Luciano Benini Sforza

Luciano Benini Sforza, La matita e il mare

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Luciano Benini Sforza, La matita e il mare, L’arcolaio, 2016; € 12,00

L’endiadi del titolo racchiude tutta la poesia di Luciano Benini Sforza: la racchiude nel gesto delicato di chi disegna a matita, e la comprende nella vastità del mare dove da sempre si rivolgono gli occhi del poeta; semplificando al massimo, potrei dire che il titolo andrebbe letto “la poesia del mio paesaggio”, dove “la matita” indica la poesia e “il mare” tutto il pae­saggio abbracciato nello sguardo di una vita dal poeta. Come un ritrattista lungo il litorale, Benini Sforza coglie i segni e li sfuma, in giochi d’ombre e chiaroscuri dovuti alla costante presenza della luce, nella vasta tela della vita che è compresa nel mare, nell’acqua, che è il corpo di ogni cosa perché ogni corpo si fa mare, o onda, o flutto, o goccia. È forse anche la dimensione liquida della società, della modernità, secondo la felice definizione di Bauman. È soprattutto un ritorno agli elementi primor­diali, originali, ancestrali, essenziali; è un ritorno alle proprie origini attraverso la poesia, una poesia delle origini (ma siamo sicuri che la poesia di Benini Sforza se ne fosse allonta­nato?):

Questa poesia, sai, torna all’origine,
ai primi messaggi, alle confidenze,
alla stanza con i respiri sovrapposti.
Torna ai codici diversi di sentire dentro i giorni
il viaggio del corpo e delle mani.
La nostra poesia ha sbagliato la partenza.
L’essenziale, mi dico ora.
Il biglietto
stretto dell’appartenerci. (p. 35)

(altro…)

LE VIE PROFONDE DELL’IO (LETTERA-LETTURA PER “PORTA A OGNUNO”)

Porta a ognuno_jpg

Gentile Cristiano,
ho letto con curiosità sincera e sincera partecipazione il tuo libro Porta a ognuno, pubblicato dall’Arcolaio nel 2012. Molti sostengono a questo proposito che il lirismo sia morto, che siamo oggi in una fase nuova della poesia: quella della “post-lirica”, dell’io decentrato, delocalizzato. Ai margini quindi del genere letterario in questione, almeno in senso tradizionale; un genere pertanto sempre più aperto ad altre forme: il racconto, il poemetto, il monologo di taglio teatrale, persino il romanzo. Un nome per tutti: il romagnolo Raffaello Baldini. Da tempo non credo in maniera così netta e totalizzante a questa definizione: il lirismo non è morto, si è semplicemente trasformato, diventando duttile, contaminato e aperto, senza dubbio; però vive ancora, resiste e la tua raccolta poetica ne è una prova, anzi un esempio emblematico, autentico, vibrante. Consistente e significativo, aggiungerei. In effetti qui l’io poetante concepisce la verità come qualcosa di assolutamente soggettivo, interiore ed intimo, come del resto sottolinea la nota affermazione sull’interiorità come luogo della verità da parte di Agostino, affermazione citata non a caso dal tuo stesso libro (p. 45). E il filtro dell’io coscienziale e lirico appunto in tutti i versi tuoi è fondamentale, un vero nucleo e insieme una forma, un approccio espressivo attraverso cui cercare e far emergere il nudo, semplice vero, senza menzogne o pose o ipocrisie: “La verità, niente interpretazioni/allora e ora” (p.  51). Così, il filtro lirico-soggettivo è talmente forte e strutturante che oggetti, cose, fasi del giorno e della vita, persone, luoghi e situazioni passano tutti attraverso questa dogana, questa tua poesia intima che chiede letteralmente (mi collego alle numerose frasi interrogative) un biglietto, quello della “verità” coscienziale, dell’autenticità profonda, dell’esame scavante che buca, brucia stereotipi e facili conclusioni. Quindi  vediamo un viaggio interiore, esistenziale, memoriale, con l’elaborazione del lutto, con i frammenti del passato che riaffiorano, con l’indagine sul tempo quotidiano, con la perlustrazione del vuoto esistenziale e  antropologico che assedia l’umanità “liquida”  (Bauman) e contemporanea.  (altro…)

“Da un tempo all’altro”. Poesie inedite di Luciano Benini Sforza

Da un tempo all’altro


(poesie inedite di Luciano Benini Sforza, dalla raccolta omonima)

.

