Luigi Di Ruscio

«Niente mi ha fiaccato!» conversazione con Ferruccio Brugnaro

foto a cura di Paolo Steffan

«NIENTE MI HA FIACCATO»
Conversazione con Ferruccio Brugnaro
di © Paolo Steffan

Quando arrivo al terzo piano della palazzina in cui Ferruccio Brugnaro vive con la moglie Maria, nella periferia di Spinea (Ve), trovo una figura amichevole e distinta, un ottantenne forte che mi saluta sorridente sulla soglia. Entro, c’è un simpatico sottofondo di giochi puerili, sono le voci dei nipotini, impegnati con la nonna. Ci sediamo nel salotto, e lì inizia la nostra conversazione, di cui è frutto la bella intervista qui pubblicata.

È fiero della propria storia personale, di essere un autentico poeta-operaio, di quelli che hanno vissuto la fabbrica dal di dentro, mettendoci anima e corpo, credendo profondamente nell’uomo e nelle sue risorse, nell’uguaglianza e nella bellezza. Alle pareti, quadri e ricordi, manifesti e testimonianze. E tantissimi libri e opuscoli.

Non ha rimpianti, Ferruccio Brugnaro, se non quello ‒ mi confessa ‒ di non aver coltivato le lingue, così importanti per capirsi in questo mondo globale; ma intanto i suoi ciclostilati vengono tradotti in moltissime lingue, in tutto il mondo. Solo dal 2002 a oggi, oltre 160 riviste ‒ in francese, inglese, spagnolo… ‒ hanno ospitato sue poesie. “Lì” ‒ mi indica, entrando nel suo studio, una borsa piena di fascicoli ancora da ordinare ‒ “ci sono anche delle riviste in cinese…”.

Varcare l’ingresso della sua stanza è entrare in un mondo a parte, dove è custodita un’intera vita in versi, assieme alle letture amate e ai manifesti di un’esistenza passata nella fabbrica, nel sindacato, tra gli studenti e i lavoratori.

Prima di salutarci, la signora Maria prepara il caffè e mi fa salutare i bambini; parliamo del rapporto coi figli, uno dei quali è Luigi Brugnaro, attuale sindaco di Venezia, e della diversità, talvolta abissale, delle idee che li contraddistinguono: “Non li ho mai indottrinati”, rivendica, “da ragazzi venivano alle volte con me alle manifestazioni, ma non li ho mai obbligati. Poi ciascuno ha preso la sua strada e oggi discutiamo animatamente, io da comunista non dogmatico, e i miei figli con le loro idee, ma c’è grande libertà di pensiero e soprattutto grande rispetto reciproco”.

Che cos’è per lei il lavoro?

È una cosa fondamentale per l’uomo, purché tenga al centro la dignità, altrimenti si scade nel disprezzo della vita. La dignità è stata al centro delle lotte operaie che abbiamo fatto, che erano per il lavoro, non per qualcosa che portasse malattia e morte.

Prima della fabbrica, si veniva da un mondo contadino, che ho vissuto nell’infanzia, di cui ho ricordi collocati negli anni Quaranta. Era una vita difficile fatta di malattie, artriti, tubercolosi, dentro case malsane. Ricordo che avevo una zia che faceva le iniezioni di canfora per l’asma e fuori casa sua c’erano sempre file di venti persone. Era una vita dura, con lotte quotidiane per un uovo, per tutto, alle volte sembrava che mancasse il respiro. Vita dura che ho poi ritrovato in fabbrica, tale e quale se non peggio.

Poi si è passati alle lotte operaie, qualcosa che alla mia generazione oggi suona distante, ma di cui calandosi nella sua scrittura si sente ancora l’attualità e il vigore.

La questione del lavoro è tutta sul piatto, senza lavoro marcisce tutto, si ha una deriva autoritaria.

Negli anni Cinquanta sembrava una follia mettersi contro gli apparati. Si veniva fuori dal nazifascismo, e i dirigenti erano ancora quelli, mica erano cambiati. La filosofia era che l’operaio non era niente: guai a chi si ribellava!

Mi ricordo una mattina, io ero in reparto alle 9.45 e non si respirava. Era fuoriuscita dell’anidride solforosa, e io ho spento le macchine per tutelare noi lavoratori. Azioni così si pagavano molto. Come oggi dovrà pagare molto chi si rimetterà a lottare.

