Luigi Cecchi

proSabato: Luigi Cecchi, L’apocalisse, ancora

©Luigi Cecchi

 

L’apocalisse, ancora

«Non mi abituerò mai a tutto questo.» Disse Helena mentre l’orizzonte si accendeva di una intensa luce bianca. Si voltò verso Valerio, per evitare di restare accecata dal bagliore. Valerio la stava già fissando, e i loro due sguardi si incrociarono ancora, come accadeva sempre, ogni volta che arrivavano le 18:39 del 13 Marzo. Stormi di uccelli si sollevarono in volo dagli alberi alle loro spalle, formando nubi di grigio stagliate su un cielo che già veniva screziato di un rosso innaturale. Sembrava di osservare le striature di una biglia di vetro, dall’interno.
«Andiamo.» Disse lui, scendendo dal gradino di calcestruzzo al limitare del parcheggio. Una brezza fresca gli scompigliava i capelli neri. Sui vetri del prefabbricato grigio si rifletteva una colonna di fuoco distante che perforava l’atmosfera terrestre allontanando le nubi. Distava centinaia di chilometri, ma l’onda d’urto li avrebbe raggiunti in pochi minuti. Helena si voltò di nuovo verso l’esplosione. Un vortice di polveri avrebbe lentamente coperto il bagliore delle fiamme, mentre il vento caldo divorava la terra, vaporizzando piante e animali, sterilizzando ogni cosa. Poi, forse, la crosta terrestre si sarebbe spaccata, come il guscio di una gigantesca noce. Così almeno dicevano le ricostruzioni accurate del cataclisma, loro non erano mai rimasti a verificarne l’attendibilità.
«Hai notato i fulmini in cielo, che formano come una corona attorno alle nubi di detriti?»
«L’ho notato, Helena. Ma lo sai che non è possibile fermarci a contemplare oltre.»
Valerio la prese per mano e la invitò a tornare verso l’edificio. La procedura automatizzata di avviamento era già iniziata, circa otto minuti prima. Fra esattamente un minuto e mezzo, l’acceleratore di massa avrebbe caricato di sufficiente energia l’anti-materia, spingendola con forza nello spazio quadri-dimensionale e aprendo così il tunnel spazio-temporale. L’esperimento era già stato effettuato con successo, esattamente nove giorni prima.

«E se ci fermassimo? Se attendessimo qui, oltre il tempo critico, che le fiamme ci raggiungano?» Domandò Helena. Gli occhi verdi erano, illuminati dall’incendiarsi dell’orizzonte, erano colmi di disperazione. Conosceva la risposta a ognuna delle sue domande, lei era una delle più grandi menti viventi nel campo della fisica. Non c’era bisogno di essere degli scienziati così acuti, comunque, per sapere cosa sarebbe accaduto se si fossero attardati. L’apocalisse, ancora.
«Scusa… – mormorò un attimo dopo. – Io… avevo solo bisogno di fare questa domanda.»
«Non scusarti. È assurdo anche per me. Hai ragione, non ci abitueremo mai a tutto questo.»
Corsero all’interno dell’edificio. La maggior parte del personale, in quel momento, sciamava fuori dalle porte a vetri gridando e correndo inconsapevolmente incontro alla morte. Non avrebbero comunque potuto evitarla. Helena provò tristezza per quelle persone, i cui ultimi attimi di vita sarebbero stati dominati da emozioni così spiacevoli come il panico, il terrore, la disperazione, l’istinto di sopravvivenza. Avrebbe voluto avvicinarsi e convincerli a calmarsi, a rassegnarsi a quanto stava per accadere, a dedicare il poco tempo che restava ai ricordi più piacevoli della propria esistenza, prima che questa fosse spazzata via assieme a tutto il pianeta. Ci aveva provato, qualche volta. Non ci era mai riuscita, con nessuno. Alla fine, aveva capito che era inutile, e aveva smesso di tentare.

