l’Unità

proSabato: Giorgio Caproni, Il genovese vestito di nero

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proSabato: Giorgio Caproni, Il genovese vestito di nero

Ill.mo Signor Direttore del Carcere Giudiziario di Marassi – Genova
Il sottoscritto porta a conoscenza della S.V. che una domenica (egli andava ogni domenica con Amelia allo stadio) giunti al ponte di Sant’Agata la ragazza, che già appariva svogliata e quasi incerta in ogni suo passo, disse a un tratto con la sua voce pigra e bianca: «Infine oggi cosa ci andiamo a fare allo stadio? Non m’hai ancora fatto vedere il Righi da che siamo a Genova e si potrebbe andar fin lassù». Alla qual frase, che pur avrebbe potuto penetrare senza punte nel petto dello scrivente, aggiunse seminando in lui un panico intollerabile: «Anche a Milano m’hai fatto vedere lo stadio – non m’hai fatto vedere nemmeno il Castello e non pensi che al calcio, tu. Pazienza tu fossi un giuocatore».
La S.V. deve credere che il sottoscritto sentì una frana davvero irreparabile in lui. Cosa significavano tali parole? Voleva dunque anche lei (la sua ragazza!) gettare un’ombra al disprezzo sul sottoscritto per la sua ormai divulgata incapacità al giuoco del calcio? Lo scrivente comprese con terrore, a tali parole, che l’animo della ragazza non era quale lui l’aveva fin’allora supposto: non aveva affatto, Amelia, quel disinteressato amore per il giuoco del calcio, fin’allora in lei supposto come del tutto staccato dalla necessità dell’azione. Stava lo scrivente con terrore pensando proprio a questo, allorché si decise a rispondere con la gola asciutta: «Ma andiamo pure al Righi e anche più su del Righi – io pensavo che la partita piacesse anche a te. Piuttosto voglio sapere perché m’hai detto “pazienza tu fossi un giuocatore”. Vuoi rinfacciarmi l’onta di non farcela a dar quattro calci a una palla?».

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proSabato: Giorgio Caproni, Una spallata al re

dal sito di Rai Letteratura

dal sito di Rai Letteratura

Una spallata al re

Agostino era entrato nel deposito dei trams per iniziare il suo turno alle cinque pomeridiane e i due guardiani che, sul predellino d’una vettura, vociavano nella profonda luce appesantita dall’odore di ferro riscaldato e di calda polvere impastata d’olio nero, nemmeno si accorsero di lui. Se ne accorse il cane il quale, uscito all’improvviso dal sonno, gli corse incontro ancora un poco barcollante per la brusca sveglia e tuttavia mosso da quella spinta di cui si animano i cani fiutando una persona attesa. Ma nemmeno ai latrati di giubilo del cane i due operai uscirono dal chiuso del loro discorso: avevano tutta la voce tesa ed è naturale che un uomo penetrato profondamente in una discussione, non possa uscirne di un tratto come un cane dal sonno. Agostino questo lo capiva e non si meravigliava perciò di non essere veduto, nemmeno da quello cui doveva dare il cambio: si meravigliò piuttosto di tutte le parole tese dei due guardiani, le quali penetrando in lui ora che si era fermato ad aspettar la fine del discorso teneva intanto fra le ginocchia la testa del cane, un poco curvo ad accarezzarla ma già con tutta attenzione altrove) toccavano in lui un punto che ora, mentre quelle cose erano dette in tal modo, come poteva non interessarlo più? Erano come tante spinte troppo sgarbate sul suo petto e fu lui alfine a imporre con la voce la sua presenza: «Al re non si deve mancare di rispetto», disse. «Voi parlate di un re come parlereste di uno di noi, di un guardiano». Aveva allontanato con una ginocchiata il cane che ancora tentava di penetrare nella sua attenzione, e mentre i due lo guardavano con occhi pieni di meraviglia aggiunse: «Noi siamo un popolo troppo ignorante, tutto il nostro male è qui. Noi non rispettiamo nemmeno il nome del Re: e come volete poi che ci rispettino gli altri?».
«Ti ha insegnato a dire così il colonnello?», gli rispose allora, dopo un poco di sospensione e con una voce esageratamente dolce, colui cui doveva dare il cambio. «Ti ha insegnato questo bel pensierino il colonnello quando eri carabiniere?». Senonché l’altro, quello che fino al quel punto aveva governato il discorso, volle subito intervenire a spegnere quella miccia fuori luogo: «Ora se parli così sei davvero un ignorante come dice Agostino», disse all’altro senza tuttavia mettere alcuna punta offensiva nelle sue parole. «Tu non devi offendere Agostino e nemmeno i carabinieri che ci sono per il nostro bene, anche i colonnelli. Agostino dice così perché è abituato alla disciplina dell’Arma, ma lo sa anche lui, ora, cosa vuol dire re e votare contro il re. Non è così, Agostino?». Agostino non lo sapeva se fosse o non fosse così. (altro…)

