luigi romolo carrino

Luigi Romolo Carrino – Il pallonaro

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Luigi Romolo Carrino – Il pallonaro – ed. goWare collana Pesci Rossi – ebook 4,99

Dopo il bellissimo Esercizi sulla madre (Perdisa pop, 2012), torna Luigi Romolo Carrino con una storia scomoda, dura, romantica. Una storia che racconta il sogno del calcio e che racconta tutto quello che c’è dietro quel sogno. Quello che sta nascosto dentro gli armadietti, quello che non si deve dire. Diego Di Martino giovane talento napoletano, è un predestinato, come si dice laggiù: lo tiene nel sangue. Diego è omosessuale e ha imparato giovanissimo che questa cosa nel mondo del pallone non va bene. Si sa ma non si deve sapere, perché come gli ricorda il suo procuratore, i tifosi perdonano tutto tranne il fatto di essere frocio. Questa cosa di essere ricchione Diego la vive di nascosto, grazie a una rete di marchettari protetta e procacciata da Marco Nanni, il procuratore, che manifesta affetto ma pensa ai soldi, Diego si fa vedere in giro con le escort, ci va a letto, a cena, si fa fotografare. Ma soffre, non è contento. La serie A è il sogno, Diego debutta in una squadra importante del nord e gioca come sa giocare. Da fuoriclasse. La prosa di Carrino è bellissima, tagliente e ironica, beffarda ma profonda, spesso poetica. «Porterò sfiga? Pare che ogni volta che segno io si perde. Il Napoli ci ha ammollato tre palloni tre in venti minuti. Sì, ok. Ero incredulo. Segnare a Napoli davanti a mio padre e nella mia città, contro la squadra che lui non è che la ama. Squaglierebbe il sangue come San Gennaro per il Napoli, si farebbe togliere tutti i denti e sanguinare ogni settimana come a Santa Patrizia per il Napoli. Sono sicuro che quando ho segnato papà, in tribuna, avrà vissuto la contraddizione più grande della sua vita.»
La serie A significa anche Marisa, la rete segreta di calciatori omosessuali o bisessuali che si proteggono a vicenda, si aiutano. Ma Marisa ha anche regole severissime, tra queste c’è quella che prevede che tra gli adepti non vi siano relazioni sessuali o sentimentali. Ma in Marisa c’è Stefano il portiere della stessa squadra in cui gioca Diego. Nasce tra i due una passione irrefrenabile, nasce l’amore. Arrivano i guai. I due non riescono a nascondersi, si baciano in macchina, forse qualcuno li vede. Viene organizzata una spedizione punitiva, coordinata da molti, da Marisa e da chi detiene il potere, i soldi. Capi della tifoseria organizzata trasformeranno quella che doveva essere un’azione per spaventare Diego e Stefano, in un massacro che rischia di compromettere le carriere e quasi le vite dei due. Ma invece accade qualcosa che scuote Diego, qualcosa che è  anche più forte dell’amore: viene fuori  la dignità. La dignità e la forza del sentimento possono cambiare le carte in tavola e le cambiano. Luigi Romolo Carrino ha scritto un bellissimo romanzo, ha scoperchiato le pentole, mentre racconta il calcio con la passione di chi ama quello sport, racconta una storia d’amore e di coraggio, rappresentata in palcoscenici rettangolari: i campi da calcio, i letti, un tavolo di una casa di Napoli dove davanti a un caffè bevuto poco dopo l’alba i cuori si apriranno. Alla gente, vuole dirci Carrino, e quindi anche a tutti quelli che stanno nel calcio, non dovrebbe importare nulla di chi vada a letto con chi. Di un attaccante dovrebbe importare se segna, e se non segna è una chiavica. Ma un attaccante si può pure innamorare di chi gli pare, senza doversi nascondere per questo. Poi ci sarà l’ultima partita e saranno sorrisi, sarà Champions League.

