Luciano Cecchinel

‘Luciano Cecchinel, Poesia. Ecologia. Resistenza’ di Paolo Steffan

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Paolo Steffan, Luciano Cecchinel. Poesia. Ecologia. Resistenza. Con cinque poesie inedite di Luciano Cecchinel. Prefazione di Alessandro Scarsella (1a edizione Premio “Arcipelago itaca” per un’opera inedita di prosa critica sulla poesia italiana), Arcipelago Itaca 2016, pp. 188, € 18,00

 

Questo volume corposo, consistente, è stato pubblicato a fine 2016 da Arcipelago itaca, ed è stato vincitore della “Prima Edizione del premio nazionale per poesia e critica” indetto dalla casa editrice. Un libro che, per impianto e cura, rappresenta a oggi – e per il prossimo futuro – il più completo studio pubblicato sul poeta Luciano Cecchinel. Un libro che, per profondità di lettura critica, facendo convergere al proprio interno la critica letteraria pregressa in un dialogo ‘fecondo’, apre al lettore un percorso stimolante e capace di presentare spunti che vanno al di là del testo, come un’opera di critica ben congegnata sa fare. Facile, si direbbe; invece l’approccio di Paolo Steffan apre uno squarcio su tre mondi complessi che rappresentano anche l’etica del suo muoversi critico-vitale nel proprio mondo (e non con il mondo). Il trinomio del titolo ‘Poesia. Ecologia. Resistenza.’ è già dentro il suo modo prima che negli autori da lui prescelti, tra cui ricordiamo, monograficamente, Andrea Zanzotto, Cecchinel e Sebastiano Barozzi. Per un giovane critico, questa produzione è degna di nota e anche di onore. E mentre si rilegge il titolo non si può fare a meno di ricordare, forse facilmente, che la quarta parola sarebbe ‘libertà’; così come ogni rivoluzione (critica) su un autore ha la propria, anche Steffan sottende quella che è la cifra della sua intuizione e di una forma mentis dinamica, aperta cioè al contenimento di spinte provenienti da tradizioni anche diverse.
Credo si possa affermare che lo sguardo che utilizza è filologico-tradizionale, eppure vi è – lo ribadisco – già nel titolo una forma di militanza tutt’altro che esplicita, o meglio: che rende esplicita un’etica di continuità coniugandola alla materia poesia nelle formule che Cecchinel utilizza, con una trattazione intertestuale del dialetto – come il saggista evidenzia “non totalizzante” nell’opera del poeta veneto, eppure in grado di segnare un tratto largo della sua produzione. L’intertestualità investe, per Steffan, non solo il rapporto reciproco di Cecchinel con Zanzotto e la parentela tra i due ma, soprattutto, il legame con il territorio, il riferimento alla lingua-corpo della poesia che è anche ‘terra’ della/nella stessa – il ‘dove’ nasce.
Nell’attraversamento poetico e critico Paolo Steffan sceglie l’acronimo “P.E.R.” che accompagna ciascuno nel già citato per-corso, in cui incontriamo, tra i molti riferimenti, Pascoli, Pavese e Pasolini – da sempre nelle letture del critico. Le tre P sono portatrici di rimandi non solo al naturale ma − anche − al “mondo degli ultimi” che occupa un’intera sezione dell’opera. Tra le autrici, intelligentemente Steffan porta l’esempio di Anna Maria Ortese, per gli stessi motivi in precedenza citati. La costellazione di Steffan – più evoluta di quella che mi permetto di proporre – permette una coralità significante che il lettore sarà incuriosito di ri(n)tracciare da sé, grazie al filo rosso svolto sotto i suoi occhi in un ‘non labirinto’. (altro…)

Appunti sulla «levità». Per Primo Levi, nel trentennale della morte

Appunti sulla «levità». Per Primo Levi, nel trentennale della morte
di © Paolo Steffan

