Luca Vaglio

Luca Vaglio: poesie da “Il mondo nel cerchio di cinque metri”

 

si comprende una città soltanto
quando non si ha nulla da fare

via porpora, numero dodici
ristorante giapponese tomoyoshi
fuori dal vetro spesso della porta
le automobili passano veloci
quasi in silenzio tagliano la pioggia

musica a basso volume dalla radio sul bancone

l’acqua fredda che bevo a sorsi piccoli
la fatica nervosa di mangiare
con le bacchette insalata di alghe e sushi
sono la mia presa sulla vita
l’invadenza sensibile
che osservo da questa assenza di tempo

in un pub del centro di edimburgo
in una sera di agosto di un tempo
lontano da ora in cui felicemente
feci vuoto e nuovo intorno a me
bevuta mezza pinta di john smith’s
fissavo forse qualcosa che mi stava
di fronte, non so, non ricordo bene
oppure guardavo fuori dai vetri
verso la strada, ma sono sicuro
che ero in pace, che vivevo dentro
tutto quel presente quando un uomo
lieve come aria passandomi accanto
e toccandomi appena la spalla
con le dita mi disse non avere
paura, potrebbe non succedere mai

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Luca Vaglio, Cercando la poesia perduta

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Luca Vaglio, Cercando la poesia perduta, Marco Saya, 2016, € 10,00

 

Introduzione dell’autore

Il testo che apre questo libro ripropone, in una forma ampliata, i contenuti di un’inchiesta pubblicata sul quotidiano online Gli Stati Generali il 29 maggio del 2015 e focalizzata sulla possibile marginalizzazione recente del genere letterario della poesia. Su invito del poeta Biagio Cepollaro, il tema è stato rilanciato in una conversazione, apparsa sul blog Nazione Indiana il 7 settembre del 2015, tra lo stesso Cepollaro e chi scrive. Lo spirito del libro, come pure quello dell’articolo da cui origina, è di interrogarsi sulla condizione della poesia in Italia e di raccogliere punti di vista differenti sullo stato delle cose. Non c’è invece la pretesa di dare risposte, di indicare soluzioni o di sollevare giudizi definitivi. Più interessante e fertile ci pare, salvi alcuni dati di fatto e ammesse tutte le opinioni, alimentare una riflessione sulla posizione attuale della scrittura poetica. Nell’intervista pubblicata nella seconda parte, uscita su Gli Stati Generali il 12 marzo del 2016 e in cui si delinea un ampio percorso storico a partire dalla rivoluzione del verso libero, il professore di letteratura italiana Paolo Giovannetti (Iulm), evidenzia nella poesia degli ultimi tempi un fenomeno simile a quello già capitato alle arti figurative, ovvero una tendenza alla concettualizzazione, a trarre, se così si può dire, senso e fondamento da supporti teorici esterni. Provando a indicare una sintesi, viene da dire che il genere della poesia, sia pure poco frequentato dal grande pubblico dei lettori, e data per certa la possibilità di ricevere linfa da numerosi ambiti, attraverso visioni linguistiche, filosofiche, politiche, economiche, sociali e di altra natura, anche in futuro sarà vitale e caratterizzato da una varietà di forme grazie all’opera di poeti che avranno la fiducia, oltre che il talento, di esplorare e stimolare l’evoluzione, inevitabile, naturale, della scrittura nel tempo e dentro un rapporto di scambio e osmosi intelligente con i diversi linguaggi e, va da sé, con l’esperienza delle cose.

 

