Luigi Ghirri

Ghirri: spazio siderale

Copertina-Luigi-Ghirri-Spazio-Sideralecorsiero editore, Reggio Emilia, 2016 – € 40

Osservando il sipario del bellissimo Teatro Romolo Valli di Reggio Emilia, si può immaginare quanto da quel punto focale sia possibile apprezzare l’insieme dell’architettura, la “rotondità” e la “circolarità” che caratterizzano questo teatro. Una vera concentrazione di simboli, un imbuto di segni, entro cui l’invenzione e la rappresentazione, grazie alla luce e al raccoglimento che un teatro come questo sa regalare, si mostrano in silenzio.
Quanto pensato e compiuto da corsiero editore con lo splendido Spazio siderale non è offrire al pubblico un libro postumo di Ghirri, ma realizzare qualcosa di probabilmente meno arbitrario e senz’altro più profondamente curioso. Una sorpresa, una rarità: si tratta della pubblicazione del menabò di un progetto, un libro forse (e sarebbe stato l’ultimo: siamo nel 1991, e la morte per Ghirri sarebbe arrivata nel 1992), intorno al quale il fotografo reggiano stava lavorando.
Ci troviamo nel vivo di una storia, al cospetto di un incontro/confronto fra le arti. Spazio siderale consente infatti di rivivere l’intreccio che legò il soggetto del terzo sipario monumentale dipinto nel 1991 da Omar Galliani, dal titolo Siderea, alla fotografia di Luigi Ghirri, in stretta aderenza a molti dei temi maggiormente cari al fotografo (in questo senso basti pensare ad alcuni dei suoi titoli precedenti, come Infinito e Il profilo delle nuvole).
I materiali sono riportati con cura puntuale, attenta. Un libro di grandi dimensioni (30 x 30 cm, 108 pagine, e una carta con grammatura di qualità) che testimonia come Ghirri avesse già predisposto una selezione delle fotografie e ne avesse anche in gran parte precisato una sequenza espositiva. Mancava il titolo, mancava ancora quell’elemento che tanta parte ha sempre avuto nella costruzione dei progetti e dei libri di Ghirri.
Di fatto, Spazio siderale sarebbe potuto essere già allora un titolo possibile. Del resto è una definizione attraente, una dimensione affascinante: avvicinare ciò che è distante, o solo apparentemente tale, ma soprattutto desiderare (appunto) questa vicinanza, fino al “gioco”, come diremo poi, dell’immedesimazione. È quello che un’arte qui fa con l’altra, in una reciprocità di richiami e di effetti davvero notevoli. E tutto racchiuso nel racconto del dietro le quinte di quel lavoro, tutto nel testimoniare l’operato: come nasce l’idea di un sipario; i bozzetti preparatori di Galliani; i passepartout che Ghirri preparava con le note autografe relative ai tagli e al colore per la stampa delle fotografie ecc. (altro…)

Il viaggio di Ghirri

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Il cantautore che Luigi Ghirri ha amato di più è Bob Dylan, al quale spesso si è riferito, per una straordinaria coincidenza di pensiero e di visione. La musica per la fotografia di Ghirri è stata un ambito di ricerca vissuto con intelligenza emotiva precisissima, dalla quale sono discese altrettanto precise scelte operative, sia nelle immagini sia negli scritti.
A raccontarci di questo amore è stato Lucio Dalla: «Ah… se l’anima avesse gli occhi!…  – si diceva ridendo con Luigi, quando ascoltavamo musica sul vinile o a un concerto… – fino  a un: Anche se muoio adesso sono felice, al concerto di Bob Dylan a Napoli».
Ghirri, quando nacque nel ‘43 (lo stesso anno del cantautore bolognese), nasceva con la musica fin nelle ossa. Anche solo un campanello o il latrare di un cane nella notte – così continua il racconto di Dalla – e già gli scattava l’idea di una foto.
Visione, pensiero, anima: siamo nel territorio della mente. La “mente-atlante” di Ghirri è quella tipica di un grande viaggiatore senza viaggio. Viaggio in Italia, libro del 1984 che lo lega al nome di Gianni Celati,[1] è un titolo-chiave in questo senso, con una splendida copertina che esalta appunto la dignità dei non-viaggiatori, grandi scrutatori (paradossalmente) di mappe, cartine, atlanti.
Uomo della pianura, della vastità, Ghirri infatti non sembra tanto viaggiare quanto essenzialmente desiderare: desidera lo spazio, l’ampiezza, e più che altro accarezza soltanto l’idea della fuga. E mentre l’accarezza si ferma, contempla, mette in carica la visione.
Dicevamo del suo grande amore, Dylan. Ecco un testo che approfondisce quanto vado dicendo:

Non è ancora buio[2]

Cadono le ombre e sono stato qui tutto il giorno.
Troppo caldo per dormire mentre il tempo corre.
Sento la mia anima diventare acciaio.
Ho ancora le cicatrici che il sole non ha rimarginato
e non c’è un posto per essere in un posto qualunque.
Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

Il mio senso di umanità ormai è scorso via, nella fogna.
Dietro ogni lato della bellezza c’è stato qualche tipo di dolore.
Lei mi scrisse una lettera così gentile…
nelle parole aveva calcato tutto quanto la sua anima poteva ospitare
ma non vedo la ragione per cui mi dovrebbe interessare.
Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

Sono stato a Londra, e nel divertimento di Parigi.
Ho seguito il fiume e ho trovato il mare.
Sono stato sul fondo di un mondo pieno di bugie
e non cerco più niente negli occhi degli altri
perché a volte il peso mi sembra insopportabile.
Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

Sono nato qui e qui morirò, contro la mia volontà.
Mi sembra di correre, ma sono sempre stato fermo.
Assente ogni nervo del mio corpo, evanescente.
Non riesco a ricordare da cosa fuggivo quando sono caduto qui
dove neppure il mormorio di una preghiera sento.
Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

Ghirri avrebbe amato molto questa canzone, Not Dark Yet, tratta dall’album che Dylan pubblicò nel 1997, Time Out of Mind. Avrebbe amato il buio, la notte, la parola “anima” e la parola “preghiera” dipinte dal maestro di Duluth. Di questa canzone avrebbe senz’altro assaporato ogni secondo e ne avrebbe restituito il respiro in immagini. Perché questo notturno assomiglia molto ai suoi, sono della stessa essenza, feriti e allo stesso tempo guidati da punti-luce, o meglio da appoggi di luce. (altro…)