Luca Rizzatello

PAESAGGI DI POESIA 2016 – SETTIMA EDIZIONE

PAESAGGI DI POESIA 2016 – SETTIMA EDIZIONE

a cura di Sergio Rotino, con la collaborazione di Luciano Mazziotta

BOLOGNA, Ibs.it bookshop, piazza dei Martiri, 5 – Libreria Trame, via Goito 3/C

Modo ipofrigio, 2015 Stefania De Salvador Tecnica mista su tavola di legno, 60x40

Modo ipofrigio, 2015
Stefania De Salvador
Tecnica mista su tavola di legno, 60×40

 

 

Settima edizione consecutiva per Paesaggi di poesia, rassegna di incontri e dialoghi con alcuni dei nomi più interessanti del panorama poetico italiano ed europeo.
Organizzata a Bologna da Sergio Rotino,  principalmente negli spazi di Ibs.it bookshop ma anche in quelli di Libreria Trame, in questo settimo anno la rassegna si avvale dei suggerimenti di Luciano Mazziotta, giovane critico e poeta.

La formula è però rimasta invariata.
Infatti nell’arco di quattro mesi, da febbraio a maggio, verranno ospitati negli spazi delle due librerie 16 incontri con 18 poeti per un totale di 19 titoli. Gli autori provengono da tutta Italia (Lombardia, Sicilia, Campania, Marche, Veneto, Lazio, Emilia, Toscana), dall’Irlanda (Afric Mc Glinchey) e dal mondo anglosassone in generale.
La discrepanza fra numero di titoli e quantità di autori è dovuta alla creazione di DUE, un ramo della rassegna in cui due poeti dialogheranno l’uno sul volume dell’altro, e viceversa, in uno scambio di presentazioni. Oppure un poeta presenterà due suoi volumi, usciti in contemporanea. Oppure ancora due poeti parleranno del libro scritto a quattro mani, ma separatamente.

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Daniele Bellomi, Dove mente il fiume – Recensione di Roberto Batisti

di Roberto Batisti

Bellomi

Daniele Bellomi, Dove mente il fiume, Prufrock spa, 2015 – € 12.

Daniele Bellomi – prima ancora d’ogni giudizio sugli esiti da lui raggiunti – è certamente uno dei nuovi autori italiani più interessanti, potenti e originali nella loro proposta: ben venga dunque la notizia d’una sua nuova pubblicazione, che prosegue con coerenza il discorso già impostato da Ripartizione della volta (Anterem/Cierre Grafica 2013) e dal recenziore Cordature (qui). In Dove mente il fiume Bellomi rifonde, fra gli altri, alcuni testi già circolati negli ultimi anni, incluso quello – assai notevole – che al libro fornisce il titolo, e nello spazio di 80 pagine riesce a dare una gamma convincentemente ampia delle possibilità di modulazione della sua voce, senza che per questo venga meno quella compattezza un po’ ossessiva di sguardo e di tecnica che lo contraddistingue.
La quantità d’intelligenza, di tensione linguistico-conoscitiva, di soluzioni formali riversata in questi densissimi testi rende proibitivo cercare di dire qualcosa d’adeguato in poche righe. Un esercizio cognitivamente più utile e moralmente più edificante sarebbe cercare anzitutto d’evitare tamquam scopulum alcuni equivoci a cui può condurre la scrittura bellomiana (incidentalmente: quale status deve aver raggiunto un autore prima che si possa derivare un aggettivo dal suo cognome senza suonare ironici?). L’alternativa è cozzarci contro apposta, per saggiarne la consistenza, prima che si coagulino in stereotipo critico.