“I denti di Ada” di Giorgio Caproni

Giorgio Caproni di © Dino Ignani

Giorgio Caproni di © Dino Ignani

L’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio, Giorgio Caproni è a Loco, presso la famiglia della moglie Rina. La sua scelta, di lì a poco, è di entrare nel gruppo della resistenza partigiana attiva in Val Trebbia. Ha incarichi di tipo civile, si occupa di viveri e di scuola, non ha mai sparato un colpo, dirà in seguito; ma osserva, è impossibile non osservare. E dall’osservazione delle violenze compiute dai tedeschi e dai loro alleati sulla popolazione indifesa, dall’osservazione dei moti del cuore di chi combatteva per la liberazione, il poeta la cui “più remota ambizione”, anche in poesia, “era quella di fare il narratore” (intervista radiofonica a Mario Picchi, 1985) scriverà alcune delle sue prose più sofferte. La “saga partigiana” che sta, come un nucleo rovente, nella silloge Racconti scritti per forza (Garzanti 2008, a cura di Adele Dei), è espressione pura di questi mesi in cui alla necessità di sopravvivere e garantire una sopravvivenza alla popolazione civile si mescolano l’angoscia, lo scrupolo, il terrore, la voglia di vendetta, la pietà. E il racconto in cui la distillazione è più perfetta è certo Il labirinto, scritto in occasione del concorso indetto dalla rivista «Aretusa» (gennaio 1946), vincitore del premio e tra le prime prose scritte sulla Resistenza in Italia, in seguito isolato con il suo finale nel titolo I denti di Ada: il labirinto, appunto, di chi deve pesare la morte con la morte, il dovere con la paura del dovere, lo sforzo verso una liberazione forse più vicina e il peso della colpa di dover uccidere a sua volta. La sorella di un suo amico – racconterà spesso Caproni – era diventata spia; il dilemma tra il lasciarla andare e il fare il suo dovere riguardava lui stesso, lui per primo.
Il racconto che proponiamo ha, per l’appunto, come protagonista Ada “la spia”, una donna che va incontro suo malgrado al destino di una giustizia violenta. Emblematica la scelta del titolo, a partire dall’etimologia del nome dall’ebraico “Adah” che significa “ornare, adornare” (probabilmente da una forma abbreviata di El adah “Dio ha adornato”, “adornata dal Signore”). Caproni pare essere cosciente di questa preferenza nominale azzeccata e funzionale: ciò è confermato dalla descrizione della fisicità del personaggio di Ada che, “andando a morire” (com’è chiaro nel procedere dell’intera narrazione) va perdendo la propria bellezza ma soprattutto la propria identità di donna. La sua carnagione si sbianca sempre più, sovrapponendosi e confondendosi all’ambiente innevato circostante del luogo della fucilazione. La riconferma si ha già, tuttavia, attraverso il dettaglio dei “denti” del titolo, che potrebbero dirsi il cardine della vicenda: bianchi per antonomasia, rappresentano da un lato il colore simbolico del femminile (il latte materno è bianco), dall’altro la parte del corpo che meglio si presta a suggerire la morte di Ada. Se freudianamente rappresentano il nutrimento e una sfera emozionale più ampia, poiché connessi anatomicamente alla bocca, in questa sede sarebbero il segno della fine “della parola” e “del tradimento”.
I racconti di Caproni − come questo − pongono il lettore al centro di un nodo storico, attraverso una vicenda personale, particolare; ci pare importante, come redazione, ricordare quel momento in questo 25 aprile, a settant’anni dalla Liberazione, e condividerlo con voi.