(altro…)

I poeti della domenica #67: Luigi di Ruscio, Sono senza lavoro da anni

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SONO SENZA LAVORO DA ANNI

Non possiamo abituarci a morire, Schwarz Editore, Milano 1953. Copia di Luigi Di Ruscio.Sono senza lavoro da anni
e mi diverto a leggere tutti i manifesti
forse sono l’unico che li ragiona tutti
per perdere il tempo che non mi costa nulla
e perché sono nato non sta scritto in nessuna stella
neppure dio lo ricorda.
Gioco la Sisal e ragiono sulla famosa catena
ma oramai ben poco mi lascia sperare ai miracoli
sarebbe meglio berli
i soldi che gioco per sperare un poco.
Tutti i giorni vado all’ufficio del lavoro
e oggi vi erano due donne a riportare il libretto
ma l’hanno consolate
gli hanno detto che per loro è più facile
potranno sempre trovare un posto da serve.
Poi sono rimasto sino alla sera ai giardini pubblici
una coppia si baciava
anch’io su quel sedile ho avuto una donna
ora ho lo sguardo di una che vorresti
che scivola dai capelli alle scarpe
per scoprirti che sei uno straccione.
Lavoravo poi tornavo a casa sulla bicicletta pieno d’entusiasmo
dormivo d’un sonno profondo
e alle feste con la donna
che ho lasciato per non farla sempre aspettare
ora l’insonnia sino all’alba
poi un lieve sonno d’incubi.
Avevo pensato di farla finita
se resisto è per la speranza che cambierà
ma ormai ho qualche filo bianco
senza avere una sposa e un figlio
solo questo vorrei
questo sogno da pazzi.

© Luigi di Ruscio, Non Possiamo abituarci a morire, Milano, Schwartz Editore, 1953

La foto: Luigi di Ruscio con il figlio a Oslo negli anni 60 (immagine presa dalla copertina di La Neve nera di Oslo di Luigi di Ruscio, ed. Ediesse, 2010).

Poesie per l’estate #24 – Luigi Di Ruscio

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

diru

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anche se dopo la fatica il cervello
è ancora in balìa di questa furiosa costruzione
che a me fa costruire chiodi che non si saprà mai
a quale cristo andranno a crocifiggere
e ancora possiamo incatenarli i mostri
vincerli e digerirli per la notte e per la gioia
nella tua casa in confusione dove ti attende moglie figlia e pranzo
io nella mia camera tre metri per cinque
pareti bianche e migliaia di fogli bianchi da mettere in croce
in lotta con la stanchezza e lo sporco ed è tutto presso di noi
non aspettare il sabato inizio del riposo d’iddio
il riposo sia per dio e questo inferno per noi

11 poesie da “L’iddio ridente” di Luigi Di Ruscio

iddio ridente

1.

vengono alla superficie pensieri neri tenebrosi
volare dalla finestra
inabissarmi in quell’albero di ciliege
che nasce sotto casa
splendente
luminoso nelle primavere
improvvisamente senza un segnale fiorisce
grappoli di vita felice
inizia così la stagione
dove nessuno immagina di dover morire

.

43.

i cattolici visti dal sottoscritto
erano solo dei poveri necrofori e feticisti amatori di fiori
e nonostante il tutto eretico riuscivo
allegramente a rimanere in vita alla faccia vostra
non esistendo vita eterna
è già un miracolo che uno scemo come il sottoscritto
sia riuscito a nascere
e alla fine in una veloce cremazione
non rischiare che una cellula del sottoscritto resti viva
un mucchietto di cenere è una eredità più che sufficiente
per deludere i vostri vermi

.

72.

un “io” di cui non sappiamo niente
che fabbrica tutti i nostri incubi
un “io” tanto nascosto da sospettarne l’esistenza
una specie di esistenza inesistente
che ci precipita nella più folle paura
come se fosse assolutamente necessario
per alzarmi con tanta gioia
passare una notte di incubi

.

79.

mosche e zanzare a nuvole spaventose
costituivano il tramite d’immancabili infezioni
il lezzo nauseante ossessionava i passanti a tutte l’ore
le acque non facevano altro che far divampare
maggiormente le fiamme
la disperazione della vittima non conosce confini
il palco dove si appressavano i tenori fu intaccato
era evidente a tutti che un buco nel muro esiste
e spalanca l’inferno

.