Valerio passò il badge nel lettore della porta laterale, blindata, che conduceva direttamente ai sotterranei. C’erano una serie di rampe di scale da scendere, ma di buon passo non ci volevano più di 20 secondi ad arrivare in fondo, davanti alla porta del laboratorio. Prima che la porta si chiudesse, Helena scorse il cielo che in un istante sembrava carbonizzarsi, mentre gran parte dell’atmosfera del pianeta si disperdeva nel vuoto cosmico.
«Dottoressa Flares, dottor Di Tommaso… dove eravate finiti? – Gridò loro Samuel Fincher, correndo verso di loro con entrambe le mani nei capelli. Il sudore gli rigava il volto, gli spessi occhiali da vista erano appannati. – Abbiamo avviato la procedura, come avete chiesto, e… mio Dio, è incredibile! Sta funzionando di nuovo! Anche senza alimentazione supplementare e campi di contenimento!»
«Certo, – gli spiegò frettolosamente Valerio, mettendogli una mano sulla spalla, – perché stiamo sfruttando le risorse di noi stessi, nove giorni fa.»
«Co… come?» Balbettò Sam. Helena lo abbracciò. Dapprima il loro assistente numero uno si irrigidì, poi si sciolse accettando quell’abbraccio. D’altro canto, più che colleghi, erano amici. Helena e Valerio lo avevano voluto fortemente all’interno di quel programma sperimentale, e sapevano benissimo che senza di lui non ce l’avrebbero mai fatta. Helena, dal canto suo, aveva abbracciato Sam in quel modo ogni volta che erano scesi nel laboratorio, il giorno dell’apocalisse, e lui si era sempre comportato allo stesso modo: dapprima sorpreso, poi docile. Sam ricambiò l’abbraccio, sussurrando nelle orecchie di Helena: «Cosa succede?»
«Niente di grave, Sam. Ci rivedremo presto.»
Uno scossone violento squassò l’edificio. Era il primo, ne sarebbero arrivati molto presto degli altri, e poi del laboratorio non sarebbe rimasto più nulla nel giro di pochi minuti. Ma nessuno del personale del laboratorio avrebbe lasciato il suo posto fino alla fine, convinti che la causa di certe anomalie fosse il worm-hole che essi stessi stavano generando all’interno di quel costosissimo impianto. Helena raggiunse Valerio, che già si avvicinava alla piega spazio-temporale. Iniziava già a risucchiare materia. Gli oggetti più piccoli in prossimità del fenomeno volavano verso di esso e scomparivano all’interno. «Cosa vuole fare, Dottor Di Tommaso?» Chiese un’assistente. Valerio le sorrise.
«Altri nove giorni, Rebecca. Altri nove giorni.»
«Mantenete la distorsione stabile per… quanto più tempo potete.» Ordinò loro Helena, salendo sulla pedana di metallo sulla quale l’aspettava già Valerio. Aveva ripetuto questa frase ogni volta che aveva compiuto quel gesto, e ogni volta le suonava più falsa. Sam, Rebecca, tutte quelle persone, il laboratorio, i macchinari, l’edificio, il continente, il pianeta… tutto sarebbe esploso poco dopo la loro uscita di scena. Il cataclisma avrebbe spazzato via ogni cosa e allora il tunnel si sarebbe chiuso, nonostante tutti gli sforzi da parte della stessa equipe dall’altra parte, nove giorni prima.
«Non vorrete mica…» Urlò Sam. Era il segnale. Helena e Valerio si spinsero in avanti e precipitarono nel vuoto. Sentirono le articolazioni del proprio corpo stirarsi e poi comprimersi, i loro timpani sanguinare, i propri polmoni dilatarsi fin quasi a esplodere, la pelle gelare, il respiro mancare, i capelli venire percorsi da indescrivibili scariche elettriche. Poi, riaprirono gli occhi. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Squeak

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SQUEAK

Lo squeak-segnale brillava alto sulla cima della Brum-brum Tower: il malvagio Dottor Dimensio-Nando minacciava per l’ennesima volta la serenità, la banalità e lo stile di vita ordinario e privo di senso dei cittadini di Opportunity City! Squeak, il roditore con le orecchie più lunghe dell’universo, indossò immediatamente la tutina attillata color cachi e si fiondò sulla S01, la moto-slitta-razzo parcheggiata nell’autorimessa segreta nascosta sotto la pagoda di plastica che aveva piazzato in giardino vicino alla piscina gonfiabile. «Ti fermerò anche stavolta! Soccomberai al potere di… SQUEAK!» Gracchiò il generatore casuale di frasi fatte che aveva installato nel cruscotto, mentre avviava il reattore. Come un missile, schizzò in cielo e poi ripiombò in picchiata verso l’obiettivo. Capì subito cosa aveva in mente il diabolico Dottor Dimensio-Nando: con un congegno che converte il cemento in carne, rubato due notti prima in una fabbrica di würstel, intendeva trasformare tutti i gargoyle della Cattedrale di Rosicchio in mostri che urlano e digrignano i denti senza però potersi muovere (perché dai, stanno sempre attaccati a una cattedrale)! Squeak non poteva permetterlo! Si scagliò dall’alto sul Dottor Dimensio-Nando, lasciando che la S01 si schiantasse contro un muro in modo da attivare l’effetto “ralenti” dell’esplosione. «Ti pentirai di aver abbandonato la professione di ginecologo per fare il cattivo!» Gracchiò un’ultima volta il generatore di frasi fatte della moto, prima di esplodere. Nel frattempo, Squeak stava già prendendo a pugni il criminale. Dopo averlo messo fuori combattimento, balzò in direzione del dispositivo che trasforma il cemento in carne e con un colpo di orecchie-frusta lo distrusse. MISSIONE COMPIUTA. Tra applausi e dichiarazioni d’amore, Squeak poteva allontanarsi soddisfatto: le banche potevano riaprire, e lui aveva il 17 barrato da prendere, per tornare a casa.