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Stefano Domenichini – Il mio amico Pericle

 

Il mio amico Pericle

 

 

Se ti trovi in pizzeria con un amico e l’amico – mentre bisturizza la sommità di un calzone farcito per far uscire il bollore – fa una domanda tipo: “Se Gesù nascesse oggi che di pastori non se ne trovano più, chi andrebbe a fargli visita per primo?”, vuol dire che c’è un pregresso.

Vuol dire anche che c’è un seguito, perché una domanda così non è che la lasci cadere nel nulla. Finisci di sganasciare un lembo di crosta e dici. “I precari? Gli immigrati?” . “Nooo” dice l’amico “Ma dove cazzo vivi. Ci sarebbe tutto un tema di diritti televisivi, può anche darsi che farebbero delle primarie”.

Il mio amico ha un nome: Pericle. Pericle si chiama così perché suo padre si chiamava Giovanni. Voglio dire, se suo padre si fosse chiamato Pericle, lui l’avrebbero chiamato in un altro modo, ma gli è andata male. Sfiga. Pericle è uno che va alle presentazioni dei libri solo se è previsto il rinfresco. Io gli dico che alla sua età dovrebbe vergognarsi, ma poi alla fine sono quello che mangia di più.

Il pregresso, quindi, è che io e Pericle ci siamo presentati  in una libreria multistore a tre piani con ristorante e negozio di alimentari perché veniva pubblicizzata la presentazione di un libro/evento con buffet. Pericle è voluto subito andare a visitare il reparto alimentari e lì abbiamo assistito a una scena bellissima.  Una tizia in atteggiamenti intellettualistici ma che si era dimenticata di togliersi il divano di dosso si è lanciata verso il banco della carne e ha chiesto se avevano il libro della moglie di Castellitto. Il ragazzotto in grembiule bianco e cappello HACCP, uno che probabile fosse laureato in filosofia e avesse sempre coltivato il sogno di lavorare in mezzo ai libri, l’ha guardata come una fionda e le ha detto: “Sì, ma lo stiamo ancora frollando”.

A quel punto si è sentito l’altoparlante della libreria multistore che annunciava l’inizio della presentazione alla Sala degli Eventi.  L’autore del libro che veniva presentato era un tedesco di cui ricordo solo lo pseudonimo con cui firmava le sue opere: Benedetto Sedicesimo. Persino Pericle ha avuto il coraggio di dire: “Che nome bizzarro!”. A presentare l’autore c’era un giornalista de L’Unità. Siccome il libro si intitolava “L’infanzia di Gesù” e completava una trilogia evangelica, io mi sono sentito improvvisamente vecchio. Perché non riuscivo più a ricordarmi il giorno in cui il Partito di Sinistra aveva deciso di aprirsi al mondo cattolico, il giorno in cui rosybindi, labinetti, mariotabacci erano diventati “di sinistra”. Riuscivo a ricordare che l’idea era venuto a uno che disse: “Così, tutti insieme, stravinciamo sempre le elezioni”. Non riuscivo a ricordarmi il nome dello stratega, né l’ultima volta che il Partito di Sinistra aveva stravinto le elezioni. Però il Partito di Sinistra e il mondo cattolico continuavano a limonare con ardore adolescenziale e siccome i preti hanno un movimento di lingua che incanta, il Partito di Sinistra si stava a poco a poco facendo mettere da parte.Il giornalista de L’Unità, ad esempio, non la finiva più di esaltare il libro del tedesco, mostrando orgogliosamente la sua apertura, la sua capacità di farsi gioiosamente penetrare da chi, un tempo, era stato il suo avversario.

Il libro di Benedetto Sedicesimo era tutto incentrato su uno scoop pazzesco: il bue e l’asinello non sono mai esistiti; ne parla solo Isaia, ma nel Vecchio Testamento e in un contesto profetico. Centosettantasei pagine, tiratura iniziale di un milione di copie (che per 17 euro a copia, fate voi), traduzione successiva in venti lingue e pubblicazione in settantadue paesi, ma perbacco: ne è valsa la pena, finalmente si fa chiarezza sul tema del bue e l’asinello. Il giornalista de L’Unità era entrato in fase apologica, parlava di “scardinamento della consolidata usanza natalizia”, quando dalla platea, oltre a un brusio da altissima tensione, si sono levate due mani.

