Mafia

proSabato: Roberto Saviano, La lezione

 

Questo libro lo dedico a tutti i carabinieri
della mia scorta.
Alle 38.000 ore trascorse insieme.
E a quelle ancora da trascorrere.
Ovunque.

La lezione

“Erano tutti intorno a un tavolo, proprio a New York, non lontano da qui.”
“Dove?” chiesi d’istinto.
Mi guardò come a dire che non credeva fossi tanto idiota da fare simili domande. Le parole che stavo per sentire erano uno scambio di favori. La polizia, qualche anno prima, aveva arrestato un ragazzo in Europa. Un messicano con passaporto statunitense. Spedito a New York, l’avevano lasciato a bagnomaria, immerso nelle acque dei traffici della città evitandogli la galera. Ogni tanto spifferava qualcosa, in cambio non lo arrestavano. Non proprio un confidente, piuttosto qualcosa di molto vicino che non lo facesse sentire un infame ma nemmeno un silenzioso e omertoso affiliato di granito. I poliziotti gli chiedevano cose generiche, non circostanziate al punto da poterlo esporre con il suo gruppo. Serviva che riportasse un vento, un umore, voci di riunioni o di guerre. Non prove, non indizi: voci. Gli indizi sarebbero andati a cercarseli in un secondo momento. Ma ora questo non bastava più, il ragazzo aveva registrato sul suo iPhone un discorso durante una riunione a cui aveva partecipato. E i poliziotti erano inquieti. Alcuni di loro, con cui avevo un rapporto da anni, volevano che ne scrivessi. Che ne scrivessi da qualche parte, facendo rumore, per testare le reazioni, per capire se la storia che stavo per ascoltare fosse davvero andata come diceva il ragazzo o non fosse invece una messa in scena, un teatrino costruito da qualcuno per adescare chicani e italiani. Dovevo scriverne per creare movimento negli ambienti dove quelle parole erano state dette, dove erano state ascoltate.
Il poliziotto mi aspettò a Battery Park su un piccolo molo, senza cappellini impermeabili o occhiali da sole. Nessun ridicolo camuffamento: arrivò vestito con una T-shirt coloratissima, ciabatte e il sorriso di chi non vede l’ora di raccontare un segreto. Parlava un italiano pieno di inflessioni dialettali, ma comprensibile. Non cercò nessuna forma di complicità, aveva ricevuto ordini di raccontarmi quel fatto e lo fece senza troppe mediazioni. Me lo ricordo perfettamente. Quel racconto m’è rimasto dentro. Col tempo mi sono convinto che le cose che ricordiamo non le conserviamo solo in testa, non stanno tutte nella stessa zona del cervello: mi sono convinto che anche altri organi hanno una memoria. Il fegato, i testicoli, le unghie, il costato. Quando ascolti parole finali, rimangono impigliate lì. E quando queste parti ricordano, spediscono quello che hanno registrato al cervello. Più spesso mi accorgo di ricordare con lo stomaco, che immagazzina il bello e l’orrendo. Lo so che sono lì, certi ricordi, lo so perché lo stomaco si muove. E a volte a muoversi è anche la pancia. È il diaframma che crea onde: una lamina sottile, una membrana piantata lì, con le radici al centro del nostro corpo. È da lì che parte tutto. Il diaframma fa ansimare, rabbrividire, ma anche pisciare, defecare, vomitare. È da lì che parte la spinta durante il parto. E sono anche certo che ci sono posti che raccolgono il peggio: conservano lo scarto. Io quel posto lì dentro di me non so dove sia, ma è pieno. E ora è saturo, talmente colmo che non ci sta più niente. Il mio luogo dei ricordi, o meglio degli scarti, è satollo. Sembrerebbe una buona notizia: non c’è più spazio per il dolore. Ma non lo è. Se gli scarti non hanno più un posto dove andare, iniziano a infilarsi anche dove non devono. Si ficcano nei posti che raccolgono memorie diverse. Il racconto di quel poliziotto ha colmato definitivamente la parte di me che ricorda le cose peggiori. Quelle cose che riaffiorano quando pensi che tutto sta andando meglio, quando ti si apre una mattina luminosa, quando torni a casa, quando pensi che in fondo ne valeva la pena. In questi momenti, come un rigurgito, come un’esalazione, da qualche parte risalgono ricordi scuri, come i rifiuti in una discarica, sepolti da terra, coperti di plastica, trovano comunque la loro strada per venire a galla e avvelenare tutto. Ecco, proprio in questa zona del corpo conservo la memoria di quelle parole. Ed è inutile cercarne la latitudine esatta, perché se anche trovassi quel posto, non servirebbe a nulla prenderlo a pugni, accoltellarlo, strizzarlo per farne uscire parole come pus da una vescica. È tutto lì. Tutto deve restare lì. Punto e basta.
Il poliziotto mi raccontava che il ragazzo, il suo informatore, aveva ascoltato l’unica lezione che vale la pena di ascoltare e l’aveva registrata di nascosto. Non per tradire, ma per riascoltarsela lui. Una lezione su come si sta al mondo. E gliel’aveva fatta sentire tutta: una cuffia nel suo orecchio, l’altra in quella del ragazzo, che con il cuore a mille aveva fatto partire l’audio del discorso.
“Ora tu ne scrivi, vediamo se qualcuno si incazza… Così significa che questa storia è vera e abbiamo conferma. Se ne scrivi e nessuno fa niente, allora o è una gran balla di qualche attore di serie B e il nostro chicano ci ha presi in giro oppure… nessuno crede alle cazzate che scrivi e in quel caso ci hanno fregato.”
