprio jucà ‘a pallone.» Pensai che avesse torto ma che quella volta era giusto che lui dicesse quella frase. Era il più forte e aveva perso. Il calcio poi era quella cosa lì, diventare rossi di vergogna per un gol sbagliato.

Il calcio certe volte era il cortile di mia zia. Una strana pavimentazione scoscesa, io e miei cugini che creavamo delle cose con i livelli di difficoltà. Il cross da far partire il più vicino possibile al marciapiede, autorestringere lo spazio di manovra. Crossare per ore e tutti a turno a saltare di testa. Il calcio era gol se entrava sotto l’arco dove nostro zio teneva parcheggiata una bellissima 1100. Non l’abbiamo mai graffiata. Il calcio se poi dovessero domandarmelo è quella cosa lì.

Il calcio per molti anni è stato una voce alla radio, più voci alla radio. Il calcio era Sandro Ciotti che ti diceva che gli spalti erano gremiti al limite della capienza e la temperatura era apprezzabile. E tu la sapevi la temperatura, io comunque immaginavo sempre un leggero venticello alle partite a cui assisteva Ciotti. Apprezzabile per me era un venticello. E poi Ameri con i suoi scusa Ciotti durante gli Juve – Napoli e ogni volta facevi un infarto, e ogni tanto era un gol nostro e andava bene così. E Luzzi con i suoi «Attenzione, attenzione ha segnato il Messina con gol di Bellopede.» mentre noi aspettavamo un gol del Napoli, c’era da morire. Se me lo chiedete il calcio è quella cosa lì.

Novantesimo minuto, quello era il calcio. Ma qui dico solo ciao a Marcello Giannini che se ne è andato da poco e a Luigi Necco che oggi compie ottant’anni. Sky non sei un cazzo, il calcio era quella cosa lì, se me lo domandate.

Il primo tv color comprato da mio padre, appena in tempo, prima di Italia – Argentina dell’ottantadue. Due miei amici che ballano come ossessi davanti al televisore e Pasquale un amico di mio padre che piange sul balcone dopo il terzo gol di Rossi al Brasile. Ma piangevamo tutti, il calcio era quella cosa lì, mica altro.

Maradona tutta la vita, tutta fatta di ringraziamenti e di io c’ero. Di paragoni e metafore. Diego è stato per anni la nostra unità di misura, facevi una cosa bene, in qualsiasi campo e allora: «A livell’ ‘e Maradona.» Sbagliavi un gol e giù di: «A te manc’ si ta pass’ Maradona.» Il gol all’Inghilterra, beh se il calcio non è quella cosa lì non so proprio cosa sia.

Milano, le sconfitte del Napoli la domenica, gli anni bui, la voglia di non essere in ufficio il lunedì, saltare gli sfottò, dimenticare, il calcio era quella roba che non volevi che ti sfottessero. Il calcio è anche quando sei in C e in B, e ti piace lo stesso. Milano è poi certe domeniche pomeriggio a San Siro con certa nebbia, una volta con Bruno congelati a un Inter – Cagliari, sicuramente il calcio è quella cosa lì.

Il calcio era quella roba che dopo la pizza e gli sfottò negli spogliatoi. Era, addirittura, certe volte andare a vedere la seconda squadra di Giugliano (i Boys) alle dieci della domenica mattina. Anche questa cosa non ce l’ha un motivo, oppure il motivo è soltanto il calcio. Trovarsi lì dove un pallone faceva le cose che doveva fare a qualsiasi ora.

Adesso che vengono a spiegarmi cos’è il calcio, com’è e come dovrebbe essere, mi viene da guardarli tutti, poi voltare le spalle e mandarli a cagare. Perché il calcio è anche quella roba lì, una roba dove ci si manda a cagare per un niente, per un fallo laterale.