La prima era della tizia che cercava il libro della moglie di Castellitto e che aveva ripiegato su Benedetto Sedicesimo. La seconda era di Pericle. Il giornalista de L’Unità, visibilmente eccitato, ma pur sempre educato, diede la parola alla signora che domandò: “Ma quindi, possiamo continuare a mettere il bue e l’asinello nella grotta del presepe?”. Benedetto Sedicesimo rispose con un sorriso benevolo, un leggero assenso del capo e le braccia aperte, come a portare pazienza. Fu il turno di Pericle che era da poco rientrato in sala dopo essere riuscito a farsi versare un paio di rossi in anticipo sul rinfresco. In attesa del suo turno borbottava cose tipo: il bue e l’asinello hanno una mera funzione termodinamica, è ovvio che gli evangelisti non ne parlano, gli storici che hanno raccontato il Congresso di Vienna o la Conferenza di Yalta mica si sono messi a contare i termosifoni. Quando il giornalista de L’Unità lo ha additato cedendogli la parola, Pericle ha smesso di borbottare, si è alzato in piedi e rivolto a Benedetto Sedicesimo ha detto: “Lei non ritiene che la sua teoria possa considerarsi superata dalla legge di riforma del condominio approvata in settimana che prevede la possibilità di staccarsi dal riscaldamento centralizzato e utilizzare fonti di calore alternative?”.

Va detto che il libro in quel momento in presentazione nella sala Eventi della libreria multistore veniva contemporaneamente pubblicato da due case editrici (una italiana e una della Città del Vaticano). In sala erano presenti i rispettivi editor, promoter, dealer, art director, ciascuno con i suoi collaboratori, tutta gente che con il libro del tedesco ci pagava il mutuo. Sono scattati tutti in piedi, hanno afferrato Pericle e l’hanno portato fuori, in strada. E’ così che è saltato il rinfresco. Ho raggiunto Pericle e l’ho portato in pizzeria.

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(c) Stefano Domenichini

vecchi ritagli di giornale: Perché Eluard scelse “i colori della Francia” (post di Natàlia Castaldi)

L’Unità – 28 luglio 1976

– itinerario del poeta dalle posizioni surrealiste all’impegno civile nel tragico 1940, data dell’occupazione nazista –

Paul Eluard – poesia ininterrotta – introduzione e traduzione di Franco Fortini, pp. XI-105, lire 1.500

di Nino Romeo

***

.

