Macello

Un libro al giorno #4: Ivano Ferrari, Macello (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

ferrari

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Qualcuno si chiede se io ami
se durante il giorno cerco
o risolvo, se almeno vedo.
Quando guardano le mie labbra
o le mie mani
e più maliziosamente giù, fra le cosce
sento sul corpo le domande
che mi attraversano
come una forca farebbe con la paglia.
Se faccio sanguinare il vento
se trasformo le foglie fredde
in involtini di carne,
se i cavalli bianchi del mio rinascimento
sono esposti sul bancone di una macelleria
non rinuncia alla mia umanità come voi del resto.

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© Ivano Ferrari

Un libro al giorno #4: Ivano Ferrari, Macello (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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fonte google no credits

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Ivano Ferrari, Macello, Einaudi 2004 (ebook, 2013)

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Quando hanno tolto la luce
la morte si è ricomposta
per apparire subito dopo
più nitida, più vergine.

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© Ivano Ferrari

Un libro al giorno #4: Ivano Ferrari, Macello (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Ivano Ferrari, Macello, Einaudi 2004 (ebook, 2013)

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La carne morta rivive
nella sua grande miseria
col vento che riporta gli odori
ad  un ordine sparso.
La carne morta è ricamata
da quelle sinuose presenze
che gli altri chiamano larve.

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© Ivano Ferrari

Una frase lunga un libro #45: Ana Paula Maia, Di uomini e bestie

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Una frase lunga un libro #45: Ana Paula Maia, Di uomini e bestie, La Nuova Frontiera, 2016, traduzione di Marika Marinello, € 14,50

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Negli occhi del ruminante, sebbene sempre insondabili, si era dissipata tutta la nebbia e il buio. Era la sua stessa immagine quella che aveva davanti a sé, riflessa negli occhi della vacca, poco prima di morire. L’immagine della bestia. Quotidianamente è se stesso che vede quando ammazza, dato che ha imparato a guardare attraverso la foschia che cala negli occhi dell’animale.

Mentre leggevo Di uomini e bestie di Ana Paula Maia mi tornavano in mente con forza lacerante (passatemi il termine) molte poesie di Ivano Ferrari, quelle di Macello e quelle di La morte moglie (libri editi entrambi da Einaudi). Ivano Ferrari è uno dei più bravi poeti italiani e ha raccontato soprattutto in Macello, con poesie dure e luminose, la vita e la morte nel mattatoio, chi la prende e chi la dà, il rapporto tra uomo e bestia, con versi come questi: «La mia pelle ripulita e triste / il cuore glabro / il colorito bluastro / bene, io sono quello /  che stabilisce la commestibilità / dei vostri miasmatici cibi.»; o come questi: «La carne morta rivive / nella sua grande miseria / col vento che riporta gli odori /  ad  un ordine sparso. / La carne morta è ricamata / da quelle sinuose presenze / che gli altri chiamano larve.». I versi di Ferrari sono di una disarmante lucidità e mostrano il dolore, la desolazione, la debolezza dell’animale e il potere dell’uomo, ben tratteggiano le nostre miserie, viste all’interno di un Macello. Ana Paula Maia ha scritto un romanzo incredibile, durissimo. Efficace e intenso proprio come le poesie di Ferrari, vediamo perché.

Un mattatoio in un posto isolato, una forte presenza della natura, un fiume che negli anni è cambiato di spessore, elementi e colore. Perché l’acqua si adegua e dal mattatoio assorbe e ciò che assorbe rende. Una fabbrica di hamburger poco distante e altre che ne verranno. Il sole sorge e tramonta sopra le vacche, mai sulle stesse. Le bestie e gli uomini. Uomini di poche parole e nessuno svago, uomini che vengono da altri posti, altri lavori, sembrano reduci, forse lo sono. Uomini col destino segnato, con troppo destino da gestire. Uomini che fanno il proprio lavoro. Ana Paula Maia fa una prima divisione, quella tra uomini e uomini, quella è possibile. I miseri che aspettano gli scarti di carne per poter avere qualcosa da mangiare, disposti a umiliarsi per un pezzo di carne, per fame; i miserabili, quelli che all’interno del mattatoio danno la morte con compiacimento, con crudeltà, uccidono sorridendo. Maia salva i primi, fino alla fine, condanna i secondi già dalle prime pagine. L’assassino non ha scampo. Poi ci sono gli uomini come il protagonista, Edgar Wilson, che arriva da un passato che somiglia a un incubo e ha un sogno soltanto: smettere di uccidere vacche per uccidere maiali. Edgar che sa di essere un assassino, conosce la sua miseria e quella degli uomini, sa – e la frase che ho scelto dal romanzo ce lo mostra – che nel pozzo profondo che c’è dietro gli occhi di una bestia c’è uno specchio dove si riflette un’altra bestia, egli stesso. Edgar sa questo e fa il proprio – orribile – lavoro di storditore con precisione, lui sa come procurare nelle bestie la minor sofferenza possibile, è il suo codice, ed è la sua maniera di stare al mondo, sa che questo non salverà né lui né le bestie, ma sa che ci sarà una morte meno dolorosa.