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Le peregrinazioni angolari di Roberta Durante

di Luca Pasello

Balena

Trasumanar significar per verba non si poria
Se l’atto di nominazione conti qualcosa (e con esso l’omonimia, suo fecondo bug), si può facilmente esperire circuitando per via di suono brand secolari e nomi dell’oggi.
Capita così di sorprendere Durante (!) di Alighiero degli Alighieri nell’atto di affacciare all’aurora della letteratura romanza formidabili sintesi sul dramma della parola.
Forte del proprio (n)omen, Durante Roberta raccoglie l’ingombro immane di quell’eredità problematica mutandone il luogo, dall’esterno/supero – dimensione “ovviamente” indicibile – sin dentro all’abisso stesso dell’io: un terreno ed interiore tragitto, singolarmente declinato in semiotica dell’esistenza e appunto, specularmente, in “dramma semiotico”.
Ciò avviene su più livelli – meglio, per coabitazione complanare di figure e concetti originati da differenti sfere semantiche.
Il primo livello, metafisico lato sensu, assolve al compito supplementare di cemento espressivo ed emotivo, o di leva lirica, insomma: fato, tempo, vita/morte, nulla, presenza/assenza, sostanza, anima compongono passaggi che un pathos intensifica (…ma qui l’assenza è assente | quasi non si comprende | non c’è mente che la colga | non c’è voce che dia voce | a ciò che qui non c’è e si sente [14]; …la mia presenza è un grido di sostanza | che senti solo tu di me distratta [25]).
Un grado sotto, nella sistematica per brevia di Balena, si sta dentro la psiche in andirivieni tra la propriocezione e quel suo stadio più evoluto che è il problema gnoseologico (cresciuto il frutto dopo manca poco | matura in un colore che dà il simbolo | eppure non conosce sé che è il diavolo | nasconde nel suo seme un gran veleno… [6]; …ed io lo sento | non è la percezione non è il tatto | mentre lo penso tocco la ma testa | mentre se parlo fugge la mia messa [28]).
Ma se la metafisica del primo ambito, sia per virtù propria sia per la sua resa emozionata, è funzione connettiva sul versante del contenuto, identica funzione svolge la scala di articolazione dei significanti (all’altro vertice del triangolo semiotico, si direbbe), che sin da subito è proposta quale prospettiva dominante: il suono suona sempre sé | non mente ciò che sente è ciò che è | e semina dispersa la parola | germoglia bene sola la pronuncia | e cresce ciò che dopo emana il seme: | sembra vero ma sotto la lettera è il nulla che luccica (si noti: Balena è paronimia). Il dramma del dire non deriva dunque tanto da un’insufficienza del linguaggio (l’indicibile trasumanar – che si tratti di Pinocchio nello studio del dott. Geppetto, tanto per citare il più esplicito degli ipotesti di Balena?), quanto dalla radicale assunzione della prospettiva semiotica: qui domina non evocato il Charles Sanders Peirce della semiosi illimitata, dove tutto è segno di un segno di un segno… Graduare, dunque, a climax lo statuto del significante da suono a testo, attraverso voce, urlo, lamento, accenti, canto, parola, simbolo è impresa che spossa ed è vana, altro non essendo che un ponte gettato sul nulla, alfa e omega di quella gradazione, conato d’essere che abortisce in “essere segno”. Omega, appunto: siamo forse prigionieri di un qualche ventre oscuro?
Così sembrerebbe, a considerare l’apparente ciclicità del libro. Balena, infatti, si compone di 36 stanze capfinidas e la serie è aperta e chiusa dalla medesima parola. Illusione ottica: il libro non è circolare.
Capita sempre più spesso, du côté de chez Prufrock Spa, che i testi spicchino per una particolare cura della costruzione. Durante, buona ultima, forza l’antico dispositivo provenzale usando i termini in capfinidura (e le parole-rima in generale – per non dire di sinestesie e paronomasie) come punti di snodo per rimandi intertestuali plurimi, sia interni al libro, sia ad esso esterni.
Tra i primi, un esempio per tutti: se adesso non c’è più nulla | basta la voce in gola che brilla [10] richiama [2], sembra vero ma sotto la lettera è il nulla che luccica, ma così collegando il nulla e il suo niente a suono, parola, pronuncia, che tramano la sestina accoppiata a distanza. Quanto ai rinvii allotestuali, così scoperti (l’Alfieri autobiografico dei veraci detti; quel Pinocchio tanto sbalzato; non darci la parola, che è Montale à rebours), sono chiavi ma più ancora, crediamo, riuscitissimi trompe-l’oeil, specchi(etti) poco veraci, ché il gioco è più complesso.
E dunque non cerchio o sfera, non cane che si morde la coda (e pure senza morderla continuerà imperterrito a girare [27]: altro sviamento niente male, da falsa mise en abyme), ma il modello spaziale che sovrintende alla costruzione di Balena sarà piuttosto un cubo troncato, poliedro a 36 spigoli (trentasei!) ogni vertice del quale è nodo e trivio e dove le connessioni si danno per salti.
A queste condizioni, la semiosi illimitata può non essere una trappola per burattini, il nulla non essere morte: un rimando circolare è invito a rileggere, a rileggere, a rileggere e ad ogni giro si devia alla Borges (“Quando ti trovi davanti a un bivio, imboccalo”).
Resta che ogni lettura sia favola/fabula [20] sofferta (lo sviluppo planare del poliedro profila una crux desperationis): è il pregio maggiore del libro, la resa soggettivizzata di temi tanto astratti, questa vitalizzazione del burattino/materia. Al lettore il godimento d’esplorarla.