E iniziò a ridere. Io annuivo. Non promettevo, cercavo di capire. A farla, quella presunta lezione, sarebbe stato un vecchio boss italiano, davanti a un consesso di chicani, italiani, italoamericani, albanesi ed ex combattenti dei Kaibiles, i legionari guatemaltechi. Almeno questo diceva il ragazzo. Non informazioni, cifre e dettagli. Non qualcosa da imparare controvoglia. Entri in una stanza in un modo e ne esci in un altro. Hai gli stessi vestiti, hai lo stesso taglio di capelli, hai i peli della barba della stessa lunghezza. Non hai segni d’addestramento, tagli sulle arcate sopracciliari o naso rotto, non hai la testa lavata da sermoni. Entri, ed esci a prima vista uguale a come sei stato spinto dentro. Ma uguale solo fuori. Dentro è tutto diverso. Non ti hanno svelato la verità ultima, ma semplicemente messo al posto giusto un po’ di cose. Cose che prima di quel momento non avevi capito come utilizzare, che non avevi avuto il coraggio di aprire, sistemare, osservare.
Il poliziotto mi leggeva da un’agenda la trascrizione che si era fatto del discorso. Si erano riuniti in una stanza, non troppo lontano da dove siamo ora. Seduti a caso, senza nessun ordine, non a ferro di cavallo come nelle funzioni rituali di affiliazione. Seduti come si sta seduti nei circoli ricreativi dei paesi di provincia del Sud Italia o nei ristoranti di Arthur Avenue, a vedere una partita di calcio in tv. Ma in quella stanza non c’era nessuna partita di calcio e nessuna riunione tra amici, era tutta gente affiliata con gradi diversi alle organizzazioni criminali. Ad alzarsi fu il vecchio italiano. Sapevano che era uomo d’onore e che era venuto negli Stati Uniti dopo aver vissuto molto tempo in Canada. Iniziò a parlare senza presentarsi, non c’era motivo. Parlava una lingua spuria, italiano misto a inglese e spagnolo, a volte usava il dialetto. Avrei voluto sapere il suo nome e così provavo a chiederlo al poliziotto fingendo una curiosità momentanea e casuale. Il poliziotto non provava nemmeno a rispondermi. C’erano solo le parole del boss.
“U munnu de chiri ca cridanu de putì campà cu ra giustizia, con le leggi uguali pe tutti, cu na bona fatiga, la dignità, le strade pulite, le fimmine uguali agli uomini, è solo un mondo di finocchi che credono di poter prendere in giro se stessi. E anche chi gli gira attorno. Le cazzate sul mondo migliore lasciamole agli idioti. Gli idioti ricchi che si comprano questo lusso. Il lusso di credere al mondo felice, al mondo giusto. Ricchi col senso di colpa o con qualcosa da nascondere. Who rules just does it, and that’s it. Chi comanda lo fa e basta. Oppure può dire che invece comanda per il bene, per la giustizia, per la libertà. Ma queste sono cose da fimmine, lasciamole ai ricchi, agli idioti. Chi comanda, comanda. Punto e basta.”
Cercavo di chiedere com’era vestito, quanti anni avesse. Domande da sbirro, da cronista, da curioso, da ossessivo, che con quei dettagli crede di poter risalire alla tipologia di capo che pronuncia quel genere di discorsi. Il mio interlocutore mi ignorava e continuava. Io lo ascoltavo e setacciavo le parole come fossero sabbia per trovare la pepita, il nome. Ascoltavo quelle parole, ma cercando altro. Cercando indizi.
“Voleva spiegargli le regole, capisci?” mi disse il poliziotto. “Voleva che gli entrassero proprio dentro. Io sono sicuro che questo non ha mentito. Garantisco io che non è un cazzaro, il messicano. Giuro sull’anima mia per la sua, anche se nessuno mi crede.”
Ricacciò lo sguardo nell’agenda e continuò a leggere.
“Le regole dell’organizzazione sono le regole della vita. Le leggi dello Stato sono le regole di una parte che vuole fottere l’altra. E nui nun cci facimu futte e nessunu. Ci sta chi fa soldi senza rischi, e questi signori avranno sempre paura di chi invece i soldi li fa rischiando tutto. If you risk all, you have all, capito? Se pensi invece che ti devi salvare o che puoi farcela senza carcere, senza scappare, senza nasconderti, allora è meglio chiarire subito: non sei un uomo. E se non siete uomini, uscite subito da questa stanza e non ci sperate nemmeno, ca cchiu diventati uamini, mai e poi mai sarete uomini d’onore.”
Il poliziotto mi guardava. I suoi occhi erano due fessure, strizzati come per mettere a fuoco quello che ricordava benissimo. Aveva letto e ascoltato quella testimonianza decine di volte.
“Crees en el amor? El amor se acaba. Crees en tu corazón? El corazón se detiene. No? No amor y no corazón? Entonces crees en el coño? Ma pure la fica dopo un po’ si secca. Credi in tua moglie? Appena finisci i soldi ti dirà che la trascuri. Credi nei figli? Appena non gli dai danaro diranno che non li ami. Credi in tua madre? Se non le fai da balia dirà che sei un figlio ingrato. Escucha lo que digo: tienes que vivir. Si deve vivere per se stessi. È per se stessi che bisogna saper essere rispettati e poi rispettare. La famiglia. Rispettare chi vi serve e disprezzare chi non serve. Il rispetto lo conquista chi può darvi qualcosa, lo perde chi è inutile. Non siete rispettati forse da chi vuole qualcosa da voi? Da chi ha paura di voi? E quando non potete dare niente? Quando non avete più niente? Quando non servite più? Siete considerati como basura. Quando non potete dare nulla, non siete nulla.”
“Io,” mi diceva il poliziotto, “lì ho capito che il boss, l’italiano, era uno che contava, uno che conosceva la vita. Che la conosceva veramente. Quel discorso il messicano non può averlo registrato da solo. Il chicano è andato a scuola fino a sedici anni e a Barcellona l’hanno pescato in una bisca. E il calabrese di questo tizio come faceva a inventarselo un attore o un millantatore? Che se non era per la nonna di mia moglie non avrei capito nemmeno io queste parole.”
Discorsi di filosofia morale mafiosa ne avevo sentiti a decine nelle dichiarazioni dei pentiti, nelle intercettazioni. Ma questo aveva una caratteristica insolita, si presentava come un addestramento dell’anima. Era una critica della ragion pratica mafiosa. (altro…)

