Lucio Toma

Lucio Toma, Strada di Damocle

 

Lucio di Toma, Strada di Damocle. Prefazione di Anna Maria Curci, Arcipelago itaca 2019

 

Nota introduttiva 

Se il libro è un viaggio che si fa sosta, arrivo o meta, la nascita di libro è un viaggio epocale. L’epoca di cui parlo ovviamente è quella del mio orizzonte. Accade spesso che i viaggi nascano da lontano e da chissà dove e hanno bisogno di tempo per trovare il modo di essere raccontati, di raccontare il sentimento della vita.
Per questo, dopo il precedente del 2006, ho impiegato tredici anni per terminare la mia Strada di Damocle, questo mio pellegrinaggio, anima e corpo, carico di quel mondo osservato con gli occhi di una fede che vuole farsi, meravigliarsi e interrogarsi di fronte alle incongruenze, alle contraddizioni e alla precarietà dell’esistenza.
Qui la leggenda della spada sospesa introduce a una condizione esistenziale, che, da una prospettiva d’indagine personale e periferica, diventa chiave di accesso alla pluralità di esperienze comuni.
A chi avrà la forza o la voglia di leggere il mio orizzonte, incamminandosi lungo questa mia Strada, la segreta speranza, come un augurio, è di ritrovarsi e riconoscersi anche solo in parte fino a diventare, perché no, viandanti lungo lo stesso cammino.

Lucio Toma

Sono un uomo spericolato, tanto
da essere ancora in vena di rischi:
non me lo dice l’ennesima multa
per eccesso di velocità, piuttosto questo
stare tra il presente a una clessidra:
tra questa penna e un altro giorno
da esistere.

(In vena di rischi)

 


ancora un giorno perso
dietro al mio corpo
che stringe una flebo
paziente nell’attesa
del dottore mentre l’anima
incallita già si fa
elettrocardiogramma
di Gutenberg.

(L’anima incallita)

(altro…)

Lucio Toma, Tre inediti

Occorre stare attenti quando
si parla, alle parole, al senso.
Anche il verbo che ama,
il più innocente, può celare una lama
e di traverso può mettersi
perfino un pezzo di pane
e il vino per quel che non tace.
In teoria ubriacarsi di verità
potrebbe estinguerci.
Meglio per tutti è l’acqua:
ecco una parola che lenisce
almeno finché dentro non ci finisci
o anche quest’alba che porta
il dono cieco della speranza
sebbene il fiore su cui
si posa l’ago a farfalla
sia solo il mio braccio.

(Grammatica della sofferenza)

 

Qui si muore malati inquinati
sfatti strafatti squattrinati
che siamo noi quelli allo specchio
della tv in serie invitati
a restare impassibili nella sala
da pranzo di questi giorni accettando
l’invito a comparire nel florilegio
delle disgrazie quotidiane
in punta di forchetta.
Siamo noi – per carità – che non ci vada
di traverso il contorno pesticida
di un pomodoro d’importazione.

Eppure è vero
che qui si pensa solo a rimpinzarsi
di torti e di ragioni senza gioia
niente allegria nemmeno dalla Gaia Scienza
che fa miracoli e brevetti interessati.

(Allo specchio della tv)

 

Dico Amore, non pesce-martello
libro-mastro-grano-turco
o forse anche pesce-martello
libro-mastro-grano-turco
al posto di Amore come fosse amore
eppure tu rispondi picche
di Odio. Non ti batte il cuore?

E le distanze si allungano,
diventano ponti come a dire
facciamo due conti.

Ma io non ti biasimo e che non so farci
con i numeri, cerca di capirlo:
diciamo che voglio passarti
solo parole-mattoni
a fondamento
di un altro discorso.

(Incomprensione)

Lucio Toma, Inediti

***

A Matteo oggi al cimitero gli hanno sfossato
i bisnonni insieme a qualche zolla
di ricordi e gli veniva da
starnutire (non si può fare a meno in quei casi)
così che ha pensato alla vita in un colpo
di tosse come a un’allergia alla polvere…

Poi hanno risigillato tutto e addio…
chi s’è visto s’è visto: ma mica tanto
perché poi a casa ho accarezzato
la credenza impolverata e con un colpo
di tosse mi è sembrato di salutare
un qualche lontano parente di Matteo.

(Colpo di tosse)

*

ancora un giorno perso
dietro al mio corpo
che stringe una flebo
paziente nell’attesa
del dottore mentre l’anima
incallita già si fa
elettrocardiogramma
di Gutenberg.

(L’anima incallita)

*

SI SPARA A SALVE O A MORTE

in questo paese poco importa.
È festa comunque a maggio
e ciascuno si fa anima e coraggio.
Anche la Madonna nera s’alza
sulle spalle dei confratelli
che pare voglia capire. Balza
tra la folla in cerca dei pischelli,
ma quel che vede è la fumante gioia
di cui è fatta la fuga dalla noia.

