Lucianna Argentino

I poeti della domenica #307: Lucianna Argentino, Gestazione dell’addio

Gestazione dell’addio

a Valentina Cavalli

“Impossibile pronunciarla
quella parola; ma forse
si poteva farla risuonare”

(Marguerite Duras)

 

Trovarla nella caduta perpendicolare
del sangue la parola giusta
che mi raschi dalla pelle tutto il male,
che mi scavi le ossa e mi faccia cava
per galleggiare almeno in quest’aria
che non riesco più a respirare.
Trovarla negli otto minuti di travaglio
della luce ora che sto come il cielo
dismesso dalle rondini,
la verità dimenticata dall’ombra,
le lenzuola sui davanzali, al mattino,
prostrate in un rigurgito di buio.
Trovarla la parola giusta e difficile
ora che il mondo è tutto e solo visibile,
la parola che è segreto e mistero di te ed io,
quella che dice l’amore
quella che m’è rimasta dentro muta
perché non ho più un te
e nemmeno un io e sono metallo gelido
campana che suona
tamburo che rimbomba.

Non sanno che non è solo il corpo
che m’hanno profanato
ma tutta tutta intera la vita
che il corpo ricco di messi e bello lo sentivo
e adesso non è più mio e mi sta addosso
come guerra, come piazza di mercato
dopo un attentato.
Corpo estirpato, corpo incolto,
concesso alla mancanza
e se Dio esiste
in me non sento più il suo alito
e sono polvere
alla polvere già ritornata.

 

© Lucianna Argentino

da: Cuore di preda. Poesie contro la violenza alle donne, a cura di Loredana Magazzeni. Immagini di Fabiola Ledda, Edizioni CFR 2012, pp 33-34

Langue, il Festival romano che studia la poesia nel quartiere degli studenti

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Langue, il Festival romano che studia la poesia nel quartiere degli studenti

di Daniele Campanari

Nel quartiere di San Lorenzo, a Roma, lo studente non aveva l’odore della sigaretta accesa o le gambe corte; tratteneva un libro con la mano destra. Sulla spalla sinistra portava una borsa – conteneva forse altri libri? -, schivava una bottiglia di birra vuota, seguiva voci possedute tra gli scaffali. Entrava alla libreria Assaggi: è qui la festa. Usciva, tratteneva ancora quel libro con la mano destra che era pagina pure lei, su quella mano si poteva andare a capo tracciando le righe di una prossima poesia. Procedeva dritto, affiancava il Verano, osservava la cinta del monumento, la stringeva arrivando in piazza dell’Immacolata. È anche qui la festa.
A San Lorenzo è nato un Festival di poesia che ha saputo camminare, farà i primi passi sabato 26 maggio. Non si tratta di un movimento divenuto consuetudine in molte parti d’Italia, collezione (“Il termine sinteticamente riassume alcuni degli aspetti di Langue, lascia di proposito alcuni contorni sfumati. È un invito a chiedersi cosa sia la poesia”) di poeti vivi, ma parola respirata: respirare parola camminando.
Si chiama Langue il primo Festival di poesia a San Lorenzo, Festival curioso per tanti motivi. (altro…)

Lucianna Argentino, Inediti #2

Lucianna Argentino, Inediti #2

Abbiamo attraversato la notte in ginocchio
perché la misericordia divina
ci trovasse preparati per un nuovo impasto
e un respiro più prudente e giusto
ci fosse alitato nelle narici.
Officianti il sacramento
di quelli cancellati dalle mappe
ma ai quali è affidato il compito
di testimoniare la grazia
– quelli a cui molto sarà perdonato
perché molto hanno amato.

***

C’è voluto tutto il tempo e una gelosa cura
perché il giorno trovasse la sua voce
e una grazia acerba lo battezzasse col suo vero nome
vero sì, ma distante ancora.
Ancora nell’avvenire, ancora dove lo vorrei
pelle del mio abisso e senza distanza dirgli:
toccami, ripassami l’anima con le tue mani,
il corpo con i tuoi occhi; fammi il tuo genitivo
di pertinenza, riscrivimi la desinenza.