I

Sulle ginocchia

. 

La terra che non smotta,
l’onda ferma
.                         prima del suo crollare
è sulle tue ginocchia.
.                                           E nel pensiero
che si fa conca,
corpo,
anima sgombra
.                                del suo stesso peso.

.

.

II

Più di una sera

.

Non so resistere più di una sera.
Non so resisterti, credimi, se non
all’apparenza delle parole,
dell’educazione messa alla vita
.                                                                vera.
Sono una preda in fondo a una valle
e tu un rapace in volo.
.                                              E più brucio
quando ti allontani o resto solo.

.

.

III

Con le sabbie

.

Stai passando
.                            come una tempesta di vento,
quando il libeccio sfonda il muro
delle ciminiere lontane
e scende a premere le più basse onde
.                                                                           qui al mare,
e non sai se è la luce in movimento
o la perdita della vista
.                                              che ti fa cieco.
Ora
me ne rendo conto, ora
sono con le sabbie nella distanza
e quello che vola
.                                  è un respiro a tratti,
i fianchi scoperti
.                                  e una noce d’anima dispersa,
spaccata,
portata dalle raffiche
.                                           della tua esistenza.

.

.

IV

Verso l’origine

.

Questa poesia, sai, torna all’origine,
ai primi messaggi, alle confidenze,
alla stanza bianca
con due respiri sovrapposti.
Torna ai codici diversi
.                                              di sentire dentro i giorni
il sale del vuoto e del pieno.
La nostra poesia ha sbagliato la partenza.
L’essenziale. Il biglietto
stretto dell’appartenerci.

.

. 

V

Come sei

.

All’improvviso si chiude il cielo.
Sento nuvole ovunque, ma la luce
scende dentro gli occhi.
Tutto scompare
.                                e insieme riappare.
Io resto lo stesso,
ho gli occhiali di metallo
e il maglione sulle spalle.
I capelli brizzolati.
.                                        Ma per te è diverso.

Adesso, adesso forse ti vedo come sei.

.

.

.

Luciano Benini SforzaLuciano Benini Sforza non ha bisogno di presentazioni: il suo verso si riconosce per il ritmo, per l’esattezza, per la profondità (si legga e si rilegga la prima poesia di questi inediti per avere una conferma di quanto ho appena detto).
“Da un tempo all’altro” sembrerebbe proseguire il discorso avviato con la raccolta Dopo questo inverno (L’arcolaio, 2012) se non fosse per la presenza di un ‘tu’ portato in scena sin dall’inizio; un ‘tu’ che ritorna in ogni componimento e che riaccosta i frammenti di una storia che a chi legge rimane ignota perché ignoto è l’amalgama dei «codici diversi / di sentire dentro i giorni / il sale del vuoto e del pieno.» È un’intonazione più lirica quella che si dilata nel tipico verso a scala di Benini Sforza, e anche più intima nel momento in cui la poesia cerca di tornare all’origine di tutta la storia condensata in questi cinque movimenti.

Nato a Ravenna nel 1965, Luciano Benini Sforza ha studiato presso la Scuola Normale Supe­riore di Pisa. Insegna materie letterarie nella scuola pubblica e vive a Marina di Ravenna. Ha curato con Nevio Spadoni l’antologia Le radici e il sogno. Poeti dialettali del secondo ’900 in Roma­gna (Faenza, Mobydick, 1996). Si occupa a livello critico soprattutto di poesia, sia in dia­letto (specialmente romagnolo) sia in lingua italiana.
Come poeta ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Spazi e colloqui (Pisa, pubblicazione a cura del Gruppo Culturale “Ippolito Rosellini”, 1991), con cui ha vinto il Concorso Nazionale di Poesia  “Galileo Galilei”; Le stanze di Penelope (Castel Maggiore, Book, 1995; Premio “San Domeni­chino”); Viaggio senza scompartimento (Faenza, Mobydick, 1998); Padri a nord-ovest (Villa Verucchio, Pazzini, 2004), opera per la quale gli è stato assegnato il Premio “Vallesenio”; quindi Nel fondo aperto degli occhi (Rimini, Raffaelli, 2010). Nel 2012, con la casa editrice L’arcolaio di Forlì, ha pubblicato la più recente raccolta poetica dell’autore, Dopo questo in­verno.