Le cronache della Leda #9 – Pregando davanti a una cornice Ikea

 

berlino 2011 - foto gm

berlino 2011 – foto gm

Le cronache della Leda #9 – Pregando davanti a una cornice Ikea

 

 

Non parlo di mio figlio. Non adesso, non ancora, non è questo il tempo. Sappiate che ci vogliamo bene, che ci parliamo, che mi manca, quindi niente per cui dobbiate preoccuparvi. Ci sono delle cose, cose tra genitori e figli, cose che non si incastrano. Sfumature. Questo non è il momento per le sfumature. E oggi non è giornata.

Si chiamava Roberto Febbraio, era stato un mio studente. Sposato e padre di due figli, faceva il commercialista. Prima che lo scoprissi dai giornali mi ha telefonato la Luisa. Due colpi di pistola alla testa, mi ha detto, un’esecuzione come quelle che fa la Mafia. Un’esecuzione? Scusatemi ma non riesco a crederci. Roberto faceva il commercialista. Adesso lo so che se telefono all’avvocato mi tira una pippa sul dove vivo, che i commercialisti, le grandi finanziarie, i soldi veri, sono roba della Mafia, che non è mica una novità. Che non c’è niente da stupirsi. Signore mio, io mi stupisco, e mi incazzo e non gli telefono. Roberto era bravissimo a scuola, era un bravo ragazzo, veniva a farmi gli auguri per le feste. Ogni tanto bevevamo un caffè in centro. L’avrei detto irreprensibile. L’avrei detto? Sto già cambiando idea solo perché la Luisa mi ha detto quelle cose al telefono. La Luisa non si sbaglia però e (so che non mi crederete) non inventa. La Luisa a modo suo è una precisa. Sarà meglio che scenda e che vada a prendere il giornale.