***

Scontata la pena da pagare,
offro in sacrificio la decima del mio coraggio
per il riemergere di lui dalle carni
– dannazione e salvezza
a testimonianza dell’indivisibilità di spazio e tempo
per me che l’ho aspettato
confidando di conoscere la mia verità
attraversando la sua. Guardando negli occhi
gli occhi opachi del suo passato,
mentre mi cresceva lontano, ma già veniva,
già si avvicinava. Ma non finiva – mai finita –
l’attesa di lui che mi possiede.

(altro…)

Lucianna Argentino, inediti #1

Il poema della luce
(o del teorema della ricorrenza*)

La vita è aria tessuta
con la luce.
(Jacob Molesch)

Dal treno la rivincita sul tempo
non la credeva e nemmeno sul rammarico
perché di rado se n’era visto uno sparito così,
semmai addolcito, eppure quello, adesso rinverdito,
la esortava: guardami gli anni mi hanno cambiato,
ma so che tu mi riconosci, che non mi hai dimenticato.
Ma lei – quella in carne ed ossa – era la stessa? E lui?
Di vita ne è passata, si dissero e se la raccontarono
a Milano, senza bagaglio, mano nella mano,
lungo i viali del Castello Sforzesco.
La ghiaia sotto la panchina riverberava assoli di ricordi,
scovava dubbi in fondo agli occhi e ombre dilatate
dalla luce gentile di quel pomeriggio di settembre
che, riluttante, si congedava dall’estate.
I due vagavano attoniti nel vuoto d’anni di cui erano gli estremi,
priva di guida la memoria andava a caso
e lei smarrita girava attorno a quella clausola
che poi, di tanto in tanto, le concedeva tregua.
Perché non mi parlasti?, le chiese lui
col fiato spezzato dal rimpianto.
Non sapevo ascoltarmi, non conoscevo altro di me
che trasparenza. Ma ora tu salvami da questo gorgo,
lo supplicò lei da dentro un’ancora non arresa disputa.
Lui taceva, forse un sorriso, ma appena sotto pelle
gli sussurrava che in lei c’era qualcosa che lo riguardava.
Misuravano non il peso del passato o una sua ipotetica innocenza
ma il già eluso futuro, corroso da quanto rinnegato
quando il tempo era alleato coi battiti del cuore
e il cuore non lo temeva, ne sentiva anzi la benevolenza
ora rinnovata nel fuoco di quella ricaduta.
Sconfinavano le ore, indocili e gelose,
nella recita dei loro reciproci almanacchi
accesa la questione se dal chiuso da cui era evaso, lui,
poco persuaso che fosse libertà, si potesse edificare un’intesa.
Credevo di non avere scelta, confessò lei l’autoinganno.
Il prezzo per la revisione della storia le lacrimava dentro
e stava come la luce quando cede in grani
il suo potere all’ombra che, pentita, eppure avanza. (altro…)

Lucianna Argentino, Le stanze inquiete

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Lucianna Argentino, Le stanze inquiete, La Vita Felice 2016