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Elenchi puntati con pallone

Quella cosa che mi era sempre piaciuta del gioco del calcio in realtà erano almeno dieci. Perciò erano quelle cose che mi erano sempre piaciute del gioco del calcio. Le dieci cose che vado nell’ordine ad elencare:

  1. Diego Armando Maradona
  2. Il Napoli Calcio
  3. Il tiro a rientrare fatto da chiunque
  4. Il dribbling ma mai fine a se stesso
  5. Kempes, Platinì, Van Basten, Bruno Conti, Baggio, Zidane e Totti
  6. Il passaggio in profondità
  7. Il triangolo, la sovrapposizione
  8. Il sole del San Paolo, la nebbia di San Siro, il fango della Premier League
  9. L’anticipo di Fabio Cannavaro
  10. I mondiali di calcio

Queste dieci cose non me le devono toccare, perché queste cose hanno un significato profondo, significano che:

  1. Sono stato bambino
  2. Ho avuto un Super Santos
  3. Andavo in curva a vedere il Napoli
  4. Ho visto Maradona palleggiare con un bicchierino di plastica
  5. Ho pianto per uno scudetto, per un mondiale
  6. Ho amato Bruscolotti, Frappampina, Volpecina, Caffarelli e Celestini
  7. Una volta ho visto un Milan – Bari nel gelo di San Siro, senza motivo
  8. Mi ricordo Beppe Savoldi, mi ricordo mio nonno che si incazzava con Savoldi
  9. Il quarto gol di Antognoni era regolare
  10. Enzo Bearzot.
  11. Mio padre che mi insegna il tiro all’ungherese
  12. Il lunedì a 7, il venerdì a 5
  13. La notte del terremoto dell’ottanta giocavamo a calcio per farci passare la paura
  14. Quando ci fu la prima scossa stavo giocando a pallone
  15. Mia madre mi diceva: non sudare

Me le toccano e mi fanno incazzare moltissimo:

  1. Le bombe carta
  2. Le prese per il culo
  3. Le bottigliette d’acqua controllate
  4. I camorristi, i fascisti, i ladruncoli, gli spacciatori a capo delle curve
  5. Le sparatorie prima di una festa. Le sparatorie sempre
  6. Non avere il coraggio di portare mio nipote allo stadio
  7. La retorica
  8. Le istituzioni
  9. Quelli che non fanno niente e non si dimettono mai
  10. Il mio collega che stamattina ha detto “siete sempre i soliti”. I soliti chi? I soliti cosa?
  11. L’arroganza dei dirigenti, di quasi tutti i dirigenti
  12. La debolezza dei dirigenti, di quasi tutti i dirigenti
  13. Il calcio scommesse
  14. le risse
  15. gli insulti
  16. quelli che non capiscono un cazzo di calcio e ne parlano

 

Vincenzo Montella ha detto: «Chi canta “Oh Vesuvio lavali col fuoco” magari si troverà là quando succederà.» Poi ha dato un buffetto a Insigne e ha detto: «Ma tu proprio stasera dovevi fare due gol?»

Aeroplanino una volta aeroplanino per sempre.

 

© Gianni Montieri

Tre storie di calcio dal Brasile

san paolo - foto gm

 

 

Nota: i tre brani qui raccolti sono stati scritti e pubblicati quasi “in presa diretta” dal Brasile, su blog  Allultimostadio (gm)