Nota critica su “Traviso” di Alberto Cellotto

di Roberto Batisti

Traviso

Con questa raccolta, la sua quinta in dieci anni da Vicine scadenze del 2004, Alberto Cellotto inaugura come meglio non si potrebbe la collana ‘hence le joie’ di Prufrock spa (e all’editore vada un plauso per la cura adoprata nel confezionare un oggetto libro elegante e azzeccato sul piano grafico, materico, oltre che per il coraggio e la coerenza di visione con cui sta costruendo il suo catalogo). In linea con l’indirizzo programmatico della nuova collana («libri che in massimo venticinque poesie svilupperanno un immaginario profondo e autosufficiente»), l’autore inanella ventuno brevi liriche, di sette versi ciascuna (si confronti la misura media ben più distesa del precedente Pertiche del 2012, che addirittura si chiudeva con un lungo poemetto), scandite da una misteriosa numerazione che per salti discontinui arriva fino a 72; e le arma di una coerenza interna, di una densità linguistica micidiale. A tutti i livelli.
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Traviso di Alberto Cellotto (Prufrock Spa Edizioni)

[Traviso è un tentativo di scrittura breve e intervallata dal protagonismo del numero che sta tutto nell’alveo di un’ossessione precisa, cioè quella per il volto dell’uomo, per quel pensiero che raduna le diverse combriccole dei volti, quando si percepisce che ogni viso è legato a ogni altro. Allo stesso tempo il travisare diventa un nascondimento necessario, forse per provare a uscire dal loop dell’ossessione.]

Traviso

2.

Segue, la sodaglia dell’inverno
il ghiaccio rotto nelle pozze
e l’aria sa con l’ora dei posti dove
mai sono stato, quegli
unici dove ho
davvero sostato,
eterno.


13.

Solamente la distanza dai civili
usi e terreni, solo il lontano: unico
oggetto che sento. Esperto paesaggio
sporgente, serrato a festa.
Per me o te la strada bagnata e i raggi
vecchi, la vietata vista, i becchi
nei cortili.


31.

Sta per finire per sempre il dovere.
Dove ti riprendi l’allegria
adesso, dove si mangiano i figli?
Quasi mai sai e accetti la guardia
del piacere, la stuoia di questa
pioggia che gioca già con tutte
le ere.


37.

Plausibile immagine, somiglianze, come
ernie da una guancia.
Tra i lobi tuoi s’incaglia
il mento, non hai tempo
per il mondo e il mondo
non ha tempo né terre
senza nome.

 

alberto cellottoAlberto Cellotto è nato a Treviso nel 1978. Ha scritto i libri di poesia Vicine Scadenze (Editrice Zona, 2004), Grave (Editrice Zona, 2008) e Pertiche (La Vita Felice, 2012). Ha tradotto dall’ inglese opere di Gore Vidal, Stewart O’Nan e Frank Norris. Cura il blog Librobreve. Altro su albertocellotto.it