Le stanze inquiete di Lucianna Argentino vanno in una direzione che, scopro percorrendole e ogni ritorno alla lettura lo conferma, vado cercando da sempre, non solo in poesia. È una direzione che si profila chiara, narra di sé e degli altri nei testi qui raccolti con una finalità esplicitata in apertura, nel risvolto di copertina, dalla stessa autrice: «Ho scritto questo libro perché non volevo andasse perduto quanto vissuto durante undici lunghi anni alla cassa di un supermercato. Soprattutto non volevo che andasse perduta la memoria, seppur minima, di alcune delle persone con cui sono venuta in contatto.» È una direzione che l’est-etica di Lucianna Argentino mette al centro, senza nominarla, ma rendendola con il nitore dei gesti: è il servizio, quello che conosce la cura e l’abnegazione e che rifugge dai termini fatti rimbalzare come moneta sonante, fosse anche quello, così “carezzevole” al poeta (per dirla con le parole di Oskar Pastior) di «vocazione»; è, ancora, come si legge negli Appunti per una est-etica del lavoro, prefazione dell’autrice alla propria raccolta, «un reciproco riconoscersi nell’umanità». Da quei foglietti stipati nel camice da cassiera, verde e uniformemente, verrebbe quasi da dire inesorabilmente e impassibilmente, illuminato dalle luci al neon del luogo di lavoro, nasce un poema in tappe e incontri, che la «pellegrina dell’umano» non fa entrare in collisione, ma, al contrario, fa dialogare con i propri punti di riferimento spirituali: tra questi, Baruch Spinoza e Simone Weil menzionati nella prefazione, René Char nel corso di un componimento. Mettersi al servizio, prestare servizio, compatire, non significa affatto sospendere, bensì accrescere la comprensione. (altro…)

Ifigenia siamo noi, AAVV – Una nota di lettura

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L’antologia poetica Ifigenia siamo noi – Scuderi Editrice, 2014 a cura di Giuseppe Vetromile , con in copertina la riproduzione dell’opera “Vite parallele” di Eliana Petruzzi – che vede la presenza di molte poetesse italiane e non, di diverse generazioni (Lucianna Argentino, Gaetana Aufiero, Victoria Artamonova, Floriana Coppola, Ulrike Draesner, Federica Giordano, Anila Hanxhari, Giovanna Iorio, Amalia Leo, Ketti Martino, Vera Mocella, Rita Pacilio, Vanina Zaccaria, Regina Cèlia Pereira da Silva, Anna Tumanova, Monika Rinck), ripropone, con originalità, un libro interamente scritto al femminile, ma lo fa con l’idea di tematizzare la questione senza eluderla, ma neanche ponendola in maniera polemica, come invece è capitato per alcune operazioni editoriali simili. Il titolo da questo punto di vista è significativo, Ifigenia, l’eroina tragica greca, che è diventata nel corso della storia della cultura occidentale una cifra inaggirabile della dimensione complessa del femminile. Il titolo dell’antologia è al tempo stesso una rivendicazione di appartenenza a una identità primigenia rispetto alle maschere-forme che poi sono state attribuite al femminile, ma è anche un ripercorrere in maniera quasi mai scontata i luoghi dell’immaginario della poesia secondo determinate declinazioni, come fa notare Giuseppe Vetromile nella sua prefazione: «Ed è appunto il canto delle nostre autrici che rinfocola il mitico gesto della figlia di Agamennone. Riattualizza il sacrificio inserendolo nella nostra quotidianità, indipendentemente dalla radice storico-geografica.» Resta comunque in questo libro protagonista la parola poetica che, attraverso sensibilità e angolazioni diverse, viene indagata nelle sue varie possibilità espressive e disvelative. Se il titolo dell’opera assume un senso forte, la prospettiva che emerge prepotentemente è quella che associa il femminile alla dimensione del sacrificio, senza però alcun vittimismo di genere, ma con la visione lucida, in molte delle autrici selezionate, che la complessità dell’animo femminile è a contatto con le radici profonde della vita, con le sue contraddizioni irrisolte, ma con uno sguardo che è capace di abbracciare il Sé ma anche l’altro da Sé, il diverso, l’apertura originaria che è la possibilità stessa della vita. (altro…)