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L’inverso dell’oltre: “Carnaggio” di Giuseppe Guarneri

carnaggio - Copia

Anche se il titolo sembra esibire una materialità provocatoria e aggressiva (ricorda a prima vista il Macello di Ivano Ferrari, su Poetarum Silva antologizzato qui), la poesia di Guarneri va poi in direzione opposta, produce il rovescio utopico di quella materialità, la sua contraddizione senza peso (mentre in Ferrari il sogno di un’alternativa nasceva solo dopo uno sprofondamento nell’olocausto animale). Le quattro sezioni in cui è diviso Carnaggio (Aracne editrice, 2015) fanno infatti riferimento a un altrove che potrebbe o avrebbe potuto essere liberatorio, declinando l’oltre in senso geografico (“Oltremare”), religioso (“Oltre”), mostrandolo come possibilità negata e confinata nella follia (“Non più oltre”), come atteggiamento eccessivo, anomico (“Oltremodo”), e spesso tutte queste cose insieme.
La voglia di superamento resta però irrisolta, trattenuta da una sorta di attaccamento ambiguo e rancoroso a un luogo, a una condizione (“Sul marcio/ sono condannate a germogliare/ le nostre spighe”, Mediterraneo, p. 19). Quando parla della Sicilia, l’autore non lesina clichés di ogni tipo, agitandoli con quella stessa spinta a inoltrarsi che attraversa l’intero libro, e al tempo stesso condannandoli all’immutabilità: il vento che arriva da lontano non si fa riconoscere, lascia la nostalgia di un nome (Non era, p. 68, mentre un altro poeta siciliano, Lucio Piccolo, aveva dato allo scirocco pienezza barocca, presenza concreta nel mondo); Cariddi sullo stretto aspetta sempre il miracolo, la caduta di un angelo (p. 31); il tonno che muore, “timida saetta lucida”, ricorda l’anguilla montaliana, ma la sua ostinazione alla vita è sterile, “boccheggia/ e pare cantare” (Rais, p. 27); nella bellissima Oltremare (p. 28), “il bosco/ ha profondità di specchio/ foglie di vernice/ fichi d’india di smalto”: non si scappa dal teatro dei pupi. Proprio l’immagine del pupo e delle sue declinazioni (paladino, Guerrino, ma anche “Paoli incappucciati”, e perfino Giufà) è funzionale a un immaginario neo-barocco e bufaliniano (Gesualdo Bufalino resta il modello poetico più influente in quest’opera) del travestimento e della finzione, della vita recitata. Diventa quindi la metafora perfetta per uno stato di turbata immobilità, di eroismo incatenato, del quale però non possiamo non percepire anche l’aspetto farsesco.
Ma se l’oltre fallisce, è perché esso stesso ci sembra posticcio, ingannevole. I messaggi dall’oltremare sono affidati ai cartelloni, e anche l’oltre per eccellenza è soltanto dipinto, oltraggiato dalla muffa (“vedo che i capelli/ son solo pennellate,/ che una macchia d’umido/ vela lo sguardo azzurro/ del bambino”, Affresco, p. 36). Per quanto persista un cupo rimpianto d’ateo (“Mi duole,/ più di questa carne lacerata,/ la mia assenza/ nelle tue preghiere”, Assenza, p. 35; “forse la mia fede/ m’aspetta lì,/ dove non serve,/ dove mai andrò”, Conchiglia, p. 42; ), lo accompagna spesso una nota paradossale, ironica, infine divertita (“Essere, almeno,/ un santo da calendario:/ qualcuno,/ leggendo il mio nome,/ crederebbe in me”, Recinto d’acqua salata, p. 24; “e a volte/ una bestemmia è più santa di una croce”, Erbario, p. 74; “Le saette degli Dei/ non illuminano/ che il ventre delle lucciole”, Mortali, p. 79). L’unico oltre che richiede serietà assoluta è invece l’altrove dei folli, proposto come recinto del potere, carcere dell’ordine (c’è forse Foucault nell’ideologia, Alda Merini nell’enfasi): rispetto a quello nessun distacco è permesso, nessun gioco (“Non vogliono essere curati/ riparati/ non vogliono essere salvati./ Basterebbe loro essere rapiti./ Ma corre,/ corre via il sole./ Rimane il dubbio di ogni sera,/ se qui perché dimenticati”, X, p. 56). Ma basta tornare alla società dei normali, dei legalizzati, per ritrovare l’orgoglio, eroicamente infantile, di essere al di qua delle regole, e la verve dell’escluso: “Odio gli altri/ fino a domandarmi che cosa avesse poi da dire/ un passero a San Francesco”, Calabroni e saio, p. 82. Come nella poesia Esaù (p. 38), si corre tanto, ma non ne vale forse la pena; l’oltre non ci dà garanzie, potrebbe non essere migliore; quello che abbiamo non possiamo scambiarlo con un piatto di lenticchie.