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proSabato: Luigi Cecchi, Teeming

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TEEMING

Non si presentarono subito. Quando l’invito fu rivolto all’intero pianeta, in ogni lingua comprensibile da ogni essere vivente, la risposta fu immediata per quasi ogni creatura sopportabile allo sguardo dell’uomo. Poi ci fu un lungo periodo di attesa. Per ore, sembrò quasi di essere già nell’occhio dell’immenso e catastrofico ciclone che stava per abbattersi su quelle terre. Furono accesi dei fuochi, per segnalare la via, nel dubbio che i ritardatari non riuscissero a trovare la strada. Nelle ore successive, tuttavia, si sollevò d’ogni dove un tumulto distante, schiocchi e brusii che si confondevano con il tuonare remoto del cielo plumbeo, mentre una foschia grigia lentamente cancellava i profili delle montagne all’orizzonte. Ancora qualche ora, e una nuvola nera e densa che si spostava controvento fu scorsa sopra le distese di tronchi tagliati a ovest. Successivamente ci si avvide anche del fiume strisciante, che avanzava brulicando sotto di essa. Il brusio divenne un ronzio sempre più forte, mentre tra i sassi e gli sterpi centinaia di migliaia di piccole zampe si muovevano freneticamente. Da quella distanza, sembrava di osservare una macchia di olio nero e bollente che scivolava compatta sul terreno e si faceva sempre più vicina. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Gigantic

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GIGANTIC

Poche cose erano in grado di spaventare davvero Marylou Humbleglow. Una di queste era il gigante Oreste, un tipaccio che definire scorbutico è davvero poco. Alto quasi novecento piedi, Oreste si presentava presso il villaggio di Colbridge ogni due lune, in attesa che i minuscoli (per lui) abitanti del principato di Willie lo servissero. E guai a non farlo! Nonna Therese raccontava sempre di quando era bambina e il sindaco di Colbridge chiese ad Oreste di ripassare fra altre due lune, perché molti degli uomini erano appena tornati dal fronte, la Guerra delle due Crostate era appena terminata e c’era molto lavoro nei campi e nelle fattorie. Ma Oreste scosse la testa e sollevando un piede lo abbatté contro i campi della famiglia Greyton, uccidendo all’istante tutte le loro capre, due cavalli, e formando quello che adesso chiamiamo Stagno dei Greyton, giacché la depressione si riempì subito delle acque del vicino fiume Lure. Da allora, più nessuno osò far attendere Oreste. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Fat

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FAT

Cerbolino Dentaspicchio era di gran lunga il più talentuoso giullare di Terramagna. Quando proposero a Re Uduerto III di invitarlo a corte per una serata di divertimento, il Re ne fu entusiasta. La serata fu organizzata con perizia e gran sfarzo, allestendo la sala del Re in tutta cura. Furono sostituite tutte le candele sui lampadari e sui candelieri. Tovaglie di colori ricchissimi e di tessuti pregiati ricoprirono i tavoli. Furono selezionate le migliori stoviglie, e non si badò a mettere sui tavoli persino bottiglie e vasi di vetro. La cucina si diede molto da fare, iniziando a preparare la cena già dalle prime luci dell’alba. Chiaramente ogni ospite fu invitato a presentarsi indossando il miglior abito da sera, e il Re diede disposizione di togliere dall’armadio il più bello tra i suoi vestiti. Persino il secchio del cacatoio sotto il trono fu svuotato e lavato in modo che il Re potesse farne uso durante la serata senza doversi alzare. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Underwater