Luigi Romolo Carrino – Esercizi sulla madre

Qualche giorno fa è uscito il terzo romanzo (molto atteso) di Luigi Romolo Carrino. Pubblico, con grande piacere, un estratto. Libro consigliato!

gm

( Luigi Romolo Carrino – Esercizi sulla madre – Perdisa Pop 2012) estratto, pagine da 61 a 63)

Quattro

Tutta la mezzanotte è nera. Mi faccio caldo con le mani, le
sfrego sui pantaloni e si riscaldano anche le gambe.
Il pero trema di freddo i suoi rami addormentati, fa le facce
strambe sulla casa di fronte.
C’ è l’uomo nero che viene a prendermi.
Non posso andare da zia Adele. Se ci vado, zia Adele saprà
che non sei ancora tornata e lo dirà alla nonna.
Non posso andarci. Mi puniresti. Le mani mie bucheresti, con
gli spilli di sarta, quelli sulla Singer, la macchina per cucire.
Nel vialetto, all’entrata, arrivano i fari di una macchina e
mi s’appiccia un fuoco ai lati della testa. Salto dal gradino come
un grillo e sono così felice che un po’ il freddo, un po’ il fuoco, un
po’ la contentezza, io non sento più fame e c’ è luce come si fosse
fatto mezzogiorno.
Sono i fari della macchina di papà.
Mi fa le formiche nei pantaloni. Vado a mettermi dietro la
siepe, dietro il muretto.
Non riesco a trattenermi, correndo mi faccio la pipì addosso.
Non riesco a capire perché questo caldo che scivola lungo le gambe
mi fa tranquillo.
Non riesco proprio a capire se il freddo che sento nelle mutande,

se la pelle di papera che si fa ora sulle gambe, è paura o è gelo che
mi fa a nuvola il fiato.
Se papà mi trova seduto qui fuori, lo capirà immediatamente
che mamma non è rientrata. E quando lei tornerà saranno
urla e strilli, schiaffi e capelli strappati, puttane zoccole cornuti
e parolacce nere più nere dell’uva marcia del pergolato dietro la
casa, parole più sporche di Calimero. E poi calma e lacrime e
baci belli per fare pace, e poi non ne parliamo più e poi andiamo
a dormire. E poi io non ce la faccio nemmeno a mettere la testa
sotto le lenzuola, perché c’ è qualcuno nella mia stanza, sotto il
letto, nell’armadio, fuori dalla finestra, sul pero.
Ma va bene, non fa niente. L’ importante è che torni. Tanto
poi papà non ti fa niente. Tanto c’ è sempre qualcuno sotto il mio
letto, tutte le notti.
Papà apre lo sportello, scende, papà chiude lo sportello.
Sento rumore di chiavi. Papà arriva davanti alla porta e
infila la chiave nella serratura. Mi metto dietro di lui e tutto è
zitto, tutto è niente che si vede.
Papà penserà che stiamo dormendo. Quante volte è tornato
tardi dal lavoro?
Dietro di lui sento l’odore di grasso, di cose meccaniche, odore
di olio e di fatica. Lo sento tutto quanto, il mio papà, che
lavora tutto il giorno, va anche lontano a lavorare e certe volte
non torna nemmeno per la notte.
Papà sfila le chiavi dalla toppa e apre la porta.
Da dietro le sue spalle butto gli occhi in casa e non c’ è un
niente di nessuno, lo capisce anche papà che rimane ancora fermo
e non entra e trema. Ma non ha freddo, a lui trema solo una
mano. Io tremo tutto quanto. Non vuole entrare, papà non lo

vuole sapere se è tutto vero questo nessuno. Dietro di lui guardo
le sue gambe storte. Da ragazzo, un incidente con la motocicletta
Motom gli lasciò la gamba destra più corta. Non zoppica,
cammina un po’ sali-e-scendi. Quando fa due passi, sale la gamba
destra scende la gamba sinistra.
Papà fa un passo avanti e accende la luce.
Il neon. Fa prima un lampo. La luce del neon illumina a
scatti il nostro salotto-cucina.
Uno scatto un lampo.
Flash.
La cucina vuota.
Guardando da dietro le spalle di papà, sembra che qualcuno
faccia una fotografia con il flash, sembra che i miei occhi facciano
una fotografia Polaroid.
Un secondo scatto un secondo lampo, due lampi ravvicinati.
Flash, flash.
Sei seduta, sul divano.
Un terzo, un quarto scatto. Due lampi, uno dietro l’altro.
Flash-flash.
No. Il divano è vuoto.
Flash-flash-flash, e adesso c’ è tutta la luce nel salotto-cucina.
Tutto è il niente che si vede. Tutto è nessuno.
Io sto dietro al mio papà, faccio un passo, metto un piede sul
gradino e lui si accorge di me.