Dalla assoluta autonomia della poesia rispetto all’avvenimento, secondo un più volte conclamato assioma surrealista, ad un far poesia come partecipazione delle pene degli uomini: questo, l’itinerario di Paul Eluard. Con Aragon e altri, nel periodo tragico della storia di Francia (1940), fu con coloro che difesero l’ “onore dei poeti”.
Usciti da un esausto conflitto tra il potere dello spirito e i condizionamenti della vita, i poeti surrealisti non potevano più limitarsi a denunciare l’assurdità del mondo; e, quindi, nei momenti più tragici della loro storia, dovettero risolvere ognuno per proprio conto quella antinomia. E allora: bastava, per i surrealisti, dichiararsi “agitatori dello spirito” e propugnare un concetto di rivoluzione inteso a creare “un misticismo di nuovo genere”, secondo una Dichiarazione del 27 gennaio del 1925 di Raymond Queneau?
Sul piano politico, essi temevano di concretizzare il loro ideale di “rivoluzione totale” assieme o a fianco degli “specialisti” della politica, come si diceva.
Apparve evidente che non era possibile speculare più a lungo sui dati dell’esperienza interna o sui risultati dell’ “automatismo psichico” – come teorizzava Breton. Il dilemma che si poneva era semplice: liberazione dello “spirito” che precede l’abolizione delle condizioni borghesi della vita materiale e indipendente da essa? oppure: abolizione delle condizioni borghesi come condizione necessaria della liberazione dello “spirito”? Una tale proposta critica veniva, nel 1926, da Pierre Naville, uno del gruppo di Breton. E’ l’inizio della crisi del movimento. Così, prima ancora dell’inizio dello scoppio della seconda guerra mondiale, si vennero definendo con maggiore chiarezza i rispettivi campi d’azione: da un lato, c’è chi, menando scandalo, volle identificare rivoluzione della letteratura e rivoluzione sociale (Eluard, appunto, Aragon e altri), chi, cioè, nasce poeta nel momento della catastrofe e sceglie la clandestinità; dall’altro, chi preferendo l’esilio si preoccupa solo di riunire le sparse forze del movimento surrealista, uscito piuttosto smerlato dal drammatico precipitare degli eventi bellici.
Dai campi inesplorati del “meraviglioso” si passò ai campi di una lotta senza quartiere al nazi-fascismo: era il “mondo reale” che chiamava il poeta a esaltare “i colori della Francia” in una ritrovata unità nazionale, come ebbe a dire Aragon.
Eluard, dopo la sua peraltro feconda stagione surrealista, fece la sua scelta. La Guerra di Spagna lo convinse ancor più che i poeti sono, come tutti gli uomini, “profondamente radicati nella vita comune”. Una poesia, la sua, che si ispira alla realtà dell’amore e che diventa, poi, secondo le circostanze, solidarietà verso gli uomini, canto di libertà che al nome della donna associa il sentimento comune di una presenza ben più grande: la liberazione della Francia dallo straniero.
Per una certa critica che non vuole compromettersi, ancora oggi, Eluard rimane solo “il poeta dell’amore”. Di che specie d’amore si tratti, bastano queste pagine di Poesia ininterrotta, dedicate a “coloro che leggeranno male e a coloro ai quali non piaceranno”, per fugare l’inconsistenza di simili dubbi; ma per ribadire, soprattutto, che Eluard non ha mai cessato di considerare la poesia come partecipazione del “mondo trasformato che abbiamo sognato”.
Simile a quelli che ama, Eluard ascrive a suo merito l’impegno a decomporre “gli alfabeti compilati / della storia delle morali” e a confidare al suo canto la sostanza non ambigua di una certezza immanente alle speranze degli uomini e al loro essere felici su questa terra. Non aveva egli forse cantato:

“Compagni minatori io ve lo dico qui
Questo mio canto è vano se voi non avete ragione” (?)

Una riedizione necessaria, questa Poesia ininterrotta.

***

Queste pagine io le dedico a coloro

che le leggeranno male e a coloro ai

quali non piaceranno

*

(da pag 29 ultima strofa e seguenti fino a pag 45 dell’edizione della Bianca del 1948)

.

Nulla da odiare né da perdonare

Nessun destino illustra a noi le tempie

Nella tempesta noi deboli siamo

L’ago ch’è più sensibile

Noi la ragione della tempesta oh immagine

E contatto perfetto

Nostro luogo è lo spazio

Nostro orizzonte è il tempo

.

Sassi su una via battuta

Erba come un ricordo incerto

Cielo coperto notte che presto discende

Qualche vetrina inaugura i suoi lumi

Porte forate finestre aperte

Sopra gente sbarrata

Un piccolo bar venduto e rivenduto

Apoteosi di cifre

Di noie di mani sporche

.

Un disastro profondo

Dove tutto è contato anche la tristezza

Anche la derisione

Anche la vergogna

E’ inutile il lamento

E’ idiota il riso

Il deserto di macchie s’allarga

Più che sopra un sudario

.

Gli occhi sono spariti gli uccelli volano bassi

Non c’è più rumore di passi

Il silenzio è come un fango

Per i progetti senza domani

E ecco un bambino grida

nella gabbia della sua noia

Un bambino rimescola cenere

Nulla di vivo si muove

.

Io certifico il reale

Io sto attento alle parole

Non voglio sbagliarmi voglio

Sapere di dove parto

éer serbare tanta speranza

Le origini mie sono lacrime

E fatica e dolore

E nessuna bellezza

E nessuna bontà

.

Il lamento di vivere e l’amore avvilito

M’han generato nella miseria

Come un murmure come un’ombra

Morranno sono già morti

Ma vivranno gloriosi

Arena nel cristallo

Suo malgrado nutriente

Più lucente che al sole

.

Il  lamento  di  vivere

.

Ma io non ho lamenti

Più nero più pesante è il mio passato

Più leggero più limpido è il bambino che ero

E quello che sarò

La donna che proteggo

La donna che mi affida

Un’eterna fiducia

.