Gian Piero Stefanoni, Da questo mare – Recensione di Lucianna Argentino

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Gian Piero Stefanoni mi ha fatto dono del suo libro Da questo mare, edito dalla Gazebo (2014), quando ci incontrammo alla presentazione di La bellezza non si somma di Roberto Maggiani e in quell’occasione qualcuno parlò di “preghiera laica” (a mio avviso un ossimoro senza via d’uscita) a proposito delle poesie di Maggiani e io e Gian Piero ci dicemmo che anche per noi la poesia è una preghiera. Una preghiera per niente “laica”, una preghiera profondamente e spiritualmente umana che ricerca una relazione con l’Altro in noi e in tutto ciò che ci circonda: creature e cose. E dunque nel libro di Gian Piero Stefanoni ritrovo la stessa sostanza del mio fare poetico ossia, in particolare, il non temere di trovarsi faccia a faccia con il divino. Ritrovo anche il coraggio e la forza del suo essere luminosa testimonianza dell’amore divino colto nelle sue molteplici espressioni. Fin dall’inizio, dedicando otto componimenti alle “Crocifissioni” di Manzù, Stefanoni sembra suggerirci che l’arte in tutte le sue forme è la via privilegiata per raggiungerlo, che tutta l’arte è una forma di preghiera che si nutre della dimensione verticale e di quella orizzontale (le stesse della Croce) ma tra queste spicca la parola poetica che forse è l’unica delle arti che ha mantenuto una sua purezza, riconducibile a quando la letteratura «riusciva ad essere portatrice di valori non esclusivamente letterari» (come scriveva Giudici chiedendosi se la poesia abbia ancora senso) e si è sottratta dunque dalle direttive commerciali del mercato editoriale. La poesia così come emerge dalle pagine del libro di Gian Piero Stefanoni ha ancora senso e dà senso alla nostra vita o quanto meno ci offre delle indicazioni che ognuno può far proprie e rielaborare per una sua personale ricerca: «dai al tuo cuore  giusto pensiero, giusta anima e il riflesso in voce del tuo bene.» Quello che il poeta ci offre è una sorta di pellegrinaggio attraverso luoghi che si fanno specchio al suo mondo interiore, specchio e pretesto per una riflessione sull’umana condizione di creature che vivono l’esperienza terrena come un esilio, che sentono che la loro patria non è di questa terra. Credo che tutti, credenti e non credenti, abbiamo, almeno una volta nella vita, sentito un senso di spaesamento e che non è tutto qui oltre alle domande fondamentali che gli esseri umani da sempre si pongono. W.H. Auden ha scritto: «Ogni poesia che tenda a chiarire il significato della vita deve interessarsi a due problemi su cui tutti gli uomini che leggano o non leggano poesia, cercano di essere illuminati: 1)  Chi sono io? […] 2) Cosa dovrei diventare?» Auden mette l’accento sull’autenticità perché la poesia quando è autentica è lavoro dentro l’individuo e con l’individuo, interrogazione, tensione verso il vero. Ed è verso la verità che Gian Piero Stefanoni tende, la verità della Bellezza, del Bene, della Giustizia che tuttavia inevitabilmente si scontra con il male. Il male che colpisce gli innocenti come ci ricorda nella poesia dedicata a Stefano Gay Taché, il bambino di due anni morto nell’attentato alla Sinagoga; il male che colpisce chi cerca di realizzare la propria umanità operando per il bene comune come nella poesia dedicata a Vittorio Arrigoni e il male, diciamo, quotidiano. Gli affanni, le sofferenze, le difficoltà, le preoccupazioni di tutti i giorni che affaticano il cuore umano, lo provano. Ma su tutto ciò splende la luce della consapevolezza dell’amore divino che è una fonte a cui noi dobbiamo attingere per trovare la forza per operare nel bene e per il bene senza attenderci interventi dall’alto, ma sentendoci e rendendoci responsabili in prima persona perché in ognuno di noi risuona ancora la domanda: «Dov’è tuo fratello?» Andare a Lui, nutrirci del Suo amore e poi renderlo concreto attraverso l’opera delle nostre mani, del nostro cuore. «Non darti nome ma appartieni / al mistero che anche di te sarà terra / e specchio imparando il sentire», scrive Gian Piero Stefanoni nei bei versi iniziali della poesia Lungaretta. Il mistero che circonda la vita umana e non solo, è avvertito non come un muro impenetrabile ma, al contrario, come un possibile varco per aprirsi a un tempo altro, a un tempo di speranza. «Il male urla forte ma la speranza urla ancora più forte» afferma il poeta nella poesia Navicelle. La speranza, dunque, che salvaguarda dallo scoraggiamento e non è una passiva attesa ma anzi pretende da ciascuno una vitale azione, una attiva partecipazione all’opera creativa di Dio. Ed è significativo che il titolo di questo libro sia quello di un poemetto  messo a conclusione del libro in cui è narrata la storia di uno dei tanti naufraghi venuti a morire tra le onde del nostro mediterraneo a sottolineare lo stato di precarietà della vita umana. Tutti su un barcone che ondeggia sul mare dell’esistenza. Gian Piero Stefanoni pertanto attraverso la sua poesia cerca di interpretare i “segni del tempo” perché, come dice Mario Luzi,  la poesia «lavora a strappare alle immagini del tempo la loro temporalità» e dunque a dire «l’essenzialità oltre l’individuo» (O. Elitis). Percorrendo e lasciandoci percorrere e attraversare dalla parola poetica di Gian Piero Stefanoni percorriamo e attraversiamo la storia umana e la “storicità” di Dio che non rimane relegato nell’alto dei cieli ma decide di incamminarsi per le strade polverose dello spazio terreno assumendo il volto di ciascuno di noi e in particolare dei più umili e dei più disgraziati. Con la sua poesia e direi pure con la sua fede Stefanoni sente e vede e ci fa vedere e sentire l’abbraccio del tempo con l’eternità e per farlo bisogna avere uno sguardo che sappia vedere oltre l’esteriorità del tempo umano per cogliervi l’attimo dell’eterno divino.