(c) Luigi Romolo Carrino

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Sinossi del libro:

Giuseppe, un uomo di 42 anni, è internato in un ospedale psichiatrico giudiziario da quando ne aveva 16. Per essere rinchiuso qui Giuseppe ha commesso un atto criminoso ed è stato giudicato incapace di comprendere l’atto compiuto. In realtà, Giuseppe non lo ricorda nemmeno il motivo del suo internamento.

All’interno dell’OPG, in una casa-dependance approntata nel parco dell’ospedale come un set cinematografico della memoria, una volta all’anno Giuseppe compie il rito dell’attesa: rivivere la notte in cui la madre lo lasciò, all’età di 8 anni. Quella notte Giuseppe aspettò per dieci ore il ritorno di sua madre sul gradino di casa, rifiutandosi di credere che la donna più bella del mondo lo aveva lasciato per sempre.

Giuseppe aveva e ha una sola domanda per sua madre: perché mi hai abbandonato?

Ad ogni ora che passa Giuseppe usa la sua voce come fosse quella di sua madre, per trovare una ragione che giustifichi l’abbandono e per rimproverarsi la sua inadeguatezza di figlio. Ma è anche il modo per ripresentificare il sé bambino in tutti i minuti di quell’attesa, perché è questa mancanza l’unico testimone della sua esistenza.

Al termine della notte, Giuseppe tenta di comprendere la crudeltà materna, sperando di arrivare alla salvazione del suo io-bambino rimasto nella camera ardente della sua infanzia, e provando ad assolvere il rifiuto della donna più importante della sua vita.

Sua madre, allucinata nella casa dell’attesa, gli dirà che le cose non stanno così come lui crede. La colpa è un’altra, nascosta in un’altra notte da ricordare, quella in cui lui è stato internato.

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Luigi Romolo Carrino è nato a Napoli nel 1968. Ha pubblicato tre raccolte di poesie ed è autore di testi teatrali. In narrativa ha esordito nel 2006 con due racconti in Men on Men 5 (Mondadori). Ha scritto i romanzi Acqua Storta (Meridiano Zero, 2008 – anche con il cd del recital La versione dell’acqua) e Pozzoromolo (Meridiano Zero, 2009), il racconto lungo Calore (Senzapatria, 2010), la raccolta di racconti Istruzioni per un addio (Azimut, 2010), il reportage A Neopoli nisciuno è neo (Laterza, 2012).

[Novità Editoriale] Certi Ragazzi – Luigi Romolo Carrino

“Certi Ragazzi”, Luigi Romolo Carrino

Liberodiscrivere Edizioni, 2011.


Io dico il sangue


Io dissi il sangue che mi fugge
,
pronunciava a fiotti da sopra il costato.

Diventai una legge naturale,
il suono di una cosa piccola sulla Terra,
il taglio stesso della bocca mentre
poi il giorno,
le ferite mi trascorrevano sottovoce e
e di me fecero un fatto vivo.

Poi un giorno,
con un poco di bene
le cicatrici smisero di guarirmi il tempo
– tutta l’ora del tempo si fece una –
fino a fare di me
una definitiva parte della Quiete.

Io dico il sangue che posso.
L’avevo rappreso tutto
– tutto quanto –
nella tua promessa che non mi ha mantenuto.

 

Canto Storto della Notte che curò gli amanti
Per la follia del bene del mio sempre molto pensare
ho il dovere della notte che m’informa nella testa:
mi è questa l’occasione dell’amore dato per bocca.