“Le voci chiuse”, di Piergiorgio Viti e Luciano Benini Sforza

LE VOCI CHIUSE

(Comunicato)

A RAVENNA I VIZI E I PECCATI DELLA PROVINCIA
RACCONTATI DA PIERGIORGIO VITI E LUCIANO BENINI SFORZA

Andrà in scena il prossimo 10 agosto (sabato), alle ore 21,00, nello splendido “teatro all’aperto” allestito in via Galla Placidia sul sagrato di S. Maria Maggiore, di fianco a S. Vitale, nel centro storico di Ravenna, lo spettacolo Le voci chiuse, nell’ambito della rassegna  “O musiva musa”.

Scritto a quattro mani da Piergiorgio Viti con il poeta romagnolo Luciano Benini Sforza, Le voci chiuse sono monologhi in cui i penitenti confessano ad un Dio insofferente i loro vizi, i loro peccati, a volte laici. Le voci chiuse si apriranno quindi al pubblico, usciranno dai confessionali per essere ascoltate, attraverso le voci degli attori Franco Costantini e Francesca Mazzoni e saranno impreziosite dalla fisarmonica di Luciano Titi, che vanta prestigiose collaborazioni (Vinicio Capossela e Roy Paci, per citarne un paio).

L’inizio è fissato per le ore 21 e l’ingresso è gratuito, come tutti gli appuntamenti della rassegna “O musiva musa”.

LE VOCI CHIUSE

di Piergiorgio Viti e Luciano Benini Sforza

(Dio?)

Basta,
anche oggi disturbano!
Credono che esista,
però io non so se esisto o sono soltanto
fosforo.
Dovrei lavare le coscienze,
sanare piaghe e forse
obbedire,
e così sarebbe,
ma a volte mi sento
tanto umano,
da impadronirmi e poi
sperdermi
tra le vertigini.

()

Mai preso una stecca
girando il mondo,
ma quella sera il fiato
era stretto nei polmoni,
l’emozione cavava nello stomaco
un pugno dietro l’altro,
e quelle note, chiodi duri
da dire, alzarono un applauso
che ancora rimbomba
nella mia pena.

*

 

Come un guanto

Andare nel fondo della notte,
lasciando alle spalle
i rumori e le case del paese.
Nella quiete
                      che ti prende
e rovescia come un guanto.
È lì che pesa
                      il silenzio,
il buio calato
sulle scarpe
e poi dentro gli occhi.
Tenti la strada,
                          e le auto
rimbalzano la luce
come pioggia fitta
                               sul tuo passo,
sulle micce che senti
sotto i piedi.

1

A volte la bellezza
non si sopporta, è odiosa,
perché pretende
di essere guardata,
come il suo pesante seno, offerto
fieramente sopra i panni stesi,
nell’abbacinante luce
di un mattino
che prima senza peso
era.

*

Bellezza

Ormai non mi difendo più.
Fra i giorni
                    i cerchi si stringono,
gli occhi, le braccia,
un’ombra
                   e quei fianchi
si  avventano ancora
sul mio corpo,
sulla mia bellezza
cercando una sponda al piacere.
E in quell’oceano dentro
per sempre
mi hanno lasciata.                    