© Lucianna Argentino

 

CAIROLI
                                                             

Ma il mondo sale in piedi
tra le braccia delle sue donne,
in questo ripiano di luce,
nel pane quotidiano, dove anche oggi
passi
.          e ci guardi
prima di andare; dove Ti spingi, a largo
segnalando il limite delle Americhe, dal Tevere,
dall’isola,
.                 chiamando
alla barca del nuovo mondo la terra.

(altro…)

L’essenza indocile della poesia (nota su Lucianna Argentino)

L'ospite indocile

L’essenza indocile della poesia

(una nota sulla raccolta di Lucianna Argentino, L’ospite indocile, Passigli, 2012)

Cosa passa fra il cervello e la mano, oppure fra il pensiero e la parola? O ancora, cosa intercorre fra il bottone e l’asola? Diremmo un gesto, un concetto, un simbolo, ma anche il niente. È qualcosa di rapido, impalpabile, eppure così lento e presente in noi e nei nostri giorni tanto da non riuscire a dirne il nome per esprimerlo. Non è qualcosa, è il qualcosa, il ciò-che-sta-nel-mezzo, il tra. Chiarire questo qualcosa significa nominare un passaggio, fornire un’immagine la cui forma subirà mille sfumature: quanto più si cercherà di definirla tanto più sfuggirà al tentativo di spiegazione. A quel dettaglio impercettibile si andrà ad associare un significato, un modo di essere. O dell’essere. L’idea di indefinibilità mi riporta alla memoria il Gibran delle Massime spirituali quando dice che la poesia è il segreto dell’anima, e quindi perché rovinarla con le parole? La poesia ha la sua ragion d’essere perché a sostenerla è la parola ma – come è facilmente intuibile – il poeta libanese metteva l’accento sul fatto che prima dei versi esiste una poesia interiore che matura nell’introspettiva, da lì si avvia la genesi verso la parola scritta. Forse Gibran intendeva proprio identificare con il segreto interiore il sottile confine, quel vuoto fra il pensiero e la parola.