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#1

La linea 3 della metropolitana di San Paolo

La linea tre della metropolitana di San Paolo, la Rossa, la Vermelha, nei ventidue chilometri che vanno da un capolinea all’altro, oltre a trasportare milioni di persone l’anno, racconta un pezzo di storia del calcio, e quaggiù, nell’inverno brasiliano, non potrebbe essere diversamente. La linea va da Palmeiras-Barra Funda a Corinthias- Itaquera. Il Palmeiras è primo nella serie B del campionato brasiliano di quest’anno. Il Corinthias sta tra il quinto e il sesto posto del Brasileirao dei vip, la serie A. Immaginiamo che chi parta dal capolinea Palmeiras parta dalla serie B, e chi si muova da Corinthias vada al lavoro partendo dalla serie A. Fingiamo che chi venga da Palmeiras debba fare più fatica rispetto a chi arrivi da Corinthias. Che debba risalire verso il centro come si risale da un campionato di seconda categoria. La metropolitana sarà più piena, il lavoro pagato peggio, la pausa pranzo più corta, ci saranno più fermate. Seguendo la nostra immaginazione, perché di immaginazione si tratta, pensiamo che chi venga da Corinthias abbia meno fermate, un lavoro migliore, una segretaria figa, più soldi, roba da serie A. Adesso fermiamo per un attimo la fantasia, anche se ci troviamo nel regno della fantasia, meglio ancora se diciamo nel regno della fantasia applicata al calcio. La realtà ci dice che chi provenga dal capolinea di Palmeiras faccia meno fermate per arrivare in centro rispetto a chi si muova dall’altro capolinea e forse sta meglio economicamente, forse. Allora dovrebbe essere la squadra antipatica. Squadra ricca, restatene in B. Tra l’altro il Palmeiras è tra le due la squadra più titolata.  Corinthias hai vinto (un po’) di meno, stai nel capolinea più lontano dal centro e goditi la A. Tutto risolto, eccetto un paio di obiezioni. Obiezioni che hanno molto poco di razionale, un po’ di romanticismo e l’animo del tifoso che salta fuori. Quando ero ragazzino i canali privati trasmettevano connettendosi alla Globo, le partite del campionato sudamericano, tra le squadre che ricordo c’è il Palmeiras, mi piaceva la maglietta verde, tutto qui. Sembra che il capolinea della metro verso il quale ci si debba dirigere sia Barra Funda dunque. La squadra del Palmeiras inoltre, fu fondata da italiani, e all’inizio ci potevano giocare solo italiani come non tifarli. Ma non è ancora finita. La grande rivalità tra le due squadre, o tra i due capolinea, ebbe origine proprio a causa degli italiani, a causa di un tradimento. Il Corinthias nacque come squadra di operai, per contrastare le altre squadre di San Paolo, squadre benestanti, fu fondata da italiani, portoghesi e spagnoli, nel 1910. Quattro anni dopo fu la volta del Palmeiras, dove potevano giocare solo italiani. Qui il tradimento: gli italiani della squadra degli operai passarono al Palmeiras. I soliti venduti.  A questo punto la simpatia per la classe operaia e la voglia di riparare a un torto, mi spingerebbe a prendere la metropolitana nell’altra direzione e tifare Corinthias. Ma nel calcio, anche sotto l’Equatore, tutto è irrazionale: non posso tifare per quegli stronzi del Palmeiras, non posso tifare il Corinthias perché ci gioca Pato (per carità), ma questi sono ancora motivi secondari: non posso tifare nessuna delle due perché a San Paolo io tengo il Santos che ci giocava Pelè. Quindi scendo dalla metropolitana.

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Mangia il gatto, mangia il gatto 

La Leggenda
Si racconta che i tifosi che andavano allo stadio, qui a San Paolo, ma anche in altri posti del Brasile, trovassero lungo il percorso bancarelle dove si vendevano spiedini di carne, che compravano esortati dalle grida dei venditori «Mangia il gatto, mangia il gatto». Le bancarelle ci sono ancora. La leggenda dice che fino a non molti anni fa gli spiedini fossero (orrore) (manco fossimo a Vicenza) di carne di gatto. Naturalmente si tratta di leggenda ma i brasiliani non escludono che nasconda qualche verità. Un amico di San Paolo, da uomo pratico, mi dice che se anche fosse vero, ormai si vende sempre carne di manzo o pollo di terza o quarta scelta molto più facile da procurarsi e, soprattutto, più economica. In ogni caso i venditori ancora oggi, vuoi per tradizione vuoi per gioco, usano un fischietto che imita il miagolio del gatto e qualcuno ancora grida «Mangia il gatto, mangia il gatto». Ma questa è leggenda, è coreografia.

La storia

Ci sono strade che a San Paolo ti consigliano di non percorrere a piedi, di non tirare fuori macchine fotografiche e cellulari. Una di queste è Avenida Dq de Caxias che ho percorso a piedi andando fino a Praҫa Da Luz, dove ci sono una bellissima stazione dei treni e lo splendido Museo della lingua portoghese, ecco cosa ho visto. Appena dopo Praҫa Princesa Isabel c’è uno sterrato e uno sterrato che si rispetti in Brasile non può non avere due porte da calcio. Pali di ferro arrugginito. Dall’altra parte della strada case occupate, Favelas verticali, povertà. Anche lo sterrato, semicoperto da rifiuti, è venuto fuori da un qualche palazzone abbattuto. Ragazzini fatti di crack che dormono per strada. Sullo sterrato alcuni di questi stanno giocando a calcio, con un pallone che sembra quasi nuovo. Chissà come ci sarà rotolato lì in mezzo. Saranno una decina a giocare, una specie di calcetto senza regole e senza dio. Li guardo, sono tutti scalzi, sporchi, alcuni quasi sicuramente fatti. Compreso uno che sembra il più giovane. Se la cavano tutti ma il ragazzino mezzo fatto gioca come un dio. Non corre, vola, sembra un miracolo. Dovrebbero fermare il traffico della tarda mattinata per concedere agli automobilisti dieci minuti di questo show. Un ubriaco sdraiato per terra esorta gli altri e ripete, indicando il ragazzino, «Coma o gato, coma o gato, coma o gato», poi sghignazza. Lo sa lui e lo so io, la palla dal piede di quel ragazzino denutrito e malandato non può levargliela nessuno. Ha dei cambi di passo, una facilità di dribbling, tunnel, tiro di destro e di sinistro, che mi è capitato di vedere raramente. Gesù, che meraviglia. Gli altri sbandati, che pure se la cavano vanno fuori di testa, non riescono nemmeno a vederlo. Il gatto con la palla vola. Mi viene in mente Garrincha che era così veloce da lasciar indietro il pallone, e quando veniva scalciato dal difensore, tornava indietro, lo raccoglieva e lo mostrava. Sfotteva, poteva permetterselo. Quel ragazzino lì mi fa venire in mente quel fuoriclasse storto, certi racconti di mio padre su quel Brasile inarrestabile. Poco prima che io vada via dribbla i primi tre avversari, tunnel al quarto, dribbling sul portiere ubriaco e niente tiro, il ragazzino torna indietro e ricomincia daccapo. Li scarta tutti di nuovo, roba da lasciarti a bocca aperta.