due estratti dal primo capitolo: La poesia al tempo di Internet

Un fattore che meriterebbe un esame approfondito è la funzione della scuola. Sarebbe importante capire quanto e in che modo i poeti attivi negli ultimi decenni vengano letti e proposti nelle aule dei nostri licei e dei nostri istituti superiori, al di là degli aggiornamenti dei programmi di studio. A questo riguardo Marco Ragazzi, che insegna letteratura italiana al liceo classico Giovanni Berchet di Milano evidenzia che: “sebbene i programmi di letteratura arrivino almeno fino agli anni ‘80, in molte scuole non si va oltre lo studio di Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale e Umberto Saba. L’anno scorso ho proposto ai miei studenti un approfondimento su Franco Fortini. Inoltre, pensando di creare così una relazione più intensa con i modi della scrittura contemporanea, ho invitato Umberto Fiori a leggere in classe le sue poesie. So di docenti che riescono a dedicare del tempo a poeti come Andrea Zanzotto, Antonio Porta e Vittorio Sereni, mentre i testi di autori come Milo De Angelis e Giancarlo Majorino sono ancora poco letti nelle nostre aule scolastiche”.
Paolo Zublena, professore di linguistica italiana all’Università di Milano Bicocca, invita a riflettere sul ruolo degli atenei e sul peso che possono avere avuto i contributi critici relativi alla caduta delle distinzioni tra i generi, maturati a partire dal dopoguerra: “Molti dicono che sia stata la poesia ad allontanarsi dai lettori, dalla rappresentazione del quotidiano e a preferire forme tendenti all’illeggibilità. Ma questa ipotesi viene meno se si considera che sono poco conosciuti dai più anche poeti contemporanei la cui scrittura non è per nulla oscura o difficile. La posizione minoritaria in cui si trova oggi la poesia non ha una ragione univoca. È probabile che la crisi dei generi letterari, occorsa in particolare negli anni ‘60, e mai davvero superata dal ritorno postmdoderno alla letteratura di genere, abbia penalizzato la diffusione e la visibilità della poesia, che nella classificazione tradizionale godeva del prestigio maggiore, indebolendone la specificità. E forse, da un certo momento in poi, nel bagaglio culturale del buon professionista non è stato più importante conoscere la poesia contemporanea, come pure del resto avere una cognizione non superficiale della storia. E conviene anche dire che tra gli insegnamenti universitari la poesia del secondo ‘900 non ha molto spazio, a vantaggio della narrativa e della poesia del primo ‘900”.

È possibile che ci si trovi soltanto all’inizio di un passaggio epocale, di una svolta di cui al momento è difficile intuire la portata e di cui la percezione collettiva della poesia e degli altri generi letterari è soltanto un aspetto, una proiezione. Tornando indietro nel tempo, l’invenzione della stampa da parte di Johannes Gutenberg nel ‘400 fu l’origine di trasformazioni sostanziali, rese più facile e democratica la diffusione della cultura, favorì l’affermarsi della riforma protestante e, nel corso dei secoli, alimentò rivoluzioni della conoscenza e tra le classi sociali.
Ma è anche vero che l’uso dei caratteri mobili determinò una cesura con la fase precedente, quella dei manoscritti, e in qualche misura con le modalità di accesso allo studio, con la ricchezza e la profondità dei saperi che quella tradizione millenaria portava con sé. Forse abbiamo di fronte soltanto i primi esiti dello scossone che internet e i media digitali, tra luci e opacità inevitabili, hanno dato alla produzione e alla circolazione della conoscenza, alle dinamiche della politica, della società e dell’identità individuale. Sta nella logica delle cose che, quando si fanno più inclusivi e aperti i modi per acquisire le informazioni, ci siano modifiche e fasi di assestamento nella produzione dei contenuti. E va messo in conto che la mutazione interessi gli strumenti, e a volte anche i criteri, usati per classificare le opere.
Ancora, senza scomodare Marshall McLuhan, basta osservare quanto l’email e le chat hanno trasformato il linguaggio della corrispondenza e delle conversazioni per poter ipotizzare che l’influenza di internet tocchi, con modi ancora difficili da definire, anche i generi letterari. Meritano attenzione anche le riflessioni di Lev Manovich, secondo cui l’era contemporanea è quella del computer inteso come strumento meta-mediale che crea ex novo tutti i media o li converte dalle forme analogiche originarie attraverso una formula numerica, un algoritmo matematico. Il passaggio al digitale, che pure ha già liberato nuovi spazi per la letteratura, come accadde in seguito all’introduzione dei caratteri mobili, viene a modificare l’accesso ai contenuti e la loro fruizione.
Se da un lato è sempre più facile riprodurre i contenuti per un numero indeterminato, potenzialmente infinito di volte, dall’altro si trasforma la relazione, anche sensoriale, con il testo e forse con il suo significato.

© Luca Vaglio

Il Disegno di Milano

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Il 16 marzo alle ore 18.00 si terrà presso il nhow Milano di via Tortona 35 l’evento letterario “Il disegno di Milano” a cura del giornalista e poeta Mario De Santis. Saranno lette pagine di romanzi e poesie per costruire un mosaico di istantanee sulla città attraverso testi di: Helena Janaczek, Alessandro Bertante, Giorgio Falco, Elisabetta Bucciarelli, Elena Mearini, Fernando Coratelli, Giuseppe Munforte, Marco Balzano, Gianni Montieri, Stefano Raimondi, Luca Vaglio, Tommaso Di Dio.