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UNDERWATER

«Ohi, zì, guarda ‘sta stella marina che bomba!» Lello agitava le mani rivolto verso Christian, che pochi metri più in là stava frugando tra gli scogli con la punta della fiocina, sperando di trovarci un polpo o almeno un granchio un po’ più grosso di quelli che avevano raccolto finora nel retino. «A Lello, lascia sta’ le stelle marine che co’ quelle ‘a zuppa viè ‘no schifo.» Gli rispose, senza nemmeno alzare la testa.
«Ma che centra la zuppa, zì… questa è strana forte… ha una specie di occhio in mezzo, dove dovrebbe avere la bocca… anche se di solito è dall’altra parte… mi sa che è girata di culo…»
La strana stella marina ruoto l’inquietante occhio rivolgendo la pupilla verticale al ragazzino, poi scartò velocemente di lato, con una rapidità che Lello non aveva mai visto possedere a nessun’altra stella marina.
«Corri, Zì! S’è mossa! Vieni a vedè!»
Christian si alzò in piedi, sbuffò, con un paio di balzi non proprio atletici raggiunse Lello e tirò un’occhiata nell’acqua alla presunta strana creatura. Poi le puntò contro la fiocina e la infilzò a morte. «Così la pianti di rompere le palle. Mo’ sbrigate, raccogli la roba e torniamo che sennò mi’ madre se preoccupa.»
Si allontanarono saltellando verso la spiaggia, mentre la bizzarra stella marina, passata da parte a parte in più punti da quel piccolo tridente, si staccava lentamente dal fondo e veniva a galla, morendo inesorabilmente. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Slice

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SLICE

Zia Gruntezia mise le mani avanti pre-annunciando che l’allosauro non era ancora cotto, e che la cena sarebbe stata pronta in ritardo. Hugga conficcò il bastone nella sabbia, controllò l’ombra e si spazientì, perché aveva un appuntamento con gli amici a bastone-mezzi, e non gli piaceva arrivare tardi. A Zonfa, che sperava di attirare l’attenzione del cugino, non dispiaceva invece aspettare: avrebbe avuto più tempo per avvicinarsi a lui, parlarci e magari conquistarlo. Decise di tentare un primo approccio non appena Hugga avesse finito di blaterare della puntualità di certe cerimonie, e nel frattempo si ravvivò il rossore delle gote tirandosi un paio di ceffoni in faccia. Quando Zio Trugo invitò l’anziana nonna Ugabba a raccontare una delle sue storie per passare un po’ di tempo mentre l’allosauro finiva di abbrustolirsi, Hugga sospirò pesantemente e si sedette su una roccia distante, all’ombra di una felce. Zonfa ne approfittò immediatamente e si sedette vicino a lui.
«Vi racconterò – esordì Ugabba, schiudendo appena gli occhi, accerchiati da cerchi di rughe profonde – di quando il nonno di mio nonno, pilotando un guscio lucente, si innalzò nell’alto dei cieli e raggiunse le stelle. Dall’alto guardò verso il basso, e le montagne gli apparivano come increspature sulla pelle di un rinoceronte, e i mari come macchie azzurre screziate di bianco delle nubi. Egli raccolse il fuoco dalla stella più grande del cielo e lo riportò sulla terra, dove gli altri uomini come lui lo stavano attendendo. Ma il fuoco aveva un temperamento ribelle. Era fuoco! Non placida sabbia.»
«Proprio come Hugga!» Scherzò Zonfa, ridendo della propria battuta. Hugga si voltò verso di lei e la ragazza ne approfittò per far schioccare le mandibole, compiaciuta dell’attenzione. Zio Trugo invitò nonna Ugabba a proseguire con il racconto, senza badare a loro. Yluma, Blobia e Grunzo, i più giovani della famiglia, erano rapiti dalle parole dell’anziana matriarca, e nei loro occhi si leggeva chiaramente l’impazienza di sapere come sarebbe finita la storia. Nel frattempo, un delicato odore di carne abbrustolita si diffondeva piacevolmente nell’aria.
«Quando il fuoco delle stelle si rese conto che gli uomini volevano tenerlo prigioniero per sfruttarne il potere, si infuriò! Lingue di fiamme si innalzarono fino al cielo, bruciando le nubi stesse. La furia del fuoco delle stelle trasformò le montagne in polvere e i mari in sale. Lasciò questo pianeta devastato dalla sua ira, disseminato di cicatrici, morente. Ma il nonno di mio nonno sopravvisse, e con lui molti altri uomini.» (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Scorched