87.

tra la vita e la porta
avviene solo l’imprevedibile
con due sottoscritti
uno che fa i sogni e l’altro li guarda stupito
e compare perfino un terzo ignoto
che cerca di darsi una inutile
spiegazione del tutto

.

121.

ho visto piombarmi addosso un corpo
che sembrava volasse
rimbalza sul parabrezza
sfonda il vetro e mi viene addosso
la ragazza ha visto solo un’ombra piena di sangue
ed essendo sotto shock per l’incidente
è stata violentata dai passanti

.

136.

la casa di mia nonna
pullulava gli scarafaggi
uno s’era introdotto sul fondo della tazza del caffè
e mi è finito in bocca
lo sputai con estrema violenza
e feci molto male essendo lo scarafaggio
il simbolo dell’eterno
ed era l’eterno che mi era caduto in bocca

.

211.

sognavo di essere in un ascensore
che precipitava continuamente
alla fine mi scaraventa
nel reparto dove ho lavorato
ecco l’inferno spalancato
che ho attraversato tutti i giorni
per quaranta anni rimanendo incolume
nonostante avessero programmato
la mia morte per la vita loro

.

273.

vespe e mosche per puro caso sfuggite agli insetticidi
salteranno sugli occhi degli ultimi azzannati
per sopportare la catastrofe
si bucava continuamente fino a spararsi in bocca
non era un male misterioso che ci perseguitava
era semplicemente il male

.

275.

eravamo stalinisti perché stalin rappresentava
il nemico implacabile di tutti i nostri nemici
poi mi accorsi di non avere più avere nemici
attenagliati dall’angoscia continuavamo a sperare
in un futuro meno vecchio
appiccando manifesti inneggiando a libertà sconsiderate
le case si richiudevano
e le vagine rimanevano spalancate

[Poesie tratte da: Luigi Di Ruscio, L’iddio ridente, Zona 2008]

Notizie dalla necropoli (recensione di Luigi Socci)

lolini - notizie dalla necropoli

Dopo gli articoli di Piergiorgio Viti e Renzo Favaron  (leggibili qui1 e qui2), e l’interessante dibattito che ne è scaturito, pubblichiamo una recensione a “Notizie dalla necropoli” di Luigi Socci, ulteriore testimonianza dell’interesse che c’è intorno a questo libro e alla figura di Attilio Lolini. Buona lettura,

La redazione

******************

Notizie dalla necropoli (1974-2004) di Attilio Lolini. Einaudi pag. 189 euro 14.00

 