 

2

Abbiate pietà della mia lingua,
che spunta buoni e cattivi,
che baratta col torto
una qualsiasi verità
da biascicare
fra i tarli erranti
dei giorni
e delle panchine…

*

Chiacchiere

Non sopporto le chiacchiere,
i fatti insinuati
come sassolini
                           nelle scarpe,
righe rosse tirate dalle lingue
su quaderni vuoti.
Io sento il vuoto tutto intorno,
le punte che prepara,
le lance di sguardi, i giorni
                                              accesi o riempiti
senza criterio.
E su questo campo
                                 di fuochi incrociati
non mi do pace.

3

Ho perso in un bicchiere
lei e la ragione,
e senza più àncore
sono affondato
dove il dolore non ha voce,
e manca perfino l’aria…
Perché tutto è andato in aria…

*

(In un pugno)

Quando sei partita,
non so dirti,
un paese è svanito
                                con un’onda d’urto.
Raccoglievo i miei giorni in un pugno.
E in un pugno bianco
                                      di pillole sono restato.

4

Sciupare i pomeriggi
tra i volti imbalsamati
della televisione
o dietro ad un pallone,
dribblando avversari
immaginari.
Le ombre che mi vivono dentro.

*

(L’attore della porta accanto)

Devi vedermi
in televisione sudato, magari
                                                sciatto.
Via trucchi e vestiti di scena,
per sembrare
                       l’uomo della porta accanto.
Cammino
                 con un bicchiere pieno di vino e pensieri,
e non sono Amleto,
                                  solo un attore in risalita,
un segreto
svelato senza pudore alla gente.
                                                     Intanto
passeggio in accappatoio,
racconto i miei amori,
vivo lo spazio del quotidiano
davanti agli occhi di molti
                                             seduti in silenzio
non qui, sai, lontano…
Una volta ero artista,
                                    adesso chi sono,
se il mio talento non passa
                                            in due minuti e dieci,
veloci
           come una partenza
                                          che non si vede,
come il vento o una piuma
                                                  da una mano
                                                                          caduti.

 

5

Restituirglielo,
quel libro dovevo restituirglielo,
ma all’appuntamento è mancato…
Così
ci ho infilato due dita
ed è stato come toccare le stelle
in fondo ad un pozzo:
ho sentito un brivido masticarmi
la schiena, il corpo tremare.
Tremavo e mi bastavo,
ero muschio di me stessa.

*

Nel tuo giorno

L’acqua e il cappuccino
che bevi ogni mattina.
                                     La tazza
presa e che arriva alle labbra
ancora coperte di sonno.
Le tue colline, sai,
perché abbracciano il mare
come una madre il figlio
o una qualunque creatura
nell’universo intorno.
Vorrei essere questo
e la luce che sveglia e accarezza
                                                      i tuoi occhi,
nel tempo vicino e lontano
del tuo giorno.

6

Corrono e ruotano i numeri
fino all’impazzimento,
ma la bendata mai sfiora
me, il mio capo chino… Io sono
ciò che non accade,
un equilibrista del circo, una moneta che
si prepara a cadere.

*

(Il flessibile)

Io vivo a scadenza,
a pezzi.
              La mano
che mi dà denaro
                              può divenire
la bocca che ti addenta all’improvviso.
Un crollo, un ingranaggio rotto.
Senza centro. Slegato,
smontato come una cucina.
Qualcosa che cresce e si guasta.
Questo tempo non è il mio tempo
e saperlo
                   non basta.

7

Il negativo di una foto.
Il mondo è nero,
come il negativo di una foto.
Non vedo più, mi arrangio
con le dita, i ricordi…
Vado avanti, sognando il passato.
Le poesie dure da mandare a memoria,
le vetrate della chiesa, a sera
riempivano i pavimenti di arcobaleni,
e le ragazze che mi venivano dietro,
tra i campi, dove spartivamo l’amore
come fosse una colpa.
Lì ho conosciuto mia moglie,
ci sposammo a S. Michele,
quel giorno anche i cani fecero festa…
E ora, tra tante, è solo
una voce, una carezza a levigare la fronte.