Non credo che quel ragazzino avrà vita lunga, facile che muoia lungo il marciapiede fatto di crack. Oppure si salverà e un giorno ce lo ritroveremo ai mondiali mentre fa impazzire i nostri terzini. Quello che ho capito andando via è che il calcio è una cosa piccola, uno sport che può sembrare stupido ma che certe volte somiglia a una speranza. Lo splendore del gioco del calcio di Galeano passa da qui da Avenida Dq de Caixas, la miseria di cui parlava oggi sarebbe più vicina a una tessera Premium, a uno spogliatoio di lusso, a uno stronzo firmato Nike.

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Confesso che non ho tifato abbastanza

Alla fine giunge il momento di recarsi al Tempio. Un pomeriggio di settembre vado allo Estádio Municipal Paulo Machado de Carvalho, meglio noto come Pacaembu. Al’interno dell’impianto c’è il motivo del mio pellegrinaggio il Museu do Futebol. Pago il biglietto e entro. Ovviamente un tizio all’ingresso mi dice che non è possibile fare fotografie (una fissa tutta paulista). Sono da solo e un po’ emozionato. L’ingresso molto ampio ha le pareti ricoperte di gagliardetti, scudetti, foto. Prendo la scala mobile, Pelé in giacca e cravatta, a grandezza naturale, da uno schermo, ripete ininterrottamente, in tre lingue: «Benvenuti al Museo del Futebol». La prima parte della navata è fatta di riproduzioni tridimensionali di Pelé, Falcao, Socrates, Zico, Jair, Garrincha e altri. Luci bassissime, cori da stadio in sottofondo. Proseguo e arrivo ai confessionali. Puoi scegliere il tuo confessore tra una trentina di registi, giornalisti, attori, cronisti. Ognuno di questi ti racconta il gol che non può dimenticare. Il più bello, il più triste, l’incredibile, il più strano. Ne faccio passare diversi, becco un calciatore sconosciuto che negli anni settanta scartò tutta la squadra avversaria prima di segnare. Un gol di Socrates ai tempi del Corinthias, uno di Pelé, uno di Jairzinho ai mondiali del settanta. Arriva il turno di un giornalista sessantenne che racconta il gol più triste della sua vita. Caso vuole che il più triste per lui sia uno dei più felici per me. Il terzo gol di Paolo Rossi al Brasile ai mondiali dell’ottantadue. Racconta la partita, parla di quel Brasile, sottolinea come quella squadra fosse una delle più forti nazionali di tutti tempi (e come dargli torto). Forte come quella del ’58, come quella del ’70. Dice che su quel maledetto calcio d’angolo tutto sembrava finito quando Socrates respinse di testa fuori area, ma fuori area c’era Tardelli, il seguito lo conosciamo. Il giornalista aggiunge che ogni volta che pensa a quel gol gli viene da piangere e, in effetti, piange. Io penso a quanto bene abbiamo voluto bene a Paolo Rossi e poi che vorrei abbracciare quell’uomo che soffre ancora dopo tanti anni. E abbracciandolo sussurrargli in un orecchio: «Guarda che il quarto gol di Antognoni era regolare, coraggio.». Passo a un’altra stanza piena di foto storiche, la sacrestia degli scrittori, ognuno ha scritto almeno una frase sul calcio. Mi fermo davanti a una tenda, un timer indica che devo aspettare un paio di minuti prima di entrare. Aspetto e poi entro. Sono nella Cappella del dolore. In fondo a un corridoio spoglio c’è un maxischermo, dove viene proiettata continuamente una sintesi di un paio di minuti della grande tragedia collettiva brasiliana: la finale del Mondiale del 1950 (anzi l’ultima partita, visto che quello fu l’unico mondiale con un girone