Attilio LoliniOpportuna autoantologia contenente un trentennio di lavoro, affidato negli ultimi anni alle amorevoli cure dell’Obliquo di Giorgio Bertelli, ma ancor più sparpagliato e disperso per quel che riguarda le prove più lontane nel tempo, apparse originariamente in edizioni semiclandestinamente autoprodotte e, a tener fede a quanto qui riportato dall’amico e autore della postfazione Sebastiano Vassalli, addirittura ciclostilate. Nel leggere questi versi vecchi e nuovi si ha l’impressione, una volta di più, che la lontananza dai circuiti editoriali più blasonati abbia giovato a questo poeta (minore più per scelta che per qualità), in posizione di sicuro spicco all’interno di una generazione più avvezza alla luce, per quanto fioca, dei riflettori. Ad una opzione di minorità consapevole appaiono già improntati i primi testi,  quelli che datano dal 74 al 90, qui raccolti nelle sezioni Da una stazione all’altra e Vesto giovane,  relativamente omogenee sui piani stilistico e tematico. Di vago sapore beat, queste prime poesie prorompono sulla pagina senza titoli, in un flusso vitalistico che azzera qualunque forma di punteggiatura,  in caratteri rigorosamente minuscoli persino in sede incipitaria, nell’uso disinvolto del discorso indiretto libero e di altri escamotage espressivisti. Aferesi ( gli spizi, gli spedali ), anacoluti, neologismi e plurilinguismo omeopatico avvicinano questi versi, seppure di tono meno apocalittico, a quelli di un altro grande irregolare della generazione anteriore: Luigi Di Ruscio. Il furore anarcoide, declinato spesso nella forma dello sberleffo politico a destra e a manca (“neppure il freddo ci stende secchi \ siamo eterni \ mister rumor” o “i poveri come si odiano tra di loro \ egregio ingrao”) ci consegna la figura di un poeta il cui esordio relativamente tardo (a 35 anni, ad appena 6 anni dal ′68), configura l’immagine di un reduce già perfettamente disilluso. Di reducismo parla del resto il poeta stesso nei suoi testi in più di un’occasione, esibendo il lutto di un nichilismo subìto suo malgrado (“ho creduto in tutto \ poi in niente \ perdonami e sopportami”), ma è curioso vedere come in questa feroce minisaga autosarcastica e nullificante (“che pena vendersi \ quando nessuno \ ti compra”) si utilizzi una strumentazione il cui valore sembra ancora percepito come tale. E sono i mezzi della poesia e della sua tradizione. Fin dal primo testo si notano infatti prestiti eliotiani (“morti noi signori e madame \ si chiude”) accettati senza furia deformante e addirittura  poi ungarettiani, (“sta sepolto \ non so dove \ e non importa”), seppur riadattati a diverso contesto, quasi ad avvalorare la propria immagine di sopravissuto alle reboriane granate di una “piccola” guerra le cui trincee si ricontestualizzano sullo sfondo delle latrine di una stazione. E non sarà pertanto un caso che in un testo dedicato a Gotfried Benn (“ma non scacciarmi \ non restituirmi \ al morto mondo \ starò immerso in te \ finchè è possibile \ senza afflizione o gioia”) si incontri la prima, cronologicamente, lettera maiuscola in un quindicennio di lavoro, quella di Benn, appunto, a voler quasi significare che nella tabula del mondo fatta rasa da uno sguardo impietosamente iperscettico, tocchi soltanto alla poesia il compito di rappresentare un ultimo baluardo, un ultimo risicato appiglio per una possibile fede. È storicamente prassi comune tra i poeti autoriduzionisti o troppo dichiaratamente intenti a svilire l’importanza della propria opera e della poesia in generale (si tratti di autori di nugae o di frammenti di cose volgari, di trucioli o pianissimi) quella di coltivare un segreto culto della stessa e Lolini non fa eccezione. I testi delle due successive (e ultime) sezioni, rispettivamente “Poesie futili” (91-96) e “Canti senza sole” (97-2003), riducono ulteriormente l’orizzonte richiudendolo in forme più brevi e regolari e drenando gli ultimi residui di vitalismo. È lo spettro della depressione che si aggira tra questi versi e tra le quattro, sempre più claustrofobiche, pareti di casa. Il pur stentato dialogo lascia il posto al monologo e la bukowskiana corte dei miracoli che popolava le prime raccolte cede il passo ai ben più muti ed inerti inquilini dell’armadietto dei medicinali. Sono le anfetamine, i colliri, le benzodiazepine i nuovi compagni di viaggio tra i mezzi toni e le timide rime da librettista lirico di un poeta autentico che sembra aver immolato la propria vita alla poesia.

luigi socci

****

nota: recensione pubblicata su l’Annuario a cura di Giorgio Manancorda (ed. Castelvecchi 2005)

Luigi Di Ruscio – Firmum – 1953-1999 – poesie (post di Natàlia Castaldi)

forse un giorno mio figlio racconterà a mio nipote
che il nonno era comunista e questa frase
acquisterà un sapore assurdo
come se mi avessero detto che il mio bisnonno
era giacobino e regicida
comunque io non ho fatto che scrivere versi
ho messo carta davanti alla belva
e quando scrissi una lunga poesia per un parto
improvvisamente avvenuto in vicolo borgia
una lunga poesia di cui rimane solo un verso
i tuoi piedi che ancora non hanno toccato la terra
questo verso potrai adoperarlo
per una divinità ancora non incarnata
nonostante tutto incarnato come ero

Luigi Di Ruscio

Firmum
1953-1999

Ed. Pequod  (collana Rive)

Un libro lungo una vita piena di vite. Un libro da tenere a portata di mano per tutta la vita, perché non salva, non promette requie né ristoro, ma la sana schiettezza della rabbia, dell’indignazione, della consapevolezza – amara e lucida – che la sopravvivenza necessita di grandi sogni e mani callose per piedi ben piantati in terra.
Uno spaccato umano privo di fronzoli, lirico nell’aderenza schietta del linguaggio al suo racconto; un racconto crudo, popolato di porci (umani ed animali), immagini rurali, aneddoti ed episodi lavorativi, morti cruente e reali, che accompagnano e segnano il viaggio dell’esistenza nell’arco di più di quarant’anni; un tempo lungo abbastanza per percepire, capire, analizzare e viverne i cambiamenti, la storia, le corse, le innovazioni e i progressi, pagina dopo pagina, verso dopo verso, sì da giungere fino in fondo senza altra speranza che un’estenuante lotta con quella che pare essere l’ineluttabile e amara condizione degli ultimi in qualunque luogo (da Fermo ad Oslo) di qualunque tempo. (nc)