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Scorched

1
Ti stai cucinando dei maccheroni all’amatriciana. Hai appena spento il fuoco sotto la pasta, e nel frattempo ti sei premurato di grattugiare un po’ di pecorino. Stai per scolare la pasta, quando un’esplosione, simile a quella di un petardo di Capodanno, ti fa letteralmente saltare in aria. Proveniva dal cortile, proprio davanti alla tua porta d’ingresso. Ansimando per lo spavento, lasci lo scolapasta con i maccheroni nel lavello, e ti dirigi verso la porta per controllare cosa possa aver provocato quello scoppio. Non appena sbirci oltre la soglia, ti accorgi che un bagliore simile a quello di un fuoco di paglia illumina le colonne di pietra del porticato. L’origine della luminescenza è un buffo cagnolino che se ne sta seduto sull’ultimo gradino davanti alla porta, osservandoti con tranquillità. Una tranquillità sospetta visto che il cane, un carlino dal manto insolitamente maculato, sta bruciando. Le fiamme si sprigionano dal suo corpo, vivide e brillanti, ma il suo pelo non sembra risentirne affatto e l’animale non pare nemmeno accorgersene.
«Tu sei Pietro Donatelli?», ti domanda il carlino.
Il fatto che il carlino parli, a questo punto, è la cosa meno incredibile di tutta la faccenda.
«Sì… sono io.» Rispondi timidamente.
«Sono Hauwoo, del clan dei Grigi-ma-con-la-punta-delle-zampe-bianca.»
«Ah.» È l’unica cosa che riesci a dire in quel momento. È chiaro che deve trattarsi di un sogno. Forse tornando dalla clinica, appena entrato in casa, ti sei addormentato sul divano, di colpo, senza nemmeno accorgertene. Sei ancora lì, che dormi. Il cane è nella tua mente.
Se chiudi la porta, comportandoti come se il carlino infuocato non esistesse, vai al paragrafo 20; se invece continui a parlare con quello strano visitatore, leggi il paragrafo 13.

2
«Utilizzando alcuni agganci che la nostra razza ancestrale aveva con popoli che voi non potete conoscere perché li avete sterminati prima ancora di imparare a scrivere, l’associazione Anima Lupis ha messo in atto negli ultimi due secoli un progetto titanico di riconversione genetica. Mi stai ancora seguendo?»
Hai nuovamente l’impressione che il cagnolino ti tratti come un essere inferiore, ma annuisci senza darci troppo peso. Lui tira su con il naso emettendo nuvolette di fumo dalle orecchie, poi riprende il suo discorso:
«In un laboratorio segreto… e per “segreto” intendo segreto per voi, visto che quasi tutte le altre specie del pianeta sanno benissimo dove si trova… abbiamo dato il via a una serie di sperimentazioni che sono giunte finalmente a conclusione: il virus TB-857 è stato sintetizzato con successo.»
«Un virus?» Esclami, basito.
«Un virus molto aggressivo. In pratica innesca un processo di riprogrammazione genetica che non ti sto a spiegare visto che sei solo un infermiere in una clinica veterinaria e non capiresti, ma opera sostituendo tratti di DNA con altro DNA. E vogliamo diffonderlo nel mondo.»
Per la prima volta, cogli un bagliore sinistro nello sguardo di Hauwoo. Hai paura.
Se corri in casa e chiudi la porta alle tue spalle, mettendo fine a questo stupido sogno (che ora si è trasformato decisamente in un incubo), vai al paragrafo 20; altrimenti cerca di controllare la paura e ascolta il resto di quello che Hauwoo ha da dirti, andando al paragrafo 10.