@Andrea Accardi

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Ivano Ferrari, Macello (alcuni estratti)

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(Einaudi, 2004; ebook, 2013)

Per chi volesse approfondire la lettura dell’opera di Ivano Ferrari, proponiamo oggi in lettura alcune poesie estratte da Macello, libro del 2004 che quest’anno Einaudi pubblica anche in formato elettronico. Cliccando QUI, invece, potrete leggere (o rileggere) de La morte moglie, di cui ci siamo occupati qualche settimana fa.

 

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Lo stanzino in fondo allo spogliatoio
è detto delle seghe
affisse a tre pareti foto di donne
dalla vagina glabra
nell’altra il manifesto di una vacca
che svela con differenti colori
i suoi tagli prelibati.

 

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La mia pelle ripulita e triste
il cuore glabro
il colorito bluastro
bene, io sono quello
che stabilisce la commestibilità
dei vostri miasmatici cibi.

 

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Dove nasconderà le lacrime?
Se la domanda pende sul cranio
sfondato di un puledro
sfumo affannando versi
subendo animali e cose.

 

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La carne morta rivive
nella sua grande miseria
col vento che riporta gli odori
ad  un ordine sparso.
La carne morta è ricamata
da quelle sinuose presenze
che gli altri chiamano larve.

 

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È fuggito un toro nero
erra sul cavalcavia
impaurendo il traffico,
lo rincorriamo
impugnando coltelli
bastoni elettrici e birre
corre si ferma torna
arrivano i carabinieri coi mitra,
ora è steso su un velo d’erba
e sussurra qualcosa alle mosche.

 

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Quando hanno tolto la luce
la morte si è ricomposta
per apparire subito dopo
più nitida, più vergine.

 

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Un lungo, insopportabile ritardo.
poi il rumore dei camion
le urla degli autisti
le ultime preghiere delle bestie.
Ricomincia la vita appaiono le forche
le pistole, le falze, i coltelli.

 

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Nella stanza d’attesa
un vitellone chiazzato
e una tornita manzarda
avranno ancora la notte
per annusarsi promesse
da domani eterne.

 

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Dalla vasca d’acqua bollente
emerge un enorme maiale
bianco come uno spettro
che oscilla impudico fino a quando
dal finestrone il sole
accende quintali di luce.

 

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A qualche centinaio di metri
passata la forma fresca del prato
e dopo case dagli occhi spenti
si trova il cimitero degli umani
dove c’è carne che non sfama.

 

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È venerdì santo ma senza
la primaverile viandanza,
già prodiga di resurrezioni
il sangue ancora ghiaccia
riempendo i fiati di bagliori
e le bestie sono troppo pesanti
per scendere dalla croce.

 

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Qualcuno si chiede se io ami
se durante il giorno cerco
o risolvo, se almeno vedo.
Quando guardano le mie labbra
o le mie mani
e più maliziosamente giù, fra le cosce
sento sul corpo le domande
che mi attraversano
come una forca farebbe con la paglia.
Se faccio sanguinare il vento
se trasformo le foglie fredde
in involtini di carne,
se i cavalli bianchi del mio rinascimento
sono esposti sul bancone di una macelleria
non rinuncia alla mia umanità come voi del resto.

© Ivano Ferrari