_____________________________________________

Voi che da mille anni
Portate i mali del mondo
E ne ridete
E ne morite

Franco Fortini

*
12 – pag.26

La pensione da impiegato comunale
è di ottomila ogni due mesi quarant’anni di fatica
per pane e cacio grattugiato
per imparare a stendere la mano per morire solo
oppure finire al ricovero dei vecchi
ubbidire a bacchetta la madre superiora
alzarsi presto imparare a pulirsi l’anima
per avere sempre il pasto abbondante
e morire in un posto fatto per i vecchi
perché crepino senza dare fastidio.

*
13 – pag. 27

E’ morto lavorando
ottant’anni l’ha passati di fatica
sulla fossa ha la croce di latta
un numero e un mucchio di terra
andava a tutte le manifestazioni del partito
diceva che non avrebbe voluto il prete
ma la paralisi
non lo fece più parlare

*
14 – pag.28

E’ quella che canta la tristezza della strada
suo marito è in Francia
e non fa sapere più nulla
e lei e la figlia vivono
degli uomini che vengono la notte.
E il suo canto è come la strada
stridulo e stonato
è come il vapore che esala
dai tetti dopo la pioggia.
Dice a tutti qual è la sua arte
e a volte lo grida ridendo
con l’amaro delle donne.

*
18 – pag. 32

quando ero piccolo avevo paura
di non ritrovare la strada per ritornare a casa
quando ero a casa avevo paura di non riuscire più ad uscir fuori
c’era un bottaro che batteva le doghe e rimbombavano i colpi
nell’oscurità salivamo i gradini che dovevano essere tutti contati
nella tenebrosità dell’aria e dell’acqua
raccoglievo tutto quello che stava per terra
come se camminassi su un cielo pieno di miracoli

*
26 – pag. 40

quando rigetto la bomba lacrimogena che scotta
getto per te il fumo più bello del mondo
e mi ritrovo in un corpo dilatato da comprendere tutti i corpi
e tutto è come fosse per sparire disfarsi nell’aria azzurra
credevamo a quello che prima mai era stato creduto
tutto era come fosse visto per la prima volta
come se i nostri occhi fossero quelli di un altro
ridevamo di quello che mai aveva fatto ridere
adoperavamo parole che prima mai erano state dette
la vita passata era alle nostre spalle come una scorza vuota
e ti sia preziosa la tua gioia perché è sulla nostra gioia
se salvi la tua gioia si salva anche la nostra
ci specchiavamo nelle nostre pupille
sbalordito a vedermi intatto
dentro le tue pupille ridenti

*
31 – pag. 45

canta canzoni di chiesa o d’amore
e se gli dicono di smetterla canta più forte
urlati segnali della ritirata o del silenzio
la calce viene sbattuta sul muro al ritmo delle canzoni
e risparmiare per l’inverno quando ci sarà
infinito tempo per mirare la carta decisiva
mani e carte incrociate che si dilatano
oltre le figure oltre i bar oltre la piazza

*
37 – pag. 51

ha un numero di anni che non si contano
perché per il cantiere non si può superare i sessanta anni
e deve aver falsificato le carte
ha fatto la prima guerra mondiale d’ardito
anche la guerra d’Etiopia ebbe la sua presenza volontaria
avrà pensione miserabile perché in guerra non si mettono marchette
trovare qualche proiettile savio che spacchi qualche osso secondario
non è una fortuna che capita a tutti
normalmente in guerra spaccano tutto
e la fortuna si perde subito nascendo

*
39 – pag. 53

il colpo di martello che spezza il mattone
o il verso allucinato che smaglia
guardare la cosa mentre ci accieca
l’improvviso bagliore della fiamma ossidrica
o quello che cadde nella vasca della calce viva
scavata la fossa scaricate le pietre cotte
poi con l’acqua tutto ribolliva e fumava
il ribollire delle pietre cotte fu l’ultima cosa che vide