“Il disegno di Milano” si svilupperà come un reading sinestetico e collettivo per costruire in una sera un mosaico narrativo e poetico, il ritratto di una Milano plurale, come le voci degli autori che parteciperanno e che l’hannodescritta – e la descrivono, la immaginano e svelano, nella sua mutevolezza storica, nei suoi contrasti da metropoli che si sottrae ad esserlo fino in fondo. La lettura sarà accompagnata dalla proiezione
di un flusso immagini che rivelano iconograficamente la città “di ieri e di oggi”, tratte una raccolta fotografica nata da un challenge di #igersmilanoispirato al giallo di Dario Crapanzano (edizioni
Mondadori).

INGRESSO LIBERO E GRATUITO

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Milano dalle finestre dei bar, di Luca Vaglio

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Milano dalle finestre dei barMarco Saya Edizioni, 2013 – di Luca Vaglio è una raccolta che parte da un’idea forte che si costruisce e si sviluppa in tutto il libro: una visione precisa di una città, Milano. Milano, luogo archetipico della poesia italiana, soprattutto a partire dal secondo novecento, diventa emblema e mappa di un modo di osservare la realtà. Realtà metropolitana che si dà nel suo caotico sovrapporsi apparentemente senza un perché, ma che può essere colta anche in sprazzi di pace o di pausa che solo una grande metropoli sa regalare e trasformarsi così in un immaginario luogo di vacanza, dove il frastuono diventa epifenomeno e il silenzio ne è invece la cifra essenziale. Nel silenzio lo sguardo del poeta può registrare i dettagli attraverso un filtro (le finestre dei bar) che rende ogni cosa degna di osservazione per diventare, poi, parola sussurrata e, attraverso essa, rielaborarli e restituirli nella loro verità essenziale e nascosta. Questa solitudine percettiva ed esistenziale, simboleggiata dalle finestre del titolo, diventa così un’occasione per una riflessione sempre acuta, a volte spiazzante, sul senso dell’esistere proprio e degli altri, sulla possibilità di perdersi o di ritrovarsi, sull’amore e sul dolore e su quel poco di gioia concessaci.

Beve del vino a sorsi lenti
e sorride mentre ascolta
una donna parlare
mi chiedo quale sia la misura
precisa del suo stare bene
se si accordi più al potere
o a una forma di amore
e per lui che peso abbia
l’impulso della passione
se il sesso sia un abisso
o una cosa naturale
e qui davanti a un piatto di fusilli
penso che soltanto dire no
mi ha salvato la vita
che da lì è passato
anche il più piccolo dei miei sì

(pag. 19)

I versi di Vaglio riescono, in un cortocircuito mentale ed emotivo, a cogliere il dettaglio minimo, quasi indifferente e a congiungerlo con l’immenso e coi temi capitali della vita, della sua essenza, del rapporto tra il microcosmo uomo e il macrocosmo dell’universo, come ne “Il riso in bianco e l’infinito”, testo emblematico dell’intera raccolta. Tutto questo avviene con l’utilizzo di un tono sempre piano, colloquiale, a mezza voce, che mostra il senso del suo dire non per accensioni improvvise, ma attraverso un pacato meditare, reso metricamente sia dal verso lungo di molti testi e da un uso parco dell’enjambement, sia da un verso più breve e più scattante, senza perdere mai quel tono complessivo di meditazione mai seriosa, sempre leggera, ma acuta, penetrante, quasi che le parole venissero fuori in un momento di distrazione o di sovrappensiero, tra un bicchiere di vino e un piatto di fusilli. La bellezza del libro consiste nell’equilibrio tra uno stato d’animo di apparente distacco e la fascinazione dell’io lirico verso la vita, che si fa continuamente sedurre dalle cose, dalle situazioni quotidiane, dagli eventi, dai dialoghi intercettati nei locali e, nell’attimo in cui osserva, sprofondato in una poltrona di finta pelle, si ritrae, quasi scompare dalla scena, arretra in un angolo della strada o di un locale, in una posizione defilata, senza però mai perdere il centro delle propria riflessione esistenziale, morale ed estetica. In conclusione potremmo azzardare l’ipotesi che Vaglio, in questo libro, impersona, intimamente senza appariscenti manifestazioni esterne, il ruolo del flâneur, di baudelairiana memoria. Il flâneur – soggetto della modernità industriale che si fa oggetto tra gli oggetti, che è solo nel pigia pigia della folla, per riprendere la definizione di Walter Benjamin – è lo spettatore della commedia umana della città contemporanea, la Parigi capitale del XIX secolo di Baudelaire o la Milano di inizio millennio, e da essa si fa sedurre, se ne sente fibra vivente anche se avverte contemporaneamente un malinconico distacco – reso evidente nel libro di Vaglio da due testi (Altri luoghi e Colico, 4 marzo) eccentrici rispetto al centro tematico- cerca di trovarne la grazia segreta, quell’appiglio che dia un senso al proprio girovagare in continua ricerca di dettagli, sprazzi, spiragli di bello, che giustifichino, anche solo per il tempo di un aperitivo, la sua e la nostra di vita.