Nella folla degli occhi verdi mi evento di nulla:
noi qui ci siamo, cosa di uomini e mi sono accanto.
M’inghiotti come una smorfia di medicina brutta
nel Bisogno o nel Ritorno mi ho incubo storto:
plagiato il sogno mostro dietro una fratta, e ho morto.

Nostro è questo amore che io non sono detto, che mi è
mare di ottobre a cataste di sole sulla pelle azzurra e nera.
Nostro è questo sudore appassionato e malato che ci ha
cercati bagnati, fatti a pazzi e poi rappresi su per le narici.
Nostro nostro è questo rancore intradito a ieri o, dov’eri,
che mi sono sanguinato le gengive per affermarti.

Oh siine fiero: mi sono ricoltellato il cuore che
da solo non uccide,
non si uccide solo.

 

 

 Anidride bruciata
I baci, le strette che ti fanno vero anche quello
alla piccola lettera di niente anche hai sottratto,
tutti i possessivi dimostrati che fanno storti
e sono notti, più notti di molte altre sere, galere.

Ma quando chiudo le labbra sembra solo una barba
incolta e rada che percepisce un soffio di gioia.
Ma quando penso a te io penso a me che mi a malo
che giro inesatto, aggettivato, come se mi amassi.

Poi non è che ti cerco, solo ti parlo ortodosso e vano,
il piccolo alieno che abita le mie possibilità, verità
che tengo strette come leccalecca che ti regalai
o, forse, bestemmiai le tutte anidridi del nostro fiato.

 

 

Biografia:

Luigi Romolo Carrino nasce nel ’68 a Napoli. Laureato in Informatica, è specializzato in Problem Solving e Ingegneria del Software.

Poesia: Il Settimo Senso (Nola 1998, Il Laboratorio Le Edizioni); TempoSanto – Liturgia della Memoria (Liberodiscrivere, 2006).

Teatro (tra gli altri): Ricordo di Famiglia (Teatro Stabile del Giallo di Roma), Morso per attaccarsi (Teatro in Scatola, Roma), 70 mi dà tanto (ispirato all’opera di Annibale Ruccello, Nuovo Teatro Nuovo, Napoli), La versione dell’acqua (recital tratto da Acqua Storta, anche interprete, prodotto da “Ilnaufragarmédolce”).

Romanzi: Acqua Storta (Meridiano Zero, 2008; in edizione speciale con allegato CD del recital La versione dell’acqua); Pozzoromolo (Meridiano Zero, 2009).

Racconti (tra gli altri): due in Men on Men 5 (Milano 2006, Mondadori), la raccolta Istruzioni per un addio (Azimut, 2010) e il racconto lungo Calore (Senzapatria Editore, 2010).

Ha curato un po’ di raccolte per piccoli editori, ha appena concluso un testo sui cantanti neomolodici (NEOpolis) e sta finendo l’editing della sua seconda raccolta di racconti, Gerusalemme. E sta cercando lavoro come editor.

EAUX D’ARTIFICE

 

“Nel mio paese”, racconto di Luigi Romolo Carrino

Nel mio paese io mi chiamo Dino Santella, ho trent’anni, insegno inglese alla scuola superiore, l’anno scorso un mio alunno di quindici anni si è buttato di sotto e oggi mi metto paura sotto alla stazione della metropolitana: mi hanno stracciato la giacca, mi sono sporcato i pantaloni. Mi alzo da terra e vedo se tengo ancora il telefonino in tasca. La faccio questa telefonata ai Carabinieri?, meglio la Polizia. Cioè no, è meglio che mi rimetto il telefono in tasca, anzi chiamo la segreteria della scuola e dico che non ci vado stamattina che mi sento male, ho la febbre, secondo me mi sono preso l’influenza nuova, quella che se tu tieni già problemi muori ancora prima del previsto. Ah, ho deciso: oggi me la prendo tutta per me. Vado a comprarmi una giacca nuova.