*
40 – pag. 54

camminava nell’universo firmino
sventolando una carta tutta timbrata
della trappola brevettata per decapitare sorci
non fatevi abbacinare dall’odore del formaggio
che vi parte di netto la testa
sputare in faccia a quel porco rappresentate di tutti i porci
sperando di avere anche dopo morto sputo in bocca
e sperando anche che quel porco
abbia il coraggio ancora d’avere la faccia

*
43 – pag. 57

i gatti veloci nello scappare con le flessibili code
il vicolo era nel tripudio dell’erbe murane
con una gioia disperata
e una disperazione gioiosa
correvamo verso l’ignoto spalancato

*
49 – pag. 63

è morto con la testa spaccata sul selciato
sporco di olio benzina e sangue
e senza dignità buttando pezzi di cervello
tutta la nostra fragilità davanti ai mostri
in quello spavento del cozzo in quell’ultimo istante
con gli occhi scoppiati vedere la vita che ci esplode

*
50 – pag. 64
camminare nella più profonda estate
con un vestito scuro completamente abbottonato
entrare nelle fresche ariose ombre
con l’estremo rigore dell’abbottonamento
tutto il lecito ristretto su un filo sospeso sopra un baratro
il più innocuo degli abbottonamenti è la catastrofe

*
51 – pag. 65

si accorgeva che doveva parlare
e per parlare doveva smettere di fumare
parlava chi ascoltava faceva sorrisetti
smetteva di parlare e si rimetteva a fumare
scrivere è facile parlare è impossibile
riesce in un certo controllo solo su quello che scrive
tutto il resto diventa incontrollabile e insostenibile
un leggero sorriso giocava sulle sue labbra
che esprimeva la paura più che la gioia
guardava gli altri dal basso
sembrava che stesse sempre a chiedere scusa
come se si aspettasse uno schiaffo da un momento all’altro

*
52 – pag. 66

e noi con noi senza nulla
col male che ci resta
appoggiati al muro
come fucilati

*
73 – pag. 87

il nazionalista cattolico spiegava con denti pieni di ferocia che il fronte guerriero è un altare dove in continuità s’immolano poveri cristi un iddio non come luce ma come una esplosione di tenebre e se fanno passare uno scemo per un genio tutti gli scemi si credono geni e pochi che non sono scemi faranno del tutto per adeguarsi allo scemo nazionale

*
74 – pag. 88

le nostre storie sconnesse e degradate
incapaci persino di un inventato lieto fine
e tanto meno di una qualsiasi catarsi
come la merda che serve per tutte le fecondazioni
la ferocia di quei denti sarà perfino premiata e decorata
se messa al servizio dello stato

*
75 – pag.89

l’utopia era la liberazione di questi cristi risucchiati dall’orrore
su una lotta che durerà per una eternità di tempi
nell’ultime cellule rimaste vive la volontà di resistenza
sarà sempre più cieca e totale
più la sopravvivenza diventa improbabile
e maggiormente verranno lanciati
messaggi disperati verso tutte le direzioni

*

Luigi Di Ruscio

Luigi Di Ruscio

89 – pag. 104

ovunque l’ultimo per questa razza orribile di primi
ultimo nella sua terra a mille lire a giornata
ultimo in questa nuova terra per la sua voce italiana
ultimo ad odiare e l’odio di quest’uomo marca tutto
schiodato e crocifisso ogni ora
dannato per un mondo di dannati

.

.

Innenansichten – Un e-book a Berlino

La casa editrice Lettrétage in collaborazione con l’Istituto Italiano per la Cultura di Berlino ha pubblicato un’antologia italo-tedesca di poeti italiani contemporanei in formato e-book, presentata nel corso di un incontro a Berlino sulla poesia italiana. Gli autori antologizzati hanno a loro volta ciascuno indicato  un poeta a scelta, anch’esso tradotto nell’e-book.

