Manifestolibri

Sandro Abruzzese, da Mezzogiorno padano

 

Da Mezzogiorno padano

Cara Terra,

mi trovo nella stanza dove sono cresciuto. Riallaccio i fili di anni di partenze e arrivi. Rifugio contro il gelo: sembrano di latta, ovatta e lana, queste quattro mura, queste pareti di ovile. Al solito non faccio nulla di importante. Infilo un quaderno di recriminazioni e pagine sbiadite di parole. Lo faccio per colmare la distanza. Intarsio una cornice fredda di chilometri. Metro dopo metro le parole traghettano ogni singola giornata. L’orologio della camera, in alto, sopra la porta, scandisce i minuti con le sue lancette. In fondo a uno specchio, osservo i miei occhiali, la barba rossa, pochi capelli bianchi all’altezza delle tempie, il resto ancora neri e ricci. Lo spazio aumenta, il tempo non ritorna, questo ho inteso. Così, immobile, ti allontani, mentre né io né tu ci muoviamo. Ho un piede fermo e l’altro gira su se stesso, tu sei un’isola abbandonata, circondata da una profonda fossa. Io profugo o superstite, a piccoli passi, con la penna finisco col disegnare un cerchio attorno al baricentro: è il compasso della mia esistenza.
Credevo fosse una giornata normale, questa. Una giornata di sole in cui fare due passi. Invece leggo un articolo di giornale che parla di te. I decessi superano le nascite, dice l’articolo. In precedenza era accaduto solo alla fine di due guerre: nel 1867, dopo la Terza Guerra d’Indipendenza e nel 1918, data conclusiva del primo conflitto mondiale. Queste appena citate, mi viene da pensare, avevano la dignità di essere guerre dichiarate, palesi, alla luce del sole. La guerra che mi piomba in casa oggi, in tempo di festa e pace, nessuno la nomina. Nessuno se ne occupa. È come se non esistesse perché dura da sempre. Una terra in cui ci sono più morti che nati, dove si esporta una città di medie dimensioni all’anno, questo è il posto dove sono nato. Ma oggi è Natale e chi, come me, ha potuto, è tornato. Le case sono illuminate, il traffico ha ripreso la sua consueta andatura.
Questa stanza non è dissimile da qualsiasi altra. Ci sono le foto di quando ero bambino, la sedia, la scrivania, il poster dei Pink Floyd, e i dischi di Springsteen, dei Pearl Jam, dei Led Zeppelin. Nella libreria poso gli occhi su Steinbeck. Non gli perdono il finale di Furore, quando il bambino di Rosa Tea nasce morto. Nella mente infilo una serie confusa di morti ingiuste: Gisella in Paesi tuoi di Pavese, Billy Budd di Melville, moglie e bambino in Addio alle armi di Hemingway. Esiste poco al mondo peggio di una morte ingiusta. Forse solo una vita ingiusta può far male di più. Altri libri in disordine: Lussu, Gobetti, Calvino, Cassola, Nabokov, Capote, Gramsci, De Sanctis. In basso, all’altezza dei miei piedi, un vecchio mangianastri, un’enciclopedia, una cornice. (altro…)