Nel mio paese c’è il camerino del negozio di Via dei Mille, c’è Peppe che ci lavora da dieci anni. Peppe è il mio ragazzo, Peppe è il mio compagno, mio marito, mia moglie, la mia fidanzata e il mio fidanzato, Peppe è ’a vita mia, cioè, non è come la canzone, ’a vita mia, nel senso che è tutto quello che tengo. Peppe mi dice «ciao, ma che ci fai qua a quest’ora?», io mi metto a ridere come a che, «sto in sciopero», gli dico.
«Ma ch’é fatto? Che è successo?».
«Niente Pe’, niente. Mi sa che so’ venuto a comprare una giacca».
«Vabbuò, visto che stai qua, misuratelle ’stu cazone», mi dice Peppe. E mi porta dentro il camerino, con un paio di pantaloni a scacchi e una giacca nera. Peppe chiude la tenda e viene con me dentro, una ragazza sta fuori aspettando, con una gonna plissettata in mano. Ho paura che gli faccio perdere il lavoro, lui insiste: «Me vuo’ dicere ch’é succieso?». Se il suo capo se ne accorge che mi sta parlando nel camerino, con i pantaloni a scacchi rossi mezzi calati giù, lo licenzia. Dico «’o sce’, che fai?», e lo butto fuori.
Oi vita, oi vita mia, oi core, e chistu core, si stato ’o primm’ammore, ’o primmo e l’ultimo sarrai…

Nel mio paese tengo una faccia, secondo me tengo una faccia che Peppe fa: «Ma che hai? Nun é mai fatto accussì». Nel mio paese io vado a trovarlo il mio fidanzato Peppe, sta al lavoro, lui ci deve stare per forza al lavoro, dopo ’sta cosa di stamattina sono io che non tengo voglia di lavorare, non tengo manco voglia di dire ciao a nessuno, voglio andare da lui. Arrivo così, all’improvviso. Pe’, jammucenne ’o mare, mò a fine aprile ci sta già un sacco di sole. Dove voglio andare? Ma andiamo a Varcaturo, no? Mi abbronzo e vado in spiaggia, prendo il sole e leggo quel bel libro che mi hai regalato tu. Come quale? Quel libro… Quel libro che tengo da tre anni sul comodino, e oh, Pe’! e ja, vieni con me, che da solo mi faccio la palla, ma che te ne fotte del tuo capo?, dici che ti è venuto mal di stomaco, dici che c’hai la fidanzata che sta male, mammà che si è rotta una gamba, papà che sta con le flebo al Cardarelli. Ma no, che vai a pensare? Non mi andava di andare a scuola, tanto quelli mica sentono la mia mancanza, lo sai che non mi sentono. La giacca, il chiodo che sporge dalla porta all’ingresso, lo sai pure tu, una volta ti sei graffiato, quello così è rimasto… No, te lo giuro, credimi, non è successo niente, voglio solo che ci prendiamo un giorno per me e per te, oggi, non domani, non dopodomani, accontentami, levati questa faccia di commesso che tieni, ti aspetto a piazza de’ Martiri, fra mezz’ora. Ma che vuoi che succeda? Nel mio paese, nel nostro paese si dimentica subito tutto. Quella volta ti ricordi? Ti ho dato un bacio e ti tenevo la mano, venivamo dal mare, si schiattava di caldo quei giorni di agosto, era tardi assai, il mare ci stava dicendo che ce ne dovevamo andare. ’Sto fatto, il sole che se ne scende alla fine del mare, cioè, il tramonto, era tardi…
Napule è mille culure, Napule è mille paure, Napule è nu sole amaro…

Nel mio paese siamo due uguali a due qualunque, chisto è ’o paese do sole, chisto è ’o paese do mare e sono due come noi, che non pensano che sono come noi, ti afferrano da dietro, ti tengono le braccia bloccate, per darti bene bene un cazzotto forte forte nello stomaco, ti fanno sputare il sangue ricchione che tieni in bocca. E se stai per urlare tu non lo fare, agliutt’ ’e mille colori che stanno tutt’attuorno e così sai che tuo padre non lo vede stasera al tiggì 5. Te lo ricordi, Pe’? Pare come fosse mò, invece era tre anni fa. Ecco Pe’, stammatina, una cosa così, è successa un’altra volta. Ma no, non ti preoccupa’, nun te ’ncazza’, sto bene, solo un po’ così, un po’ strano. Ce la faccio, stiamo insieme oggi, non te l’ho mai detto che tengo paura quando spegni la luce sopra al comodino? Ho paura del buio, però non ti dico niente sennò mi pigli per fesso, mi sfotti lo so, mi dici che sono un criaturo. No, no è che mi dispiace, mi dispiace ’sto fatto, che me so’ abituato a piglia’ sputazzate ’nfaccia.