Suicidio o incidente? Credo che sia quanto meno ozioso misurarsi con questa domanda, di fronte alla smisurata mole di considerazioni che di Primo Levi suscita la folta opera scritta. A trent’anni dalla sua morte, non si faccia l’errore che ricorre negli anniversari di Pasolini, di trasformare un momento in più per rileggere e riparlare del merito artistico e intellettuale in un chiacchierio aneddotico sulle circostanze vere o presunte della morte. Anche perché di Primo Levi è bene parlare nella vita, essendo che il suo percorso letterario di testimonianza, da un lato, e di ricerca narrativa e poetica, dall’altro, sempre compiute al più alto livello, ha il pregio di indagare l’uomo e la natura di cui è parte nei suoi aspetti più luminosi come in quelli più umbratili, senza mai prescindere dunque da una visione totalizzante sulla vita. La possibilità di chiedersi fin da subito ‒ siamo nel 1947 ‒ «se questo è un uomo» coglie l’occasione (anche in senso montaliano), nel rievocare precise memorie in chiave storica, e ammonitoria, di avviare una lunga riflessione sulla natura dell’essere uomini in questo mondo, con una capacità di indagine, oltre che di scrittura, che fa oggi sentire la sua presenza come forse la più totalizzante nel dopoguerra.

Mi servirò principalmente, in questa sede, di un capitolo tra i più straordinari della sua opera, ovvero Il sistema periodico (Einaudi, 1975), per sbozzolare alcuni appunti ancora tutti rannicchiati nella mia mente durante e a margine di letture tarde e sporadiche, ma costanti, dei suoi scritti.¹ Penso infatti che, alla domanda “Da quale suo libro mi consigli di cominciare?”, diversamente da Rigoni Stern che suggeriva La tregua,² suggerirei proprio Il sistema periodico; ritenendo d’altronde che la via concentrazionaria di avvicinamento a Levi, quanto meno in età scolare, vada a danno della ricezione stessa dell’autore sul lungo termine, nonché dello stesso fattore memoriale. Si rischia infatti di delegare la conoscenza di Levi scrittore a una parte, certo viscerale e non prescindibile, ma limitata delle sue potenzialità espresse, dando maggiore spicco al suo essere un sopravvissuto che non al suo essere scrittore. Ma dato che i due aspetti non sono scindibili, è nel comprenderne nel modo più esemplare (e Il sistema periodico è una narrazione di esemplare bellezza!) le qualità artistiche, che il fattore civile, antropologico, filosofico legato al Lager assume un rilievo e una centralità ineguagliabili, e indelebili.

Nelle pagine dei racconti che compongono il libro del 1975, che in realtà letto nell’insieme si configura come continuum, come originale romanzo autobiografico e di formazione (ponendosi a suo modo quale ponte stilistico tra i racconti raccolti nel ’71 in Vizio di forma e i romanzi progressivamente più compatti del ’78, La chiave a stella, e dell’82, Se non ora, quando?), non mancano le allusioni all’esperienza di Auschwitz, e l’autore vi si rapporta come a qualcosa di necessariamente già noto a chi legge, attraverso le opere testimoniali del ’47 e del ’63:

«Che io chimico, intento a scrivere qui le mie cose di chimico, abbia vissuto una stagione diversa, è stato raccontato altrove.

A distanza di trent’anni, mi riesce difficile ricostruire quale sorta di esemplare umano corrispondesse, nel novembre 1944, al mio nome, o meglio al mio numero 174517.»³

Così inizia il capitolo intitolato Cerio, ma già nel primo magnifico racconto, Argon, non mancava, pur essendo volto lo sguardo sulle proprie radici ebree-piemontesi, verso le tradizioni religiose e linguistiche vive fino al secolo precedente, un richiamo all’antisemitismo nazista («Ricordo qui per inciso che il vilipendio del manto di preghiera è antico come l’antisemitismo: con questi manti, sequestrati ai deportati, le SS facevano confezionare mutande, che venivano poi distribuite agli ebrei prigionieri nel Lager»), e così più oltre, in Cromo, la riflessione sulla vergogna di essere uomini dopo Auschwitz, nel raccontare ‒ in un interessante gioco intertestuale ‒ la genesi di Se questo è un uomo («Le cose viste e sofferte mi bruciavano dentro; mi sentivo più vicino ai morti che ai vivi, e colpevole di essere uomo, perché gli uomini avevano edificato Auschwitz, ed Auschwitz aveva ingoiato milioni di esseri umani, e molti miei amici, ed una donna che mi stava nel cuore»).4 Nel voltarsi indietro, non vi è mai «serena disperazione»5 negli autori cui il Lager ha condizionato il vissuto, eppure Levi non si esime dal dirci, in esergo al suo Sistema, che «è bello raccontare i guai passati», come se la sua saggia consapevolezza gli stesse consentendo quanto meno un ‘sorriso arcaico’ (penso a certe interpretazioni del volto dei kouroi) sulla parte di vita già trascorsa, il sorriso di chi sa qualcosa in più sulla vita, e non ne dispera, perché ha il dono dell’arte narrativa, il magistero degli aedi; e la sua Odissea, difatti, l’aveva già consegnata a Einaudi dodici anni prima, con titolo La tregua.