Gli autori antologizzati sono

Andrea Inglese – Giuliano Mesa

Natàlia Castaldi – Gianni Montieri

Viola Amarelli – Luigi Di Ruscio

Plinio Perilli – Pierluigi Cappello

Nina Maroccolo – Andrea Ponso

Francesco Forlani – Lidia Riviello

Per scaricare gratuitamente l’e-book basta cliccare QUI

Buona lettura

Luigi Di Ruscio – il poeta operaio per la festa dei lavoratori

buon 1° maggio dalla redazione

Luigi Di Ruscio (1930-2011) 

da “L’iddio ridente”

1.

vengono alla superficie pensieri neri tenebrosi
volare dalla finestra
inabissarmi in quell’albero di ciliege
che nasce sotto casa
splendente
luminoso nelle primavere
improvvisamente senza un segnale fiorisce
grappoli di vita felice
inizia così la stagione
dove nessuno immagina di dover morire

30.

l’imperialismo è il nach und nebel del nostro futuro
a vederli con le loro cravatte variopinte
sembrano meno pericolosi delle mortuarie SS
loro credono di essere i benefattori dell’umanità
sono lo sterminio del nostro futuro
il mercurio precipita verso l’ultimo inferno

43.

i cattolici visti dal sottoscritto
erano solo dei poveri necrofori e feticisti amatori di fori
e nonostante il tutto eretico riuscivo
allegramente a rimanere in vita alla faccia vostra
non esistendo vita eterna
è già un miracolo che uno scemo come il sottoscritto
sia riuscito a nascere
e alla fine in una veloce cremazione
non rischiare che una cellula del sottoscritto resti viva
un mucchietto di cenere è una eredità più che sufficiente
per deludere i vostri vermi

82.

venni accusato
che la gente non veniva più al sodalizio
per colpa mia
essendo rimasto un comunista che urla
crederanno anche che sia ancora munito
di piattole canine
con una poesia imperterrita
aggrappata all’ultima speranza

87.

tra la vita e la porta
avviene solo l’imprevedibile
con due sottoscritti
uno che fa i sogni e l’altro li guarda stupito
e compare perfino un terzo ignoto
che cerca di darsi una inutile
spiegazione del tutto

103.

fate che lo smog salga sino ad affogare tutto
i polmoni accumulano merda meccanica
ecco gli scarichi dei tubi di schattamento
anche l’aria non è più commestibile
essendo tutti noi arrivati alla periferia dell’inferno
alla fine esplosione simultanea di petardi proibiti
riesco a riferire tutto solo perché per puro caso
sono ancora in vita

242.

prendevo le vespe delicatamente per le ali
abbacinate sui fiori
le mettevo educatamente
dentro una scatola di fiammiferi
sarete tutte liberate tutte
quando una bella che mi chiederà un fiammifero
aspettavo con calma la liberazione delle vespe

259

non si tratta di una poesia impegnata
ma di vocazione profonda
che presuppone
formazione continua ad una catarsi
ad una qualsiasi santificazione

264.

io come giovane comunista
venni scomunicato più di mezzo secolo fa
poi ho perfino abiurato
ritornare nel niente da dove siamo partiti
e il non lasciare la minima traccia
della nostra esistenza
era il sogno

275.

eravamo stalinisti perché stalin rappresentava
il nemico implacabile di tutti i nostri nemici
poi mi accorsi di non avere più nemici
attenagliati dall’angoscia continuavamo a sperare
in un futuro meno vecchio
appiccando manifesti inneggiando a libertà sconsiderate
le case si richiudevano
e le vacine rimanevano spalancate

308.

quando mussolini a piazza venezia urlando dal bancone
provocava deliri e orgasmi collettivi
quando il papa benedicente provoca
delirio religioso e orgasmi mistici a piazza san pietro
spasimano l’orgasmi di gruppo
siamo più o meno tutti fascisti
è necessaria una critica spietata verso noi stessi
per liberarci da questo cancro che ci divora

Cristi polverizzati – Luigi Di Ruscio – ed. Le lettere, pp. 105-106 e 187 (post di Natàlia Castaldi)