Nel mio paese, nel mio paese io mi sento come se veramente stessi a casa mia, lo scarico del bagno che non funziona, lo stendino con i panni nel corridoio è tutto storto e i piccioni cagano sopra al balcone tutto l’anno. Oggi sono andato al mare ma tu Pe’ non ci stai. Ho un costume rosso che al mio amico Gianni gli piace assai, pure lui ne tiene uno che gli sta daddddio, gli sta con il pesce che si vede grosso, sta messo bene a pesce Gianni. Sicuro venerdì prossimo mi squillerà il telefono un’altra volta e sarà sempre Gianni. Io lo so che sono stanco, ho lavorato tutta la settimana prima di Pasqua, ma pure lui, nel gabbiotto dell’autostrada, tutto il giorno. Oggi quello della Smart rossa ha pagato il pedaggio accarezzandogli la mano, per sbaglio. Lui ha sorriso, perché gli ha fatto piacere questa cosa. Gli ha detto frocio in romanesco e poi, con una sgommata, se n’è andato. C’è rimasto male, non ha fatto niente di male, ha sorriso ancora e ha allungato la mano sotto lì, nella fessura, per prendere il pedaggio della prossima macchina. Ma che c’entra Gianni mò?
Non ho voglia di andare a ballare, fare tardi. Peppe dorme presto la sera, lavora anche la domenica a volte… Ma che c’entra Gianni mò?
Guardanno ’o mare pensa a Maria ca’ mò nun ’nce sta cchiù. So’ sulo tre anni ma ’nce penso tutte ’e sere, passa ’o tiempo e nun me pare ’o vero…

Nel mio paese io mi chiamo sempre Dino Santella e mi alzo la mattina abbastanza presto, con gli occhi ancora chiusi dal sonno vado in cucina e metto a fare il caffè. Subito mi vado a buttare sotto la doccia. Ci metto due minuti, mi schiatto l’accappatoio addosso, ce la faccio a ghì a ghì a spegnere il fuoco sotto la macchinetta che si sta sporcando già il fornello. Sto a mostro, ieri abbiamo fatto tardi a casa di Marialuisa, abbiamo giocato a Tabù. Ci penso mò, mò che mi sto pigliando il caffè macchiato con il latte scaduto. Mannaggia a me, non me ne sono accorto, che capa di cazzo che tengo, ma perché ieri a Tabù è uscita la parola latte, non si poteva dire manco bianco, manco mucca. Mi sono messo davanti a Internet cinque minuti, prima di vestirmi, voglio leggere le notizie di Repubblica on line, sto facendo tardi e mi devo muovere, oggi vedo solo i titoli degli articoli, sto in ritardo.

Nel mio paese io vado a insegnare l’inglese nell’Istituto Tecnico Industriale Statale Galileo Ferraris, è un lavoro che mi piace, fare l’insegnante, però è difficile al Ferraris, non mi stanno mai a sentire quando spiego, se faccio un’interrogazione e metto 4 a Mario, lui dice che la prossima volta me lo mette in bocca, e così gli metto 10. Ieri così ha detto, gli ho fatto il rapporto sul registro e ho chiamato il preside, ma questo mi pare Iacchetti a Striscia la notizia, dice «Santella, so’ ragazzi».
Fa freddo stamattina, fa un bucchino di freddo stamattina e non è nemmeno aprile, e se mi fermano sotto alla stazione Quattro Giornate, e se con un punteruolo in tre mi vogliono bucare le palle, e se mi danno tre schiaffi uno a testa, e se uno mi dice che mi devo comportare bene a scuola e se l’altro mi sputa in bocca e mi dice che non devo mettere in difficoltà ’e guagliune e se l’ultimo mi piglia per la giacca mi sbatte a terra e mi fa «é capito? ’stu ricchione ’e merda», io penso che faccio tardi a scuola, penso che devo saltare la prima ora con la terza F e non posso nemmeno andare da Peppe al negozio di via dei Mille, che tre anni fa gli hanno dato una coltellata nello stomaco, venivamo dal mare, era quasi scuro e il sole s’era tuffato dentro al mare e noi ci tenevamo per mano, stavamo andando a casa.
Chillo va pazzo pe’ te, te penz sempe, chillo va pazzo pe’ te, nun s’annammora, nun s’à sapute scurda’ de’ vasi tuoi, te sonna senza durmì si ’o core suoio…