***

Lucio Toma scrive di sé: «Scrittore, poeta e giornalista, si è laureato con lode in Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Bari. Nato nel 1971 a San Severo, dove risiede, coltiva il terreno accidentato dell’insegnamento presso l’Istituto agrario della sua città e pure qualche “storta sillaba e secca come un ramo…” che ha portato frutti nel 1999 (Zigrinature, All’insegna del Cinghiale ferito) e nel 2006 (A Gonfie Vene, Ianua). Diversamente si è prestato a collaborazioni con magazine locali e quotidiani, presentazioni di eventi letterari e interventi critici. Alcuni suoi versi sono apparsi su varie riviste anche on line. Altro gli sfugge o poco importa.»

La puntata della rubrica di Poetarum Silva “In Apulien” dedicata a Lucio Toma è qui.

Lucio Toma, inediti

AGIOS LEON

Poche case forse non bastano
a farne una località su Google maps,
perché Agios Leon non è in fondo
che il ricordo di un volto sbucato
dal vento dentro i miei occhi
di passaggio che nessun satellite
ha mai scovato.
——————-Agios Leon resta
l’ago di un dito che punta
a cucire la distanza dal passato
alla strada di quel turista
in cerca della rotta giusta
prima di finire in mare
a Porto Limnionas. (altro…)

In Apulien, 8 – Lucio Toma

In Apulien, 8 – Lucio Toma

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

L’ottava tappa è dedicata a Lucio Toma, che Sergio D’Amaro, nel capitolo Bradisismi dell’ultima generazione del volume Letteratura del Novecento in Puglia, include nella “generazione di Raffaele Niro” dei poeti di San Severo.

Si chiede D’Amaro: «Possibile azzardare una linea ‘sanseverese’ della poesia in Capitanata, nel solco tracciato da Emanuele Italia ed Enrico Fraccacreta?», per affermare, subito dopo: «Certo è che almeno quest’ultima generazione sembra orientata a uno sliricamento degli esiti espressivi, assecondando un suo più corroso e aspro itinerario, che forse mette capo a un decennio seguace di ‘pensieri deboli’ e di vacue spettacolarizzazioni del vissuto». (p. 107)

Scrive Plinio Perilli nella prefazione al volume di poesie di Lucio Toma A gonfie vene (Ianua editrice — Edizione del Giano, Roma 2006): « Lucio, che si sente un po’ discepolo di Rimbaud e dunque vuol essere “assolutamente moderno” ma soprattutto farsi poeta-veggente dell’anima, ardisce di assumere cruda, realistica poesia perfino con il Buscopan, il Maalox, ed altri consimili medicinali, più o meno efficaci… Suggestioni ed esiti lirici davvero probanti, che amiamo annoverare tra i momenti più originali e disperatamente felici di questo libro, cioè di questo dimesso, divulgato esistenzialismo, che è dunque una cupa, aurea miniera di ossimori, un’armoniosa ridda dei contrari, una vera e propria cura “omeopatica” del Vivere verso e dentro lo Scrivere». Manifesto e segno della quotidiana rissa-ridda sono i versi della poesia

L’arte mia improduttiva

L’arte mia improduttiva è no profit,
non ha orari d’ufficio, appuntamenti
certi, squilli di telefono pronti (!?)
per voci di segretarie in succinti
tailleurs. L’arte mia non ha strategie
di mercato, alti piani di lavoro.
Non ha scadenze fisse, appelli e capi
in giacca e cravatta la mia arte: è solo
un frinire del cuore senza sosta,
uno sghiribizzo di mosca bianca
di pena nelle volute dei giorni
da consumarsi preferibilmente
nel giro di qualche pagina eterna
che vale una vita intera.
Neppure
le permettono di scadere, in mezzo
a tutti di morire o insomma scendere
in piazza… L’allontanano
o se ne vanno.

Perciò, sullo sfondo
monotono di un tacito baccano
crepita soltanto una ciarda d’ali
sempre diversa s’è allegra o ferita:
forse è folle di dolore o d’amore
quando ho l’emicrania o il mal di schiena.

L’arte mia spesso è veglia stralunata
di mille e una notte  tersa di punti
interrogativi, nei di luce,
stelle cadenti in parabole ignote
che squarciano la stoffa dell’anima.
Non ha problem solving, agevolazioni
fiscali o sconti questa mia fatica
dalle tasche bucate di ricordi,
spiccioli di verità: lo scontrino
della spesa sciatto o anche il foglio scritto
nell’attesa di un altro giorno, volto
di luna che mi ricorda la dote
vana d’essere quel che per te è poco
più di un semplice gioco.

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Lucio Toma nasce nel 1971 a San Severo in provincia di Foggia. Nella città natale vive e insegna. Consegue la laurea in Lettere a Bari con una tesi di analisi strutturalistica dei versi gozzaniani. Alcuni suoi testi sono apparsi su periodici locali e sulla rivista “Poesia”. La sua plaquette d’esordio, Zigrinature, con prefazione di Silvana Ghiazza (All’insegna del cinghiale ferito, Apricena, 1999), ha riscosso i consensi, tra gli altri, di Dell’Aquila, De Matteis e Perilli. Tra gli scritti di critica di Toma vanno menzionati quelli su Joseph Tusiani e su Emanuele Italia.