Nel corridoio che va dall’ingresso al salotto, su una parete, ho una vecchia foto in bianco e nero. C’è un uomo di schiena che stringe la mano a Saverio. L’uomo di schiena è Enrico Berlinguer. La foto ha molti anni, è il mio conforto. Scattata molto prima che a Veltroni passasse per la testa l’idea di fare un documentario su Berlinguer, molto prima che a Veltroni passasse per la testa qualunque cosa. Bei tempi.  Nei momenti di sconforto è a quella foto, a quei due uomini, uno che sorride e un altro di schiena, che rivolgo le mie preghiere. Sì, non so come altro chiamarle. Non sono credente. Prego davanti a una foto in bianco e nero, affido le mie speranze a una vecchia stampa che sta dentro una cornice Ikea.

Ho comprato il giornale, la Luisa aveva ragione e quindi ora sono qui a casa davanti a mio marito e a Berlinguer, sono qui con le lacrime agli occhi e dico, senza parlare. Voi me lo dovete spiegare come vanno queste cose, quali sono le faccende che non so, perché un uomo, che vive in una piccola e ricca cittadina di provincia della bassa, dovrebbe essere freddato come un camorrista. Uno dei miei studenti più bravi era un camorrista? Quello che mi portava i pasticcini e mi offriva il cappuccino sorridendo «La mia Leda.» era un mafioso? Dove  ho sbagliato? Cosa non siamo riusciti a fare per questo paese? Voi mi dovete dire cosa dovranno raccontare ai suoi bambini? Tu che stai di schiena, e tu che sorridi, perché mi avete lasciato qui? Quando scendevamo in piazza a che serviva, se nemmeno questo si può evitare? Era un bravo ragazzo, un mio studente, un mafioso. Oggi è martedì, la torta è già sul tavolo, le ragazze verranno lo stesso, non ci sarà verso di parlare d’altro.

Oggi avrei voluto raccontare loro di un libro che ho appena letto, di un giovane scrittore italiano, uno di Roma. Da come scrive deve essere uno storico. Un romanzo bellissimo che fa avanti e indietro nella storia, tra Roma e Buenos Aires. Tra la Sicilia e l’Argentina sterminata. Avrei tenuto banco tutto il pomeriggio, ma non oggi, oggi c’è  uno stupore e c’è un dolore da ragionare insieme.

Le sfumature, pare che siano la cosa più importante. Qualcuno le chiama dettagli. No, non è tempo che vi parli di mio figlio. Mi domando mentre aspetto le mie amiche quale sia il dettaglio che mi sono persa in tutti questi anni, dove non ho visto negli occhi di quel ragazzo il piombo pronto a esplodere.

Leda

 

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© Gianni Montieri

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solo 1500 n. 47 Cagliari, 23 maggio 1992

Solo 1500 n. 47 – Cagliari, 23 maggio 1992

Ricordo esattamente dove mi trovassi e con chi. Stavo alla Rinascente, a Cagliari, in libera uscita. Facevo il militare, pomeriggio inutile di un anno inutile. Ero con Ivano, un ragazzo di Roma che poi (ovviamente) non ho più visto dopo quell’anno. Di Ivano ricordo due cose: faceva il tassista e tifava Lazio. Alla Rinascente ai tempi vendevano pure gli elettrodomestici e, da un televisore acceso, vedemmo le immagini dell’attentato di Capaci appena avvenuto. “Minchia Gia’ ma che hanno fatto saltà per aria Falcone?” “Minchia Iva’ minchia, Falcone no”.  Quel giorno mia sorella compiva diciotto anni. Per cui mi sentivo inutile in un pomeriggio inutile di un anno inutile. Mi sentii una merda. Perché in pochi istanti passarono nella mente migliaia di domande: “Che cazzo faccio qui? Perché non sono al compleanno di mia sorella? Perché Cagliari?  Perché Falcone?” La risposta all’ultima domanda ancora non ce l’ho. Giovanni Falcone era una specie di mito per noi ventenni di quei tempi, un simbolo. Hanno fatto saltare in aria il simbolo o l’uomo? Che importa, Falcone contava più di tutti agli occhi della gente e anche se la mafia stessa sapeva che non sarebbe stata sconfitta, bisognava eliminare chi rappresentava lo Stato dove lo Stato non c’era più. Falcone doveva morire e morì. Anche io e Ivano servivamo (al)lo Stato in quei giorni, che barzelletta. Sono passati vent’anni e una cosa la so: Giovanni Falcone lo conosco meglio adesso, e penso che fosse un uomo normale. Onesto, corretto, uno col senso del dovere, tutto qui.  Quel pomeriggio fu tremendo, la sera mangiamo una pizza in silenzio. Chissà che fine ha fatto Ivano.

Gianni Montieri