Come donna solitaria

Che disegni per parlare

Nel deserto

Per volere innanzi a sé

Tra delizie e capricci

Abbandoni e promesse

.

Semiaperta alla vita

Sempre orlata di azzurro

.

Come donna solitaria

Perché è stata l’una o l’altra

E ciascun elemento

.

Io saprò disegnare come le mani sposano

La forma del mio corpo

Io saprò disegnare come la luce penetra

Nel fondo dei miei occhi

.

E farà il mio calore distendere i colori

Sul letto delle notti

Sulla natura nuda dove occupo un luogo

Più grande dei miei sogni

.

Dove son sola e nuda e sono l’assoluto

Definitivo essere

.

La prima donna apparsa

Il primo uomo incontrato

Fuor del giuoco dov’eran confusi

Come dita d’una mano

.

E la prima donna estranea

Il primo uomo sconosciuto

Il primo dolore squisito

E il primo piacere panico

.

La prima differenza

Fra esseri fraterni

La prima somiglianza

Fra esseri dissimili

.

La prima neve vergine

Per un bimbo nato d’estate

Il primo latte alle labbra

D’un figlio di carne di sangue segreto

.

Rovi di rose e di spine

Strada di terra e di sassi

A cielo ardente cielo di cenere

A freddo intenso testa chiara

Roccia di pesi e di spalle

Lago di guizzi e di pesci

A giorno tristo bontà paziente

A mare immenso vela pesante

.

E scrivo per segnare gli anni e i giorni

L’ore e il tempo degli uomini

E le parti di un corpo comune

Che ha il suo mattino

Meriggio e mezzanotte

E di nuovo è mattino

Inevitabile adorno

Di forza e debolezza

Di bellezza d’orrore

Di riposo gradevole di luce miserevole

Di gloria provocata

.

D’un mattino che nacque da un sogno la potenza

Di guidare a buon fine la vita

I mattini passati futuri

Organizzando il disastro

Sperando dal fuoco la cenere

.

D’una casa le luci naturali

E i ponti sull’alba levati

D’un mattino carne nuova

Carne intatta tutta speranza

Dentro la casa come

.

Un ghiaccio che si scioglie

Della felicità impietosa lo sguardo

Gli occhi piantati forti sulle gambe

Nel vapore della salute

Felicità come regola

Come coltello spietato

Che taglia ogni cosa

Non la necessità

.

D’una famiglia il cuore rinchiuso

Inciso d’un nome qualunque

.

Di un riso la virtù come in un giuoco

Dove nessuno perde

E montagna e pianura

Esatte calcolate

Un dono contro un dono

Beatitudini nulle

.

D’un rogo le campane d’oro di lente palpebre

Su di un paesaggio infinito

Voliera dipinta nel cielo

D’un seno immaginario peso senza riserve

.

E d’un ventre accogliente pensiero irragionevole

E di un rogo le campane d’oro dai fondi occhi

Su un volto grave e puro

D’una voliera dipinta in celeste

Dove gli uccelli son spighe di grano

Che gettano ai poveri l’oro

Per Entrar prima nel nero

Nel silenzio dell’inverno

.

D’una via l’immagine

Che mi ha sfigurato

Per amor di tutti e tutte

Sconosciuti nella polvere

Solitudine mia assenza mia

.

D’una via senz’uscita

Né saluti

Vitale

E che pure ci consumi

Vietato anche l’incontro

.

Della stanchezza la bruma

Prolunga cenci e noie

Nel profondo del petto

Vuoto alle tempie spente

Crepuscolo delle arterie

.

Della felicità la veduta chimerica

Come all’orlo di un baratro

Quando una grossa bolla

Bianca vi esplode in testa

E libero è inutilmente il cuore

Ma di quella che fu gioia promessa

E che per due s’inizia

Già la prima parola

E’ confidente ritornello è contro

La fame e la paura

Un segno di raccolta

.

D’una mano composta per me

E cosa importa se sia debole

Questa mano raddoppia la mia

Per legar tutto liberare tutto

E addormentarmi e risvegliarmi

.

E di un bacio la notte di grandi umani rapporti

Un corpo accanto a un altro corpo

Notte di grandi rapporti terrestri

Notte nata dalla tua bocca

Notte ove nulla si separa

.

[…]

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