3
Quando le fiamme stanno per raggiungerti, colpisci il carlino con tutta la tua forza. La padellata sulla faccia lo solleva in aria e lo scaglia come una meteora in mezzo al cortile.
«Stupido cane di merda! – Gli gridi. – Il nostro posto nel mondo ce lo siamo guadagnati con il sudore e la sofferenza di generazioni! Siete voi cani che avete deciso di seguirci, affezionarvi a noi, sottomettervi! Cosa vi aspettavate, che vi avremmo servito e riverito come piccoli sultani senza riversare su di voi tutte le nostre frustrazioni? Ebbene, no… non è così che funziona la specie umana! Noi spezziamo il becco dei polli così possono starsene chiusi in cento in un metro quadrato senza forarsi la carne a vicenda per la pazzia! Noi inzeppiamo le mucche di antibiotici così possono resistere alle infezioni procurate loro dai macchinari per succhiargli via il latte! E poi sai che c’è? Quel latte nemmeno ci piace! Io ad esempio lo voglio parzialmente scremato, senza lattosio e con aggiunta di calcio. E se non ti sta bene cosa abbiamo fatto alla tua razza, sparisci da questo pianeta! È nostro!»
Gridando come un forsennato rincorri il povero carlino fino alla strada, laddove lo vedi brillare intensamente per qualche attimo e poi scomparire. Per qualche secondo ti fermi a contemplare l’asfalto nero coperto dalle foglie di castagno, ripensando a quanta crudeltà c’era nelle tue parole. Temi che se quello che hai vissuto oggi non sia stata una strana allucinazione causata dai fumi del soffritto che stavi cucinando quando è iniziata, un futuro cupo e nero potrebbe profilarsi all’orizzonte. E non solo per te. Per tutta l’umanità. Rientri in casa sconsolato e vai a letto sperando che il sonno ti conceda incubi meno complicati di quelli che fai ad occhi aperti.
FINE

4
Il volto di Hauwoo si illumina di piacere quando si accorge che non hai paura di lui.
«Oh, bene! Speravo che il mio aspetto non ti intimorisse!», esclama, mentre ti siedi vicino a lui. Non troppo vicino, tuttavia, perché riesci a sentire sulla pelle il calore delle fiamme che si sprigionano dal suo corpo. Notando la tua cautela, il carlino si affretta ad aggiungere:
«Mi dispiace per le fiamme. Sono provocate dall’attrito.»
«L’attrito?» Domandi.
«Sì, l’attrito tra l’aspetto del mio spirito, e la forma del mio corpo. Materia fisica e materia spirituale non collimano, e questo genera un forte attrito, che si manifesta come un’emissione di energia. Non posso farci niente.» Ti spiega, leggermente desolato. Ma tu scuoti la testa.
«Non preoccuparti. Basta non accarezzarti.»
«Oh, questo è verissimo! – Esclama Hauwoo sollevando la zampina. – Accarezzarmi aumenterebbe ancora di più l’attrito, e diverrei una specie di palla di fuoco, per pochi attimi! So di essere puccioso, ma per favore, trattieniti.»
Annuisci con la testa. Il cagnolino torna a sedersi composto, e si rivolge a te con fare serio:
«Bene, e adesso andiamo al punto.»
Prendi nota da qualche parte di aver appreso la “nozione di attrito trans-materia”, poi prosegui andando al paragrafo 8.

5
«Scusa se ti interrompo, Hauwoo… ho lasciato la pasta nello scolapasta, e ormai sarà fredda. Siccome oggi non ho pranzato, ho decisamente fame. Se vuoi te ne porto un po’ senza aggiungerci la salsa all’amatriciana, che so che a voi potrebbe far male…»
Lo sguardo di Hauwoo si fa severo, ma non per il tuo gesto gentile. È chiaro che quello che hai appena detto ha ridestato nel suo animo un sentimento di orgoglio perduto che lo brucia e lo divora con prepotenza. Il carlino inizia a ringhiare, le fiamme sul suo corpo si ingrandiscono, lambendo il soffitto del portico e annerendone l’intonaco.
«Ci fa male! Ci fa male! – Ripete furioso. – Quando eravamo creature erranti che si trascinavano sul dorso della terra, nulla poteva farci del male! Durante i lunghi inverni ci nutrivamo di radici, tuberi, carcasse, ossa consunte… e d’estate ci abbeveravamo con l’acqua fangosa trattenuta dalle rocce! Adesso rischiamo di strozzarci con un osso di pollo, o di consumarci di dissenteria per una polpetta troppo speziata!»
«Beh sì… – Rispondi cautamente. – Ma è pure vero che allora campavate cinque o sei anni, mica il doppio come è la norma per i cani addomesticati.»
Le fiamme sul corpo di Hauwoo si affievolirono, anche se il suo sguardo rimase severo. Era chiaro che non gli importasse di vivere tanti anni. Bramava la vita dei suoi antenati, quella che gli era stata in qualche modo riportata, un’esistenza quasi leggendaria in un mondo che non esiste più.
«Vabbé, io la pasta me la mangio. Aspetta qui.»
Velocemente torni in cucina, versi la pasta collosa e scotta nella padella, la mescoli con la salsa, copri il tutto con un abbondante strato di pecorino e torni nel portico tenendo in una mano la padella con l’amatriciana e nell’altra una forchetta. Hauwoo è ancora lì. Sembra essersi calmato. Metti in bocca la prima forchettata di pasta. È uno schifo ma non importa. Lui ha già ripreso a parlare.
Prendi nota da qualche parte che possiedi “padella e forchetta” e che hai acquisito le “reminiscenze oscure di Hauwoo”, poi prosegui a leggere andando al paragrafo 2. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Precious