Proprio la prima edizione di questo libro ha un risvolto annotato da Italo Calvino, un autore che ci avrebbe lasciato quale testamento letterario le sue Lezioni americane (Garzanti, 1988) e, in particolare, la prima di queste: Leggerezza. Nell’introdurre le Lezioni, Calvino dichiara di aver cercato di «situarle nella prospettiva del nuovo millennio»,6 eppure nel suo spaziare amplissimo nella storia letteraria mondiale, egli sembra prescindere dal fattore temporale, proprio per la rapidità, esattezza, appunto leggerezza, con cui si muove in un mondo che, anche stratificato in millenni, ci appare vivo e presente. Ma se il passato è nient’altro che l’eterno presente della nostra memoria umana, resta sul piano cronologico l’insistenza sull’ignoto futuro, che Calvino sottolineava già nel titolo originale, Sei proposte per il prossimo millennio. E al prossimo millennio guardava, a suo modo e negli stessi anni, Primo Levi nel proprio testamento, quando redigeva la Conclusione de I sommersi e i salvati, rivolgendosi a noi, alle generazioni che avrebbero vissuto nel nuovo secolo, che ne avrebbero incarnato l’umanità. Non è certo una visione rasserenante, che si possa dire leggera, quella fornita da Levi:

«Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale e inaspettato, non previsto da nessuno. È avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.»7

È l’altra faccia della leggerezza calviniana, la pesantezza dell’eredità di un secolo devastante, che non ha forse mai del tutto superato, con la maturità che doveva, il trauma conseguito alle leggi razziali. E forse, proprio l’auspicio lieve che Calvino si augura per il Duemila, almeno in letteratura, è in parte figlio del discorso leviano che vi fa da contraltare. (altro…)

Luciano Cecchinel, Il gesto incisorio di Luigi Marcon

 

Luciano Cecchinel è una figura d’eccellenza nel panorama contemporaneo, nota principalmente per la poe­sia, con cinque splendide raccolte (prevalentemente) in lingua e due eccellenti lavori nel dialetto della sua vallata alto-trevigiana. La sua personalità è conosciuta anche per la discrezione con cui si muove nel mondo della letteratura: preferisce la lontananza dai riflettori e circoscrive il proprio campo d’azione, riconoscen­dosi una certa sensibilità come fruitore, ma non la caratura di un critico, rilievo presente anche all’interno della prosa qui offerta ai lettori per la prima volta.
Credo che l’acume di Cecchinel nell’avvicinarsi all’arte di Luigi Marcon ne contraddica nei fatti la perso­nale convinzione, perché questo scritto è davvero bello e ‒ se a dominarlo vi è da un lato un senso di pro­fonda amicizia per l’incisore trevigiano, dall’altro il sentimento condiviso per i paesaggi prealpini che en­trambi abitano ‒ vi trapela anche una conoscenza della materia che va oltre la norma, segno di un segreto ascolto di Cecchinel verso quanto accade nel mondo delle arti visive, almeno all’interno del suo “quadrila­tero” (per usare un’espressione tipicamente zanzottiana).
D’altronde in questo caso, a stimolare la parte cognitiva del poeta di Revine-Lago, vi è la finezza superlati­va del “gesto incisorio” di Marcon, che il testo che segue ci aiuta a riconoscere nella sua piena autonomia e nell’assoluto valore artistico, come dimostra la riproduzione di “Neve a Valmorèl” che ‒ su generosa indi­cazione di Cecchinel, e da lui molto amata ‒ abbiamo il privilegio di offrire ai lettori di «Poetarum Silva», invitandoli a visitare la “Saletta” presso cui, a Vittorio Veneto e in rete, l’incisore ospita una parte del suo universo cromatico. (Paolo Steffan)