finale, al Brasile bastava un pareggio). Stadio Maracanà, la sfida è tra Brasile e Uruguay. La voce che commenta assegna la coppa al Brasile dopo il vantaggio siglato da Friaça, dice che è ancora del Brasile dopo il pareggio del grandissimo Schiaffino e si spezza in gola dopo il raddoppio di Ghiggia. L’inquadratura passa sul pubblico, piangono in duecentomila. I giornali dal mattino avevano scritto di un mondiale già vinto, ma scrivere prima è sempre un errore. Esco dalla cappella. Entro nella navata più grande, ovunque schermi che proiettano la storia dei mondiali. Gol, successi e sconfitte. Qui ci sono tutti. Pelé, Maradona, Platinì, Zidane, Ronaldo, Baggio, Romario. Meraviglia. Faccio in tempo a domandarmi ancora una volta quanto più in alto di Burnich saltò Pelè quella volta lì, a commuovermi un paio di volte, a darmi del pirla. Proseguo: bigliardini, foto, gigantografie, ma ho fretta, è tempo di arrivare all’altare. Mentre mi avvicino penso di aver tifato troppo poco, avrei dovuto essere meno sportivo, soffrire di più. Alzo la testa e mi accorgo che questa confessione arriva dritta a una gigantografia di Garrincha, il mio San Gennaro di settembre. Gli altari sono due, uno di Pelé e uno di Garrincha, diamo inizio alla funzione. Una carrellata di stratosferici gol in bianco e nero. Ah, il calcio. Scendo al piano terra, prima dell’uscita c’è una cosa per maniaci. Puoi calciare un rigore a un portiere elettronico, ti calcolano la velocità del tiro e ti scrivono GOL su un led. Essendo una cosa per maniaci la faccio e segno, alla destra del portiere, 92 km orari senza rincorsa, niente male. Mi avvio all’uscita e incontro la gente in coda per la partita, stasera gioca il Palmeiras. La Messa è finita, si gioca, si torna seri.

 

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© Gianni Montieri

Solo 1500 n. 85 – Michael Jordan

immagine da google

SOLO 1500 N. 85 – MICHAEL JORDAN

Quando saltava per andare a canestro restava sospeso in aria molto più tempo di quello consentito dalla forza di gravità. Il tiro “in sospensione” quando giocava lui, e dopo di lui, e per sempre, è diventato un’altra cosa. Fisica applicata allo spettacolo. Genio al servizio dello sport. Qualche giorno fa ha compiuto cinquant’anni Michael Jordan, avessi potuto gli avrei telefonato per fargli gli auguri.  Avrei detto “Buon compleanno” all’uomo citato da Foster Wallace (insieme a Maradona e M. Alì) come uno dei pochi termini di paragone ai “Federer moments”. Guardare una partita dei Chicago Bulls ai tempi in cui giocava Jordan poteva riconciliarti con la grazia. Sapevi che da un momento all’altro sarebbe accaduto qualcosa di impossibile per tutti gli altri umani. Un assist con palla dietro la schiena, un rimbalzo, una schiacciata, una palla sotto le gambe dell’avversario, una sospensione in aria (appunto) infinita. La grazia arrivava perché tutto questo Jordan lo faceva con estrema semplicità, facile come per noi bere un caffè. Dopo gli auguri non avrei saputo cosa altro aggiungere, non per il mio scarso inglese, ma perché mi sarebbero rimaste le parole in gola. Insomma cosa avrei potuto dirgli? Complimenti? Ma andiamo, via. Con i geni non si parla, così come non li si discute, li si ammira e basta. Giocatori stratosferici come Magic Johnson e Larry Bird al suo cospetto tornavano normali. Quando penso al Basket penso a lui. In quei momenti il Basket smette di essere uno sport e diventa magia.

(c) Gianni Montieri