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PRECIOUS

«Capisci cosa significa “prezioso”?», domandò Cutter, appoggiando la crapa pelata al soffice sedile della limousine. Raffaele non rispose, perché temeva che ogni interruzione avrebbe potuto innervosire il capo, e non era bene innervosire il capo, soprattutto quando ci si trova in ginocchio e con una pistola puntata alla tempia. Ernesto Ferro (anche se probabilmente “Ferro” non era il suo cognome) lo squadrava con occhi freddi e impassibili, gli occhi di chi fino a ieri era tuo amico, e ora invece potrebbe diventare il tuo esecutore. Era la prima volta che Raffaele lo vedeva in completo nero, giacca e cravatta. Sembrava che fosse già pronto per il funerale. «Lo sapevi che non sono italiano?», altra domanda di Cutter. Alla prima domanda Raffaele non aveva risposto per timore, a questa non avrebbe saputo rispondere per sincera ignoranza. A giudicare dall’accento del sud e dai modi di fare, Cutter gli era sempre parso italianissimo. Forse stava scherzando.
«I miei genitori sono bulgari, anche se poi mio padre si è risposato con una ragazza greca quando ero piccolo, e abbiamo vissuto ad Atene per una decina d’anni. – Spiegò Cutter, senza sporgersi troppo dal finestrino. – Sono arrivato in Italia che ero appena quattordicenne. Tutto legale eh. Non sono uno sporco immigrato come quelli che arrivano dall’Africa. Uè, mi stai ascoltando?» Raffaele annuì. Cutter si grattò la barba ispida e continuò.
«Per me il significato delle parole non è mai stato scontato. Ogni volta che ne sentivo una nuova, me la segnavo e poi a casa andavo a cercarla sul vocabolario, e scoprivo che a volte avevano più di un significato, e che avevo frainteso quello che gli amici, o il professore, o qualche altro stronzo mi aveva detto. Tu le hai mai cercate, le parole che usi, nel vocabolario?»
Raffaele, effettivamente, aveva usato pochissimo il vocabolario, in vita sua. Pur crescendo in un mondo senza internet né smartphone, aveva avuto la fortuna di vivere in un ambiente dove l’italiano veniva usato con attenzione e volentieri. Sua madre era maestra elementare, suo padre aveva lavorato come segretario in una grossa azienda tessile, quindi entrambi avevano studiato e avevano trasmesso a Raffaele una certa accuratezza nel parlare e nello scrivere. Durante i suoi primi anni di scuola, Raffaele non aveva avuto bisogno di aprire un vocabolario molto spesso, e in seguito non ne aveva sentito l’esigenza.
«Certo che no. – Lo anticipò il capo. – Che cazzo di bisogno ne avevi? Tenevi fiducia che le parole che usavi volessero dire proprio quello che pensavi. Giusto?»

Cutter emise una risata sommessa e forzata, che lo lasciò con un sorriso per qualche secondo.
«È proprio questo il punto. Tenere fiducia. Io tenevo fiducia in te, mi aspettavo che tu significassi proprio quello che pensavo, lo sai? E invece…»
Ferro calcò la pistola sulla testa di Raffaele, che si fece sfuggire un gemito. «Non si getta via la roba appena si vede una pantera dei Carabinieri che si avvicina. La roba è preziosa, devi capirlo. Devi capire il significato della parola “prezioso”.»
«Mi sa che era ‘na gazzella, capo.» Lo corresse timido Ferro. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Long

©Luigi Cecchi

LONG

Quando la consapevolezza che sarebbe morto lo avvolse, il maggiore Sheldon McKelly si scoprì stranamente rilassato. Smise di nuotare affannosamente tra gli schermi olografici, ignorò gli allarmi e le spie luminose, smise di preoccuparsi per la voce del computer che con calma innaturale lo aggiornava sulla cascata continua di errori di calcolo. Fece un grosso respiro, strinse i pugni e se li portò al petto, cercò di focalizzare il pensiero sulle cose positive. McKelly sarebbe stato ricordato dai posteri come il pioniere dei viaggi crono-dimensionali, lo Juri Gagarin del XXIV secolo. I dati che aveva inviato al Centro di Controllo prima di iniziare la manovra di salto sarebbero stati la base per correggere gli errori e in futuro rendere questo tipo di viaggi una consuetudine. Il suo sacrificio sarebbe rimasto scolpito nella storia dell’umanità per sempre. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, XX secolo