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Il gesto incisorio di Luigi Marcon
prosa inedita di © Luciano Cecchinel

cc80-aa1-bl-neve-in-val-morelLa prima impressione che scaturisce dalla contemplazione dei lavori di Luigi Marcon è più generalmente quella di un sereno equili­brio fra cognizione, sentimento e tecnica.
È d’altro canto indubitabile che, per essere veramente tale, ogni opera d’arte, anche quel­la che si presenta più leggibile, deve comuni­care più di quanto il suo autore scientemente abbia voluto.
E sembra essere innanzi tutto prova di questo il poter cogliere entro i paradigmi naturali e rurali del Nostro Artista un senso di supplice mestizia: i casolari sorpresi nel loro silenzio­so abbandono, le bocche vuote e scure dei fienili, gli alberi protesi verso misteriose sfuggenze vivificano, quasi “stendardi di preghiera”, la mente e dalla mente vengono vivificati, come il vento attiva e viene nello stesso tempo attivato dalla materia con cui viene a contatto. E le betulle, che a tratti ri­corrono nei suoi lavori, sembrano assurgere nella loro mansueta flessibilità ad emblemi di un mondo sconvolto da un improvviso fortu­nale, quasi redivive testimoni di uno “stravènt cru”, come direbbero del vento ro­vescio nella materna lingua i muti spiriti che si addensano, evocati da amorosa arte figurativa, attor­no alle loro ultime vestigia, forse a sostenerle, affinché non diventino esse pure maceria e roveto. Perché dalla sostanza cromatica delle sue incisioni, quasi dalla cenere di secolari “larin” (focolari), si ricompongono e allungano sulle vene petrose di indimenticati muri ombre ataviche, come preca­riamente sorrette da una fiamma vacillante.
Qualcosa di molte opere di Marcon sembra reclamare pacatamente giustizia, anche se probabilmen­te l’impressione è segnata dal senso di colpa che si annida nel lettore-ombra, per usare qui un sin­tagma più consono alla letteratura: è il senso di un tradimento, del travaglio di una cultura sofferen­te che per aver cercato di uscire da se stessa è incorsa, amaro contrappasso, nella pena di una svi­sante corrosione.
La visione poetica di Marcon, sottraendosi nella sua sensibile e fiera immediatezza alle insidie dell’oleografia e del rovinismo, tende a colmare questa lacuna di valore. E di qui la sua opera, assai lontana dal vicolo tautologico dell’arte per l’arte, assume un valore popolare e civile: i fienili spos­sati dal tempo e dalla solitudine, le casere che ancora reggono all’avanzata di boschi senza più gala­teo, le macine sconnesse dei mulini abbandonati riprendono un valore d’uso che va ben oltre quello di schiudere sorprendenti varchi sulle pareti.
E operando, come in un rito inesauribile, una sofferta ricomposizione col passato è come se Marcon ritornasse con occhi ingenuamente stupefatti alla nativa solitaria casa dei Piai. (altro…)

I poeti della domenica #88: Luciano Cecchinel, Troppo semplice e chiara

in silenzioso affiorare

Troppo semplice e chiara

Troppo semplice e chiara la tua anima
per i miei occhi obliqui.
Come per riflessi di fonte
vi cercai profondi anditi.

Ma fu come in un’acqua
senza sorgente:
rimasi a fissare il tuo trasparire
senza riparo.

© Luciano Cecchinel, In silenzioso affiorare, con 6 acquerelli di Danila Casagrande, prefazione di Silvio Ramat, Cornuda (Tv), Tipoteca Italiana, 2015, p. 42.

Poesia proposta da Paolo Steffan

Dove «non c’è posto per la letteratura come gioco»… di Paolo Steffan

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Dove «non c’è posto per la letteratura come gioco»…
Una privata lettura della poesia di Turolo
di Paolo Steffan

Da circa un secolo esiste un aggettivo, attualissimo e pregnante, che ci facilita di molto la comunicazione di un sentimento di frequente sotteso a molte opere di genio a noi vicine: “kafkiano”. Me lo ha evocato il secondo verso della terza lirica nell’opera prima di un eccellente poeta:

Direi che non è bello neanche se
asettiche zelanti operatrici
si installano fin dentro casa tua[1]

Sono figure che sentiamo brulicare dietro le grigie quinte del teatro psichico e finemente antropologico di Corruptio optimi pessima di Antonio Turolo. La loro identità ci sfugge:

Sorridono amichevoli, però
non danno mai il numero di casa
o il nome vero[2]

La loro esistenza è per noi un transito, concreto ma mai del tutto chiaro: le operatrici hanno la consistenza impalpabile ma onnipresente di un castello kafkiano e, come kafkiane inservienti, sono fuggenti ed enigmatiche; la loro mansione è di inafferrabile e pur capitale importanza, è loro il ruolo di “rimetterci in sesto”, per farci rientrare nell’ordine superiore dell’umano mercato: ci fanno infatti rientrare «nel ciclo produttivo del sociale», definizione che più di tutte ci fa bruciare dentro ‒ urticante fin dal primo contatto ‒ il vuoto pieno di un’inappartenenza ancor più alienante della stessa malattia mentale, con la quale è quasi inevitabile più volte misurarsi nelle nostre biografie ritmate dal trantran occidentale.

Dalla riabilitazione costante da un trauma che non possiamo toccare del tutto, ma che intuiamo di continuo, è solcata l’intera raccolta di Turolo, che ci fa entrare nel suo tema ossessivo: dice bene Giulio Mozzi nella prefazione, quando arguisce che non vi sia vera narrazione, vera “storia”, ma che le poesie di Turolo sembrano «raccontare, tutte e ciascuna, sempre la stessa storia, sempre lo stesso evento di volta in volta vestito di un abito aneddotico diverso».[3] Ed è proprio questo uno dei fattori di sorprendente grandezza di Corruptio optimi pessima: perché vi è un talento esemplare nel rendere necessaria ogni tessera di questo detto e ridetto senza mai sembrare che, di fondo, l’aneddoto sia davvero lo stesso. È come con l’esaurimento nervoso, che un giorno come violento crampo ti logora l’interno, ti stringe al petto e giù nel ventre fin dentro le budella, ti toglie l’equilibrio, in uno spasimo di paura che pare non finire: e dopo quel primo giorno, l’esperienza si ripete e ripete eguale, per mesi, ma tu ‒ di dentro ‒ la vivi ogni giorno come nuova, con la stessa paura della prima volta. E così accade a voltare ogni pagina di questo libro che ‒ ripetendo la stessa ossessione con lievi sbilanciamenti “aneddotici” ‒ è nuovo a ogni fondamentale sua pagina. (altro…)

«LUCE BIANCA D’INVERNO»: PRESENZE DI NEVE NELLE POESIE AFFETTIVE DI LUCIANO CECCHINEL di Paolo Steffan

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Sia per te la grande neve il tutto, il nulla,
Bambino dai primi passi incerti nell’erba,
Gli occhi ancora pieni dell’origine,
Le mani aggrappate solo alla luce.

Yves Bonnefoy

Prima che venisse pubblicata la raccolta In silenzioso affiorare (Tipoteca Italiana, 2015, prefazione di Silvio Ramat) le poesie affettive di Cecchinel potevano essere contate sulle dita di una mano, leggendo tra quelle della prima sezione di Al tràgol jért. L’erta strada da strascino (Scheiwiller, 1999, postfazione di Andrea Zanzotto). Il poeta di Revine Lago ci era noto perlopiù per la sua vena antropologica, per la sensibilità ecologica e per i versi politici legati alle vicende più brucianti dell’ultima guerra.
Che grande dono è ora avere tra le mani questa nuova silloge! «Tracciato di amore e di dolore», lo definisce l’autore, questo vero e proprio libro d’arte, stampato in sole 600 copie numerate e accompagnato da sei finissimi acquerelli di Danila Casagrande, moglie del poeta e dedicataria di molta parte dei versi, soprattutto quelli non ancora solcati dall’insanabile ferita ‒ la perdita, cioè, della figlia primogenita, Silvia ‒ che andrà a segnare la seconda più dolente metà di In silenzioso affiorare.
La presenza sempre cara della neve, in queste poesie affettive, si annida lieve soprattutto nella prima metà della raccolta, a partire già dal testo introduttivo e fin dal suo titolo, Come neve trascorsa da nube (p. 17):

Parole residue,
come neve trascorsa da nube
di te lieve segno.……..

Per esse la tua voce, il tuo riso
ritornano senza profanare
la luce e il silenzio.……..

E di eterni istanti
sei ancora
in parvenze di echi e albe.

(altro…)