(tira fuori un coltello). Nel mio paese ti senti davvero a casa tua, anche se sei un omosessuale, anche se sei una lesbica, e anche se sei gay. Nel mio paese tutta la gente ti rispetta, i colleghi al lavoro, la tua famiglia ti rispetta, ti vuole bene per quello che sei e quando incontri gli amici di tanti anni fa non cambiano strada se li saluti. Nel mio paese se tu sei trans lo trovi subito un lavoro perché nessuno ti discrimina per quello che fai nelle lenzuola o per il tuo aspetto che loro dicono che è a metà tra una bambola di gomma e un pugile dopo un incontro, e lo Stato ti dà anche tutti i soldi che ti servono per diventare donna o uomo, a seconda di come sei nato e di come ti senti dentro.
Nel mio paese pure se hai 15 anni, e pure se i tuoi compagni di scuola ti sfottono perché tieni la penna rosa e un po’ di fondotinta, tu sai che lo fanno solo per giocare perché lo sanno tutti che siamo tutti uguali e la legge ti protegge da quelli che ti vogliono accoltellare, da quelli che ti vogliono stroppiare di palate, sfottere insultare, sputare, screstare, scorticare, schiaffeggiare, ferire, abbandonare, scuoiare, infamare, denigrare, cancellare, violentare, che mica stai qua solo per inculare o farti sbocchinare, che mica esisti solo per farti sodomizzare o fare pompini, lo Stato ti protegge da tutti quelli che a forza di chiamarti ricchione ti fanno buttare da un balcone della scuola a soli 15 anni.

Nel mio paese, se vieni dal mare col tuo fidanzato e hai 27 anni, sei tutto abbronzato e adesso è quasi estate, un’estate al mare con gli ombrelloni oni oni ricchioni, se gli dai un bacio mentre il sole muore già, non è vero che qualcuno non sente pietà, ti chiamano anche l’ambulanza dopo mezz’ora, e il venditore di granite dice «toglilo da qui», ma te lo dice per favore, che deve vendere quelle buone, rinfrescanti, ghiacciate grattachecche colorate.
Nel mio paese io mi chiamo ancora Dino Santella, ho sempre 30 anni e insegno inglese al tecnico industriale Ferraris e ieri mi sono messo paura sotto alla stazione della metropolitana Quattro Giornate. Nel mio paese c’è il camerino del negozio di via dei Mille, ci stava Peppe che ci lavorava fino a tre anni fa. Peppe era il mio ragazzo, il mio compagno, mio marito, mia moglie, la mia fidanzata, il mio fidanzato, Peppe era ’a vita mia e il mio paese dice che è morto per sbaglio, per mano di quattro delinquenti senza Dio, senza Stato, senza Amore.
Eh, nel mio paese tu ti senti bene, ti senti protetto, ti senti proprio uguale a tutta la gente che sta nel mondo, pure se sei ricchione.
Nel mio paese io mi chiamo Dino Santella (disperato, sta per ammazzarsi). Nel mio paese io mi chiamo Dino Santella, e voglio vivere, vivere solo nel mio paese (butta il coltello a terra, esce di scena).

@ Luigi Romolo Carrino, Nel mio paese, in Aa.Vv. Presente indicativo, Ad Est dell’Equatore Editore, 2010