©Luigi Cecchi

 

XX Secolo

«Mi ricordo che quando avevo la tua età, – esordì la nonna mentre infilava il guanto da forno sulle dita maltrattate dall’artrosi – c’era un ragazzo al quale piacevo tanto. Si chiamava Adolfo, ed era tedesco… proprio come… come quello tedesco.»
«Hitler?» Suggerì l’ingegner Pozzuoli.
«Esatto! Esatto! Willer! Willer.» Ripeté la nonna annuendo. La soffice messa in piega vaporosa e canuta si agitò sulla sua testa come un batuffolo di cotone.
«Hitler, nonna. Non Willer. Hitler» L’ingegner Pozzuoli scosse la testa e barrò un paio di caselle su di un piccolo taccuino, che ripose velocemente nel taschino della camicia.
«Ad ogni modo, – proseguì lei imperturbabile – c’era questo giovane tedesco. Veniva ogni giorno a casa e bussava al portone, giù nel cortile, vicino alla carreggiata. Veniva sempre con un mazzo di margherite appena colte. Sperava che mi permettessero di uscire, ma i miei genitori erano molto gelosi di me. Quando sentiva bussare, mia madre si affacciava dal balcone della sala da pranzo per vedere chi fosse, e quando lo riconosceva, gli gridava in tedesco di andarsene!»
«La bisnonna conosceva il tedesco?» Domandò Pozzuoli, incrociando le braccia con fare un po’ spazientito.

«Oh, no, no. Aveva imparato solo come si diceva “vai via”, perché lo ripeteva sempre Sebastiano, il barbiere della piazza, quando entravano dei clienti nel suo negozio che non erano alianti.»
«Ariani. Non vedo comunque il motivo per il quale un barbiere pugliese dovrebbe rivolgersi in tedesco ai propri clienti… tantomeno se intende cacciarli via…» Mormorò l’ingegnere.
«Non lo so. Forse perché era un fan di Willer.» Spiegò la nonna, aprendo con uno scossone il forno della vecchia cucina a gas. Pozzuoli riprese il suo taccuino vi appuntò a caratteri cubitali la parola “FAN”, poi lo infilò di nuovo al suo posto. La nonna nel frattempo si stava esibendo in una serie di piegamenti lentissimi, tentando di non spostare il proprio baricentro oltre la base, e nel contempo di non mettere troppo alla prova la propria schiena. Attraverso le lenti spesse degli occhiali esaminò le condizioni della carne. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Screech

©Luigi Cecchi

 

 

SCREECH

Massimo riprese coscienza prima di Elena, e prima ancora di aprire gli occhi tossì liberandosi del grumo di sangue che gli si era formato in gola. La cintura gli aveva salvato la vita, anche se forse qualche costola aveva risentito dello strattone, almeno a giudicare dal dolore terribile che provava ogni volta che inspirava, e peggio ancora dopo aver tossito. Schiuse gli occhi e si voltò verso sua moglie che era ancora priva di sensi, accasciata sul sedile del guidatore. Il suo airbag si era attivato, schiacciandola contro lo schienale. Era svenuta, ma sembrava meno acciaccata di lui. L’auto era ferma in mezzo alla provinciale. Erano le due di notte. Mentre percorrevano quel lungo rettilineo, qualcosa si era lanciato davanti alla vettura. Il fischio della frenata ancora riecheggiava nei timpani di Massimo, e lo scontro era stato devastante. D’altronde, anche se il limite era di 90 km orari, poteva giurare che Elena stesse correndo un po’ troppo. Di quel grosso animale, forse un cervo o più probabilmente un cinghiale, non doveva essere rimasto granché. Sul cofano ammaccato c’erano tracce di sangue e sebbene uno dei fari si fosse spento, l’altro illuminava abbastanza la strada da scorgere una sagoma nera proprio di fronte alla macchina. Una sagoma nera che dapprima sollevò un grosso braccio, poi l’altro, e infine si rialzò in piedi, barcollando. (altro…)