La conoscenza del vuoto è la riflessione della recente opera poetica di Lucianna Argentino, L’ospite indocile, per l’editore Passigli nella collana di poesia fondata da Mario Luzi, con una presentazione di Anna Maria Farabbi. Argentino ha già pubblicato altre raccolte in passato, fra cui Biografia a margine (1994) con la prefazione di Dario Bellezza, il poeta scoperto da Pasolini.

In quest’ultima raccolta, le intenzioni dell’autrice sono evidenti: scoprire il vuoto fra il bottone e l’asola, lì in quella soglia invisibile dove risiede la fuggevolezza che ingenera continuità nella vita come nella scrittura. Per l’Argentino si tratta di individuare il passaggio capace di determinare i pensieri, i percorsi, i passi delle proprie esperienze.

Le chiacchiere della ghiaia
nei giardini e il nasturzio
all’ombra della parola
slegano il tempo dall’abituale rito
lo consegnano a una nascita fragile
senza doglie.

Slegare «il tempo dall’abituale rito» equivale a dare valore a un momento, individuare l’attimo in cui qualcosa sta nascendo e che è senza tempo. Si desidera fissare la sostanza, simile ad un’istantanea, il potenziale meccanismo insito in gesti parole sentimenti. Per questo l’autrice recepisce e fa suo l’insegnamento del vuoto:

Dice che non c’è addio nelle asole
e asola allora sia:
poca materia intorno e vuoto.
Sia passaggio e allaccio
sia lo spazio dell’abbraccio
sia pertugio e rifugio
sia il chiuso
esposto alla parola

Proprio i termini passaggio, allaccio, spazio sono più che parole-chiave, sono sintomi della ricerca di quella frontiera in cui tutto si determina. La scrittura in questa prospettiva risulta utile per rendere «santo l’innesto fra il bene e il male» (p. 12), ovverosia assume la funzione conoscitiva idonea per accostarci alla comprensione del senso della gioia e del dolore e di quanto vi è presente fra i due opposti. Per tale ragione scrivere ritrova la sua finalità originaria, «togliere spazio al male» (p. 26).

La tecnica del poeta rivela una tendenza a catturare la transizione nelle sue varianti:

[…]
Così lo scrivo, ne faccio segno,
per capire come si spiega l’albero la potatura,
il papavero lo strappo,
i bambini il tempo e lo spazio:
– dove va la notte quando è giorno?
– mezzora è tanto o è poco?
O come si spiega il vuoto degli esseri
che ci stanno accanto come un’assenza
[…]

E ancora, nelle pagine successive «L’inchiostro […] fa fertile il foglio | fa anse nell’ansia», crea cioè lo spazio di riflessione perché la voce delle parole possa giungere «nel basso della terra» (p. 43), a misura di essere umano. Ma la poetica dell’Argentino vuole anche cimentarsi con l’invisibile che nei brevi versi «(Dio – il mare) || È voce che mai tace | è abisso di luce» mi riporta una consonanza con quelli di Cesare Viviani (in Credere all’invisibile troviamo: «Ogni bagliore è luce dell’eterno | è riflesso divino»). L’ospite indocile, con che cosa o con chi possiamo pertanto riconoscerlo? Forse Dio, il tempo, la memoria, l’amore, la figura paterna, tutti temi e figure sviluppate con ostinata sensibilità. Credo sia la vibrazione interna che sottende l’accadimento, un compimento sulla soglia dell’attesa:

Nei prati e nei campi
irrigati dalle acque
di neonati autunnali
maturati al calore delle serre
sta il vaso dell’attesa e
del compimento –
il femminile di mutamento.

E sulla soglia le parole vanno «in aiuto al dire di che sostanza è | lo spazio fra il tempo e l’eternità» (p.59). In conclusione la Argentino vuole riscoprire «una gioia commossa |consapevole della fragilità | di ciò che sta nel mezzo», «nel passaggio dalla fronte | alle dita alla punta della penna | al suo muoversi sul foglio.»

(c) Davide Zizza