*

Sconto

Oh se i non vincenti,
i quasi mai nati,
le ali stese o inchiodate
al viavai dei venti,
e poi
i rottamati,
                   i cammini non detti,
le ombre
                  scartate
o solo ferme al palo,
alle strade nella notte tentacolare,
tutte quelle vite
                           in movimento
come ghiaia calpestata,
come prue che non vedi
                                        scivolare
fossero invece qui da te, amico,
per trovare un posto,
uno sconto, una voce vera
nelle onde sottili,
così umane del tuo mare…

Piergiorgio Viti è nato a Sulmona (AQ) nel 1978 e risiede nelle Marche, a Monte Urano. Laureato in Storia e Conservazione dei Beni culturali, è giornalista pubblicista e professore di Lettere di scuola media. Autore di testi di canzoni e saggi critici (in particolare ha curato i testi per il catalogo sulla mostra di Pietro Annigoni, a Senigallia, nel 2010), le sue poesie sono state tradotte in spagnolo dal giornalista e poeta argentino Jorge Aulicino e sono state lette su Radio1Rai. Nel 2011 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Accorgimenti (L’arcolaio editore), che ottiene subito una buona accoglienza da parte dei lettori e della critica. Ha partecipato a diversi reading, tra cui quello per “Musicultura” di Macerata (2005) e quello per la “Fondazione Claudi” a Roma, intitolato “Educare alla bellezza” (2011) a Villa Celimontana.
Nel 2011 ha tradotto dal francese I Preludi di Alphonse de Lamartine, interpretati da Paola Gassmann e Ugo Pagliai, per il festival di musica da camera “Armonie della sera”.
Alcune sue poesie che preannunciano se non una nuova raccolta di sicuro un nuovo percorso sono state pubblicate qui su Poetarum Silva.

Luciano Benini Sforza, nato a Ravenna nel 1965, ha studiato presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Insegna materie letterarie nella scuola pubblica e vive a Marina di Ravenna. Ha curato con Nevio Spadoni l’antologia Le radici e il sogno. Poeti dialettali del secondo ‘900 in Romagna (Faenza, Mobydick, 1996). Si occupa a livello critico soprattutto di poesia, sia in dialetto (specialmente romagnolo) sia in lingua italiana. Come poeta ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Spazi e colloqui(Pisa, pubblicazione a cura del Gruppo Culturale “Ippolito Rosellini”, 1991), con cui ha vinto il Concorso Nazionale di Poesia “Galileo Galilei”; Le stanze di Penelope (Castel Maggiore, Book, 1995; Premio “San Domenichino”); Viaggio senza scompartimento (Faenza, Mobydick, 1998); Padri a nord-ovest (Villa Verucchio, Pazzini, 2004), opera per la quale gli è stato assegnato il Premio “Vallesenio”; quindi Nel fondo aperto degli occhi (Rimini, Raffaelli, 2010).
Nel 2012 per L’arcolaio è uscita la raccolta Dopo questo inverno (qui è possibile leggere la recensione di Piergiorgio Viti).