Luigi Di Ruscio . Cristi Polverizzati

Luigi Di Ruscio (Fermo, 27 gennaio 1930 – Oslo, 23 febbraio 2011) – POETA

pag. 106-107

Questo sole del tardo crepuscolo rende gigantesche anche le ombre dei nani. Gigantesche rende le ombre dei nani anche il sole sorgente dal mare di primissimo mattino. E alla faccia di questo mare chiamerò l’ultimo mio figlio, Adrian, e a tutti i poeti che sono nati dalla parte opposta e vedono i tramonti nel mare e il sorgere tra le pietre appenniniche io do il culo (in maniera molto e largamente metaforica), e invece ai poeti che non vedono il sole tramontare e neppure sorgere, do il culo tre volte, tutte e tre le volte in maniera metaforica, perché veramente io non vorrei avere niente a che fare con le vostre merde. Di tutte le parti del discorso, amo i verbi, essendo io a volte anche verbalizzatore nelle riunioni di partito, nonostante gli scherzi sono ancora comunista e me ne vanto e la molla della rivoluzione bolscevica non si è allentata e scattava prima della rivoluzione bolscevica e scatterà anche dopo di noi. I giacobini della rivoluzione francese furono sconfitti e certi imbecilli potevano immaginare che era la rivoluzione a rimanere sconfitta, invece la rivoluzione continuerà a rivoluzionare imperterrita anche se spariscono tutti i comunisti. Questo lavoro poetico è lavoro altamente scientifico, scopriamo le nuove particelle che danno nuovo senso al mondo e se il linguaggio quotidiano è molto stanco e smorto specie in questi periodi cadaverici e reazionari io poeta accelero vertiginosamente tutto ponendo il verbo alle alte velocità e faccio un casino peggio del casino dell’acceleratore di Ginevra. Certamente questa mia ardua speculazione, questa mia accelerazione dei tempi verbali non sempre è accolta con entusiasmo, anzi tutto l’opposto, e vengo chiamato tellirante, pellicante o titrico, e anche matto gratitico.

pag. 187

Nella valigia ho tre libri: La grammatica di francese, che essendo caduta nel lago ha le pagine tutte asciutte ma raccartocciate, la Divina Commedia, che rileggo continuamente tanto da impararne sempre nuovi canti a memoria, ho anche la mia prima raccolta di poesie, che a volte cerco anche di rileggere. Pensavo anche che se la mia prima raccolta è una specie di inferno, ora dovrei scrivere un po’ di purgatorio. Dovrei scrivere di momenti ilari o purgatoriali, improvvise febbrili gioie. Comunque i poeti si sbagliano tutti. Quasimodo a Stoccolma ha visto cigni con topi annegati nel becco. Non puoi aver visto una stronzata simile perché i cigni sono vegetariani. Montale invece ha visto le anguille risalire le correnti per andare a fecondare nelle balze appenniniche. Mica è vero. Le anguille fecondano in pieno oceano. Sono i salmoni che risalgono le correnti per raggiungere non le balze appenniniche, caso mai i salmoni risalgono le balze nordiche. E’ difficile scrivere qui a Ginevra, non faccio che ripetermi: Come possiamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore? In questa terra molto aliena i canti del signore non sono possibili nonostante tutti gli sforzi che faccio e nonostante tutti i giorni cerchi qualche frase per riempire questi blocchetti che mi porto sempre appresso. Scrivo frasi che mi sembrano cazzate non solo dopo scritte ma anche mentre le scrivo.

Ciao Maestro

Luigi Di Ruscio

Ed io sottoscritto chiamato anche Luigino sarei anche un saraceno identificandomi con i terrorizzati palestinesi, i paladini sgominatori mi sembravano le SS del padreterno, anche da piccolo mi identificavo con i pellirossa sbranati nei film in bianco e nero, anche da infante parteggiavo per i poveri Cristi crocifissi sui Golgota, i figli degli uomini con tutta la loro vulnerabilità, milioni di anni perché la scimmia si facesse eretta perché i diti potessero suonare il ventiquattresimo capriccio di Paganini, una infinità di tentativi perché inizi il regno degli uomini e mi permetto di vivere il meno velocemente possibile a piedi e in certi casi anche in bicicletta.

– da Cristi Polverizzati – 2009 – pag. 195

Ciao Maestro, la vita non è stato un capriccio ma una dura avventura, bella, sudata, vissuta in ogni rigo che lasci e nell’esempio che respira delle cose che hai agito.

Ti sia leggero questo volo, Luigi.

Luigi Di Ruscio – una poesia

È la fossa di un fascista ammazzato brevemente
senza scarpe perché le scarpe se le è messe un vivo
senza scarpe perché un vivo doveva ancora correre
senza armi perché un vivo doveva ancora sparare
quando troverete da una siepe filo spinato che manca
state certi sarà stato prelevato per una gola partigiana
se troverete occhiaie scavate anche tra mille anni
ricostruite una storia vinta dagli uomini contro le bestie.

Luigi Di Ruscio, Le streghe s’arrotano le dentiere (1966).