Sera d’inverno all’Hemingway
– quattro guardano il Milan –
fuori dai vetri la neve
cade veloce e perfetta
cedo al bianco, lo spazio
buono per uscire da me
dove pulsa una memoria
larga e vera come un senso

(pag. 22)

 

© Francesco Filia

Luca Vaglio, Milano dalle finestre dei bar

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Attila è musica che rimbalza
sul rumore che arriva dalla tangenziale
……………………………………………….controcanto
miracoloso, mentre Nicola suona
note distorte nel vuoto minerale
che sono elettrodi, cavi, batterie
e gambe di ruggine, tubi lunghi
fino alla grande cassa armonica,
il silo dimenticato di Lambrate

gioco elettrico tra erba e fango
inverno diafano e cappotti
pochi giorni prima che lava
di petrolio coprisse silenziosa
il letto depurato del Lambro

veneri da leonka, capelli lisci
pensieri che raggiano sorrisi

Attila dice “tutti sotto”, ma stiamo
un po’ fuori, vicini ma fuori, tanti
maghi religiosi a sentire un’eco
di ferro che sta sospesa nel freddo

(Nel febbraio del 2010 i musicisti Attila Faravelli e Nicola Martini hanno suonato al silo Insse di Lambrate. Il testo qui sopra trae ispirazione da quella performance. Di lì a pochi giorni si verificò uno sversamento doloso nel Lambro di 10 milioni di litri di oli combustibili provenienti dall’ex raffineria di Villasanta.)

 

*
Seduto tra le voci e la musica
del birrificio di Lambrate osservo
che è poca la differenza tra il colore
rosso-bruno di una Porpora
e il marrone della torta al cioccolato
– anche il tavolo di legno sta lì,
a fare da contrappunto –
e mi sento quasi un evaso
da non so bene dove
forse dalla mia casa
lontana trecento metri
o da una chiusa del tempo.

Penso che fuori dai cassetti
ben ordinati della memoria
ci sia vicinanza tra le cose
che l’anima della distanza
sia un fatto di forma
che alla fine solo la paura
separi il passato dal futuro

 

*
Sera d’inverno all’Hemingway
– quattro guardano il Milan –
fuori dai vetri la neve
cade veloce e perfetta

cedo al bianco, lo spazio
buono per uscire da me
dove pulsa una memoria
larga e vera come un senso

 

*
Luce fredda che vira
verso l’azzurro-grigio
nella sera di un aprile
di quasi estate
quadro minimo di infinito
nella grata della finestra
che guarda sul cortile

la metafisica delle cose
diventa sensibile
prende forma
se dentro un bar di Milano
si riesce a vedere fuori

 

*
Lampadine viola ai vetri del Caffè Luna
unica luce a far vedere le cose
insieme all’alba afosa di luglio

Linda – è il suo nome italiano,
la sua identità milanese –
mi porta un succo d’arancia
e si siede a un tavolino
non le serve stare al bancone
ci sono solo io
che leggo la Gazzetta dello Sport

si scatta delle foto con il suo iPhone bianco
tutte primissimi piani
forse poi le mette su Facebook
oppure lo fa per misurarsi il sorriso
la curva dell’incarnato avorio
lei ancora ventenne
arrivata bambina dalla Manciuria
per una parte da diva
qui, in un bar all’angolo tra Lambrate e Città Studi

 

*
Sei di mattina alla fine di agosto
bar ancora chiusi e quasi nessuna
auto, se ti siedi vicino al suolo
sotto un albero o sul marciapiede
di un incrocio ti accorgi che Milano
ha un suono, come un vento metafisico
che si muove tra le case forte, sordo
forse la nota continua della Terra
che vince sul silenzio della città

 

*
Colico, 4 marzo

Bianco di nebbia
sul lago e l’ombra
lunga del Berlinghera

freddo che sfiora
arriva leggero
senza fare male

scatto due foto
luce di piombo
tra acqua e cielo

vedo la mia assenza
muoio a me stesso
sono differenza

 

*
Fantasma residuo
esito che sfuma
lascia liberi di mancare
di morire forti
a nuova vita
vergini e depurati
da un’essenza troppo nuda
da una volontà di esistere
nel tempo degli altri
nello spazio che trova forma
tra sentire e pensare