“Dopo questo inverno” di Luciano Benini Sforza. Lettura di Piergiorgio Viti

Luciano Benini Sforza, Dopo questo inverno (2012)Se si dovesse scegliere, tra tanti, un aggettivo per definire il poeta Luciano Benini Sforza, potremmo attribuirgliene uno in particolare: “solido”. Sì, perché lo scrittore e critico ravennate, uscito nel 2012 con la raccolta poetica Dopo questo inverno (edita dall’Arcolaio, con prefazione di Jean Soldini), sembra essere sempre a suo agio, quale che sia, di volta in volta, l’argomento da sviluppare. Nella sua opera, corposa quanto basta per farsi un’idea del suo modus exprimendi, non ci sono mai cadute di tono, arretramenti, incertezze; la sua linea, attingendo stavolta dalla geometria, è sempre, costantemente, orizzontale. Luciano Benini Sforza affronta con disinvoltura molti temi fondamentali della poesia: la natura, l’amore, la morte (una lirica, per esempio, è dedicata alla scomparsa di Amy Winehouse, definita “barcollante /neve nera”), con un rigore ed una padronanza oggi rari. Se i temi sono tradizionali, due aspetti però segnalano Benini Sforza tra i poeti più interessanti della sua generazione; sia il linguaggio, capace, come dicevamo, nella sua versatilità, di sondare tutti i territori e i registri, con inserzioni anche dal quotidiano (ad es. “Le parole intanto gli vanno a mille” in Sponde della velocità) e di arrivare perfino alla prosa, con esiti di rilievo; sia, ed è questo l’altro aspetto tutt’altro che trascurabile, la frammentazione del verso, che il poeta utilizza quasi come il suo marchio di riconoscimento, richiamandosi alle teorie “liquide” di Zygmunt Bauman, il quale descrive la società attuale come una società “puntinista” dove il concetto di tempo è discontinuo, frammentato. Ecco perché Benini Sforza, con i suoi enjambement, le sue spezzature, i suoi “a capo”, pur lasciando intatta la musicalità del verso, ci fa rimanere spesso a bocca aperta. Molte pagine di Dopo questo inverno sono dedicate a Marina di Ravenna, dove, da appartato, il poeta vive. Non si tratta tuttavia di un “piccolo mondo antico” che il poeta vuole a tutti i costi bozzettisticamente descrivere o difendere, quanto piuttosto di un’apertura al mondo globale di oggi con tutte le sue contraddizioni; parlando della realtà che lo circonda e che egli conosce bene, talora con esiti metafisici, Benini Sforza è dunque un poeta a tutto tondo, capace di essere, allo stesso tempo, “romagnolo” e “universale”.

© Piergiorgio Viti

***

Illusione

Qui non c’è un primo caduto
.                                                          in guerra
e nemmeno un ultimo.
Solo feriti e bendati,
tanti che camminano
da una strada all’altra
fischiando un motivetto all’aria,
tenendo una borsa, una sigaretta
accesa
o un giornale sotto il braccio.
Credendo magari di accendere
.                                                               e spegnere
col telecomando in mano
il resto del mondo.

*

In mezzo

Non riesco nemmeno a dire
«come stai?», perché ho la lingua bloccata.
E conosco bene questo impaccio.
.                                                                    Sono insieme ghiaccio
e fuoco che prende una casa di legno,
un bosco, sono
.                                 soprattutto un argine rotto,
il fiume di emozioni che mi scorre,
sono l’uomo caduto
e in affanno
.                         che ci nuota in mezzo.

*

Alla fine

Gli amori finiscono,
.                                          oppure
assumono altre forme,
nuove esistenze.
Il punto non valicato, la stasi
già in atto
.                     in quel momento
.                                                        diviene vento,
dissemina le carte,
.                                       le sconvolge.
Travolge l’edificio in costruzione,
insieme alla sua zona circostante.
Restano
.                 comunque le mie spiagge,
i tuoi calanchi, qualche
mattone e un messaggio civile
per il compleanno.
.                                       O le parole incise
su qualche foglio,
le notti insonni,
le onde bianche e nere che ho dipinto

e che sono a volte, sai, più forti
.                                                                 di chi non precipita.

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lucianobeniniLuciano Benini Sforza, nato a Ravenna nel 1965, ha studiato presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Insegna materie letterarie nella scuola pubblica e vive a Marina di Ravenna. Ha curato con Nevio Spadoni l’antologia Le radici e il sogno. Poeti dialettali del secondo ‘900 in Romagna (Faenza, Mobydick, 1996). Si occupa a livello critico soprattutto di poesia, sia in dialetto (specialmente romagnolo) sia in lingua italiana. Come poeta ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Spazi e colloqui (Pisa, pubblicazione a cura del Gruppo Culturale “Ippolito Rosellini”, 1991), con cui ha vinto il Concorso Nazionale di Poesia “Galileo Galilei”; Le stanze di Penelope (Castel Maggiore, Book, 1995; Premio “San Domenichino”); Viaggio senza scompartimento (Faenza, Mobydick, 1998); Padri a nord-ovest (Villa Verucchio, Pazzini, 2004), opera per la quale gli è stato assegnato il Premio “Vallesenio”; quindi Nel fondo aperto degli occhi (Rimini, Raffaelli, 2010).